Redattore Sociale, 30 gennaio 2015
Alessandra Naldi critica la ricostruzione fatta dal Sappe sull'aumento di casi di violenza dopo l'introduzione del progetto di vigilanza dinamica. E aggiunge: "Si deve pensare a creare un sistema dove la persona non sia deresponsabilizzata"
"A quanto mi risulta non sono aumentati i casi di aggressione agli agenti penitenziari". Alessandra Naldi, garante dei detenuti di Milano, non è d'accordo su quanto afferma il Sappe circa l'aumento delle aggressioni sugli agenti dall'inizio del progetto di vigilanza dinamica un anno fa. Il progetto prevede la libera circolazione nelle sezioni e l'apertura delle celle per otto ore al giorno.
A questo s'aggiunge un'applicazione solo parziale del progetto: "Non è solo muoversi con più libertà nelle sezioni. Si deve pensare a creare un sistema dove la persona non sia deresponsabilizzata". La sorveglianza dinamica "non va nemmeno concepita come mettere videocamere dappertutto, altrimenti non cambia nulla se non l'utilizzo di un mezzo diverso", prosegue la garante.
Continuano a mancare gli investimenti sul lavoro in carcere e questo tarpa le ali alle possibili attività da svolgere nelle ore fuori dalla cella. A questo si aggiunge una scarsa apertura di certi istituti nei confronti anche del volontariato: "Basterebbe questo a riempire le giornate, ma nonostante i proclami il mondo del carcere fa ancora molta fatica ad aprirsi alla società civile", continua Naldi. Alla penuria di fondi si aggiungono le ombre gettate sul mondo delle cooperative carcerarie dall'inchiesta Mafia capitale, in cui erano coinvolte anche organizzazioni che lavorano con il carcere. "Serve un controllo continuo su chi ha in gestione gli appalti", aggiunge Naldi. "Sento spesso detenuti assunti che non percepiscono il salario - conclude Naldi. L'attività lavorativa in carcere deve essere un'occasione per costruire la vita all'uscita dal carcere".
di Alfredo Barbato
Il Garantista, 30 gennaio 2015
Il ministro: "Riforma penale equilibrata, il Procuratore Roberti e con noi". L'Anm: "Governo timido". Ci sono due fronti, tra governo e magistratura. Il primo è quello più difficile, che tocca gli interessi delle toghe in modo diretto, e riguardale loro ferie.
L'altro è più tecnico ed è relativo alla prescrizione. Nonostante le misure previste dal disegno di legge sul processo penale siano molte e tocchino diversi aspetti, il vero nodo è sulla prescrivibilità dei reati. E il motivo non è difficile da comprendere. I magistrati chiedono di non concedere agli imputati la possibilità di ricorrere a eventuali espedienti dilatori per far raggiungere al processo il tempo massimo di durata.
L'obiettivo delle toghe è quello di poter avere in pugno la macchina della giustizia penale e di poter svolgere le indagini secondo tempi quanto più larghi possibile. È proprio questo l'aspetto che viene fatto rilevare dai penalisti. È successo anche ieri, in un'animata puntata di Radio anch'io, su Radio 1, in cui sono intervenute tutte le parti in causa, e tra queste anche il presidente dell'Unione Camere penali Beniamino Migliucci. Il quale ha ricordato come gran parte dei reati, circa due terzi, cada in prescrizione quando si è ancora nella fase delle indagini preliminari. Sono statistiche diffuse dal governo, e in particolare dal viceministro della Giustizia, Enrico Costa.
Il nodo del contendere è chiaro: i pm chiedono di essere liberi di indagare quanto vogliono. E per questo, attraverso alcuni esponenti di punta della magistratura come Piercamillo Davigo, invocano una riforma che preveda di interrompere la prescrizione già dopo il rinvio a giudizio, in modo da sfruttare a fini investigativi tutto il tempo disponibile per quello specifico reato. Le Camere penali dicono il contrario, e Migliucci ricorda come "non serva allungare i processi, la cui durata va ragionevolmente ridotta".
Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha scelto una via intermedia. Interrompere il decorrere dei termini di prescrizione per due anni in caso di condanna in primo grado e per un altro anno per chi viene condannato in appello. Limitare l'interruzione ai soli condannati dovrebbe essere sufficiente a placare le preoccupazioni della magistratura sulla strumentalità delle impugnazioni.
L'interruzione non si applica a chi viene giudicato innocente e subisce il ricorso in appello dell'accusa perché è evidente che in quel caso non c'è strumentalità alcuna nel comportamento processuale dell'imputato. A questo si aggiunge l'innalzamento delle pene per i reati di corruzione che il Guardasigilli ha proposto come emendamenti al ddl Grasso. Riguardo al percorso parlamentare, si dovrà dare però precedenza ai lavori della commissione Giustizia di Montecitorio, dove un disegno di legge sulla prescrizione in gran parte analogo agli intenti del ministro è già avviato.
Sul quel testo il governo interverrà con degli emendamenti. In ogni caso l'impianto che dovrebbe uscire dalla Camera è difeso da Orlando a dispetto dei rimbrotti dell'Anni. E in diretta su Radio anch'io, il ministro non manca di opporre alle perplessità del presidente dell'Associazione magistrati, Rodolfo Sabelli, il parere favorevole espresso dal procuratore nazionale Antimafia: "Roberti ha parlato della proposta di intervento sulla prescrizione del governo come di un accettabile punto di equilibrio".
Poi Orlando ammette: "Forse su questo non ci sono verità assolute. Tenere conto dei diversi interessi che vanno contemperati è un modo di legiferare saggio". In ogni caso il Guardasigilli si è detto disponibile "a discutere sulla norma, su come renderla più funzionale, non in astratto ma in funzione di quali sono le principali fonti che portano alla prescrizione".
Sarà una discussione difficile. Sabelli lo lascia capire chiaramente: "Sembra che a volte il governo abbia paura del proprio coraggio. Tante volte le proposte o non vengono fatte con la determinazione necessaria oppure sono fatte ma poi è come se ci fosse una marcia indietro", dice il numero uno dell'Anni sempre in diretta sulle frequenze di Radio 1 Rai. La situazione resta tesa. Ma è facile prevedere che così sarà a meno che l'esecutivo non faccia un improbabile passo indietro sulle ferie, l'altro oggetto del contendere. Che forse pesa più della prescrizione.
Aise, 30 gennaio 2015
Verrà presentato il 3 febbraio prossimo a Roma il volume di Patrizio Gonnella "Detenuti stranieri in Italia. Norme, numeri e diritti". Durante l'incontro verranno illustrati i dati relativi alla presenza dei detenuti stranieri nelle carceri italiane, suddivisi per nazionalità e per credo religioso, oltre che per età, legame famigliare e titolo di studio. Verrà inoltre riportato il dato relativo a quanti di questi detenuti siano in custodia cautelare, quanti appellanti e ricorrenti, quanti in esecuzione penale e in esecuzione penale esterna. Altro dato che sarà presentato è quello del tipo di reato per il quale vengono reclusi gli stranieri nel nostro paese.
Sarà presentato inoltre il quadro normativo che, nel corso degli anni, ha fatto sì che il numero di stranieri nelle nostre carceri sia progressivamente aumentato.
Il volume, realizzato grazie all'attività di ricerca dell'Associazione Antigone con il sostengo di "Open Society Foundation" ed edito dall'Editoriale Scientifica, è il primo lavoro di questo genere realizzato in Italia. La presentazione si terrà alla Libreria del Viaggiatore, via del Pellegrino 78, a partire dalle 11. Insieme all'autore interverranno Silvana Sergi (Direttrice del carcere di Regina Coeli), Marco Ruotolo (Ordinario di Diritto Costituzione, Università Roma Tre) e Abudl Matahar (Mediatore culturale Associazione Medea).
La Libreria del Viaggiatore, è la redazione della Round Robin, casa editrice che da anni promuove iniziative letterarie nelle carceri. Con il progetto "un libro ti fa evadere" la Round Robin ha raccolto, grazie ai suoi lettori, decine di volumi poi inviati nelle carceri che ne hanno fatto richiesta. Contestualmente la giovane casa editrice ha promosso presentazioni di alcuni titoli in catalogo, proprio all'interno delle carceri incontrando i detenuti.
Agenparl, 30 gennaio 2015
Il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria sostiene e promuove i progetti sportivi nelle carceri italiane ed è impegnato in un attento recupero degli impianti affinché in tutti gli istituti penitenziari lo sport possa diventare una pratica diffusa e occasione di una sempre maggiore partecipazione della società alla vita detentiva. Lo sport in carcere offre alle persone detenute la possibilità di contribuire al benessere psico-fisico e ad apprendere il rispetto per le regole e per l'avversario. Sport come attività individuale ma anche come gioco di squadra, rispetto delle regole e dell'avversario. Grazie al contributo di società e associazioni sportive, delle Federazioni e del Coni, nelle carceri italiane nel tempo si sono costituite vere e proprie squadre sportive, dal calcio, al volley al rugby, che partecipano a campionati "ufficiali" e che gareggiano con squadre esterne nelle strutture sportive degli istituti penitenziari.
Il rugby è tra gli sport che negli ultimi anni ha maggiormente attirato attenzione e curiosità anche nella stampa sportiva; attualmente viene praticato in otto istituti. La prima partecipazione a un campionato ufficiale di una squadra composta da detenuti risale al 2011. Nata nella casa circondariale di Torino "Lorusso-Cutugno, "la Drola", questo il nome della squadra, è nata per volontà della direzione e dell'associazione "Ovale oltre Le sbarre", facendo da apripista alle altre esperienze attive presso le carceri di Bologna, Monza, Frosinone, Terni, Bollate, Firenze, Porto Azzurro. Al racconto di queste esperienze è dedicato il libro "Per la libertà. Il rugby oltre le sbarre", di Antonio Falda, patrocinato dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, dalla Federazione Italiana Rugby e dal Club Italia Amatori Rugby, dal 28 gennaio in libreria, un viaggio fra le carceri italiane alla scoperta del rugby, che si fa strumento sociale e occasione di recupero. Una ricerca appassionante su come la pratica sportiva incida nell'animo delle persone. Storie di detenuti che nel rugby cercano il riscatto personale, di operatori che impegnano il proprio tempo libero per andare a insegnare il rugby in carcere. Di uomini della Polizia Penitenziaria che queste attività le hanno volute, permesse, promosse.
L'autore si è recato nel carcere minorile di Nisida, e negli istituti detentivi di Terni, Torino, Monza, Frosinone, Porto Azzurro, Bollate e Firenze. Lì ha incontrato gli operatori esterni, gli educatori/allenatori, i direttori, i comandanti della polizia penitenziaria e naturalmente i detenuti, per vivere direttamente queste esperienze.
Il Capo del Dipartimento Santi Consolo ha accolto con grande interesse i risultati positivi fin qui raggiunti dalla pratica del rugby negli istituti penitenziari ed ha già impartito direttive, affidando al responsabile del gruppo sportivo della Polizia Penitenziaria "Fiamme Azzurre" Marcello Tolu l'incarico di effettuare una ricognizione degli impianti sportivi esistenti; sarà così predisposto un piano di recupero di quelle strutture che necessitano di interventi di ristrutturazione al fine di estendere l'esperienza, in collaborazione con la federazione italiana Rugby.
Direttive programmatiche sono state concordate con il responsabile delle Fiamme Azzurre per migliorare gli impianti sportivi dell'Amministrazione e renderli fruibili al personale di Polizia Penitenziaria e alle loro famiglie, con previsione di specifiche attività sportive, supportate dagli atleti delle Fiamme Azzurre; saranno previsti corsi di rugby, in collaborazione con la Federazione Italiana Rugby.
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 30 gennaio 2015
Oggi abbiamo tutti il dovere di stare dalla parte di Erri De Luca. Non perché sia particolarmente simpatico o perché sia un poeta particolarmente ispirato o perché capace di avere il coraggio delle proprie idee. No. Abbiamo questo dovere in quanto mi pare davvero assurdo che egli sia stato rinviato a giudizio - e venga ora giudicato - per aver detto pubblicamente che la Tav va "sabotata". Apriti cielo! Reo di aver toccato ciò che non lo può essere, De Luca è stato accusato di istigazione a delinquere e viene perciò processato, rischiando la pena della reclusione da uno a cinque anni.
Ora, bisogna sapere che il reato di istigazione a delinquere non solo pone gravi problemi - da sempre - circa i limiti della condotta punibile, ma soprattutto rappresenta la tipica espressione della punizione di un pensiero espresso ad alta voce, con tutti i dilemmi giuridici che ciò comporta. Si può punire il pensiero, sia pure espresso a voce alta? In Italia, si può. So già cosa si potrebbe rispondere: molti direbbero che anche attraverso il pensiero espresso ad alta voce si possono commettere illeciti: si può, per esempio, ingiuriare, diffamare, calunniare. E si può appunto anche istigare altri a commettere un reato.
Tuttavia, occorre che siano presenti alcune condizioni specifiche che, peraltro, la giurisprudenza ha elaborato in modo abbastanza preciso e concorde. È stata infatti la Corte di Cassazione a precisare che occorre innanzitutto che il pensiero espresso abbia in sé la capacità di indurre davvero alla commissione di un reato. Nel caso specifico, il termine sabotare può avere in lingua italiana diversi significati, non necessariamente legati ad atti di violenza materiale o personale. Si dà il caso, infatti, che esista anche il sabotaggio in senso politico, sotto forma di ostruzionismo parlamentare; in senso mediatico, sotto forma di silenzio-stampa; in senso intellettuale, sotto forma di opposizione ideale. E allora?
Come si fa ad affermare con certezza che il sabotaggio di cui parlava De Luca volesse istigare alla violenza e solo alla violenza ? Non basta. È sempre la Cassazione a pretendere - ai fini della configurazione del reato di istigazione a delinquere - che l'espressione adoperata sia capace di innescare concretamente nei suoi destinatari il proposito effettivo di commettere un reato. Non è sufficiente una generica approvazione né una difesa di un eventuale illecito, ma è necessario che esista fra chi si esprime e i destinatari di quella espressione una relazione tale da far sorgere il proposito concreto di commettere quel determinato reato.
Ebbene, non ci vuole molto a vedere come nel caso contestato a De Luca né la prima né la seconda condizione siano presenti, rendendo davvero incomprensibile lo svolgimento del processo. Ciascuno sa bene infatti che De Luca è un poeta e che - giustamente - vede il mondo con gli occhi del poeta, è un pensatore solitario ma socialmente solidale che dice ciò che pensa spesso in modo provocatorio e controcorrente. Ma davvero è possibile scorgere in lui, fonte delle espressioni incriminate, il bieco germinatore di orribili delitti? E che sia addirittura capace, in modo dopo tutto vigliacco, di spingere gli altri a commetterli, mentre lui se ne sta comodamente seduto davanti al caminetto?
In realtà, a pensarci viene da ridere, per l'abnormità del ruolo che l'accusa vorrebbe cucirgli addosso come nulla fosse. Ed invece, da ridere c'è poco, pochissimo, perché si sta celebrando un vero processo penale. Dobbiamo aggiungere che se ci trovassimo in un sistema di "common law" - ove il pubblico ministero, prima di agire, deve preoccuparsi di come e quanto l'accusa saprà reggere alla prova di un dibattimento - questo processo non sarebbe neppure stato pensato, immaginato: infatti, il pubblico ministero avrebbe da temere non solo le reprimende pubbliche del giudice e il biasimo della compagine sociale, ma anche gli effetti negativi che di sicuro si determinerebbero sulla propria professione.
Ma l'Italia è un Paese diverso. Qui è possibile imbastire, tranquillamente e sapendo di non aver nulla da temere, un processo sbagliato in partenza perché delle due l'una: o si concluderà con una assoluzione di De Luca, ed allora saranno tempo e risorse sprecate; oppure si concluderà con una condanna, ed allora si sarà posata una pietra tombale sulla libertà di pensare e di parlare. Capisco bene che a molti va bene così. Ma non a quelli che hanno a cuore le ragioni della giustizia, di questa dea negletta e misconosciuta, dalla quale tuttavia dipende la vita associata di tutti noi.
di Enrico Novi
Il Garantista, 30 gennaio 2015
Su una rivista specializzata non sarebbe mai uscito, ma è costato troppo e lo difenderanno con i denti, anche se è una bufala.
C'è o non c'è? Sulla prova regina contro Giuseppe Bossetti si rischia di aprire un processo bis. Stavolta i ruoli dell'accusa e della difesa rischiano di assumerli direttamente i genetisti. Sul banco degli imputati ci finisce l'esame del dna effettuato dal Ris dei carabinieri. Secondo la perizia meno entusiasta, in quel test c'è più di un elemento poco chiaro.
Almeno due anomalie, sostiene il dottor Carlo Previderé, genetista dell'università di Pavia incaricato, per giunta, dalla Procura. Secondo altri scienziati non cambia nulla: è questa per esempio l'opinione di Giuseppe Novelli, dell'università di Tor Vergata. Abbiamo intervistato il professor Alessandro Meluzzi, docente di genetica del comportamento, il quale dice: "Nel dna niente di scientifico, ma hanno speso troppo e non lo ammetteranno mai".
L'avvocato di Bossetti, Claudio Salvagni, sostiene che la Procura non intende riconoscere contraddizioni più che evidenti. Il procuratore capo di Bergamo Giuseppe Dettori dichiara invece che "la prova del dna non è in discussione", in accordo dunque con quanto sostengono il professor Novelli e numerosi altri scienziati.
Come finirà al processo vero? Impossibile stabilirlo a furia di perizie che sembrano affermare l'uno il contrario dell'altra. Si può provare con un giudice terzo. Un non genetista, possibilmente. Alessandro Meluzzi, psichiatra ed ex parlamentare di Forza Italia, è immune dal "vizio" di essere un vero e proprio tecnico della materia, condizione che come si è visto non aiuta a fare chiarezza. "Ma vorrei fare delle considerazioni generali, anche sulla base del fatto che oltre ad esercitare la professione di medico psichiatra ho insegnato Genetica del comportamento umano alla scuola di Psicologia clinica dell'università di Siena. La logica della materia non mi sfugge".
Ecco, professore: chi ha ragione secondo lei?
"Il fatto stesso che esistano delle anomalie dovrebbe spingerci a non considerare come assoluto il valore dell'esame del dna effettuato nelle indagini per la morte della povera Yara".
Quindi non si può dire che quell'esame sia una prova contro Bossetti.
"Direi di no. Se in un esperimento c'è un dato controverso, questa controversia si irradia su tutto il resto. Se fosse uno studio da pubblicare su una rivista scientifica, l'esame del dna effettuato dal Ris dei carabinieri sarebbe buttato via".
Secondo lei non ha validità scientifica?
"Hanno comparato il dna mitocondriale delle formazioni pilifere trovate sui leggins della bambina con quello di centinaia di donne, non con quello di Bossetti. In quei reperti non c'è nulla che rimandi all'indagato".
E poi c'è la questione del dna nucleare di Bossetti trovato sugli slip di Yara che non è accompagnato dal dna mitocondriale.
"È una discordanza significativa. Il dna mitocondriale è sicuramente di provenienza materna. Avremmo dovuto trovare un dna mitocondriale uguale a quello della madre di Bossetti. Alcuni studiosi tendono ad avvalorare comunque il test e dicono che possono essersi verificati eventi di vario tipo, a cominciare dalla degradazione biologica. Può esserci stata una contaminazione, ma anche un errore sperimentale. Un test del genere andrebbe ripetuto più volte Chi conosce la medicina sa che essa contiene l'errore".
Quindi Bossetti verrà assolto?
"Sono sicuro del contrario. C'è un quadro che tende a cristallizzarsi, ed è tutto a lui sfavorevole. Negli Stati Uniti sarebbe già stato scarcerato. Una prova come quella del dna, in America, non può portare alla condanna. Il motivo? Semplice: è una prova non ripetibile in dibattimento. Quando cioè possono verificarne la correttezza entrambe le parti".
Torniamo all'esame, scusi: lei dice che non dà certezze assolute, a maggior ragione in questo caso.
"Non bisogna trasformare la prova scientifica in un idolo. L'esame del dna non va ipostatizzato. È un elemento penetrante ma non esaurisce il processo. Andrebbe confrontato con gli altri dati. Nello specifico, il movente, la dinamica. Con il fatto per esempio che nel furgone di Bossetti non ci sono tracce riconducibili a Yara. E poi il testimone che parla 4 anni dopo".
Cosa farebbe al posto degli avvocati?
"Tenterei la strada dell'incidente probatorio. Farei rifare a Bossetti tutto quello che ha fatto quella sera".
La famiglia Gambirasio ha avuto un comportamento esemplare.
"Non metto in dubbio che si tratti di persone davvero corrette. Il che però non può far escludere un'altra cosa. E cioè che sospettino tutto un altro retroscena".
A cosa si riferisce?
"Il papà di Yara era presidente della commissione edilizia. Sovrintendeva a cantieri in cui lavoravano centinaia di immigrati, molti dei quali irregolari. Lui stesso potrebbe sospettare che all'origine di quel mostruoso delitto ci fosse la volontà di intimidirlo. Non sembra si tratti di uno stupro".
Sulla base di cosa può dirlo?
"Alcuni aspetti. Quei segni dietro la schiena, che ricordano certi segnali mafiosi. Lo scenario di cui dicevo un attimo fa, che finora l'inchiesta ha sottovalutato. Il fatto che dovremmo trovarci di fronte a un predatore sessuale che arriva alle soglie dei quant'anni senza accumulare un solo precedente specifico. Si innamora perdutamente di una bambina di 13 anni e poi la uccide in quel modo. È un quadro che non mi ha mai convinto, neanche un po'. L'unico dato che si presume granitico? Quello del Dna. Che però inizia a sgretolarsi".
Non la pensano così molti genetisti.
"Non parlano chiaro, non spiegano davvero cosa potrebbe essere successo. La loro è una sorta di esoterismo".
A cui, dice lei, si associa il fideismo con cui gli inquirenti scommettono su questa prova.
"Una cosa è la scienza, altra è lo scientismo. E qui ne vedo molto. Ha mai sentito parlare di un ospedale in cui non si commettono errori? Possibile che l'unico in cui non se ne verificano è il laboratorio dei carabinieri? Allora affidiamo a loro la ricerca sul cancro. Ho l'impressione che a questo punto si tratti anche di un problema di soldi".
Cosa intende dire?
"Il fatto che per questo esame del dna sono stati fatti investimenti ingentissimi. In laboratorio sono state eseguite 21mila prove. Se si scoprisse che non sono servite a nulla la cosa risulterebbe sconveniente. Eppure, ripeto, con le anomalie che la perizia del dottor Previderé ha fatto emergere, se si trattasse di un lavoro per una rivista scientifica chiederebbero agli autori dello studio se per caso hanno trovato la provetta in un gabinetto. Come si fa a costruirci sopra una condanna?".
di Davide Milosa
Il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2015
Dopo il pronunciamento della Cassazione, il fotografo rischia di dover scontare 13 anni di carcere, l'ultima speranza è il nuovo Capo dello Stato.
In carcere ci sta da due anni. Casa circondariale di Opera (Milano), struttura di massima sicurezza che accoglie ospiti di riguardo come Totò Riina. Certo Fabrizio Corona non è recluso al 41 bis. La situazione resta comunque grave. Vuoi perché l'ex re dei paparazzi soffre di problemi psichici, vuoi perché ora, dopo la sentenza della Cassazione che ha bocciato lo sconto di pena a nove anni disposto dal gip di Milano, Corona rischia di dover scontare un cumulo di tredici anni. Lo sconto era stato definito circa un anno fa.
E, dunque, prima dell'ultima decisione dei supremi giudici, considerando il periodo già trascorso in carcere sommato alla detenzione preventiva scontata per "Vallettopoli" a Corona mancavano 6 anni e 8 mesi. Poi la doccia fredda da Roma. I legali del fotografo hanno fatto sapere che a breve invieranno al capo dello Stato una richiesta di grazia parziale. In sostanza non si chiede la liberazione, ma quantomeno gli arresti domiciliari se non addirittura i servizi sociali. Ad oggi, infatti, Corona non può accedere a pene alternative a causa della condanna a cinque anni per estorsione aggravata.
Insomma, se la pubblica opinione ormai sembra aver perdonato i colpi di testa del fotografo, non paiono della stessa opinione i giudici che non fanno sconti. I guai per Corona iniziano nel 2006, quando da Potenza rimonta lo tsunami "Vallettopoli" che travolgerà buona parte dello star system milanese. Nella bufera giudiziaria finisce anche il fotografo. Guai e fama vanno di pari passo.
Entrambi aumentano esponenzialmente. Il fascicolo riguarda ricatti legati a foto rubate. Corona finisce coinvolto. Nel corso delle varie istruttorie gli vengono attribuiti diversi tentativi di estorsione. Alla fine, l'unica che reggerà in Cassazione è quella all'ex calciatore della Juventus David Trezeguet, costretto a pagare 25mila euro per non far uscire alcuni scatti (baci, in fondo, innocui). Sul caso dell'estorsione indaga e ottiene la condanna la Procura di Torino. Il 18 gennaio 2013 la Cassazione conferma. Nello stesso momento Corona scappa. La sua latitanza dura una settimana. Finirà in Portogallo. Rientrato in Italia, il fotografo viene trasferito al carcere di Busto Arsizio. Da quel momento in poi, su Corona piovono diverse altre sentenze definitive. Il 10 aprile 2013 vien condannato a tre anni e dieci mesi per la bancarotta della sua agenzia fotografica Coronàs. Mentre il 4 giugno dello stesso anno va definitiva la condanna a un anno e due mesi per il caso delle foto fatte nel carcere di San Vittore.
La vicenda risale al 2007 nel periodo in cui il fotografo era in regime di detenzione preventiva per "Vallettopoli". In quel frangente Corona corrompe un agente per farsi dare un cellulare. Quegli scatti, tempo dopo, finiscono su alcune riviste. Per tutte queste condanne, un anno fa il gip di Milano aveva ridotto il cumulo totale sostenendo la continuazione tra il reato di estorsione e altri compiuti da Corona.
Ora la Cassazione ha annullato sostenendo che "l'ordinanza impugnata viene annullata limitatamente al riconoscimento della continuazione tra i reati di estorsione e i restanti reati oggetto delle sentenze dell'8 marzo 2010 del gip del tribunale di Milano e del 7 giugno 2012 della Corte d'Appello di Milano, e si rinvia per nuovo esame al gip del tribunale di Milano". Il 22 gennaio scorso, Corona si è recato in tribunale per chiedere l'affidamento ai servizi sociali. Ai giudici ha detto: "Sto male, vi chiedo di darmi un'opportunità".
di Massimo Gaggi
Corriere della Sera, 30 gennaio 2015
"Obiezione vostro onore: l'accusa ha letto un messaggio dell'imputato ma senza l'emoticon che c'era alla fine". E il giudice accoglie il rilievo: quel faccino sorridente ha una sua rilevanza davanti alla giuria. Che, sballottata tra fatti reali e realtà virtuale fatica a seguire il percorso di un processo nel quale si parla di indirizzi IP, configurazioni, Bitcoin, Torrent e Codebase. Tanto che a un certo punto il giudice che presiede invita le parti a concordare un glossario da mettere a disposizione dei giurati.
Telecamere stradali, intercettazioni telefoniche e ambientali, sorveglianza di Internet ed esami del Dna hanno cambiato il modo di indagare e di assicurare i criminali alla giustizia. Ma, oltre a innovare il lavoro delle polizie, le tecnologie digitali sono destinate anche a sconvolgere i processi per molti crimini, soprattutto quelli informatici.
Il procedimento in corso a New York contro Ross Ulbricht, giovane genio informatico accusato di aver creato e gestito un sito di compravendite anonime, "Silk Road", diventato un hub clandestino per la compravendita di droga, è una finestra aperta su questo sorprendente mondo. Un universo nel quale i giurati si perdono in un gioco di specchi elettronici. In apparenza tutto è chiaro: un neolaureato che vorrebbe continuare gli studi ma poi smania per trasformare il suo genio in business model. Ma, a differenza dei leggendari "garage" della Silicon Valley dove sono nate Apple e Google, la start up di Ross va male.
Lui ha bisogno di soldi e cambia rotta: inventa la sua creatura clandestina, ricorre per i pagamenti ai Bitcoin, la valuta virtuale non tracciabile che circola sul web, e si nasconde dietro lo pseudonimo Dread Pirate Roberts. Poi deposita, in un angolo del suo computer, un diario a futura memoria con la ricostruzione delle sue gesta fino al collaudo di "Silk Road" con la compravendita di funghi allucinogeni da lui coltivati.
Ma nella realtà impalpabile del web, eccepisce la difesa, nulla è come sembra: Ross ha concepito sì il sistema di transazioni segrete, ma poi qualche hacker si è sostituito a lui vendendo droga al suo posto e creando false identità, compresa quella del pirata Roberts. Dissertazioni degli ingegneri dell'Fbi e difesa che non vuole che una chat venga equiparata a una telefonata: "Non c'è un timbro di voce che puoi riconoscere, al massimo puoi ricostruire uno stile di scrittura". E una giuria sempre più disorientata. Il futuro della giustizia è anche questo.
Ansa, 30 gennaio 2015
"Restano stabili a quota 5.600 i detenuti presenti nelle 14 carceri del Lazio con un sovraffollamento che, seppur lontano dalle cifre del passato, segna sempre un +500 di presenze rispetto alla capienza regolamentare (fissata a quota 5.114)".
Lo rende noto il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni commentando i dati del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (Dap). "Al 22 gennaio 2015, negli Istituti della Regione erano presenti 5.619 reclusi, 19 in più rispetto al 31 dicembre 2014, ma ben 1.200 in meno rispetto ad un anno fa (la rilevazione del 4 febbraio 2014 indicava 6.856 presenze). Rispetto allo stesso periodo del 2014, il Lazio perde una posizione nella graduatoria delle Regioni italiane con più detenuti, passando dal terzo al quarto posto (dietro Lombardia con 7.871 presenze, Campania con 7.238 e Sicilia con 5.969).
Dai dati emergono ulteriori spunti di riflessione. Continua a scendere la percentuale dei detenuti in attesa di giudizio definitivo: nel Lazio sono 2.101 (37,39% del totale), il 4,6% in meno rispetto a febbraio 2014: 988 sono quelli in attesa di giudizio di I grado, e 1.113 i condannati non definitivi. I condannati definitivi sono invece 3.503, il 62,34%, con un +3% rispetto allo scorso anno. Se da un lato è innegabile che ci sia un calo delle presenze che ci ha portato lontani dall'emergenza sovraffollamento degli anni scorsi - ha detto il Garante Marroni - dall'altro bisogna prendere atto che siamo ancora lontani dal garantire condizioni accettabili di vivibilità all'interno di gran parte delle carceri della Regione. Le aggressioni agli agenti di polizia penitenziaria segnalate a Frosinone, la difficile realtà denunciata dai sindacati a Velletri e quella segnalata dalla delegazione dei radicali italiani a Latina, sono tutte spie di una tensione che, in troppe realtà, resta ancora troppo alta".
www.livesicilia.it, 30 gennaio 2015
Un detenuto di 26 anni, Ciro Carrello, napoletano, si è suicidato nel carcere palermitano di Pagliarelli. L'uomo, in cella con l'accusa di rapina, si è tolto la vita impiccandosi con in lenzuolo. Da una ventina di giorni si stava confidando con i magistrati della Procura di Palermo. Aveva ammesso di avere compiuto i reati che gli venivano contestati ed aveva iniziato a parlare di episodi che coinvolgevano altre persone.
Si è impiccato con un lenzuolo mentre si trovava in infermeria. Una vicenda dai contorni misteriosi. Altri due detenuti dello steso penitenziario, considerati legati alla mafia, sono indagati perché lo avrebbero minacciato con dei bigliettini che qualcuno era riuscito a fargli recapitare in cella. Lo invitavano a stare "sereno" e a prendersi cura solo ed esclusivamente dei suoi familiari. Alla luce di quanto accaduto nella notte, intorno alle 3, ora del suicidio, quei messaggi vengono interpretati come dei veri e propri avvertimenti. Uno, in particolare, era giunto a destinazione quando l'uomo non aveva ancora iniziato a parlare con i magistrati.
Anzi, probabilmente era stato proprio il messaggio a convincerlo dell'opportunità di collaborare visto che la sua decisione era maturata nelle ore successive alla lettura del biglietto. E così le celle dei due detenuti ora sono state perquisite. Gli agenti hanno sequestrato alcuni scritti che meritano un approfondimento investigativo. Fino a ieri sera, l'uomo era stato sentito dai pubblici ministeri di Palermo e non aveva mostrato segni di nervosismo che potessero fare presagire intenti suicidi. A breve il detenuto sarebbe stato trasferito in un altro carcere.
Detenuto napoletano si impicca: stava collaborando con i magistrati (Il Mattino)
Da poche settimane aveva cominciato a collaborare con i magistrati rivelando i nomi dei componenti di una sorta di gruppo di fuoco a cui Cosa nostra si rivolgerebbe da tempo per mettere a segno le rapine. Oggi gli agenti penitenziari del carcere Pagliarelli l'hanno trovato impiccato con un lenzuolo nella cella in cui era in isolamento. Una morte tutta da decifrare quella di Ciro Carrello, 26 anni, nato a Napoli ma residente a Bagheria, arrestato a novembre nell'ambito di una inchiesta sui favoreggiatori del boss Matteo Messina Denaro che coinvolse anche il marito della nipote del padrino latitante.
I magistrati vogliono vederci chiaro e indagano per capire se si sia trattato di un suicidio o se qualcuno abbia voluto eliminare l'aspirante pentito. Per lui l'accusa era di rapina aggravata dall'avere favorito Cosa nostra: insieme a un gruppo di complici derubò un deposito della Tnt di Campobello di Mazara di proprietà di una ditta riconducibile a Cesare Lupo, uomo d'onore fedelissimo dei boss Graviano.
Al pm Carlo Marzella, che lo ha arrestato a novembre, Carrello avrebbe cominciato a raccontare i particolari di una serie di colpi eseguiti da una banda che farebbe capo ai clan. Nipote del pentito Benito Morsicato, ex affiliato del clan di Bagheria, Carrello avrebbe lasciato in cella un bigliettino che ora è all'esame degli inquirenti. I magistrati disporranno l'autopsia sul corpo del detenuto.
- Cagliari: Sdr; familiari chiedono il ritorno a Uta dei parenti detenuti trasferiti a Sassari
- Genova: dai piccoli reati all'assistenza in Croce Rossa, per il reinserimento nella società
- Caserta: Casa Circondariale di Arienzo, un carcere dove la rieducazione è possibile
- Salerno: la Polizia penitenziaria del carcere di Fuorni protesta per le carenze di organico
- Torino: "pure in carcere lo sanno fare"... le esperienze virtuose delle cooperative









