Adnkronos, 2 marzo 2015
Un 8 marzo in carcere, per parlare di lotta alla violenza di genere con i detenuti e di salute femminile con le detenute. È quanto avverrà alla Dozza di Bologna, in occasione della Festa della donna. Nello specifico, domani alle 9,30, una delegazione istituzionale incontrerà i detenuti della Casa Circondariale, per approfondire i temi legati agli abusi sulle donne. L'incontro sarà curato da Giuditta Creazzo, Paolo Ballarin e Gabriele Pinto dell'associazione Senza Violenza. Parteciperanno anche i consiglieri comunali di Palazzo D'Accursio Corrado Melega e Leonardo Barcelò.
Una seconda visita, il 6 marzo alle 15, coinvolgerà invece la Sezione femminile del carcere in un incontro con le volontarie del progetto "Non solo Mimosa", rivolto alle donne detenute e centrato sui temi della salute ed il benessere femminile. Le due iniziative sono state organizzate in accordo e con il pieno appoggio della Direttrice della Casa circondariale, Claudia Clementi. Gli incontri sono promossi dalla presidente della commissione delle Elette di Palazzo D'Accursio Maria Raffaella Ferri, insieme alla presidente del consiglio comunale Simona Lembi e alla Garante per i diritti delle persone private della Libertà Elisabetta Laganà.
Ma complessivamente, la Giornata internazionale della donna verrà ricordata a livello metropolitano con oltre 70 iniziative che si svolgono in oltre 30 Comuni del territorio bolognese. Per celebrare l'8 marzo alla programmazione istituzionale si affiancherà quella delle associazioni di donne del territorio, con spettacoli teatrali e musicali, incontri, letture, conferenze, tavole rotonde e mostre.
Tra i tanti incontri in programma tra febbraio, marzo e aprile, la mostra sulle donne Masai allestita al centro cultura P. Guidotti a Castiglione dei Pepoli. Il 3 marzo ad Argelato si terrà invece l'incontro con l'autrice Marilù Oliva che presenterà il suo ultimo romanzo "Le sultane" e racconterà la propria esperienza di scrittrice, donna, insegnante. E ancora, dal 4 marzo al 21 aprile ad Imola è in agenda "Contrastare la violenza sui/sulle minori", corso di formazione proposto dal Centro antiviolenza di Trama di Terre rivolto ad educatori ed insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado. Il 5 marzo a San Pietro in Casale spazio al seminario "Gaza - Italia: donne in viaggio oltre i confini della disabilità", per far conoscere la difficile situazione di isolamento culturale ed economico della popolazione della striscia di Gaza e, in particolare, delle persone più vulnerabili, le donne con disabilità.
L'appuntamento permetterà uno scambio di esperienze tra una delegazione di donne della Striscia di Gaza ed esperienze di inclusione sociale dei territori dell'Unione Reno-Galliera. Si prosegue l'8 marzo con la "Stradozza" camminata delle donne non competitiva tra le colline di Dozza, aperta alle donne di tutte le età promossa dal gruppo 'Rina e le sue amiché e l'Associazione calcio Dozzese. Le celebrazioni proseguiranno per diverse settimane. Dal 16 marzo al 14 aprile, infatti, Imola ospiterà il percorso formativo "Mutilazioni genitali femminili. Rappresentazioni sociali e approcci sociosanitari" organizzato dall'Ufficio Pari opportunità e tutela delle differenze del Comune di Bologna, e dall'associazione Trama di terre Onlus, con il patrocinio del Comune di Imola. Infine, il 19 marzo ci sarà un incontro fra le donne dell'Anpi e quelle di Srebrenica, in visita a Bologna nel quadro del programma di eventi promossi da Libera.
Agi, 2 marzo 2015
Lo ha reso noto la moglie, Ensaf Haidar. In una serie di messaggi inviati al quotidiano britannico The Independent, la donna sostiene che i giudici di un tribunale penale saudita vogliono sottoporlo a un nuovo processo per apostasia; e se fosse giudicato colpevole, a questo punto rischierebbe la pena di morte. La donna riferisce di avere notizie "preoccupanti" fornite da "fonti ufficiali" all'interno del regno. Badawi, 30 anni, è stato condannato per vilipendio dell'Islam; e la pena ha fatto infuriare la comunità internazionale: mille frustate (50 a settimana), dieci anni di reclusione e una multa di un milione di rial, pari a oltre 235.000 euro.
Al giovane per ora è toccata solo la prima 'porzionè di frustate, il 9 gennaio scorso; poi, tutte le fasi successive del supplizio sono state sempre rimandate per motivi di salute (la prima volta, il 15 gennaio, perché un certificato medico del carcere accertava che non era pronto ad affrontare la punizione, considerate le ferite riportate la settimana precedente).
Nel 2013, un giudice saudita aveva già respinto l'accusa di apostasia dopo che il blogger aveva assicurato ai magistrati di esse musulmano; in quel caso tra le prove addotte contro di lui, anche il fatto che avesse premuto il pulsante "Mi piace" sui una pagina di Facebook per cristiani arabi. Adesso si ripresenta il rischio. La donna, che nel frattempo è riparata in Canada insieme ai tre figli, a fine gennaio ha denunciato il costante aggravarsi delle condizioni di salute del marito, affetto da forte ipertensione fin dall'epoca dell'arresto, risalente al giugno 2012.
di Leonardo Rossi
Il Tempo, 2 marzo 2015
L'edificio Homan Square al centro delle polemiche per abusi e violenze sui detenuti. "Aprire un'inchiesta". Si tratta, probabilmente, del peggiore caso di abuso di potere da parte della polizia negli Stati Uniti. Più di 100 attivisti si sono riuniti a Chicago per chiedere un'inchiesta ufficiale e anche un'eventuale chiusura di Homan Square, l'edificio in uso alla polizia della città, al centro del caso peggiore di abusi incostituzionali che si sia registrato negli ultimi vent'anni. Così grave da aver dato vita a un movimento che si chiama #Gitmo2Chicago. È stato il giornale inglese Guardian a scoprire l'orrore. È riuscito a entrare in contatto con alcune vittime che hanno raccontato degli abusi e delle detenzioni, durante le quali è stato loro precluso il diritto basico di contattare il proprio legale o perlomeno i familiari.
Il gruppo di manifestanti è variegato. Proprio come in Italia. Si contano gli Anonymous e i Black Lives Matter che spingono perché si renda pubblico l'accesso all'edificio della polizia. La folla si è rivolta a gran voce direttamente al sindaco: Rahm Emanuel, che sta, tra le altre cose, correndo per una nuova rielezione, con una campagna elettorale estesa anche a una possibile riforma della polizia; questo non importa alla folla, lei vuole dal sindaco la verità.
"Il sindaco Emanuel dice "credeteci, stiamo facendo la cosa giusta". Dice l'attivista Andy Thayer della Gay Liberation Network, riferendosi al briefing che il sindaco ha tenuto, proprio riguardo quello che sta accadendo, giovedì scorso. "Mi dispiace, signor sindaco, ci hai mentito molto riguardo ad altre cose, noi non ci beviamo più quello che dici - continua Thayer - non crediamo per niente che in questo palazzo (riferendosi alla sede della polizia ndr) siano state fatte cose eccellenti". "Vogliamo - conclude - che sia chiuso subito".
Il sindaco, che era impegnato in un rally elettorale che lo ha visto incontrare più di 50mila elettori in un solo giorno, non ha detto nulla riguardo Homan Square questo sabato. Per molti manifestanti questo è un "black site" della CIA. Durante questa settimana il Guardian non ha mollato per un solo secondo il posto. Lo scoop era troppo grande. In Usa si stanno usando metodi nazisti per estorcere confessioni. Una lunga serie di avvocati ha dichiarato al giornale inglese che la polizia detiene per lunghi periodi le persone dentro Homan Square, senza il diritto di poter contattare i propri legali o le loro famiglie. Molti di loro dicono di essere stati abusati e malmenati.
Travis McDermott, uno tra i leader che hanno organizzato la manifestazione di sabato, parla riguardo al Ndaa (National Defense Authorization Act), cioè di un documento che autorizza i militari a detenere persone che sono sospettate di azioni terroristiche. Il problema, secondo McDermott, è proprio l'esistenza del Ndaa che autorizza l'uso di edifici orrendi come questo. "Il problema principale - ha spiegato - è quando all'individuo viene tolto il potere politico per contratto - non c'è paura di controllo, non c'è speranza che si autoregolino.
Loro possono negarlo, e quindi è una battaglia sulla fiducia: tra chi l'ha visto e vissuto e chi, invece, lo protegge. McDermott dice di volere delle risposte vere, serie e conclusive riguardo a Homan Square, non semplici alzate di spalle. "Il nostro scopo è arrivare a tenere in mano la smoking gun la prova ufficiale". Dice al giornale. "Perché l'onere della prova per ora sta nelle mani della polizia di Chicago". Brian Jacob Church è stato il primo detenuto a uscire allo scoperto parla al Guardian riguardo ciò che gli era successo dentro il sito. Non potendo partecipare alla manifestazione ha chiesto a McDermott di leggere una dichiarazione, scritta da lui stesso.
Lui era uno di cosiddetto "Nato Three", che ha attraverso la città per protestare contro il summit del 2012 della Nato. Church è finito detenuto per 17 ore a Homan Square, prima di essere accusato e condannato a due anni di galera, solo per aver partecipato, a quanto sembra, a una manifestazione. "Voi oggi siete qui per manifestare - c'è scritto nella sua dichiarazione - perché i diritti umani fondamentali sono stati messi in saldo al mercato". "Sentiamo che queste cose accadono sempre negli altri paesi - ha continuato a leggere McDermott - ma non ci aspettavamo che succedesse da noi".
Vetress Boyce, candidata come assessore per il 24° distretto di Chicago, dice che le comunità della città sapevano perfettamente della inclinazione all'uso della violenza da parte delle forze dell'ordine. Lei ha dichiarato di partecipare di cuore insieme ai manifestanti, chiedendo un'inchiesta lucida e pubblica sul caso che lei definisce di "tortura".
"Il problema è che abbiamo smesso di marciare quando ce n'era bisogno: abbiamo abbassato la guardia". Ha detto Il reverendo Gregg Greer, della Southern Christian Leadership Conference, ha chiesto a tutti gli altri che sono finiti dentro Homan Square di farsi avanti. "Se il Dipartimento di polizia di Chicago non ha niente da nascondere - ha detto Greer - allora apra le porte".
La polizia ha rifiutato di rilasciare ogni commento, fin dall'inizio dell'indagine del Guardian. In una nota, rilasciata a più giornali martedì scorso, il Dipartimento ha dichiarato che "tutto era secondo le norme, leggi e linee guida, riguardo ogni possibile interrogatorio di sospetti o testimoni".
Senza dire nulla riguardo ai modi con i quali i detenuti potessero contattare i loro avvocati, sempre nella stessa nota è scritto: "Se il legale avesse avuto un cliente dentro Homan Square, non ci sarebbe stato nessun problema a farglielo visitare". "Spero torniate tutti ancora - ha continuato Greer - e la prossima settimana, di mattina, lo abbatteremo se necessario. Perché dobbiamo farlo? Per la nostra libertà".
A questo punto la folla ha cominciato a urlare contro la polizia. A fine giornata, molti pensano di tornare domenica per organizzare una manifestazione lunedì vicino all'ufficio del sindaco Emanuel. Intanto Anonymous ha assicurato che comincerà una guerriglia informatica contro Homan Square. Insomma, la situazione si fa incandescente. Si profilano scontri tra la polizia e i cittadini di Chicago, stanchi dei metodi da Gestapo che le forze dell'ordine spesso usano contro sospetti e testimoni.
di Francesco Semprini
La Stampa, 2 marzo 2015
Saranno espulsi 150 cittadini riconducibili a stragi compiute nei Balcani La prima volta che il nome di Slobodan Mutic viene menzionato in un documento delle autorità americane è il 25 febbraio 2008. Si tratta di un cablogramma riservato del dipartimento di Stato, che contiene il resoconto di una visita di funzionari del ministero di Giustizia Usa in Croazia.
Al paragrafo otto vengono elencati nove nomi, nove cittadini serbo-bosniaci immigrati negli Usa, tutti sospettati dalle autorità di Zagabria di essere criminali di guerra. Mutic è ritenuto il carnefice di una coppia di civili croati uccisi durante il conflitto nei Balcani, e l'autore di violenze perpetrate nell'ambito della sistematica pulizia etnica condotta durante la guerra. In quel memo si chiede di emettere un ordine di estradizione nei suoi confronti, entro 90 giorni.
Quasi tre anni dopo il cablogramma diventa di dominio pubblico con lo scandalo Wikileaks, ma Mutic risiede ancora in Ohio dove lavora in una fonderia di Akron. Continua a essere un immigrato apparentemente qualunque, come gli altri 150 concittadini della ex Jugoslavia nei cui confronti è stata avviata procedura di estrazione, nell'ambito di una gigantesca inchiesta condotta dalle autorità giudiziarie Usa, in coordinamento con quelle dei Paesi dei Balcani.
Dieci annidi indagini L'inchiesta ha mosso i primi passi oltre dieci anni fa, quando le autorità federali del Massachusetts ordinarono l'arresto di Marko Boskic, cittadino serbo-bosniaco fermato con l'accusa di aver mentito sui suoi trascorsi militari durante la disgregazione della ex Jugoslavia e la guerra dei Balcani. Viene accusato di essere l'autore di esecuzioni nella regione di Srebrenica, e quindi deportato in Bosnia dove è condannato a dieci anni di prigione. Ma Boskic è solo la punta dell'iceberg, visto che come lui, ovvero di cittadini dal nome slavo e trascorsi con crimini di guerra, cene sono tanti altri negli Usa.
Sono giunti nella seconda metà degli Anni 90, senza essere intercettati dai radar della Giustizia, "mimetizzati" nella grande onda di profughi che lascia i Balcani a causa delle persecuzioni. Almeno 150 persone che - secondo le autorità Usa - si sono macchiate di crimini di guerra e attività di "pulizia etnica" durante le ostilità nella ex Jugoslavia. Ex soldati o affiliati a gruppi paramilitari riconducibili al leader serbo Slobodan Milosevic, che si sono integrati perfettamente nella società Usa, come ad esempio un allenatore di una squadra di calcio della Virginia, diversi impiegati di società private in Arizona, e quattro dipendenti di casinò di Las Vegas.
La maggioranza sono coinvolti nel peggior massacro compiuto dalla Seconda guerra mondiale, quello di Srebrenica del 1995, dove le forze serbo-bosniache hanno sterminato circa ottomila musulmani completamente indifesi. Un atto di "genocidio", secondo la definizione data dall'Onu nel 2004.Non solo di origine serba sono tuttavia i 150 cittadini finite nelle maglie della Giustizia e destinati alla estradizione. Come la croata Azra Basic, ad esempio, una donna del Kentucky con trascorsi come guardia carceraria in un centro di detenzione. È stata arrestata perché accusata di aver compiuto, proprio nel corso del suo servizio in guerra, torture nei confronti di prigionieri serbi, e di averli costretti a bere benzina e sangue umano. Edin Sakoc, musulmano bosniaco, è stato invece condannato per stupro, duplice omicidio e incendio doloso nei confronti di serbi nel 1992.
L'inchiesta, condotta osservando la massima riservatezza da parte delle autorità Usa, è destinata ad allargarsi, secondo quanto riporta il "New York Times". La Giustizia americana avrebbe individuato almeno 300 persone riconducibili ad atti criminali compiuti durante la guerra nei Balcani. Ma i sospetti potrebbero arrivare finanche a 600 man mano che gli inquirenti raccoglieranno altra documentazione. "Più scaviamo, più prove siamo in grado di raccogliere", avverte Michael MacQueen, esperto della Immigration and Customs Enforcement, che ha guidato diverse indagini per conto della sezione "crimini di guerra" dell'agenzia. Ciò che invece non è chiaro è quando potrebbe avvenire la deportazione, visto che a causa delle lungaggini giudiziari, in alcuni casi gli ordini potrebbero non diventare esecutivi prima del 2019.
di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 1 marzo 2015
Hanno preso carta e penna, hanno aperto il portafoglio e hanno comprato mezza pagina del Corriere della sera. Non gliela volevano pubblicare, perché diceva così: "Il Parlamento ha finalmente approvato la legge sulla responsabilità civile dei magistrati.
di Furio Colombo
Il Fatto Quotidiano, 1 marzo 2015
Chi dispone di denaro e buoni avvocati potrà minacciare il magistrato, che rischierà a sua volta di essere giudicato per buone o cattive ragioni. Propongo al ministro della Giustizia Orlando, a cui riconosco una indiscutibile onestà e una profonda incompetenza, di inviare il testo della infausta legge appena approvata dalla Camera (con cui chi ne ha i mezzi può tenere a bada i magistrati e respingere la sentenza) ad un giurista americano, chiunque, ma con un limite di credibilità e di valore.
di Cataldo Intrieri
Il Garantista, 1 marzo 2015
Due iniziative di legge del governo Renzi uniscono nella protesta avvocatura e magistratura. L'approvazione della nuova legge sulla responsabilità civile ha suscitato nella magistratura quello che in gergo calcistico si chiama fallo di "frustrazione", una reazione dettata da emotività e dal contraccolpo psicologico, piuttosto che da un reale pericolo.
di Chiara Rizzo
Tempi, 1 marzo 2015
Intervista a Beniamino Migliucci, il presidente dei penalisti italiani: "Finalmente il giudice pagherà se non valuterà i fatti o le prove in un processo". "Una legge equilibrata e molto attesa": la nuova norma sulla responsabilità civile dei magistrati supera l'esame dei penalisti italiani, come racconta a tempi.it il presidente dell'Unione camere penali italiane, Beniamino Migliucci.
di Maurizio Tortorella
Tempi, 1 marzo 2015
I "partiti" delle toghe sono centrali nel disastro della giustizia. Anche perché governano il Csm, a cui spetta il compito di amministrare le carriere dei circa 9 mila magistrati. Il ministro della Giustizia si chiama Andrea Orlando, ma purtroppo non ha il crisma del paladino. Sulle correnti giudiziarie, per esempio, nel suo primo anno da guardasigilli si è lasciato scappare appena poche parole. Mesi fa lo si è sentito ventilare "una riforma del sistema elettorale del Consiglio superiore della magistratura che diluisca il peso delle correnti". Poi, di recente, ha cambiato idea: "Eliminare le correnti è un errore".
di Maria Brucale
Il Garantista, 1 marzo 2015
Nasce la Commissione Carcere della Camera penale di Roma. Un gruppo di avvocati che si oppone alla tortura e che chiede il rispetto dei diritti dei detenuti, tra le iniziative le visite negli Istituti di pena e nei Cie.
Il mondo del carcere sta aprendo le sue porte. Il muro ideale che lo ha sempre separato dall'esterno sta cadendo. Forse è questa una visione ottimistica, forse un anelito fiducioso. Però di carcere finalmente si parla. Le sferzate punitive inferte o promesse dalla Corte Europea allo Stato italiano una volta constatata una qualità del vivere in prigione assai prossima alla tortura, hanno riacceso i riflettori su un pianeta troppo spesso dimenticato, volutamente accantonato, colpevolmente ignorato. L'attenzione non deve, però, smorzarsi.
Il decreto Renzi - inopinatamente denominato, assieme a quello che lo aveva preceduto, "svuota carceri" - finalizzato a risarcire con urgenza i detenuti delle sofferenze patite per una carcerazione inumana e degradante - ha rappresentato uno strumento normativo ambiguo, che nessuna chiarezza offriva su tempi e modalità applicative.
Il risultato è stata la paralisi dei Tribunali di Sorveglianza di tutta Italia - già afflitti da una mole di lavoro abnorme -e il prolungarsi all'infinito delle attese dei detenuti che formulavano speranzose istanze per un permesso premio, la riduzione della pena per buona condotta, l'accesso alle misure alternative al carcere, la restituzione alla vita. Il carcere merita la nostra attenzione, l'attenzione di tutti. È un luogo che ci appartiene e ci rappresenta, tutti.
Proprio in un'ottica di interesse ed attenzione crescenti si inserisce il nostro progetto. L'essenza statutaria delle Camere Penali è la promozione della conoscenza, della diffusione, e della tutela dei valori fondamentali del diritto penale e dell'equo processo penale in una società democratica.
Ormai da anni, anche attraverso il prezioso lavoro dell'Osservatorio Carcere, l'Unione delle Camere Penali si è mossa nella direzione della tutela dei diritti fondamentali. Le battaglie per il giusto processo e per la riforma dell'art. 111 della Costituzione hanno rappresentato un momento formativo importante ed hanno espresso con forza il ruolo dell'avvocato penalista nella società, una funzione di tutore del Diritto nella sua forma più alta, la garanzia dei diritti individuali, la restituzione all'uomo - con le sue legittime pretese di giustizia - della centralità nell'ambito dell'ordinamento.
Il progetto della Commissione Carcere si inalvea in un cammino già intrapreso, un cammino incessante e dinamico calato nella realtà sociale della quale il mondo delle persone detenute costituisce un segmento fondamentale. Attraverso la conoscenza di esso, l'avvocato penalista si propone come sentinella del Diritto, come creatore di spazi giurisdizionali nuovi, come portavoce autorevole di istanze troppo a lungo rimaste mute.
La commissione è composta da avvocati, iscritti alla Camera Penale di Roma, da sempre particolarmente impegnati nello studio della realtà carceraria e dei diritti delle persone detenute. Vogliamo essere una voce ferma e importante, quella delle persone private della libertà e del loro anelito di giustizia. Per questo saremo raggiungibili attraverso il fax: 06.3207040, l'email:
Nell'ambito della Commissione, saranno oggetto di studio e di approfondimento le tematiche inerenti al Tribunale di Sorveglianza; ai diritti umani delle persone private della libertà; al regime detentivo di rigore del 41 bis, ai reati ostativi - che precludono di fatto ogni accesso alla rieducazione ed alla progressione del reinserimento nel tessuto sociale - al drammatico tema dell'ergastolo ostativo, la pena di morte nascosta, lento, inesorabile stillicidio verso il crepuscolo della vita attraverso la mutilazione del bene supremo, la speranza.
Lavoreremo perché anche nei regimi di massimo rigore, le restrizioni siano autentica espressione di esigenze di prevenzione o di sicurezza e non appaiano sostenute da una bieca logica punitiva o vindice. Spesso, infatti, sfugge ogni correlazione tra esigenze di tutela e restrizioni trattamentali. Quale l'utilità, a fini di prevenzione, del ridimensionare l'aria, il vitto, l'abbigliamento, la possibilità di cucinare, di essere curati, il tempo da trascorrere con i propri congiunti, la possibilità di acquistare libri e riviste, di leggere o di studiare?
Tema di interesse sarà anche la territorialità della pena, la possibilità per il detenuto di patire la carcerazione in luoghi vicini alla famiglia. La reclusione sospende, infatti, la presenza nella società del detenuto. Diviene perno e direzione della vita non solo del ristretto ma anche della sua famiglia e suddivide i giorni in pacchi di vestiario e di alimenti, viaggi per destinazioni lontane dalla propria casa, visite di colloquio, vaglia postali, ricezione di telefonate, spese legali. Una condizione che è in sé mutilazione di vita, frattura di rapporti, interruzione di ogni attività lavorativa, esclusione.
Saranno programmate visite nelle carceri e nei Cie cui seguiranno documenti di relazione di quanto verificato e di denuncia delle criticità emerse.
Il nostro obiettivo è quello di conoscere ed approfondire la vita del carcere e le implicazioni di essa nelle sue molteplici sfaccettature. Le segnalazioni, che speriamo pervengano numerose, relative al diritto alla salute (valutazioni di incompatibilità con il carcere; effettività dell'accesso alla cura e alle visite specialistiche), all'accesso alle opportunità ri educative (rapporto con il personale deputato alle verifiche semestrali del trattamento intra murario), alla fruizione di misure alternative, al sovraffollamento carcerario ed alla conformità delle strutture penitenziarie ai parametri europei e ad ogni ulteriore aspirazione o rivendicazione di diritto, verranno tradotte in documenti di denuncia delle situazioni patologiche verificate.
Vogliamo conoscere capillarmente le pieghe dolorose della detenzione, farne oggetto di riflessione e di studio, raccogliere e catalogare dati statistici dai quali muovere, in modo costruttivo, per un'interlocuzione consapevole e concreta con la magistratura e, in generale, con gli organi politici nella direzione fattiva della salvaguardia dei diritti fondamentali dell'uomo e dei canoni del giusto processo.
Bisogna far comprendere all'esterno, che la privazione del bene supremo della libertà è, in sé, una violenta, assoluta afflizione che non può, non deve essere aggravata da una condizione del vivere inumana e degradante, che non consente di impiegare il tempo in modo costruttivo, che non offre spazi di crescita e di formazione alla mente ed al corpo, che ripiega le giornate in un vortice ciclico che si ripete all'infinito e abbrutisce, annichilisce. Il carcere è oggi afflizione, mortificazione quotidiana, negazione dei più elementari diritti, frustrazione costante della personalità, menomazione della sfera affettiva, annichilimento della natura stessa di uomini. Il carcere piega, umilia, spoglia della volontà costringendo ad accantonarla, aliena, annienta gli istinti forzando il recluso a domarli, reprimerli, sconfessarli, trasformarli, custodirli, schiacciarli.
Vogliamo che il carcere non sia un "non luogo" che confonde volti, anime e storie e, privandoli di una individualità, li mescola, informi, in un calderone di sofferenza che resta avulso dal mondo esterno. Vogliamo che volti, anime e storie appartengano a uomini che hanno forse incontrato l'errore e lo caduta ma che possono, devono, tornare alla loro vita; restituire il carcere alla sua funzione costituzionale di "rieducazione", reinserimento nella società.
Garantire che sia offerta la possibilità ad ogni persona detenuta -qualunque pena stia espiando, qualunque reato abbia commesso - di aspirare alla libertà e ad un percorso - patita la carcerazione -scevro dal pregiudizio, ad una emenda socialmente riconosciuta dal proprio errore. Leviamo i nostri scudi contro ogni regime di tortura e di vessazione, contro ogni compressione della dignità umana, padroni del nostro ruolo di difensori e garanti, dentro al processo e fuori.
Commissione Carcere - Camera Penale di Roma
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