di Giansandro Merli
Il Manifesto, 7 aprile 2024
Younes Ettori, 31 anni. Da febbraio scorso è trattenuto in via Corelli, la struttura per la detenzione amministrativa dei migranti di Milano. “Non voglio farla in forma anonima. Il mio nome è Younes Ettori, scrivilo. Non ho paura di dirlo, nemmeno se sto chiuso qua dentro. Quello che racconto è tutto vero. Quando parlo ci metto la faccia. Qui lo sanno tutti”. Ettori è nato nel marzo del 1993 a Kourigba, città dell’entroterra marocchino a 120 chilometri dalle coste di Casablanca. È arrivato in Italia a 13 anni. Ha avuto per molto tempo un permesso di soggiorno e un buon lavoro da chef, pagato qualche migliaia di euro al mese. “Un classico ragazzino con troppi soldi. Mi sono infognato con la cocaina. Ho iniziato a prendere di tutto: crack, rivotril, fino a 80 pastiglie al giorno. A volte mi stupisco di essere ancora vivo: ma non tocco più niente da quattro anni, neanche se qua dentro gli psicofarmaci te li tirano dietro”. Dopo un periodo difficile in cui compie anche dei reati, Ettori torna in riga: ha una casa, una fidanzata, un lavoro. Lo perde con il lockdown. Non riesce a dimostrare il reddito necessario per rinnovare il permesso di soggiorno. Diventa irregolare. Nel 2020 finisce per tre mesi nel Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Torino. Nel 2021 diventano definitive alcune condanne per fatti risalenti a tempo prima. Entra in carcere, per poco più di due anni, scontati tra Vercelli e Fossano. “Là non stavo male. Lavoravo pure. Qua invece è un inferno”.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 7 aprile 2024
Le autorità italiane accusano la Mare Jonio di aver creato il pericolo in mare, senza chiedere prove ai partner libici che giovedì avevano aperto il fuoco verso naufraghi e soccorritori. Nel verbale della detenzione le parole del capitano Buscema: “Una vergogna che il governo del mio paese sostenga e finanzi questi criminali”. Libici finanziati dall’Italia a bordo di una motovedetta appartenuta alla guardia di finanza creano il panico durante un salvataggio, sparano verso naufraghi e soccorritori, minacciano con i mitra l’equipaggio di una nave che batte bandiera tricolore. Il governo Meloni non protesta con gli sparatori, al contrario: punisce gli sparati. Questo è successo negli ultimi tre giorni tra le acque internazionali del Mediterraneo centrale e Pozzallo, dove venerdì sera la Mare Jonio ha ricevuto un fermo di 20 giorni.
di Etgar Keret
Corriere della Sera, 7 aprile 2024
Hamas e la destra di Netanyahu concordano sul fatto che c’è spazio solo per una nazione. Qualche giorno fa ho seguito il monologo di apertura di Rami Malek al Saturday Night Live. Nel suo discorso, l’attore ha invocato la libertà per il popolo palestinese e la fine dei combattimenti, e gli astanti hanno risposto con un fragoroso applauso. Da israeliano scafato, ho giudicato il pubblico che esultava come un insieme di liberali filo-palestinesi di New York, ma subito dopo, quando Malek ha chiesto il rilascio immediato di tutti i rapiti, gli spettatori hanno applaudito altrettanto forte. E in quel momento mi sono reso conto che, a differenza della fin troppo chiara cronologia della mia pagina Facebook, che si divide in sostenitori e odiatori di Israele, il resto del genere umano è, principalmente, umano.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 7 aprile 2024
Altre organizzazioni umanitarie fermano le operazioni nella Striscia. L’allerta: così aumenta il rischio carestia. La domanda per i gazawi è sempre la stessa da sei mesi: riuscirò stasera a dare da mangiare a mio figlio? Ora, dopo che la ong World Central Kitchen ha sospeso le sue operazioni in risposta all’uccisione di sette dei suoi operatori in un attacco aereo israeliano, la situazione rischia di peggiorare ulteriormente, tanto più che il corridoio via mare da Cipro è stato congelato e che l’accesso dei tir di aiuti da Rafah resta difficoltoso.
La Repubblica, 7 aprile 2024
Amnesty International sollecita la comunità internazionale ad impegnarsi di più per assicurare giustizia e responsabilità a favore delle vittime e dei sopravvissuti. Il 7 aprile, in occasione del trentesimo anniversario del genocidio del 1994 contro i tutsi in Ruanda, nel quale persero la vita circa 800.000 persone, tra cui hutu e altri gruppi che si opposero al genocidio e al governo estremista che lo orchestrò, Amnesty International sollecita la comunità internazionale ad impegnarsi di più per assicurare giustizia e responsabilità a favore delle vittime e dei sopravvissuti.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 6 aprile 2024
Li arrestiamo, li ammassiamo in celle sovraffollate, li rendiamo numeri e corpi che nessuno guarda mai in faccia, li lasciamo in isolamento, li priviamo dei contatti famigliari ma poi paghiamo gli psicologi affinché facciano in modo che non si ammazzino. L’annuncio del ministro Nordio di stanziare cinque milioni di euro per la prevenzione dei suicidi in carcere, da usarsi per assumere personale dell’area psicologica e trattamentale, è senz’altro da accogliere con favore, ma non è certo una soluzione che dimostra vedute ampie e consapevolezza della complessità della situazione.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 aprile 2024
Pero di creare un buon contatto Se da un lato vengono stanziati fondi per migliorare l’assistenza psicologica nelle carceri, dall’altro il governo tenta nuovamente con la vecchia ricetta simile al mantra della costruzione di nuovi penitenziari: stringere accordi bilaterali con gli Stati africani per far scontare la pena nei loro paesi d’origine agli stranieri detenuti nelle carceri italiane. Questa mossa è stata presentata come una soluzione per affrontare il sovraffollamento carcerario. Eppure, dietro questa strategia si nascondono questioni critiche dovute dal sacrosanto rispetto dei diritti umani.
di Angela Stella
L’Unità, 6 aprile 2024
La Corte europea dei diritti umani sul caso di due reclusi al carcere duro dal 1997: “ci sono ragioni valide per l’estensione del regime speciale?”. Le avvocate: “Dignità annichilita”. “I ricorrenti sono stati sottoposti ad un trattamento vietato dall’articolo 3 (Proibizione della tortura - Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti, ndr) della Convenzione a causa dell’applicazione prolungata delle restrizioni del regime carcerario speciale del 41 bis?”: è questa la domanda che la Corte Europea dei diritti dell’Uomo ha posto al Governo italiano a seguito del ricorso presentato da due detenuti al regime speciale. In particolare, si chiede all’Italia se “le autorità nazionali abbiano fornito ragioni adeguate per giustificare l’estensione dell’applicazione del regime carcerario speciale” ed è stata invitata a fornire tutti i relativi documenti giustificativi entro il 7 maggio.
di Raffaele Stolder
L’Unità, 6 aprile 2024
Sono un detenuto napoletano e scrivo anche come “giornalista diversamente libero” di Cronisti in Opera, il periodico che viene realizzato nella Casa di Reclusione di Opera. Partecipo mensilmente ai laboratori di Nessuno tocchi Caino. Nell’ultimo del mese scorso è intervenuto anche il mio ex compagno di cella Alfredo Petrosino, anch’egli napoletano e come me cresciuto senza un padre. Era stato condannato a trent’anni quando Alfredo era poco più che un bambino. Da allora non è riuscito più a vederlo. È stato come un rincorressi, cercarsi, desiderarsi. Più volte era stato richiesto il ricongiungimento familiare in carcere quando anche Alfredo nel frattempo più volte vi era finito … Si sa, “senza guida sovente si sbanda”.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 6 aprile 2024
Stamane l’Associazione nazionale magistrati riunirà il proprio “parlamentino” a Roma per decidere se rispondere con una qualche iniziativa (e di che tipo) all’introduzione dei test psico- attitudinali varata dal governo per chi parteciperà, a partire dal 2026, ai concorsi in magistratura. La norma ancora non è pubblicata in Gazzetta ufficiale. E in proposito, il deputato e responsabile Giustizia di Azione Enrico Costa ha dichiarato: “Sono passati 10 giorni dal Consiglio dei ministri che ha approvato le norme sui test per i magistrati, sui fuori ruolo, sulle valutazioni di professionalità e non c’è ancora il testo ufficiale. Lo hanno rimaneggiato per giorni. È troppo chiedere di leggere l’articolato?”. Quello che invece le toghe hanno letto ieri mattina è stata la lunga intervista rilasciata dal ministro Carlo Nordio al Messaggero, nella quale il guardasigilli ha ribadito che i test sono a maggior ragione importanti considerato che i sondaggi descrivono un grosso calo di fiducia dei cittadini nei confronti delle toghe.
- Cassese: “Dico sì ai test per i magistrati, sono un aiuto nella selezione delle toghe”
- “Siamo garantisti... però”, la solita ipocrisia dei partiti
- Miti, mostri e fantasmi inventati dall’antimafia della fuffa
- Stato-Mafia, l’avvocato Manes: “Il doppio binario oramai è regola”
- Calabria. “Allarme per le carceri calabresi: serve un intervento tempestivo”










