di Simone Canettieri
Il Foglio, 15 gennaio 2025
La premier vuole evitare l’iscrizione del registro degli indagati per atto dovuto, Salvini spinge per un decreto ma l’ipotesi più plausibile è quella del Disegno di legge ad hoc. I timori del Quirinale. Siccome il frontale con il Colle è dietro l’angolo, alle 18.57 Palazzo Chigi modifica la rotta sullo scudo penale per i poliziotti. Non lo chiama scudo. Ma per estratto - non esiste un testo e nemmeno una bozza - si ragiona su un meccanismo in base al quale in casi come quello del carabiniere Luciano Masini (che a Capodanno è intervenuto uccidendo un uomo che aveva accoltellato quattro persone) non ci sia l’iscrizione automatica nel registro degli indagati. La vicenda sta a cuore a Giorgia Meloni, che ha citato Masini in conferenza stampa. Sono al lavoro il sottosegretario Alfredo Mantovano e il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
di Nicola Canestrini
Il Dubbio, 15 gennaio 2025
Negli ultimi anni, in molti ordinamenti democratici anche europei, si è assistito a un incremento dell’adozione di misure legislative che privilegiano un approccio securitario e populista, attribuendo un potere crescente alle forze dell’ordine e al contempo restringendo diritti e libertà fondamentali. In Italia, la legislatura attuale ha consolidato questa tendenza con l’introduzione di nuove fattispecie penali, l’inasprimento delle pene e la marginalizzazione di specifiche categorie sociali. Il concetto di “legislazione del nemico”, teorizzato da Gunther Jakobs, si basa sull’idea che alcuni individui, a causa della loro percepita pericolosità, perdano la loro qualifica di soggetti di diritto e vengano trattati esclusivamente come oggetti di prevenzione o repressione.
di Fabio Anselmo*
Il Domani, 15 gennaio 2025
Letteralmente lo scudo per gli agenti è uno strumento di difesa. Da chi? Viene spontaneo chiedersi. La risposta è altrettanto ovvia: dallo stato di cui fa parte, come potere funzionale giudiziario, il pm. Scudo penale agli agenti che possa difenderli dalle indagini anche per omicidio? La propaganda non ha più limiti, se mai ne avesse davvero avuti negli ultimi decenni. Il processo penale è oramai quotidiano terreno di scontro politico e, quel che è peggio, di sconclusionati provvedimenti legislativi che intervengono su giudici, pm e cittadini di singole vicende giudiziarie. È la promozione a sistema delle leggi cosiddette ad personam, ispirate da questo o quel fatto di cronaca nera che può essere utile alla propaganda politica o da questo o quel procedimento giudiziario che, sempre rigorosamente sullo stesso piano, può viceversa essere imbarazzante o, peggio, nocivo, danneggiando l’immagine patinata e “rassicurante” a tutti costi inseguita dal governo.
di Paolo Frosina, Marco Grasso e Vincenzo Iurillo
Il Fatto Quotidiano, 15 gennaio 2025
La notte di Capodanno a Villa Verucchio, provincia di Rimini, il luogotenente dei carabinieri Luciano Masini uccide un giovane egiziano di 23 anni, Muhammad Sitta. Sitta ha appena aggredito a coltellate quattro persone: Masini gli intima di fermarsi, finché, poco prima di essere aggredito, gli spara. La Procura apre un’inchiesta per eccesso colposo di legittima difesa, un “atto dovuto”, spiegano i pm. Da questa vicenda il Governo ha preso spunto per proporre una legge già molto discussa, nonostante i contorni ancora poco chiari: uno scudo penale per le forze dell’ordine nell’esercizio delle loro funzioni. Peccato che l’unico strumento per chiarire se la difesa è legittima o meno sia proprio quello che l’esecutivo vorrebbe abolire: l’indagine di una Procura.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 15 gennaio 2025
Con 186 voti favorevoli e 106 contrari, è stato approvato ieri sera alle 19 alla Camera dei deputati, alla presenza del ministro della Giustizia Carlo Nordio, l’articolo 1 del disegno di legge di modifica costituzionale che porta il suo nome, “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. Azione e Italia Viva hanno votato con la maggioranza. Come si legge nella relazione, “con l’articolo 1 si apporta una modifica al decimo comma dell’articolo 87 della Costituzione. La disposizione risulta necessaria in ragione della riorganizzazione dell’assetto della magistratura con l’istituzione di due distinti Consigli superiori, uno per la magistratura giudicante e uno per la magistratura requirente”. La norma, tuttavia, “preserva integre le attuali funzioni del Presidente della Repubblica, al quale viene attribuita la presidenza sia del Consiglio superiore della magistratura giudicante sia del Consiglio superiore della magistratura requirente”. La discussione, iniziata alle 17, ha raccolto le dichiarazioni solo delle opposizioni che hanno presentato i loro emendamenti che, con parere negativo del Governo, sono stati tutti respinti.
di Giacomo Puletti
Il Dubbio, 15 gennaio 2025
Mancava solo il gol, fumata nera, condizioni non mature. Sono tanti i modi di dire utilizzati ieri per descrivere l’ennesimo tentativo, andato a vuoto, di eleggere i quattro giudici mancanti della Corte costituzionale da parte del Parlamento. Un Parlamento che si è riunito in seduta comune per la tredicesima volta ma che non è ancora riuscito a trovare la quadra, viste le 377 schede bianche, 15 nulle e 9 disperse. Tuttavia da più parti, sia nella maggioranza che nell’opposizione, si giura che ormai ci siamo, che è una questione di giorni, che già domani o al massimo martedì sarà riconvocata l’Aula, e che stavolta si andrà fino in fondo.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 15 gennaio 2025
Sì dell’Aula al testo che modifica l’articolo 24 della Carta. Rallenta, invece, l’iter per l’istituzione della Giornata nazionale delle vittime di errori giudiziari. Al Senato primo via libera al disegno di legge costituzionale che inserisce la tutela delle vittime di reati nella Carta costituzionale. L’aula lo ha approvato con 149 sì e un astenuto. Il testo recita: “All’articolo 24 della Costituzione, dopo il secondo comma, è inserito il seguente: “La Repubblica tutela le vittime di reato”“. È il primo dei quattro voti richiesti dalla riforma costituzionale.
di Simona Musco
Il Dubbio, 15 gennaio 2025
La sentenza sul femminicidio di Modena non manifesta nessuna empatia per il killer, ma ricostruisce un contesto di maltrattamenti reciproci e dinamiche familiari tossiche. È un grande classico quello di estrapolare una frase ad effetto, virgolettarla, tralasciare il contesto e crearci attorno un titolo. Obiettivo: indignare, scioccare, provocare la reazione di un pubblico che non desidera altro che un’occasione per sfogare i propri istinti. Un pubblico abituato a ricevere verità a spizzichi e bocconi e che si accontenta, dunque, di semplificazioni. Il caso è quello dell’omicidio di Gabriela Renata Trandafir (47 anni) e della figlia Renata Alexandra (22 anni) per mano di Salvatore Montefusco, una vicenda familiare complessa, intrisa di dinamiche tossiche e profonde lacerazioni, che si è conclusa tragicamente il 13 giugno 2022.
di Marika Ikonomu
Il Domani, 15 gennaio 2025
La Corte di assise ha condannato a 30 anni, invece che all’ergastolo, l’assassino. Manente (Differenza Donna): “Emerge un quadro di violenze sminuite”. La violenza maschile contro le donne è un fatto sociale, ma viene spesso relegato a fatto privato. Lo suggeriscono, ancora una volta, le argomentazioni usate nella sentenza della Corte di assise di Modena, che il 13 gennaio ha condannato a 30 anni di reclusione Salvatore Montefusco, per il duplice femminicidio della moglie, Gabriela Trandafir, e della figlia della donna, avvenuto in presenza del figlio nato dalla relazione tra di due, Salvatore Junior, all’epoca minorenne. È stato lui a chiamare il 112 e a mettersi davanti alla madre per provare a impedire al padre di ucciderla. La procura aveva chiesto l’ergastolo.
di Filippo Facci
Il Giornale, 15 gennaio 2025
Questa classe politica e questo Paese dovrebbero decidere, una volta per tutte, se vogliono mantenere l’articolo 27 della Costituzione oppure no. Non c’è retorica nel chiederlo, dovrebbero decidere e basta, e lo si scrive, ora, a margine dell’indignazione bipartisan che ha accompagnato la condanna “solo” a 30 anni e quindi non all’ergastolo per Salvatore Montefusco, autore del duplice omicidio di due donne (sua moglie e la figlia di lei) con motivazioni “choc” ritenute “offensive” o addirittura “un vulnus nelle fondamenta che reggono il nostro ordinamento”. Questo, praticamente, a opinione dell’intero arco parlamentare: e ci limitiamo a citare il ministro Eugenia Roccella, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini di Noi moderati, Laura Ravetto della Lega, Maria Elena Boschi di Italia viva, Valeria Valente del Partito democratico, Marilena Grassadonia di Alleanza verdi e sinistra e, infine, Carolina Morace dei Cinque Stelle: otto donne, e sia detto che c’è qualcosa di culturalmente stucchevole nel fatto che a parlare siano state solo loro, e non, significativamente, degli uomini: decida il lettore se c’è un errore da qualche parte, se ci sia un troppo il silenzio oppure, dall’altra, una forma di sindacalismo che impone di dover dire qualcosa a tutti i costi.
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