di Maria Brucale
Il Garantista, 23 gennaio 2015
Nicola Gratteri, a capo della Commissione nazionale per la revisione della normativa antimafia istituita dal premier. Matteo Renzi, annuncia che è pronto un progetto di riforma per combattere le organizzazioni criminali: 130 articoli e 246 pagine. Lo stato di diritto trema. Avrà messo nero su bianco le riforme prospettate in ottobre e riportate dal Garantista nei loro punti di devastante criticità per il giusto processo e per le garanzie ad esso connesse?
Dalle anticipazioni offerte dal procuratore di Reggio Calabria in un'intervista a Radio Capital sembrerebbe di sì: l'innalzamento delle pene per il reato di associazione di stampo mafioso: da 20 a 30 anni per il partecipe! Una pena enorme, infinita, che sottrae al giudice la possibilità di apprezzare una partecipazione di minima entità e di valutarne con una pena mite la speciale tenuità. La contestazione di partecipazione non viene certo mossa soltanto ai boss ma più spesso a piccoli fiancheggiatori con una capacità criminale a volte infima che sarebbe quanto meno spropositato punire con sanzioni così follemente afflittive. Per smascherare i reati contro la pubblica amministrazione, Gratteri propone di "utilizzare gli agenti sotto copertura, come per il traffico di droga e di armi". Derive oscurantiste e strategia del terrore.
Tutto per decreto
La normativa antimafia, potrebbe, secondo Gratteri, essere introdotta all'80 per cento con la decretazione di urgenza. L'Unione delle Camere penali si infiamma. Come può uno strumento in sé eccezionale e teso a rispondere a situazioni di urgenza, entrare a pieno titolo quale metodo ordinario per la legislazione in materia penale coperta per volontà dei Padri Costituenti da riserva di legge ordinaria? Il fine giustifica i mezzi? Ma se anche il fine si perde di vista traducendosi nella negazione del diritto di difesa, nell'umiliazione del ruolo dell'avvocato difensore, nell'annichilimento delle garanzie del giusto processo e della certezza della prova, nella disattenzione alle logiche deflattive dei giudizi a vantaggio della celere definizione dei processi, nel superamento del principio del "favor rei" e perfino nella confusione tra i ruoli - e già ce n'è troppa - tra chi esercita l'azione penale e chi giudica?
Le proposte
Sperando di non ritrovarle nelle 246 pagine del progetto, vanno rievocate le proposte di riforma già presentate dal ministro ombra: caduta del divieto di reformatio in pejus in sede di appello proposto dal solo imputato e conseguente possibilità per il magistrato giudicante di ravvisare nuovi elementi di responsabilità dai quali far scaturire inasprimenti sanzionatori; abrogazione del rito abbreviato, della possibilità, cioè, per l'imputato
di scegliere di essere giudicato con il materiale di prova raccolto nelle indagini rinunciando a un processo in aula nel quale confutare gli esiti istruttori raccolti dalla pubblica accusa con conseguente sconto di pena in caso di condanna, con la inevitabile, pedissequa paralisi definitiva dei tribunali; estensione dell'accesso al patteggiamento a tutti i reati subordinato, però, alla confessione, sulla bontà e pienezza della quale è ipotizzabile si preveda il parere del pm e il vaglio del magistrato - con inevitabili proiezioni incostituzionali di coazione psicologica all'accusato che sarebbe indotto a confessare e ad indicare i corresponsabili per accedere al solo rito che permetta uno sconto di pena.
E ancora: condanna dei legali, in solido con i propri assistiti, al pagamento delle spese processuali in caso di ricorso dichiarato inammissibile. Una norma distruttiva del diritto di difesa e del ruolo del difensore che verrebbe ammutolito e spento nel suo rango di garante dei diritti, inibito nel prospettare questioni giuridiche talora innovative e creative dal rischio di subire un danno economico. Videoconferenze per tutti i detenuti per i reati di cui all'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario. Nessun imputato potrebbe più essere presente in udienza. Verrebbe meno radicalmente l'oralità del processo penale.
La videoconferenza, infatti, già prevista per i soli detenuti in 41 bis, vanifica, di fatto, la possibilità di intervenire in aula in corso di giudizio. Mentre il detenuto in saletta video chiede il permesso di intervenire, o di comunicare telefonicamente con il proprio difensore in aula, il processo si svolge, va avanti e rende inutile la pretesa legittima del detenuto. Questa follia antigiuridica, finora accettata - seppur inaccettabile - per i 41 bis in ragione del prevalere di logiche di sicurezza, è già oggetto di un emendamento governativo che la estende ad una enorme categoria di detenuti che verrebbero di fatto estromessi dalla partecipazione attiva ai processi. Non solo. Sarebbe conferito ai giudicanti il potere di stabilire la videoconferenza anche solo in ragione di motivi di complessità e di durata del processo. Una norma di rango costituzionale, dunque, cederebbe il passo ad esigenze organizzative.
Addio all'appello
Ancora: abolizione dell'appello incidentale, ossia l'impugnazione proposta dall'imputato per contrastare quella del pm, con vistoso detrimento del principio costituzionale del favor rei; introduzione della declaratoria di inammissibilità delle impugnazioni in appello per manifesta infondatezza: soppressione, dunque, ancorata a parametri discrezionali, di un grado di giudizio di merito e insensata ed illusoria attribuzione ad un solo giudicante delle sorti dell'imputato; abolizione del ricorso per Cassazione per vizio di motivazione, che sottrarrebbe al giudice di legittimità il potere di annullare le sentenze illogiche o contraddittorie; militarizzazione degli istituti penitenziari che avrebbero, come direttori, non più civili bensì commissari di polizia penitenziaria. Un controllo interno, dunque, che non sfugge alle ansie di meccanismi corporativi. Oscurantismo e strategia del terrore. E lo Stato di diritto si dispera.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 23 gennaio 2015
Seicento milioni di euro. È questa la cifra stratosferica che lo Stato italiano ha speso, dal 1991 a oggi, per gli errori causati dai magistrati. È un quadro drammatico che emerge, come riportato dalla Stampa, dalle statistiche elaborate dal ministero dell'Economia e recapitate al ministero della Giustizia sull'entità dei risarcimenti liquidati dallo Stato per il malfunzionamento della giustizia.
Nel caso delle ingiuste detenzioni, vale a dire i cittadini che sono stati portati ingiustamente in carcere in custodia cautelare e dopo sono stati assolti o addirittura prosciolti, nel corso del 2014 sono state accolte dai giudici delle corti d'appello 995 domande di risarcimento e liquidati 35,2 milioni di euro. Un aumento del 41,3% rispetto al 2013, quando le domande accolte erano state 757, per un totale di 24,9 milioni di euro. Quasi mille persone, in altre parole, hanno vissuto nell'anno che si è appena concluso l'incubo di essere incarcerate ingiustamente, con una privazione della propria libertà personale.
Una massa enorme ma silenziosa, destinata a crescere se si pensa che ancora oggi quasi la metà dei detenuti rinchiusi nelle carceri italiane è in attesa di giudizio. Se in termini democratici la situazione è impressionante, altrettanto lo è in termini economici. Dal 1991, lo Stato ha infatti speso circa 600 milioni di euro in risarcimenti per ingiusta detenzione, cifra che avrebbe potuto essere molto più elevata se la legge non stabilisse un tetto di circa 516mila euro per risarcimento (o, meglio, indennizzo). E il 2014 ha registrato un aumento anche per quanto riguarda i pagamenti per i casi di errore giudiziario, in cui cioè il condannato con sentenza definitiva si vede poi assolto dopo un processo di revisione: dai 4 casi del 2013 si è passati ai 17 del 2014, costate alle casse dello Stato 1,6 milioni di euro. "Sono numeri - commenta il viceministro della Giustizia Enrico Costa - che devono far riflettere. Si tratta di persone che si sono viste private della libertà personale ingiustamente e per le quali lo Stato ha riconosciuto l'errore, disponendo il pagamento di una somma a titolo di riparazione. Non limitiamoci al mero dato statistico: dietro ciascuno di questi numeri c'è una storia personale, ci sono trepidazioni, ansie, che un assegno, anche di migliaia di euro, non può cancellare. Fin tanto che ci sarà anche un solo caso di carcerazione ingiusta, illegittima o ingiustificata, dovremo batterci con forza: la civiltà giuridica di un Paese si misura anche, e soprattutto, da questi indicatori". Intanto se andiamo nel dettaglio a livello distrettuale, nel 2014, spicca ancora una volta la Calabria: ovvero Catanzaro con 6 milioni e 260 mila euro andati a 146 persone colpite da errori giudiziari.
di Ilaria Sesana
Avvenire, 23 gennaio 2015
Chiuso definitivamente il capitolo "mense". Ora occorre lavorare per salvare le attività collaterali sviluppate nell'ultimo decennio dalle cooperative sociali che hanno gestito le cucine di altrettanti penitenziari italiani. È questo il compito assegnato a Luigi Pagano, già direttore del carcere di San Vittore e oggi vice-capo del Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria (Dap), che ha avuto l'incarico di coordinare le varie iniziative, facendo da collante tra il Dipartimento e le cooperative: "L'obiettivo è fare in modo che questi interventi non siano sporadici, ma arrivino a raggiungere obiettivi precisi". Pagano traccia un bilancio positivo dell'incontro che svoltosi mercoledì a Roma tra i funzionari del Dap e i rappresentanti delle cooperative: quasi tutti hanno già preannunciato di avere progetti da sviluppare. "Abbiamo il massimo interesse affinché continuino a lavorare con noi", aggiunge Pagano.
Tutti i progetti presentati saranno sottoposti alla valutazione di Cassa delle Ammende (ente pubblico istituito presso il Dipartimento per l'amministrazione penitenziaria, che stanzia fondi per sostenere programmi di riabilitazione e resinserimento dei detenuti, ndr) e, in caso di giudizio positivo, sarà lo stesso ente a erogare i fondi per avviare l'attività.
"Attenzione - avverte Pagano - Cassa Ammende finanzia i progetti solo in fase di start-up. Una volta trascorso il periodo di lancio del progetto, questo deve camminare sulle proprie gambe. Le cooperative devono riuscire a stare sul mercato. Non può e non deve essere un finanziamento continuo". Per ogni progetto presentato, verranno valutati singolarmente sia i contributi economici, sia la durata del periodo di sperimentazione.
"Ai fondi di Cassa delle Ammende si aggiungono poi altre provvidenze - sottolinea Pagano - ad esempio quelle della legge Smuraglia e la possibilità di avere in comodato gratuito l'uso dei locali: cucine o altri spazi del carcere per chi avesse bisogno di locali per avviare un impianto produttivo". I nuovi progetti, però, rappresentano solo un tassello degli sforzi che il Dap porterà avanti nei prossimi mesi per valorizzare il ruolo del lavoro all'interno degli istituti penitenziari. Anche grazie all'attivazione di una commissione interna istituita ad hoc da Santi Consolo, capo del dipartimento: "L'obiettivo generale è quello di migliorare le condizioni di vita all'interno delle carceri - spiega Pagano - e in questo quadro il lavoro ha un ruolo essenziale. Come elemento di spinta che ci permetta di incrementare le attività trattamentali e, allo stesso tempo, rimodulare la vita detentiva e i suoi tempi".
Altro tassello importante per potenziare il lavoro in carcere, la legge Smuraglia che offre sgravi contributivi e fiscali a cooperative e aziende che portano lavoro in carcere. Un elemento imprescindibile, per incentivare gli imprenditori a entrare nei penitenziari, ma che oggi sembra non bastare più: "Uno dei temi su cui stiamo riflettendo è l'adeguamento del costo del lavoro - aggiunge Pagano. L'obiettivo è trovare una linea mediana per evitare, da un lato, lo sfruttamento; dall'altro la garanzia di un margine di guadagno all'impresa o alla cooperativa". I tempi e le esigenze di sicurezza del carcere - infatti - troppo spesso si scontrano con quelli di un'azienda, che ha bisogno di ritmo e puntualità nelle consegne.
Per questi motivi - conclude Luigi Pagano - serve una riflessione seria e a 360 gradi del mondo del carcere "cercando soluzioni che si adattino a ogni singolo istituto, non possiamo pensare che esista una soluzione identica per tutti". Quel che è chiaro è l'obiettivo finale di questo processo: portare sempre più lavoro in carcere, perché è elemento essenziale per ridurre la possibilità che un ex detenuto torni a commettere nuovi reati.
Ansa, 23 gennaio 2015
"Auspichiamo che la nomina" del Garante nazionale dei detenuti "sia nel segno della competenza, dell'esperienza, dell'impegno civico a sostegno dei diritti delle persone private della libertà, e che a ricoprire questo incarico sia chiamata una persona esperta in diritti umani così come la legge richiede".
È quanto affermano i firmatari di una petizione a favore della nomina di Stefano Anastasia, ex presidente di Antigone, associazione che opera a favore dei diritti dei detenuti. I primi firmatari sono: Franco Corleone (Garante dei detenuti della Regione Toscana), Ilaria Cucchi, Alessandro De Federicis (Unione delle Camere Penali Italiane), Patrizio Gonnella (Presidente di Antigone e della Cild), Elisabetta Laganà (Garante dei detenuti del Comune di Bologna, Presidente conferenza nazionale Volontariato Giustizia), Luigi Manconi (Senatore, Presidente della Commissione Straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani).
"Più di un anno fa - affermano - è stata approvata la Legge che istituiva il Garante Nazionale dei diritti delle persone detenute o comunque private della libertà. Si tratta di un organismo che esiste in tantissimi Paesi democratici e richiesto dalle Nazioni Unite.
Nei giorni scorsi, intervenendo alla Camera dei Deputati in occasione della relazione annuale sull'amministrazione della giustizia, il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha ribadito che presto verrà nominato il Garante". "Noi riteniamo - aggiungono - che questa persona possa essere Stefano Anastasia, presidente di Antigone ai tempi in cui fu elaborata dall'associazione nel 1999 la prima proposta di legge diretta alla istituzione dell'ombudsman, cioè il garante, direttore del primo ufficio locale di tutela dei diritti dei detenuti in Italia istituito dal comune di Roma nel 2003, promotore del Difensore Civico dei detenuti della stessa associazione che, dal 2008, ha seguito migliaia di casi, ricercatore in filosofia del diritto all'Università di Perugia, grande esperto e conoscitore del sistema penitenziario.
di Radicali italiani
Il Garantista, 23 gennaio 2015
Dirigenti e militanti del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito e di Radicali Italiani anche quest'anno saranno presenti all'inaugurazione dell'anno giudiziario presso le Corti d'Appello, in programma per sabato 24 gennaio. Nell'ambito della cerimonia i radicali chiederanno di leggere un testo, lo stesso in ogni Corte d'Appello, per denunciare lo stato della Giustizia e del sistema carcerario italiano, anche alla luce delle ispezioni che i militanti radicali svolgono regolarmente e che hanno intensificato nelle ultime settimane, nell'ambito dell'iniziativa denominata "Satyagraha di Natale", lanciata dal leader Marco Pannella.
L'iniziativa è conseguente alle decisioni emerse nel corso dell'ultimo incontro del comitato nazionale di Radicali Italiani, tenutosi a Roma nei giorni 16, 17 e 18 gennaio, che ha rilevato il permanere dell'illegalità in cui versa il sistema giustizia, con le violazioni dei diritti umani nei confronti dei detenuti e la durata non ragionevole dei processi. Tutti punti oggetto del messaggio inviato alle Camere dal Presidente della Repubblica l'8 ottobre 2013, che gli organi dirigenti dei radicali si sono impegnati a perseguire come obiettivo.
"Si tratta di un atto e di una iniziativa che riteniamo doverosa per corrispondere in una sede istituzionale all'unico messaggio formale, inviato alle Camere dal Presidente della Repubblica uscente, nel corso dei suoi nove anni di Presidenza - ha dichiarato la segretaria di Radicali Italiani Rita Bernardini - contestualmente denunciando il comportamento di quelle Camere alle quali il Capo dello Stato si è rivolto, che hanno platealmente e sistematicamente negato dignità alle parole del Presidente Napolitano, volte a richiamare gli improcrastinabili obblighi di riforma strutturale della giustizia, a partire da un provvedimento di amnistia e indulto".
I radicali denunciano inoltre le responsabilità del sistema dell'informazione italiana, in particolare del servizio pubblico radiotelevisivo, colpevole, secondo gli esponenti radicali, di non fornire all'opinione pubblica un'informazione adeguata a comprendere e giudicare gli atti del Presidente della Repubblica, in particolare proprio rispetto alle posizioni da questi espresse nei confronti della giustizia e della condizione carceraria, nel corso dei nove anni del suo mandato. L'iniziativa, prevista presso le 26 Corti d'Appello, vedrà tra le altre la presenza della segretaria di Radicali Italiani Rita Bernardini a Catania, di Marco Perduca a Torino, di Lorenzo Strik Lievers a Milano e Giuseppe Rossodivita a Roma.
www.radicali.it, 23 gennaio 2015
Farina Coscioni e Valter Vecellio: si va verso una nuova, ennesima proroga? Perché, per responsabilità di chi, non sono ancora state predisposte le strutture assistenziali previste dalla legge? Maria Antonietta Farina Coscioni, componente del Comitato Nazionale di Radicali italiani e Valter Vecellio, della Direzione nazionale hanno rilasciato la seguente dichiarazione.
"Dovevano sparire il 31 marzo del 2013. Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, sono invece rimasti, grazie a una proroga, che ne fissava la chiusura per il 1 aprile del 2014. Una ulteriore proroga ha spostato la chiusura all'aprile del 2015. Manca poco. Non c'è tre, senza quattro? Si intende procedere, come del resto auspicano gli stessi ministri della Salute e della Giustizia nella loro relazione consegnata il 30 settembre scorso al Parlamento, a una ulteriore proroga? Lo chiediamo formalmente al presidente del Consiglio, ai ministri della Giustizia e della Salute, al presidente della Conferenza Stato-Regioni: dovremo prendere atto che ancora una volta non si è saputo/voluto predisporre le strutture "altre" necessarie per assistere circa un migliaio di persone malate, che continueranno così a restare in luoghi che il presidente della Repubblica Napolitano ha definito "orrendi, non degni di un Paese appena civile"?
La legge che dispone la chiusura degli Opg prevede la creazione in ogni regione di Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza sanitarie (Rems). A che punto siamo? Abbiamo un quadro al settembre del 2014 dove si "prevede"; e al termine delle previsioni si sostiene che non appare realistico che i progetti possano essere realizzati nei tempi fissati. Si sono individuate le responsabilità e le ragioni di questi ennesimi ritardi? Fino a quando permarrà questa incertezza? Chi e cosa impedisce che questa situazione sia finalmente sanata?".
Adnkronos, 23 gennaio 2015
Fabrizio Corona chiederà la grazia al prossimo presidente della Repubblica. Lo afferma il suo avvocato Ivano Chiesa, dopo che questa mattina il sostituto procuratore generale Giulio Benedetti ha dato parere negativo alla richiesta di scarcerazione avanzata per l'ex fotografo dei vip. La prossima tappa, avverte Chiesa, "sarà probabilmente la revisione", ma prima "sicuramente presenteremo la domanda di grazia al nuovo presidente della Repubblica, sperando che ci dia una mano, perché alla fine si tratta di uno sconto di due anni e mezzo". Cosa che, spiega, "aprirebbe tutte le possibilità di detenzione alternativa", al momento precluse perché il reato di estorsione aggravata, attribuito per via delle foto con le quali Corona ha ricattato David Trezeguet, non consente la concessione di misure alternative al carcere.
Si tratterebbe, ribadisce Chiesa, di "un gesto di clemenza che permetterebbe a Corona di diventare un detenuto normale, con la possibilità di presentare le istanze che fanno tutti i detenuti". A quel punto, "il tribunale potrà decidere. Se Corona verrà ritenuto un soggetto pericoloso, gli si dirà di no. Altrimenti gli diranno di si e il problema si risolverebbe da sé". Non una cosa semplice, sottolinea l'avvocato, ma "in questa situazione non c'è nulla di semplice. C'è un bravo ragazzo che avrà commesso delle stupidaggini, ma ha un cumulo di pene come se fosse un pericoloso criminale e questo rende tutto molto complicato".
Lo psichiatra: molto perplesso sui domiciliari
Avere una personalità narcisistica e borderline, con attacchi di panico e uno stato di sofferenza mentale, "non è un'indicazione per i domiciliari. Ero molto perplesso perché delle due l'una: o il soggetto presenta un'acuta sofferenza mentale, per il trattamento della quale il domicilio non è adeguato, oppure non lo è e dunque può essere curato nel luogo di pena dai medici del carcere".
Lo afferma all'Adnkronos Salute Massimo Di Giannantonio, psichiatra dell'Università di Chieti, dopo la perizia depositata in Tribunale su Fabrizio Corona che aveva portato alla richiesta di scontare a casa o in una comunità di trattamento il resto della pena. Una richiesta che ha incassato il parere contrario del sostituto procuratore generale di Milano. Corona, a parere del perito, avrebbe una personalità narcisistica e borderline.
"Ebbene, ritengo si debbano esaminare due aspetti - dice lo psichiatra - quello psichiatrico clinico e quello legale. Se nella sede di giudizio è stata esclusa una psicopatologia che prevedesse una totale o parziale incapacità di intendere e di volere, vuol dire che Corona per il Collegio giudicante poteva essere considerato responsabile delle azioni che ha compiuto, e che il suo comportamento è stato considerato volontario, non inficiato da una patologia. Se poi, come segnalato, il soggetto ora presenta attacchi di panico e ha sviluppato una notevole sofferenza mentale, non è detto che le cure in casa siano più indicate. In questi casi è meglio che il paziente sia seguito in una struttura psichiatrica territoriale in forma residenziale, strutture che hanno preso il posto degli ex Opg. Dunque in caso di bisogno il giudice può disporre l'allontanamento di Corona dal carcere e la sua allocazione in una struttura dove cura e pena possono continuare ad esercitarsi".
"Ove siano riconosciute delle aggravate condizioni psichiatriche, è indicato poi il trattamento in comunità terapeutiche per pazienti con disturbi mentali gravi. Si tratta in entrambi i casi di luoghi in cui vengono garantite le terapie ma anche il controllo di eventuali reazioni. Insomma, sono molto perplesso di fronte alla richiesta dei domiciliari: o c'è una acuta sofferenza mentale, per cui il domicilio non è adeguato, oppure il problema può essere gestito dai medici nel luogo di pena", conclude.
di Fausto Cerulli
Ristretti Orizzonti, 23 gennaio 2015
Si parla speso di persone che muoiono in incidenti stradali, di gente che si suicida pe una delusione amorosa, magari di persone che gli casca un albero in testa, ma i giornali non parlano mai delle persone che muoiono in carcere, per quella orrenda antica malattia che si chiama carcere.
Eppure sono numeri che dovrebbero far riflettere e che rispecchiano la civiltà o meglio la mancanza di civiltà del nostro paese. Un paese in cui ufficialmente è sta abolita la pena di morte, recentemente anche dalla Città del Vaticano, ma cui tale pena viene ancora eseguita, come conseguenza di una pena comminata da un giudice o spesso come conseguenza di una pena che potrebbe essere comminata, se e quando la nostra giustizia lenta come un coniglio azzoppato emetterà il verdetto.
Così, nella indifferenza assoluta del mass media o come cavolo si chiamano, troppa gente non resiste alla carcerazione, preventiva o definitiva che sia. Gli agenti penitenziari sono pochi, spesso avviliti dal loro mestiere di aguzzini per forza, ed intervengono soltanto a suicidio avvenuto. Dall'inizio dell'anno quasi cinquanta persone, perché sono persone, e non soltanto numeri in detenzione, si sono tolte la vita nelle carceri italiane.
In carcere nessuno si uccide per rimorso, la morte viene dall'angoscia, dalle ristrettezze fisiche e psicologiche del carcere, dalla assoluta assenza di un'assistenza ai più deboli, ai più fragili. Spesso è ridicolo in numero degli assistenti sociali rispetto a quello della popolazione detenuta.
Pensiamo bene alle parole, al loro cinismo consapevole o meno: "popolazione detenuta" quasi fosse un popolo nel popolo, ignorato dal popolo, una etnia dimenticata e trascurabile.
Sono anni oramai, sono secoli forse (dal tempo di Cesare Beccaria) che si sproloquia su una riforma delle carceri. Per ultimo ci ha provato il buon Gozzini, il quale per qualche leggero beneficio concesso ai detenuti, si fece fama di garantista, nel senso meno nobile della parola: le sue modeste innovazioni passarono per favoreggiamento alla delinquenza, quasi un incitamento a commettere reati.
Come avvenne per la legge Basaglia, che in una opinione pubblica forcaiola, significò slegare i matti da slegare. Non c'è governo, che appena partorito, non metta nel proprio bilancio preventivo una qualche riforma del sistema penitenziario, magari nel più ampio disegno di una riforma della giustizia; e non esiste governo che abbia provato a rispettare l'impegno.
Ora abbiamo un Governo del fare, ossessionato dalle riforme, che ha esautorato il Parlamento e lo stesso Consiglio dei Ministri, ma a questo governo, a mezzadria tra Renzi e Berlusconi, non passa neppure per la testa la situazione carceraria, alla culla oscena di troppe morti volontarie.
So già che i benpensanti, se e quando, raramente, vengono a conoscenza di un suicidio avvenuto in carcere, sono inclini a pensare che la gente si ammazza anche fuori del carcere, e che è colpa della depressione, di questo male oscuro curato a botte di pillole.
A nessun benpensante viene in mente che un suicidio in carcere sia qualcosa di molto differente. Il depresso si uccide perché si sente solo, il detenuto si uccide perchè è condannato ad esser solo, nella propria condizione esasperata, nella propria folla indicibile di pensieri.
Non credo che sarebbe una soluzione aumentare il numero degli psicologi incaricati di occuparsi dei detenuti; non credo che sarebbe rimedio aumentare il numero dei cosiddetti assistenti sociali. In Italia esiste, e quasi non esiste, un Garante regionale dei diritti dei detenuti: una figura che potrebbe essere determinante anche nel prevenire la piaga dei suicidi.
Se soltanto il Garante fosse fornito dei poteri che dovrebbero spettargli... il che non accade, è solo una illusione che si trasforma in delusione. Esistono Tribunali di Sorveglianza, che dovrebbero avere il compito di sorvegliare quello che accade in carcere, ma che si limitano a concedere o negare permessi premio, liberazioni "anticipate", altro termine orrendamente tecnico.
Alla piaga dei suicidi in carcere si può porre rimedio soltanto con una riforma della giustizia che garantisca un processo rapido e giusto, che proibisca la carcerazione preventiva, che applichi quella Costituzione che potrebbe essere la più bella del mondo, se soltanto venisse attuata; e nella quale si prevede che ogni individuo deve essere considerato innocente fino a condanna definitiva e che sancisce comunque che la pena debba avere come scopo la rieducazione del detenuto, il suo reinserimento nella vita civile.
Ma il carcere aggiunge pena a pena, moltiplica le afflizioni, spesso è luogo di tortura: in un Paese che non vuole inserire in codice oramai quasi secolare, la figura del reato di tortura. Così la gente continua a morire di carcere, nella indifferenza generale. E suonano patetiche, nel loro non essere ascoltate, le parole precise di Pannella, della sguarnita pattuglia radicale, e di qualche giornale garantista non soltanto di nome. I detenuti continuano ad uccidersi, e il loro grido di agonia si perde nel chiacchiericcio osceno della politica politicante.
di Cristina Cecchini
Il Garantista, 23 gennaio 2015
La difesa dei diritti viene spesso demandata a coloro che entrano in prigione per fornire sostegno. Ma sarebbe giusto che si costituisse un'organizzazione autonoma. Ho iniziato la mia esperienza in carcere come operatrice nel 2001, attraverso un impegno di volontariato in una piccola e virtuosa cooperativa, nata per l'inclusione dei soggetti svantaggiati. Ho lavorato in seguito per diversi progetti finalizzati al reinserimento dei detenuti ed ex detenuti, oltre che dei tossicodipendenti, dei pazienti psichiatrici, dei senza dimora, delle donne vittime di tratta, dei rifugiati. Tante sono le persone che, a vario titolo, ogni giorno entrano da esterni nell'istituzione carceraria, per attività che vanno dall'assistenza base (vestiario, sostegno all'indigenza) agli studi universitari.
Tante sono quindi le brecce aperte nell'istituzione: a Rebibbia Nuovo Complesso i permessi concessi agli esterni, negli anni, sono arrivati a un migliaio. Ora, la domanda che un operatore serio non dovrebbe mai smettere di porsi, verificando con costanza intellettuale le risposte che scaturiscono, confrontandole con la realtà che quotidianamente osserva e vive, è: quanto noi operatori siamo organici al sistema carcerario e quanto invece contribuiamo con efficacia a fornire strumenti per l'emancipazione dei ristretti?
I detenuti sperimentano (ancor di più col sovraffollamento) la situazione paradossale di doversi costruire la propria autonomia e libertà partendo da uno stato di cattività, che dell'autonomia e della libertà è l'impedimento principale. Parlando dei detenuti comuni e tralasciando le "Sezioni Alta Sicurezza", ho sempre visto la categoria come un proletariato che doveva ancora costruirsi una coscienza "di classe". Non perché il "detenuto" sia più ignorante o più limitato o meno cosciente degli altri, ma per l'esistenza di limiti non derivanti dal detenuto stesso.
Un limite molto forte è di tipo organizzativo: nell'idealtipo di lotta sociale lavorativa, gli operai lavoravano per tutta la vita in una fabbrica e lottavano in seno ad essa per il miglioramento delle condizioni e l'ottenimento dei diritti; invece il detenuto non è sempre lo stesso, sconta la pena ed esce da quella particolare fabbrica che vorrebbe solo dimenticare.
E durante il periodo della pena non c'è uno spazio consolidato di confronto sulla propria condizione, come l'assemblea, base fondamentale delle rivendicazioni di qualsiasi tipo, Anche l'impostazione fortemente premiale dell'esecuzione penale e delle misuro alternative non aiuta, non è un caso che non esista un sindacato dei detenuti, dove per sindacato non s'intende un organismo analogo agli attuali sindacati, i quali evitano accuratamente di sollevare con forza il problema del lavoro e dei diritti in carcere, ma s'intende un organismo gestito dai detenuti stessi, che difenda veramente e dal basso i loro diritti e che abbia un effettivo potere contrattuale. Mi ricordo come frequente la misura dei trasferimenti di massa in seguito a proteste anche pacifiche. Difficilmente si creano azioni collettive che poi formano un sistema di rivendicazioni stabile, consolidato ed efficiente un po' com'è stato per lo sciopero e le assemblee durante l'epoca d'oro dei sindacati. L'entrata in carcere di tanti detenuti politici negli anni 80 merita di essere portata ad esempio come stimolo unico in tal senso, ma è una spinta a mio parere esaurita da anni, almeno a livello generale.
Ci sono anche limiti prettamente teorici all'auto-organizzazione dei detenuti: il carcere è un'istituzione totale, la fabbrica no. In tal senso l'art. 27 della Costituzione italiana permette, anche se in modo forse volutamente ambiguo, questa totalità: la pena deve "tendere" alla rieducazione, e non "essere decisamente finalizzata" come piacerebbe a noi operatori. In quel tendere c'è, a monte, la possibilità per l'istituzione carceraria di essere totale, di anteporre il mantenimento dell'ordine e della sicurezza al (supremo) obiettivo della rieducazione.
Tra questi profonde limitazioni si inserisce l'operatore, che ha la funzione generale di rivendicare questi diritti in loro vece, e la sua efficacia rivendicativa dipende da fattori che non discendono dal diritto, ma dalla forza dell'associazione/cooperativa/ente che si rappresenta, dal savoir faire dell'operatore stesso, dal comportamento del detenuto: la riuscita dell'intervento dipende, alla fine, e alla faccia della professionalità costruita con fatica e gavetta, dal buon cuore dell'interlocutore in seno all'istituzione.
Il detenuto, che dovrebbe, secondo l'ottica rieducativa, sviluppare autonomia e senso critico verso se stesso, si trova invece a dover supplicare noi operatori "ad interessarci" per ottenere quello che gli spetterebbe. E tu che vorresti dire (e spesso lo dici!): "Ma che preghi!", rispondi che lo farai, e lo farai con tutto il cuore, ottenendo spesso nulla. È lì che la frustrazione cresce, e diventa insostenibile la consapevolezza che terresti anche tu quest'atteggiamento remissivo e all'apparenza poco dignitoso se fossi detenuta a tua volta.
Dalla domandina parte tutto. La sua esistenza traduce nel quotidiano la totalità dell'istituzione carceraria. È un modulo che si compila per qualsiasi richiesta da fare all'amministrazione e anche per parlare con gli operatori esterni. La parola stessa spiega più di mille saggi sociologici. Domandina ha un suono da bambini, benevolo, all'inizio: ma poi rivela un fondo grottesco, con quella richiesta alla "Signoria Vostra" di poter "parlare con un operatore". Sembra uscita da un romanzo di Kafka, la domandina.
A volte (ammetto che nelle carceri più "illuminate" questo succeda raramente, a Rebibbia per esempio c'è una lista gestita dallo scrivano, ma sono eccezioni che nel mare magno della situazione italiana rappresentano poco e comunque non cambiano la possibilità per l'istituzione di attuare giri di vite in senso opposto), anche quando segui un detenuto da tempo, e lo chiami per il colloquio solito settimanale, e non c'è la domandina, non te lo chiamano: ne hanno facoltà.
Magari la domandina è scivolata via, o il detenuto era talmente depresso che non ce la faceva a scendere dallo scrivano per compilarla, o è stato punito e non ha potuto, o forse ha tentato il suicidio e tu vorresti vederlo, capire come sta per informare poi i familiari che non hanno notizie. Ma tu quella settimana non lo vedrai, non c'è la domandina. Ma non perché la guardia, che è poi quella che materialmente ti dice: "No, oggi no", sia sadica; a volte c'è una giornata di confusione, gli agenti sono pochi, poi la situazione si tranquillizza ma ormai sono le due, "abbiamo chiuso le celle".
Allora vedi un altro detenuto che torna dal lavoro, o riprende servizio la guardia "gentile" dopo la pausa pranzo, e chiedi loro di accertarsi delle condizioni del Senza Domandina o di salutartelo che lo vedrai la settimana prossima. E sai che lo faranno, e alla fine, settimana dopo settimana, cambiano i detenuti, cambiano gli operatori e anche le guardie, cambiano i direttori e le leggi, ma la domandina sta sempre li, a ricordarti che lui è un emarginato senza diritti, tu e la guardia siete delle pedine, e che il carcere è senz'altro ancora, nel profondo, un'istituzione totale talmente potente che gli basta un foglietto che sparisce per annullare anche la semplice voce di chi ci ha a che fare.
www.radicali.it, 23 gennaio 2015
Dopo aver numerose volte sollecitato il presidente Rosario Crocetta a procedere alla nomina del Garante regionale dei diritti dei detenuti, l'Associazione Radicali Catania ha proceduto a presentare una denuncia per danno erariale alla Procura Regionale della Corte dei Conti.
Ecco il testo integrale dell'esposto: "All'Ill.mo Signor Procuratore presso la Corte dei Conti di Palermo. Il sottoscritto Luigi Alfio Francesco Recupero, nato a Catania il 27 maggio 1971, residente in Catania in via M. La Rosa Buccheri 17, in qualità di segretario dell'associazione "Radicali Catania" di Catania aderente a "Radicali Italiani", ritiene doveroso sottoporre all'attenzione della S. V. quanto segue: La legge regionale siciliana del 19 maggio 2005 n.,5, ha istituito il garante per la tutela dei diritti dei detenuti e per il loro reinserimento sociale , per la Regione Siciliana; l'art. 33 è stato successivamente integrato e modificato dall'art. 23 commi 4 e 5 della legge regionale del 22 dicembre 2005 n.19.
In virtù di detta norma, all' art.33 comma 2 l.reg. 5/2005 è demandato al Presidente della Regione il compito, con proprio decreto, di nominare il "garante". Sino al 16 settembre 2013, tali funzioni sono state svolte dal Dott. Salvatore Fleres, che in detta data ha cessato per scadenza del mandato. Era compito-dovere proprio del Presidente della Regione, pertanto, nominare altro garante, secondo i parametri specifici indicati dalla legge. Invero, il Presidente Crocetta, disattendendo un dovere impostogli dalla legge istitutiva dell'ufficio del garante, non ha proceduto ad alcuna nomina.
Tale situazione, oltre a vanificare i principi propri della legge: di garanzia e, tutela delle persone detenute, attivandosi per il loro reinserimento sociale; attività alquanto importante sia dal punto di vista sociale, che politico, considerata la situazione di grave degrado e sovraffollamento delle carceri in Sicilia; ha creato e crea notevoli danni economici alle casse della Regione Siciliana.
L'ufficio del garante dei detenuti, infatti, è costituto da uffici operativi sia a Palermo che a Catania con oltre dieci dipendenti (nelle varie qualifiche: dirigente, funzionari, istruttori, assistenti) pagati dalla Regione Siciliana. Il personale, regolarmente in servizio nelle due sedi, in mancanza del garante (unico titolare dell'ufficio) non può svolgere alcuna funzione.
Dal settembre 2013 l'Ufficio, in mancanza di titolare, non può rispondere alle continue lettere dei detenuti o dei familiari, nessuno dei dipendenti può accedere agli istituti penitenziari per i controlli previsti dalla legge (mancando il garante che avrebbe dovuto delegare). Tale situazione è stata sottoposta costantemente alla attenzione del Presidente Crocetta, sia da parte dei Radicali, che da diverse Associazioni che operano nel settore.
Posto quanto sopra, è evidente che quanto riferito, oltre ad integrare l'omissione di cui all'art. 328 c.p., ha provocato e provoca danni economici di rilevantissima entità per la Regione Siciliana, che dal settembre 2013 paga regolarmente stipendi a dipendenti che si trovano nella impossibilità di svolgere alcuna attività, nonché provvede al mantenimento di uffici regionali (in due sedi: Palermo e Catania) che, allo stato, nella mancanza del titolare, sono totalmente inattivi.
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