La Repubblica, 10 maggio 2024
Durissima la sentenza a carico dell’autore di “Il male non esiste”. Ma il suo ultimo film verrà presentato in concorso al prossimo Festival di Cannes. Cinque anni di carcere, la confisca dei beni e la fustigazione: questa la condanna comminata a Mohammad Rasoulof, il regista iraniano vincitore dell’Orso d’oro al Festival di Berlino con il film Il male non esiste. L’accusa è di aver fatto parte di un complotto contro la sicurezza nazionale realizzando film e documentari contro il regime.
di Giacomo Galeazzi
interris.it, 9 maggio 2024
Su carcere e salute è intervenuto al convegno all’università Lumsa il Garante dei detenuti: “Dall’inizio dell’anno 4.283 atti di autolesionismo, 32 suicidi e 668 tentativi di suicidio”. L’appuntamento scientifico, coordinato dalla professoressa Letizia Caso (associato di Psicologia sociale e giuridica, Università Lumsa), è stata un’occasione di incontro tra discipline diverse. È sempre più evidente l’urgenza di ragionare sulle istanze di fragilità che attraversano la popolazione dei detenuti. Tenendo presente le peculiarità e gli strumenti che contraddistinguono gli istituti penali per adulti e per minori. Tra i temi discussi l’intervento con adulti e minori autori di reato.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 maggio 2024
Il ministro della Giustizia, tramite una nota del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, ha risposto alle preoccupazioni dell’Ordine degli Avvocati di Bologna riguardo alla tragedia dei suicidi, in particolare quello di una donna detenuta nel carcere La Dozza della città avvenuto nel mese di marzo. Nella nota, il Ministero ha sottolineato l’attenzione data al problema e le azioni intraprese per affrontare l’emergenza umanitaria nei penitenziari italiani. Tuttavia, l’Ordine degli Avvocati di Bologna ha ribadito che le misure attuali potrebbero non essere sufficienti per risolvere il problema in modo completo e duraturo.
di Angela Stella
L’Unità, 9 maggio 2024
Disappunto dell’Unione Camere Penali per la decisione dell’Associazione nazionale magistrati di non aderire a un documento comune per sollecitare il governo a intervenire sull’emergenza carceri. “Ci sono questioni fondamentali sulle quali la visione della magistratura intera dovrebbe convergere. I diritti e le garanzie dei detenuti e delle persone private della libertà - rileva l’Ucpi - non dovrebbero conoscere distinzione alcuna. Di fronte alle condizioni di vera e propria illegalità nella quale sono costretti a vivere e a morire i detenuti delle nostre carceri, chi si erge a tutore della legalità non dovrebbe avere dubbi nel chiedere alla politica e al governo l’adozione di rimedi urgenti per ricondurre la situazione nei limiti di una condizione di tollerabile sopravvivenza”.
di Silvia Gariboldi* e Ivan Lembo**
Il Fatto Quotidiano, 9 maggio 2024
Garantire la dignità del lavoro delle persone detenute, sia che questo si realizzi alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria sia che venga svolto per aziende esterne. Favorire la piena attuazione dell’art. 27 della Costituzione, che attribuisce alla pena una funzione rieducativa. Questi gli obiettivi che caratterizzano, da oltre 30 anni, l’azione della Cgil, sulle questioni che segnano la condizione delle persone ristrette. In questa ottica si inserisce la vertenza che da qualche anno il sindacato ha aperto nei confronti dell’Inps che, a partire dal 2019, nega il riconoscimento della Naspi ai detenuti che prestano attività lavorativa per l’amministrazione penitenziaria.
di Luigi Travaglia*
Il Manifesto, 9 maggio 2024
Parlare dietro le sbarre. All’interno e non oltre il carcere esiste un universo comunicativo dotato di regole proprie. Sono poche parole, sempre le stesse, inusuali e specifiche, inventate o storpiate, per la maggior parte sconosciute o prive di significato al di fuori delle strutture di detenzione. Dentro le mura esistono due modi di comunicare: il binario della comunicazione con gli agenti e quello della comunicazione tra detenuti. Due piani che si sovrappongono continuamente, paralleli ma mai convergenti. Nel primo caso, vige un implicito patto di riduzione formale del linguaggio che agisce come una regola dello svantaggio decisa in partenza. Questa è la lingua che qui si parla, questa è la lingua che devi imparare: una zona linguistica sospesa, un passo avanti al tu ed uno indietro al lei.
di Donatella Stasio
La Stampa, 9 maggio 2024
Il cuore della riforma Nordio non ridurrà la durata dei processi né diminuirà gli errori. Censure in Rai e fuori, manganelli, accuse agli organi di controllo: la regola è il corpo a corpo. Quando una battaglia giuridica si fa politica è necessario che la polis, la cittadinanza, ne comprenda il senso e prenda posizione. La battaglia in questione è quella sulla separazione delle carriere di giudici e pubblici ministeri, vecchia di più di 40 anni, portata avanti da una parte degli avvocati penalisti in nome della terzietà del giudice, cavalcata nell’ultimo trentennio in chiave punitiva prima da Silvio Berlusconi, poi da Matteo Salvini e ora da Giorgia Meloni detta Giorgia. Ed è a questo punto della storia che la battaglia si fa più politica, perché, al di là del ribaltamento dell’attuale assetto costituzionale della magistratura, si inserisce in un disegno riformatore dell’architettura costituzionale, in cui il potere è sempre più accentrato nelle mani di chi governa e i contrappesi vengono indeboliti, dimezzati, anestetizzati. Il gran fermento di riforme - si fa per dire - di questa stagione politica (premierato forte, autonomia differenziata, separazione carriere) impone di guardare ad esse non separatamente ma come parti di un tutto. Non perché ciascuna non presenti, di per sé, più di una criticità, ma perché la somma di tutte e tre mette a nudo l’idea di Paese (o di nazione) cara alla destra di governo: democratura o capocrazia, chiamatela come volete, fatto sta che siamo di fronte a uno svuotamento della democrazia costituzionale, che perderebbe proprio i suoi pezzi più qualificanti: il “ponte ideale” tra il Nord e il Sud, come lo ha definito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella; i contrappesi al potere esorbitante del governo; la funzione di “garanzia” del pubblico ministero nel sistema della legge uguale per tutti.
di Gaetano Bono*
Il Dubbio, 9 maggio 2024
L’Anm sbaglia a bocciare la riforma senza nemmeno leggere il testo: servono dialogo e un approccio laico, per evitare che le magistratura debordi nel campo della politica. Non condivido la posizione di quanti pregiudizialmente si oppongono a qualsivoglia ipotesi di separazione delle carriere, prospettando scenari apocalittici, come l’ineluttabile assoggettamento del pm al potere esecutivo, con correlata mutazione genetica in superpoliziotto. Quindi ritengo che sbagli l’Anm nel bocciare a priori la proposta di legge del Governo senza avere contezza del testo, che non è stato ancora presentato, in base a un indimostrato automatismo tra separazione e asservimento del pm al potere politico. I prospettati pericoli per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura - che io per primo avverto come estremamente seri - dipenderanno dal se e come le carriere verranno separate; ad esempio, non capisco perché essere contrari alla separazione se - limitando gli esempi ad alcuni dei requisiti a mio avviso irrinunciabili - il pm continuasse ad avere: indipendenza dall’Esecutivo, obbligatorietà dell’azione penale, terzietà e imparzialità rispetto alla polizia giudiziaria, cultura della giurisdizione, inamovibilità, governo autonomo, distinzione tra magistrati solo per diversità di funzioni.
di Francesco Damato
Il Dubbio, 9 maggio 2024
Il rischio che le vicende penali condizionino il legislatore si aggiunge all’egemonia dei magistrati nei ministeri. Come per le guerre all’estero e le loro connessioni, chiamiamole così, per esempio fra Ucraina e Gaza, così per le guerre interne, pur senza il sangue delle altre, rischiamo di perderne il conto. Stavo leggendo le cronache giudiziarie dalla Liguria, con l’arresto del governatore Giovanni Toti e tutto il resto - e riflettendo sui curiosi tempi di una, anzi più indagini avviate quattro anni fa, che hanno sorpreso anche un esperto come il ministro della Giustizia ed ex magistrato Carlo Nordio - quando sono stato raggiunto dalla notizia dell’incontro fra lo stesso Carlo Nordio e il presidente dell’Associazione nazionale dei magistrati Giuseppe Santalucia sulla riforma della giustizia in cantiere fra Palazzo Chigi e via Arenula. Essa prevede di sicuro la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, la divisione del Consiglio superiore in due sezioni, un’Alta Corte per i procedimenti disciplinari riguardanti tutte le magistrature, che ora vi provvedono direttamente e da sole, forse anche un intervento sulla obbligatorietà dell’azione penale sancita dalla Costituzione.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 9 maggio 2024
Silvia, la figlia di Graziano Giralucci, ucciso nel ‘74 nella sede dell’Msi di Padova: “Ho superato il rancore”. “Dopo cinquant’anni, di questa vicenda dovrebbero occuparsi gli storici e io dovrei sentirmi libera di andare a trovare mio papà al cimitero senza essere costretta a difendere la sua memoria dagli attacchi e dalle strumentalizzazioni”, dice con l’aria un po’ sconfortata Silvia Giralucci, che sta per compiere cinquantatré anni e ne aveva tre quando suo padre Graziano venne ucciso la mattina del 17 giugno 1974, insieme a Giuseppe Mazzola. Due militanti del Movimento sociale italiano assassinati nella sede del partito a Padova, nella centralissima via Zabarella; Mazzola aveva sessant’anni, Giralucci non ancora trenta.
- Campania. Oltre 2.000 detenuti in eccesso e gravi carenze nell’assistenza sanitaria
- Siracusa. Suicida a pochi mesi dalla scarcerazione. Aveva 32 anni, soffriva di problemi psichici
- Pavia. Il caso del suicidio di Jordan Tinti e il ridotto personale in carcere approdano in Parlamento
- Roma. Al Cpr di Ponte Galeria sostegno psichiatrico per i detenuti
- Milano. Lo psicologo Renato Rizzi: “L’affettività in carcere non può più aspettare”










