www.vicenzatoday.it, 17 febbraio 2015
Il carcere di San Pio X ha rischiato di essere evacuato dopo lo scoppio di un incendio all'interno di una cella. In segno di protesta, i detenuti hanno distrutto tutti i mobili e bruciato i materassi, due agenti all'ospedale.
Venerdì sera una protesta è scoppiata all'interno del carcere di San Pio X: alcuni detenuti hanno prima distrutto tutti i mobili all'interno della loro cella e poi, divelti i termosifoni, hanno appiccato un incendio, bruciando i materassi e utilizzando dell'alcol come accelerante delle fiamme. Il fumo ha subito invaso i nove metri quadri della cella situata al secondo piano, facendo scattare l'allarme. Momenti di panico nell'interno dell'edifico, con il rischio di una difficile evacuazione, poi gli uomini della polizia carceraria, armati di estintori, hanno avuto la meglio sulle fiamme. Illesi i detenuti, due agenti sono finiti in ospedale a causa del fumo tossico ispirato, per loro sette giorni di prognosi.
Come riportato da Il Giornale di Vicenza, non è la prima volta che all'interno del carcere di San Pio X scoppiato delle proteste. Il penitenziario sulla carta dovrebbe ospitare al massimo 150 detenuti, ma i reclusi sono il doppio. Per questo motivo ai prigionieri è stata lasciata la libertà di girare liberamente per i corridoi, con le celle aperte, ma la situazione è ogni girono più difficile.
"È solo l´ultimo episodio - ha dichiarato Luigi Bono, segretario provinciale del Sappe. Gli operatori di polizia penitenziaria lavorano in costante stato di emergenza dibattendosi tra tagli al personale e ai mezzi di servizio. A questo si aggiunge un nuovo problema, quello della tanto decantata sorveglianza dinamica. Ci sono tensioni continue, ma si è preferito lasciare aperte le porte delle celle e far girare nei corridoi, a non far nulla, i detenuti. Si è creato così un regime aperto che ha acuito l´ozio e favorito le tensioni"
La Nuova Sardegna, 17 febbraio 2015
La denuncia di Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme". "È finito in carrozzina Gigino Milia, 68 anni, di Fluminimaggiore, ristretto nel carcere di Oristano-Massama. L'uomo, che oltre ai dolori lamenta formicolii alle mani e alle braccia, è incapace di reggersi da solo sulle gambe. Gli effetti di una patologia del midollo spinale stanno facendo registrare gravi conseguenze sulla sua autonomia".
Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", che nel ribadire la progressione della patologia segnalata dai familiari esprime "viva preoccupazione per le condizioni di vita del cittadino privato della libertà".
"Le indicazioni mediche della Cartella Clinica - ricorda Caligaris - attestano che fin dallo scorso mese di ottobre era stato suggerito dalla neurologa del Poliambulatorio di Oristano un "ricovero presso un reparto neurologico per accertamenti". Sono però trascorsi inutilmente quattro mesi e a fronte di un evidente peggioramento del quadro clinico il ricovero ospedaliero non è stato ancora eseguito".
"Appare inspiegabile - sottolinea la presidente di Sdr - il mancato accertamento diagnostico anche considerando che per il paziente detenuto, si legge nella cartella clinica, non è escluso il rischio di infarto, avendo subito in precedenza due arresti cardiaci. Un ricovero in un reparto neurologico consentirebbe di verificare le cause del grave disturbo limitando gli effetti invalidanti".
"Allo stato attuale, è impensabile che possa permanere nella struttura penitenziaria di Massama senza i necessari accertamenti. Non si tratta di metterlo in libertà ma di consentirgli di effettuare dei seri controlli che non possono avvenire dentro un carcere. È evidente che il diritto alla salute prescinde dallo stato di detenzione e deve essere garantito. L'auspicio è che si provveda al più presto - conclude Caligaris - per fermare la degenerazione in atto".
Adnkronos, 17 febbraio 2015
"In relazione ai fatti avvenuti sabato 14 febbraio nella casa circondariale di Avellino, dove, all'interno di una camera detentiva posta al piano terra della struttura, occupata da tre detenuti, sono esplose alcune bombolette tipo camping gas utilizzate per scaldare le vivande, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria rende noto che, nell'immediatezza dell'evento, ha affidato al Provveditore regionale della Campania l'incarico di svolgere attività di verifica per accertare eventuali responsabilità per l'accumulo delle bombolette oltre il fabbisogno consentito dal regolamento".
Lo scrive il Dap in una nota. Se i risultati dell'indagine interna confermeranno negligenze nei controlli, il Dap "avvierà un'azione disciplinare verso i responsabili non potendo tollerare comportamenti che possano mettere a rischio la sicurezza e l'incolumità fisica del personale e dei detenuti. Il dipartimento, nel precisare che l'esplosione non ha causato danni alla struttura, informa che la Direzione generale delle risorse materiali, dei beni e servizi e il Provveditorato regionale hanno già avviato un confronto al fine di verificare la fattibilità di istallare, nella sezione del carcere di Avellino, fornelli elettrici a induzione che eliminano l'esigenza di utilizzare le bombolette. Soluzione già attuata con ottimi risultati in alcuni istituti della Calabria e della Sardegna".
www.lametino.it, 17 febbraio 2015
"Ho appreso pochi minuti fa che il servizio di confezionamento pasti presso la mensa per il personale della Casa Circondariale di Vibo Valentia è stato sospeso, nella giornata di oggi, sembrerebbe a seguito di un controllo dell'ASP dal quale sarebbero emerse gravi criticità riguardanti l'igiene della cucina e il funzionamento degli impianti refrigeranti per le derrate alimentari". Lo comunica Gennarino De Fazio, Segretario Nazionale della Uil-Pa Penitenziari, che precisa:
"quello della scarsa igiene dei locali del carcere ove si preparano i pasti per il personale è argomento di cui si vocifera da diverso tempo. Proprio a seguito di ciò pare che il Direttore dell'istituto abbia chiesto una verifica al medico dell'ASP che stamattina avrebbe relazionato provocando, come conseguenza inevitabile, la sospensione del servizio. Il servizio di ristorazione per gli appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria e per le altre figure professionali che operano in carcere viene affidato a ditte private con procedura d'appalto all'offerta economicamente più vantaggiosa, partendo da una base economica ordinaria pari a 3,63 euro a pasto. Il logico rischio derivante da una base di aggiudicazione così bassa è che molto spesso, pur di rientrare nei costi, si possa finire per trascurare proprio qualità e igiene".
"In ogni caso - conclude De Fazio - le notizie di cui allo stato disponiamo sono ancora molto frammentarie e confuse. Invierò pertanto oggi stesso una lettera all'Amministrazione penitenziaria al fine di avere informazioni dettagliate, all'esito delle quali mi riservo di intraprendere eventuali iniziative atteso che la sospensione dell'importante ed insostituibile servizio a favore della Polizia penitenziaria, che nella maggioranza dei casi espleta turni di lavoro giornalieri di 8 e più ore continuative (peraltro non concordati con le Organizzazioni Sindacali), potrebbe assurgere anche a rilievo penale e che vi sarà da accertare pure da quanto tempo i pasti venivano confezionati in siffatte condizioni".
di Moreno D'Angelo
www.nuovasocieta.it, 17 febbraio 2015
Sicuramente un bel segnale. Oggi i capigruppo del Consiglio comunale di Torino si riuniranno nel carcere Lorusso Cotugno, dopo un sopralluogo e incontri nella struttura che ospita circa 1500 detenuti (la capienza che dovrebbe non superare i 1.100). Al centro del confronto vi saranno problematiche e emergenze della popolazione detenuta e di chi lavora in questa realtà.
Diverse e variegate le positive iniziative (l'ultima intende impiegare alcuni detenuti nelle pulizie delle strade durante l'ostensione della Sindone) che hanno caratterizzato un sempre maggiore impiego di persone recluse in lavori di ristrutturazione e nel confezionamento di prodotti del forno (pane e pasticceria).
A questo fanno da contraltare le consuete note dolenti che partono dal sovraffollamento, dalle carenze igienico sanitarie, dai temi del reinserimento, dell'assistenza e della vivibilità per chi vive in un carcere. Certamente il fatto che da tempo circa un terzo della popolazione detenuta alle Vallette possa vivere in regime di "celle aperte" per otto ore è un dato molto positivo.
L'associazione Antigone, molto impegnata e documentata sui temi carcerari, rilevava con la consueta precisione come nella struttura torinese convivessero nei vari bracci realtà molto diverse per quanto concerne la loro vivibilità.
Tornando alla notizia dell'incontro dei capigruppo consiliari in carcere è da evidenziare come queste visite, oltre ai riscontri ufficiali, abbiamo un grande impatto per chi chi è detenuto. Poter scambiare una battuta, un saluto, un sorriso e soprattutto il sentirsi seguiti come persone dagli uomini delle istituzioni (e non guardati come scimmie allo zoo), è un fatto che ha una grande importanza e infonde speranza per chi deve passare molti mesi e molti anni in cella. La cura principale che impedisce deliri e un over ricorso agli psicofarmaci si chiama lavoro e possibilità di esprimersi. L'umanità è la chiave principale che apre la strada al reinserimento.
Ansa, 17 febbraio 2015
Ha bevuto di soppiatto al supermercato una bibita che costava 1,29 euro e ha provocato un caso giudiziario che oggi, a sei anni di distanza dal fatto, è stato risolto dalla Corte d'appello di Torino. Per il marocchino Youssef M., 38 anni, condannato in primo grado a Mondovì (Cuneo) nel 2009 a due mesi di carcere, è stata pronunciata sentenza di non luogo a procedere così come aveva chiesto la difesa sulla base di alcune considerazioni in punta di diritto.
Per poter bere, l'imputato aveva strappato la linguetta della lattina, e la linguetta, a differenza di quanto sancito dal tribunale, non è un "sigillo": quindi si tratta solo di un tentato furto e non si può celebrare il processo per mancanza di querela. Youssef era stato smascherato dalle telecamere di sorveglianza e segnalato alle forze dell'ordine. L'avvocato che ha firmato il ricorso in appello, Fabrizio Bruno di Clarafono, ha dichiarato: "Ma non bastava fargliela pagare?".
www.gonews.it, 17 febbraio 2015
Si era presentato al carcere di Lucca per sostenere il colloquio con il fratello detenuto, ma il suo comportamento ha insospettito il Personale di Polizia Penitenziaria di servizio. Tanto che, a seguito degli attenti controlli, è stata accertato il possesso di hashish. Protagonista un uomo tunisino.
Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, commenta: "Questi episodi, oltre a confermare il grado di maturità raggiunto e le elevate doti professionali del Personale di Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere di Lucca, ci ricordano che il primo compito della Polizia Penitenziaria è e rimane quello di garantire la sicurezza dei luoghi di pena e impongono oggi più che mai una seria riflessione sul bilanciamento tra necessità di sicurezza e bisogno di trattamento dei detenuti.
E al Reparto di Polizia Penitenziaria del carcere di Lucca va dunque l'attestazione di stima più sincera da parte del primo e più rappresentativo Sindacato dei Baschi Azzurri, che mi onoro di rappresentare. Tutti possono immaginare quali e quante conseguenze avrebbe potuto causare l'introduzione di droga in Istituto, considerato che la presenza dei tossicodipendenti detenuti è sempre significativamente alta. Questi episodi confermano una volta di più come le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria svolgono quotidianamente a Lucca il servizio con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità in un contesto assai complicato".
di Annalisa Celeghin
Il Mattino di Padova, 17 febbraio 2015
Il rugby non è solo il Sei Nazioni. Può essere anche un viaggio, lungo poco più di 210 giorni, nelle carceri italiane: è quello che ha fatto lo scrittore Antonio Falda, ben raccontato nel libro che ha per titolo "Per la libertà. Il rugby oltre le sbarre" (Absolutely Free Editore, 14 euro, pubblicato con il patrocinio del Ministero della Giustizia, del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, della Federazione Italia Rugby e del Club Amatori Rugby).
"Il rugby non guarda come sei fatto. Ti prende con sé, comunque": così fa all'Istituto Penale Minorenni di Nisida (Napoli), nella Case circondariali di Terni, Torino, Monza, Frosinone e Firenze, nelle Case di reclusione di Porto Azzurro e Bollate (Milano). Perché lo sport libera, qualunque pena uno stia scontando, e allora per qualche ora le sbarre non esistono più e si può guardare all'insù, verso il cielo, dimenticando il resto.
In molti casi si tratta di un "rugby rivisitato e adeguato alle circostanze": la meta magari si realizza schiacciando la palla ovale contro una parete e non a terra, e i placcaggi sono off limits, si gioca al tocco, per evitare contatti troppo violenti non realizzabili su terreni particolari. Non importa: è pur sempre rugby, pur sempre sport, pur sempre un momento in cui si devono rispettare gli avversari e le regole di gioco.
Una scuola di vita, per molti magari migliore di quella avuta in passato e che non è bastata a tenerli lontani dalla delinquenza. "Vengo dall'Albania e qui in carcere stiamo tutti un po' divisi: albanesi, africani, nordafricani, napoletani, romani. Ciascuno chiuso nel suo gruppo di appartenenza. Giocare insieme ci consente, invece, di dialogare con gli altri. Prima, tra noi, non ci si poteva guardare appena appena storto che nascevano subito discussioni", racconta un detenuto della Casa circondariale di Terni. La domanda che tiene insieme le storie di questo volume è in fondo una sola: lo sport quanto può cambiare una persona incarcerata?
La risposta sta nelle parole dei detenuti, che nel rugby trovano una forma di redenzione personale; sta nell'impegno che di chi dona il proprio tempo per insegnare l'arte della palla ovale nelle prigioni. E il terzo tempo? Basta anche un solo urlo forte all'unisono di tutti i giocatori dopo una partita: libertà!
di Carlo Lania
Il Manifesto, 17 febbraio 2015
Anche ieri più di mille tratti in salvo. Vertice la Viminale. Di fronte all'aggravarsi della crisi libica e alle conseguenze che questa ha sui migranti in fuga dal Paese nordafricano, anziché ripristinae Mare nostrum l'Italia preferisce prendere tempo. Archiviata per ora ogni velleità interventista, ieri il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha scritto all'Unione europea chiedendo maggiori finanziamenti e più mezzi aeronavali per controllare il Mediterraneo e in particolare per rafforzare Triton.
"È più che mai necessario che l'Ue risponda in maniera adeguata, incrementando solidarietà e condivisione di responsabilità a livello europeo", ha scritto il titolare della Farnesina in una lettera indirizzata all'alto rappresentante per la politica estera dell'Ue Federica Mogherini, al vicepresidente della commissione europea Frans Timmermans e agli altri sei commissari europei che il prossimo 4 marzo si riuniranno per discutere di immigrazione. Riunione voluta dalla Mogherini all'indomani dell'ultima strage di Lampedusa, e che sulla carta dovrebbe decidere se e come cambiare Triton, la missione europea che ha sostituito Mare nostrum e rivelatasi un fallimento.
Il problema è che l'aggravarsi della crisi nel Paese nordafricano e l'avanzata dei fondamentalisti dell'Isis richiederebbero interventi più tempestivi. I migranti vengono accatastati in capannoni alla periferia di Tripoli dai trafficanti di uomini, che decidono quando farli partire verso l'Europa. Un flusso continuo che rischia di provocare nuove stragi, come dimostrano i barconi carichi di uomini, donne e bambini che continuano ad affollare il Canale di Sicilia anche quando le condizioni del tempo non lo permetterebbero.
Dopo i 2.225 salvati domenica scorsa dalle motovedette dalla Guardia costiera coordinate dal Centro nazionale di soccorso di Roma, ieri in diverse operazioni ne sono stati tratti in salvo altri 1.088 divisi tra Pozzallo, Trapani e Lampedusa. Altri 265 sono stati invece recuperati dalla nave Fiorillo della Guardia costiera e arriveranno in Italia stamattina.
Un susseguirsi di sbarchi che ha fatto scattare l'allarme al Viminale e convinto il ministro Alfano a convocare un vertice per discutere della nuova emergenza legata all'alto numero di arrivi e per un esame della situazione libica. La situazione, almeno per quanto riguarda la possibilità d accoglienza, al momento sembra essere sotto controllo. "Per ora il sistema regge", spiegano al Viminale.
"Il problema è vedere cosa accadrà nei prossimi giorni e se gli arrivi continueranno ad aumentare". Per questo dal ministero sono state allertate tutte le prefetture, specie quelle del Nord, perché con i comuni reperiscano altri posti letto. Si calcola che sull'altra sponda del Mediterraneo ci siano almeno 600 mila profughi che cercano di fuggire dalla guerra. Se anche una piccola parte questi dovesse essere imbarcati dai trafficanti, l'impatto, sia dal punto di vista logistico che per quanto riguarda l'opinione pubblica, potrebbe essere difficile da gestire.
Ma l'incognita non riguarda solo i profughi. Ad allarmare il Viminale c'è anche quanto accaduto domenica pomeriggio nel canale di Sicilia, quando un gommone con cinque uomini armati di kalashnikov hanno fronteggiato l'equipaggio di una motovedetta della Guardia costiera al termine di un'operazione di soccorso riprendendosi il gommone sul quale avevano viaggiato i migranti, Un fatto inedito, perché finora gli scafisti erano sempre scappati davanti alle nostre navi, reso ancora più grave dal fatto che i criminali hanno sparato contro l'equipaggio, che non ha risposto al fuoco. "I nostri mezzi, a seconda della missione, hanno a bordo delle armi. Ma cosa sarebbe accaduto se avessimo usato quelle in dotazione?
Quanti rischi avremmo corso?", ha spiegato ieri l'ammiraglio Felice Angrisano, comandante delle capitanerie di porto. "Avevamo l'esigenza che non solo il nostro equipaggio, ma le 200 persone appena soccorse non corressero alcun rischio. Ecco perché le armi sono rimaste all'interno della motovedetta". In ogni caso, ha concluso l'ammiraglio, il nostro compito è di continuare a tentare di salvare vite in mare e questo continueremo a fare".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 17 febbraio 2015
il soccorritore prepara il defibrillatore ma il ragazzo è già in rigor mortis, "perché dire che respirava ancora?". Era morto a causa di un malore all'interno del Centro di Identificazione ed espulsione di Bari, ma è giallo sul decesso.
Tante sono le domande e finora nessuna risposta. Domande poste anche da un operatore del Cie di Bari, il quale ha deciso di riferire i suoi dubbi sul decesso del 25enne egiziano, stroncato il 7 febbraio - secondo le fonti ufficiali - da un arresto cardiorespiratorio irreversibile, al giornale on line "quotidiano italiano" di Bari. I fatti sono questi.
Dopo la segnalazione dall'interno del Cie, al quartiere San Paolo, la centrale operativa del 118 manda per primi sul posto un'ambulanza Victor (con i soli autista e soccorritore a bordo). È un codice rosso. Giunti nella struttura, qualcuno del personale in servizio al Cie avrebbe affermato che l'ospite respirava ancora fino a un minuto prima dell'arrivo dei soccorritori. L'operatore del 118 prepara il defibrillatore e inizia il massaggio cardiaco constatando, però, che l'egiziano è ormai in rigor mortis. È rigido e presenta già alcuni lividi sulla pelle. In altre parole significa che sarebbe morto almeno da un'ora. "Perché dire che respirava ancora fino a poco prima?", si domanda l'operatore che ha scelto l'anonimato.
Un paio di minuti dopo, da un'altra postazione sopraggiunge l'ambulanza con a bordo il medico, che dà subito l'ordine di interrompere il massaggio cardiaco. A quel punto si procede col tracciato per venti minuti prima di constatare il decesso. In molti sono convinti dell'arrivo del medico legale per accertare le reali cause del decesso. Ma non arriverà.
"E se non si fosse trattato di un arresto cardiaco? Se la morte fosse stata procurata? Se fosse stato un abuso di medicinali o altre sostanze?", domande poste sempre dall'operatore. Il paziente sarebbe stato trovato in infermeria con il nasello dell'ossigeno inserito. Una procedura giudicata da molti inutile in quelle circostanze. Se realmente il paziente era in rigor mortis quando sono arrivati i soccorsi, perché si è aspettato tutto quel tempo prima di allertare il 118? Non poteva essere rianimato prima che ci provasse il personale del 118? La struttura è dotata di un defibrillatore? Le domande ancora senza risposta sono troppe.
Una vicenda che presenta oggettivamente dei lati oscuri. Quindi è necessario fare chiarezza per rispetto di quel ragazzo di 25 anni che, forse, si sarebbe potuto salvare. Speriamo che la procura apra delle indagini: forse un aiuto potrebbe arrivare proprio dal defibrillatore che registra anche le conversazioni quando è acceso.
Il Cie di Bari d'altronde è conosciuto per il suo degrado. A novembre scorso una delegazione di "LasciateCIEntrare" si era recata nel centro barese in compagnia dei deputati Erasmo Palazzotto (Sel) e Annalisa Pannarale (Sel) e dell'avvocato Luigi Paccione, della Class action procedimentale di Bari che si è battuta per la chiusura del Cie, e hanno riscontrato la situazione disumana dei 71 migranti che occupano tre moduli su sette.
Tutti assieme avevano riscontrato la violazione dell'ordinanza del giudice del 9 aprile del 2014 che ordinava "al ministero dell'Interno e alla prefettura di Bari di eseguire, entro il termine perentorio di 90 giorni, i lavori necessari e indifferibili per garantire condizioni minime di rispetto dei diritti umani nel Centro di identificazione ed espulsione di Bari".
I lavori, in particolare, secondo quanto disposto dovevano essere eseguiti soprattutto nei dormitori. I migranti avevano raccontato alla delegazione di non poter scegliere gli avvocati per essere difesi, del cibo scadente, del divieto a usare smart phone "per impedirci - hanno denunciato - di inviare all'esterno le immagini del luogo in cui viviamo". Hanno detto di vivere "come cani" e di sostare nel Cie ben oltre i giorni di permanenza prescritti per legge, propedeutici per l'avvio del rimpatrio.
Le sbarre - aveva denunciato la delegazione - sono dappertutto. Nei corridoi i vetri delle finestre sono rotti. Piove dal tetto nelle sale benessere e in camera da letto. I bagni riuniscono docce e vasi alla turca in un unico box senza privacy alcuna. I lavandini vengono usati anche come lavatoi per gli indumenti che lì rimangono a sgocciolare per un bel po'.
"Ciò che era stato prescritto dal giudice non è stato portato a compimento", aveva commentato Paccione della class action e procedimentale. "Per noi il sistema Cie non è riformabile, ma da chiudere - aveva aggiunto Gabriella Guido di LasciateCIEntrare - i Cie sono militarizzati in maniera talmente eccessiva che presuppongono una criminalizzazione sociale inammissibile. È stata una visita blindata che non ha ragione d'essere, perché abbiamo incontrato migranti che in molti casi vorrebbero tornare nei paesi d'origine e aspettano un vettore".
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