Aaskanews, 5 marzo 2015
"Nessuno escluso". Ma davvero nessuno, neppure i detenuti del carcere romano di Rebibbia o quelli di Spoleto. Così il titolo dell'opera teatrale che andrà in scena l'8 marzo, festa della donna, presso il teatro San Gelasio di via Fermo Corni nel quartiere Tiburtino a Roma, servirà a ricordare un dramma dei nostri giorni: quello della violenza e del femminicidio, di cui, appunto, nessuno può dirsi escluso. A salire sul palcoscenico attori professionisti come Blas Roca Rey, Melissa Manna e Monica Rogledi, ma anche i detenuti delle Case di Reclusione di Rebibbia e di Spoleto, ed il gruppo di attori amatoriali del Circolo Unicredit. Con la regia di Patrizia Spagnoli. Artisti professionisti o "in prestito", che offriranno monologhi e storie di vita reale che raccontano la quotidianità della condizione della donna tra soprusi e violenze.
"Uno spettacolo teatrale che - sottolineano gli organizzatori - vuole essere un modo diverso per celebrare una festa che rischia di cadere negli stereotipi coinvolgendo diverse realtà sociali e coinvolgendo, operazione coraggiosa, coloro che la società l'hanno tradita violando le sue regole". Le scene trattano, così, temi forti come lo stupro, la violenza e l'indifferenza di chi assiste e decide di non intervenire.
"Siamo convinti - proseguono gli organizzatori dello spettacolo - che le persone possano cambiare superando l'astensione dalla vita e alimentando dentro di sé il piacere della contaminazione. Le donne dagli inizi degli anni 70 sono vissute come fenomeno antagonista dell'universo maschile. Si tratta di stereotipi difficili da modificare, perché le donne che lavorano, le donne che possono divorziare, le donne che possono abortire, le donne che possono vivere con tranquillità la propria omosessualità, rappresentano una rivoluzione culturale epocale. E, quindi, difficile da essere introiettata in soli quattro decenni. Ma la via è questa".
www.cosenzapost.it, 5 marzo 2015
Si è tenuto il 3 marzo, il saggio di chiusura del laboratorio musicale inserito nel progetto "La musica per un nuovo inizio" nel quale si sono esibiti 12 detenuti musicisti. Il progetto è stato realizzato grazia alla sinergia dell'associazione di volontariato LiberaMente, di Promidea, e con la collaborazione della Casa Circondariale "Sergio Cosmai" di Cosenza.
Il progetto, che ha portato ieri all'esibizione di 12 detenuti musicisti, è stato possibile anche grazie alla partecipazione dei Villazuk che si sono dedicati al progetto con estrema passione e hanno messo a disposizione la propria professionalità e il proprio tempo, per insegnare ai detenuti la musica, per aiutarli a scegliere uno strumento e a suonarlo, così come hanno fatto, con successo, ieri pomeriggio.
È proprio il presidente di LiberaMente, il signor Francesco Cosentini - che al nostro giornale ha rilasciato un'intervista - a spiegare l'importanza del progetto, che è stato finanziato dal Ministero del Lavoro con la Direttiva 266 del 2013.
Un progetto nato per permettere ai detenuti di mettere alla prova le proprie capacità e di scoprire una passione, come quella per la musica, e poi per confrontarsi tra di loro anche in un contesto diverso da quello solito delle celle, e delle poche ore di svago.
Le lezioni, che si sono svolte in 72 ore di progetto all'interno del teatro della casa circondariale, hanno visto la loro realizzazione sostanziale negli ultimi mesi, dando però, nella fase finale, un risultato molto soddisfacente, così come dichiara il signor Cosentini di LiberaMente.
La direzione del carcere, gli agenti e i volontari, hanno dato grande disponibilità a che il laboratorio musicale per i detenuti potesse svolgersi al meglio, e ieri tutti insieme, hanno potuto constatare come la collaborazione di tutti, produce ottimi risultati.
E così martedì pomeriggio, nel teatro del carcere di Cosenza, i detenuti hanno dato vita al loro saggio, con canzoni, con poesie recitate e con pezzi strumentali suonati con diversi strumenti. Pianole, chitarre, percussioni, basso e con la loro voce - anch'essa importante strumento - hanno intonato canzoni conosciutissime come "io vagabondo" o "sapore di sale".
E poi ancora poesie, ed una canzone araba, che racconta la fine di un amore. I ragazzi detenuti erano particolarmente emozionati durante il saggio, ma hanno dato il meglio che potevano, per poter rendere omaggio alla musica, che - come è facile comprendere - ha cambiato in maniera sostanziale la dinamica delle loro giornate all'interno dell'istituto penitenziario e che li ha "avviati" verso "un nuovo inizio". Bella la parte del saggio, nella quale i ragazzi detenuti hanno espresso i loro personalissimi pensieri sulla musica, tutti molto significativi.
"Amo la musica perché mi fa emozionare", oppure "per me la musica è un modo per esprimere il mio stato d'animo". Sono questi alcuni di quei pensieri, che riconducono tutti alla magia che la musica sa racchiudere in se e che si sprigiona proprio quando ad essa si fa spazio nella propria vita, e questi ragazzi, seppur detenuti, sono "liberi" di amarla, la musica e di viverla a pieno, al posto di altri sentimenti come la rabbia, o il dispiacere.
Il progetto "la musica per un nuovo inizio", dunque, è stato un vero successo. Si ringrazia il signor Francesco Cosentini, presidente di LiberaMente per averci raccontato questo bell'evento che fa onore ai volontari che operano all'interno della casa circondariale.
www.internazionale.it, 5 marzo 2015
Dopo sei anni di negoziati e battaglie legali è stato pubblicato nel Regno Unito "Guantánamo diary", la prima testimonianza diretta di un detenuto del carcere di massima sicurezza di Guantánamo. Un manoscritto di 466 pagine in cui il detenuto Mohamedou Ould Slahi descrive gli interrogatori, le torture e le umiliazioni subite dal 2002. In Italia il libro è uscito con il titolo "12 anni a Guantanámo" (Piemme 2015).
Mohamedou Ould Slahi fu arrestato in Mauritania nel 2001 e trasferito in Giordania e poi in Afghanistan prima di arrivare a Guantánamo, il 4 agosto del 2002. Nonostante l'assenza di prove, Mohamedou Ould Slahi è ancora detenuto nel carcere della base americana, intrappolato in un complicato limbo burocratico e giuridico. Anche se censurato dalle autorità statunitensi, il manoscritto è un'importante testimonianza su ciò che è accaduto nel centro di detenzione voluto dall'amministrazione Bush e che Barack Obama non è riuscito a far chiudere.
di Pavlos Nerantzis
Il Manifesto, 5 marzo 2015
Polemiche su una circolare inviata a tutti i commissariati. In Grecia arrivano ogni anno decine di migliaia di profughi provenienti soprattutto da Afghanistan, Iran, Iraq e negli ultimi anni dalla Siria. Nel 2014 ne sono stati fermati 77 mila, la maggioranza dei quali erano siriani.
Una fuga dal terrore della guerra, un salto verso la terra della promessa da parte di migliaia di migranti che si imbarcano di nascosto ogni giorno su gommoni per attraversare quelle poche miglia nell'Egeo, ma che spesso, causa mare mosso, finiscono in naufragi e tragedie umane.
Il mar Egeo sarebbe paragonabile al canale di Sicilia, ma i profughi prima di attraversarlo non conoscono né l'uno né l'altro. Ma anche se lo sapessero dai loro compagni che sono partiti prima di loro, è talmente grande la voglia, quasi esasperata, di fuggire dalle guerre che nessun mare mosso e nessun un muro, come quello costruito lungo il fiume Evros, al confine greco-turco, dal governo di Samaras li potrebbe fermare.
Finora nessun governo greco ha applicato una politica di asilo. Perciò la Grecia ha la percentuale più bassa (sotto l'1% dei richiedenti asilo) alle statistiche europee. Come l'Italia respinge i profughi addirittura minorenni senza alcun presupposto giuridico in Grecia, e la Turchia verso l'Iran o la stessa Grecia, così Atene - ovvero la polizia e la guardia costiera - cerca di respingere violentemente le imbarcazioni dei profughi verso le coste turche, provocando spesso massacri e vittime umane.
Nel caso in cui i profughi si presentano alle autorità per chiedere asilo, di solito non hanno assistenza. Nella maggioranza dei casi vengono rinchiusi in campi di concentramento oppure in stazioni della polizia in condizioni disumane, e quando le guardine e i campi sono strapieni, alcuni di loro vengono rimpatriati oppure lasciati liberi con un foglio di espulsione (entro 30 giorni devono lasciare il territorio). Ecco perché arrivano in massa ai porti di Patrasso e di Igoumenitsa.
Denominatore comune della loro permanenza in tutti questi paesi: privazione della loro libertà, carcerazione in condizioni disumane, maltrattamento e torture. Poche, invece, sono le denunce rispetto alla violazione dei diritti umani da parte delle autorità, ancora meno le condanne degli agenti.
Non a caso Grecia e Italia sono state condannate dalla Corte europea dei diritti umani (l'ultima volta lo scorso novembre) per trattamenti inumani ed espulsioni collettive di migranti. Il governo di Alexis Tsipras vorrebbe esercitare una politica diversa nei confronti dei migranti: da una parte condizioni umane di permanenza nei campi, procedimenti rapidi per i richiedenti asilo, e dall'altra la modifica del Regolamento Dublino II.
In questo ambito, una settimana fa il ministro della Protezione del cittadino, Jannis Panoussis, ha annunciato la chiusura del campo di Amygdaleza (ogni giorno vengono liberate 30 persone), perché i profughi vivono in condizioni disumane per oltre sei mesi. Ieri, però, c'è stata polemica tra il governo e l'opposizione quando è stato reso noto che il capo della polizia ellenica ha rilasciato una circolare con "le nuove linee guida" a tutti i commissariati della polizia.
Secondo tale circolare i migranti arrestati che cercano di entrare clandestinamente in territorio ellenico non debbono essere trattenuti, ma lasciati liberi con un foglio di espulsione, dopo la loro identificazione, e quelli già detenuti nei "campi di accoglienza" devono essere rimessi in libertà.
Il ministro Panoussis, nel momento in cui il governo sta ancora studiando una nuova politica per l'immigrazione, ha reso noto di aver ordinato un'inchiesta per accertare chi abbia diffuso le nuove direttive senza consultarsi prima con le autorità governative, e ha lasciato intendere che si tratta di una provocazione da parte della Nea Dimokratia. Secondo l'opposizione, invece, il governo ha dovuto revocare la circolare a causa delle forti reazioni.
Aki, 5 marzo 2015
Sono stati impiccati nel carcere di Rajaishahr a Karaj, nell'Iran settentrionale, sei prigionieri di etnia curda che erano stati condannati a morte per l'omicidio di un religioso sunnita. Lo ha riferito l'ong Iran Human Rights (Ihr), che si batte contro la pena di morte, citando fonti nella Repubblica islamica. Secondo Ihr, che definisce l'ondata di impiccagioni un atto "barbaro" di cui è "responsabile la Guida Suprema Ali Khamenei", i sei detenuti Jamshid e Jahangir Dehgani, Hamed Ahmadi, Kamal Molayee, Sedigh Mohammadi e Hadi Hossein sono stati giustiziati all'alba.
A nulla sono servite le proteste dei loro familiari e di alcuni attivisti per i diritti umani che si erano riuniti davanti al carcere alcune ore prima dell'esecuzione. I sei erano stati arrestati nel 2009 e condannati a morte dal tribunale della rivoluzione di Teheran per il reato di "Moharebeh" (inimicizia nei confronti di Dio). Gli imputati hanno sempre negato il loro coinvolgimento nell'omicidio del religioso.
Reuters, 5 marzo 2015
La condanna, effettuata nell'ambito della "legge del taglione", è stata eseguita in un carcere iraniano. Un detenuto di un carcere a venti chilometri da Teheran, capitale dell'Iran, è stato privato dell'occhio sinistro: la condanna è stata eseguita nel rispetto della cosiddetta legge del taglione, consentita dal diritto islamico. L'uomo era stato ritenuto responsabile di aver attaccato con l'acido corrosivo la sua vittima, rendendola totalmente cieca.
Il quotidiano locale Hamshahri e l'Iran Human Rights raccontano che il detenuto verrà privato anche dell'altro occhio, quello destro, dovrà pagare la "Diyeh" (il "prezzo del sangue") e dovrà scontare 10 anni di carcere. Secondo il quotidiano iraniano, l'occhio sinistro gli è stato estirpato martedì scorso, non è chiaro se da personale medico o del carcere Rajaishahr di Karaj. Secondo Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce di Ihr, "le autorità iraniane hanno mostrato un altro lato della loro brutalità e la mancanza di condanna da parte della comunità internazionale rappresenta di fatto l'accettazione di tali barbarici atti". Se venisse accertato che alla pratica ha partecipato personale medico, fa notare ancora Amiry-Moghaddam, avrebbero "rotto il giuramento di Ippocrate e non potrebbero considerarsi medici".
Adnkronos, 5 marzo 2015
Andrew Chan e Myuran Sukumaran, due cittadini australiani accusati di essere a capo di un traffico di droga tra Indonesia e Australia sono stati trasferiti dal carcere di Bali dove erano detenuti nel braccio della morte del carcere dell'isola di Nusakambangan, dove nei prossimi giorni verranno giustiziati da un plotone di esecuzione. Come riporta la Bbc, l'Australia ha fatto forti pressioni sulle autorità indonesiane affinché l'esecuzione venga sospesa e il premier Tony Abbott si è detto "disgustato" dall'idea che i due vengano giustiziati. Con loro verranno giustiziati anche altri stranieri, tra cui cittadini francesi, brasiliani, del Ghana e della Nigeria. una cittadina filippina, anch'ella condannata a morte, è in attesa dell'esito della sua domanda di revisione del processo. Chan e Sukumaran vennero condannati nel 2005 dopo essere stati arrestati per avere organizzato un traffico di droga tra Bali e l'Australia. L'Indonesia è uno dei Paesi con le leggi anti droga più severe al mondo e ha interrotto nel 2013 la moratoria sulle esecuzioni capitali.
Premier australiano Abbott: disgustati da prossima esecuzione
Il premier australiano Tony Abbott si è definito "disgustato" dalle prossime esecuzioni che saranno condotte in Indonesia, tra cui quelle di due cittadini australiani. "Penso che ci siano milioni di australiani he si sentono disgustati per quel che probabilmente accadrà a questi due uomini, che hanno commesso un crimine terribile", ha detto Abbott alla radio Australian Broadcasting. "La posizione dell'Australia è di provare orrore per i crimini legati alla droga, ma di provare orrore anche per la pena di morte, che crediamo non sia degna di un Paese come l'Indonesia", ha aggiunto.
I due australiani sono stati traferiti ore fa dal carcere di Bali all'isola di Nusakambangan, dove le esecuzioni vengono condotte. Saranno fucilati da un plotone d'esecuzione, nonostante le critiche internazionali che hanno travolto il Paese. I rapporti con l'Australia si sono fortemente incrinati, dopo che l'Indonesia ha rifiutato di graziare i due condannati. Myuran Sukumaran, 33 anni, e Andrew Chan, 31 anni, sono due degli 11, in gran parte stranieri, condannati a morte per accuse di traffico di droga. Sull'isola ci sono già un francese e un brasiliano, mentre altri che attendono l'esecuzione sono cittadini di Filippine, Ghana, Nigeria e Indonesia. "Vogliamo mandare un messaggio a tutti, al popolo del mondo, sul fatto che l'Indonesia sta tentando di contrastare con durezza i crimini di droga", ha dichiarato un portavoce dell'ufficio del presidente, confermando il trasferimento. Il consueto avviso emesso 72 ore prima dell'esecuzione deve ancora essere diffuso.
di Ornella Favero
Ristretti Orizzonti, 4 marzo 2015
Ancora a proposito dei giornali dalle carceri, e di Sosta Forzata.
"Il redattore porta in sé la voglia, l'ansia di mostrare la propria coscienza, provata senz'altro dalla condizione di restrizione vissuta, ma libera interiormente, (...) perché di uomini si tratta, all'interno di un carcere ma uomini, che pensano e raccontano agli altri di sé e della loro visione delle cose, rivendicando pari dignità rispetto ai cosiddetti uomini "liberi", imbrigliati da una serie infinita di condizionamenti di ogni tipo propri del nostro viver sociale".
di Mirco Paganelli
www.ilponte.com, 4 marzo 2015
Il sistema penale italiano è inefficiente. Eusebi: prevenzione, recupero e sistema più capace. L'Italia è stata sanzionata dall'Unione europea per la condizione disumana delle sue carceri, sovraffollate e malridotte, dove i criminali vengono rinchiusi e dimenticati dato che solo una piccola parte di essi partecipa ad attività riabilitative. I numeri parlano da sé. L'80% dei detenuti che studiano e lavorano in carcere non torna a commettere lo stesso reato una volta uscito, mentre chi è lasciato a se stesso torna a delinquere - secondo i dati ministeriali - nel 75% dei casi.
di Rita Bernardini (Segretario di Radicali Italiani)
Il Garantista, 4 marzo 2015
Oggi c'è una ragione di più per rendere obbligato un provvedimento completo, articolato e ragionato di clemenza sotto la forma del provvedimento di amnistia e indulto. La ragione sta tutta nel tempo che passa in attesa che il legislatore si decida a mettere mano, con riforme adeguate e non più rinviabili, al disastrato settore della "giustizia" nostrana.
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