di Antonio Lamorte
L’Unità, 9 gennaio 2026
“Sono capri espiatori di ansia sociale”. Il nuovo personaggio che destabilizza “una società depressa a livello economico e demograficamente anziana, sobillata da decenni di retorica razzista e xenofoba”. E ci voleva la Treccani a bollinare che il personaggio dell’anno, il vero “poty”, non era necessariamente il leader volubile e squilibrato di qualche grande potenza in crisi, o una pervasiva entità tecnologica così potente e messianica da “niente sarà più come prima”, quanto più l’ultimo e strategico mostro urbano. Quello che anche quando non corrisponde agli identikit delle baby gang, le testate più autorevoli chiamano in causa per presunte questioni di stile.
di Andrea Carugati
Il Manifesto, 9 gennaio 2026
La storica: “L’antisemitismo va combattuto insieme al razzismo, non serve una norma ad hoc”. “Il ddl Delrio? Parte da un presupposto errato: le contestazioni al governo di Tel Aviv non vanno confuse con l’odio antiebraico”. “In Italia non c’è una emergenza antisemitismo, ma il fenomeno è cresciuto in alcune frange di sinistra che non distinguono tra ebrei e Netanyahu. Sbaglia chi criminalizza tutto il movimento propal”. Anna Foa, storica e autrice nel 2024 de “Il suicidio di Israele per Laterza”, è una degli esperti auditi nelle settimane scorse dalla commissione del Senato che sta trattando i disegni di legge contro l’antisemitismo. Insieme ad altri intellettuali, anche di origine ebraica, ha criticato il ddl Delrio per il rischio di censura alle posizioni propal.
di Sara Gandolfi
Corriere della Sera, 9 gennaio 2026
Gasperin e Pilieri sono stati appena liberati. Adesso l’attesa per almeno altri 26 connazionali. Alberto Trentini è il nome più conosciuto fra gli italiani tenuti prigionieri per mesi nelle carceri venezuelane. Oltre a lui, altri 27 connazionali, alcuni con doppio passaporto italo-venezuelano, hanno subito l’arresto, quasi sempre arbitrario, sotto il regime di Nicolás Maduro. Le loro storie e le loro “colpe” sono diverse: finiti dietro le sbarre perché coinvolti in attività politiche o professionali considerate “ostili”, o semplicemente perché hanno espresso opinioni contrarie al regime.
di Davide Vari
Il Dubbio, 9 gennaio 2026
Nessun incidente. Nessuna legittima difesa. Il colpo di pistola che ha ucciso Renee Nicole Good, trentasette anni, cittadina americana, madre di un bambino di sei anni, non è una tragica fatalità: è un’esecuzione a freddo. La dinamica è chiara, persino banale nella sua ferocia: l’agente dell’Ice - formalmente l’agenzia federale per l’immigrazione e la sicurezza delle frontiere, ma di fatto una milizia armata nelle mani di Donald Trump - si avvicina all’auto. La donna tenta di spostare la macchina, di sottrarsi, di guadagnare qualche metro. Lui estrae la pistola e spara in pieno volto. Poi se ne va. Con la stessa indifferenza con cui si scansa un fastidio. O si schiaccia un insetto.
di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 9 gennaio 2026
Nata dopo l’11 settembre, l’Immigration and Customs Enforcement è una polizia ibrida, che non risponde a comunità locali né ai procuratori, fuori dal perimetro giudiziario ordinario. Immigration and Customs Enforcement, ovvero l’Ice, un tempo agenzia defilata, quasi invisibile, oggi una milizia paramilitare del presidente Trump per ristabilire law and order nelle città governate dai suoi avversari politici. L’Ice nasce oltre vent’anni fa, nel cuore della ristrutturazione degli apparati di sicurezza seguita agli attentati terroristi dell’11 settembre 2001. È una delle agenzie create all’interno del Department of Homeland Security, il nuovo super-ministero incaricato di proteggere gli Stati Uniti da minacce interne ed esterne. La sua missione unisce controllo dell’immigrazione, contrasto ai traffici illegali e sicurezza delle frontiere.
di Riccardo Michelucci
Avvenire, 9 gennaio 2026
I giovani sono rinchiusi nella prigione di New Hall con altri attivisti di Palestine Action per presunti atti di sabotaggio contro l’industria militare israeliana. La donna rifiuta del tutto il cibo da 68 giorni: Bobby Sands morì dopo 66. Lo sciopero della fame in carcere di Heba Muraisi è ormai più lungo di quello di Bobby Sands, che nel 1981 morì dopo 66 giorni consecutivi di digiuno in una cella di Long Kesh, alle porte di Belfast. Ieri la 31enne Muraisi, rinchiusa nella prigione di New Hall insieme ad altri attivisti di Palestine Action, ha superato quel tragico limite e le sue condizioni sono ormai disperate. Rispetto al dramma irlandese di 45 anni fa il contesto e le motivazioni sono diverse, ma la forma di lotta nonviolenta resta la stessa: un digiuno portato fino alle estreme conseguenze per denunciare ciò che i detenuti considerano un’ingiustizia. Il rifiuto totale del cibo è iniziato il 2 novembre scorso e ha coinvolto otto attivisti, tutti detenuti in custodia cautelare in attesa di giudizio per presunti atti di sabotaggio contro siti dell’industria militare israeliana, in particolare la compagnia Elbit Systems. Dopo queste incursioni il gruppo, che pratica disobbedienza civile e azioni dirette di disturbo, è stato etichettato come organizzazione terroristica. La protesta carceraria punta a denunciare la durata della detenzione preventiva, le restrizioni nei contatti con l’esterno, le limitazioni alla corrispondenza e, appunto, la classificazione dell’organizzazione come “terroristica” da parte del governo britannico.
pagineesteri.it, 9 gennaio 2026
All’inizio dell’anno il Cairo ha annunciato, con toni di cauto successo, l’imminente rilascio di centinaia di cittadini egiziani detenuti nelle carceri libiche, risultato di intensi contatti diplomatici con le autorità di Tripoli e di Bengasi. L’annuncio arriva dopo un 2025 segnato da numeri impressionanti: oltre 1.200 detenuti rimpatriati e più di 3.000 migranti egiziani espulsi dalla Libia perché entrati illegalmente nel paese. Cifre che non raccontano solo un’attività consolare intensa, ma riflettono la dimensione strutturale di un fenomeno che continua a divorare intere generazioni di giovani egiziani: la migrazione irregolare attraverso la Libia e il suo carico di violenze, abusi e morti.
di Tullio Padovani
L’Unità, 8 gennaio 2026
Le nostre carceri scoppiano: dovrebbero essere presidio di legalità e invece perpetuano l’illegalità nel silenzio complice di tutti. Mancanza d’aria, di salute, di spazio, ambienti malsani infestati da parassiti… Si potrebbe continuare per ore a elencare le tragedie delle nostre carceri. E allora, com’è possibile che un’istituzione che deve rieducare alla legalità agisca essa stessa nell’illegalità più totale? Il primo strumento di rieducazione dovrebbe essere l’esempio: mostrare che lo Stato rispetta la legge persino con chi l’ha violata. Se invece l’istituzione che incarna la legge ne viola ogni principio, come può pretendere di educare, o anche solo di esistere con dignità? E com’è possibile che nessuno faccia cessare questa situazione di illegalità? Se in un supermercato saccheggi la merce, ti fermano. Se vandalizzi per strada, ti fermano. Ma qui no. Qui l’illegalità continua indisturbata. Perché?
di Francesco Lo Piccolo
vocididentro.it, 8 gennaio 2026
Si muore in carcere e si muore fuori dal carcere poco dopo esserne usciti. L’ultima vittima è una donna di 41 anni liberata due settimane prima e trovata morta “suicida” nel bagno del reparto di Psichiatria dell’ospedale di Livorno il 27 dicembre scorso. Non conosciamo il suo nome e neppure la sua storia, ma sappiamo che in carcere si impara a convivere quotidianamente con la morte, surrogata, minacciata, emulata …e allora la morte non fa più paura e diventa facile attaccarsi a una corda pensando che sia l’unica via d’uscita.
europaradicale.eu, 8 gennaio 2026
L’Italia ha bisogno di rientrare nella legalità e provvedimenti che riducano il sovraffollamento carcerario non sono solo urgenti, sono assolutamente necessari. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha più volte sollevato con parole nette il problema gravissimo che vivono le strutture detentive italiane. La violazione dei diritti dei detenuti e di chi in carcere lavora è all’ordine del giorno proprio in conseguenza di un sovraffollamento fuori controllo con oltre 14.000 detenuti oltre la capienza.
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