di Andrea Zanello
La Stampa, 7 gennaio 2026
È il progetto portato avanti dal Garante Pietro Oddo. Cercansi allenatori per la casa circondariale di Billiemme. È in fase embrionale ma già affascina il progetto in cui attraverso il calcio si potrà regalare qualche ora di svago ai detenuti del carcere di Vercelli. Si parte dall’idea di voler valorizzare il campo da calcio presente all’interno del penitenziario. “Abbiamo un bello spazio per giocare e sarebbe bello utilizzarlo il più possibile”, spiega Pietro Oddo, Garante dei detenuti per il comune di Vercelli. Da qui l’idea: organizzare degli allenamenti in cui i detenuti possano essere agli ordini di una guida che li prepari dal punto di vista fisico e da quello tecnico.
di Annalisa Cuzzocrea
La Repubblica, 7 gennaio 2026
Il decreto sicurezza approvato ad aprile 2025 è servito a criminalizzare il dissenso, ha inventato 14 nuovi reati, ma non ha fatto nulla per rassicurare gli italiani. Il decreto Caivano ha riempito le carceri di minorenni, portando a una capienza mai raggiunta gli istituti minorili, aumentando la possibilità per i più giovani di scontare la pena in prigioni per adulti e peggiorando così ulteriormente la situazione: sono dati del ministero della Giustizia, non ipotesi, quelli secondo cui la recidiva dei minori aumenta se si sconta la pena in carcere, diminuisce con le misure alternative e la messa in prova. Tra l’altro, molti dei reati per cui i ragazzini vanno in prigione sono legati all’uso di droga. E no, non è in prigione che si guarisce dalla tossicodipendenza.
di Nello Rossi
questionegiustizia.it, 7 gennaio 2026
Diciamolo subito: è stato laborioso e complicato ricostruire la fisionomia del diritto penale che la maggioranza di destra ha prodotto negli anni dell’Esecutivo guidato da Giorgia Meloni. La difficoltà del lavoro collettivo svolto sta nel fatto che si è di fronte a un diritto penale proteiforme, dalle molte e mutevoli sembianze. È un diritto penale del nemico, che sceglie come bersagli della repressione penale quanti vivono nel disagio sociale, gli irregolari, i dissenzienti, i protestatari, gli alternativi e, naturalmente, i migranti. Assumendo una posizione di rigore estremo nei confronti della marginalità sociale, dei reati di strada e di tutte le forme di azione politica e sociale che fuoriescono dai binari della più stretta legalità formale. È un diritto penale dell’amico, declinato, come sottolinea Alessandra Algostino “in senso classista e autoritario”, che attua la depenalizzazione dei reati dei colletti bianchi e introduce tutele privilegiate per le Forze di polizia, così veicolando “l’immagine dello Stato come autorità”. Mostrando indulgenza verso illegittimità, abusi e devianze dei detentori del potere e introducendo nel processo penale sempre più complesse e sofisticate garanzie che, però, saranno utilizzabili solo dai soggetti culturalmente ed economicamente forti e meglio difesi.
di Collettivo Antipsichiatrico Antonin Artaud
osservatoriorepressione.info, 7 gennaio 2026
Apprendiamo che una donna di quarantuno anni, di cui non conosciamo l’identità, si sarebbe suicidata nel bagno del reparto di Psichiatria dell’ospedale di Livorno il 27 dicembre scorso. È successo ancora. Un’altra volta, sempre nello stesso posto. Sempre nell’Spdc (Servizio Psichiatrico Diagnosi e Cura) padiglione 10° degli Ospedali Riuniti di Livorno. L’Asl Toscana Centro, intervenuta a posteriori con una nota diramata ai giornali, parla di un “caso sentinella”: un evento cioè grave, imprevedibile, inaspettato. Imprevedibile? Per quello che ci è dato sapere in pochi anni si sono verificati almeno altri due casi di persone decedute dopo essere state ricoverate all’interno di quello stesso reparto.
di Domenico Quirico
La Stampa, 7 gennaio 2026
Conversioni, ritrattazioni, apostasie, tradimenti, zig zag, incantamenti, bugie, escandescenze plateali: che balzana commedia umana si recita da due giorni nel Palazzo di Caracas in un gran limbo della informazione e della deformazione. Un cambio di regime con forte puzzo di zolfo e niente aroma di incenso. Quel guastamestieri di Trump, demolitore di ogni tradizione di garbo, becchino del diritto internazionale qualificato ormai come esperimento fallito, ha un merito: le sue azioni sanno metter sulla strada che conduce a vedere tutto quello che c’è di posticcio, di falso e di equivoco in alcuni angolini del mondo. Ora ci sono personaggi pirandellianamente alla ricerca di una maschera, consapevoli che corrono il rischio, indossando quella sbagliata, di finire sulle bancarelle nel reparto della frusaglia a prezzo fisso. O peggio in galera.
di Vincenzo R. Spagnolo
Avvenire, 7 gennaio 2026
I dati raccolti da Avvenire rivelano un numero alto di persone trattenute nelle carceri perché oppositori di Maduro o con accuse pretestuose. Eccone le storie, mentre Il Governo tratta per la loro liberazione, con la mediazione della Chiesa. Dal 1980, la lugubre silohuette del carcere di massima sicurezza “El Rodeo I” si staglia sul panorama di Guatire, località a 30 chilometri da Caracas. In una cella di quel tetro palazzone con le sbarre, sinistro simbolo dei mali del sistema penitenziario venezuelano e del trattamento inumano riservato a molti detenuti, il cooperante Alberto Trentini attende da 418 giorni la propria liberazione.
di Ilaria Dioguardi
vita.it, 6 gennaio 2026
Un gruppo di giuristi, filosofi, teologi, magistrati ed esperti della materia penitenziaria propone la soluzione di un indulto “differito”. Nicola Mazzamuto, co-autore del documento, presidente del tribunale di sorveglianza di Palermo: “Bisogna pensare ad una misura responsabile, per aver tempo di riprogettare il futuro e per dare alle persone una libertà accompagnata e assistita, con la presa in carico di una rete di accoglienza”. “La drammaticità della situazione carceraria impone soluzioni nuove, originali e realistiche, raccogliendo gli appelli accorati di papa Francesco, di papa Leone, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed il grido di dolore del mondo penitenziario.
di Simone Olivelli
La Sicilia, 6 gennaio 2026
Sempre più grave il problema del sovraffollamento delle carceri italiane. Nel 2025, nelle carceri italiane ogni quattro giorni e mezzo un detenuto si è tolto la vita. Gli 80 suicidi - l’ultimo proprio mentre nelle case gli italiani si apprestavano a festeggiare il nuovo anno - testimoniano come la crisi del sistema penitenziario sia lontana dall’essere risolta. Tra sovraffollamento, mancanza di adeguate cure nei confronti di chi soffre di patologie psichiche, carenze nell’organico sia degli agenti che del personale addetto a fornire servizi di altra natura, la luce fuori dal tunnel non si vede ancora. Dai dati registrati dal ministero della Giustizia e aggiornati a fine novembre, risulta che il numero dei detenuti era di 63.868, circa duemila in più rispetto alla fine del 2024 quando a essere reclusi erano in 61.861.
di Nello Trocchia
Il Domani, 6 gennaio 2026
Da quando è recluso l’ex sindaco di Roma è diventato un testimone che, insieme ai detenuti del braccio G8, denuncia in un libro firmato con lo “Scrivano di Rebibbia” le condizioni carcerarie e la pochezza del legislatore che alimenta il populismo penale. Record di suicidi nell’anno appena concluso. Il titolo è chiaro, fin troppo: “L’emergenza negata, il collasso delle carceri italiane”. A firmarlo sono lo scrivano di Rebibbia, Fabio Falbo, e un detenuto eccellente, l’ex ministro e già sindaco di Roma, Gianni Alemanno. A metà dicembre aveva denunciato un’altra carenza strutturale nel carcere romano dove è rinchiuso: il riscaldamento.
di Lorenza Pleuteri
osservatoriodiritti.it, 6 gennaio 2026
Un provvedimento del tribunale di sorveglianza di Torino e l’ennesimo decesso in carcere riportano l’attenzione sul trattamento di detenuti malati e le conseguenze di sovraffollamento e carenza di personale. Il sovraffollamento di un carcere genera un surplus di sofferenza. E la presenza di detenuti malati, quelli che richiedono un’assistenza sanitaria particolare, in un istituto con centinaia di detenuti in più provoca un sovraccarico di lavoro per il personale e pesa sulla gestione dei servizi ordinari. Anche per questi motivi, uniti alle patologie di cui soffre, un recluso della casa circondariale di Torino ha ottenuto la detenzione domiciliare. Basandosi solo sulle condizioni di salute, ritenute non incompatibili con la vita in cella, non avrebbe avuto diritto alla misura applicata e neppure alla sospensione o al differimento della pena.










