di Davide Illarietti
Corriere della Sera, 4 gennaio 2015
San Quintino, come Alcatraz, non è famosa per il comfort. Al contrario. Per essere una delle prigioni più dure d'America - di sicuro la più tristemente celebrata da Hollywood, per il suo famoso "braccio della morte" - è anche un buon trampolino di lancio. O almeno potrebbe esserlo, per i diciotto detenuti selezionati dal programma "Code 7370".
L'iniziativa ha fatto scalpore oltre Atlantico: all'interno del carcere-simbolo della sedia elettrica, l'anticamera della morte più grande degli Stati Uniti, una classe di detenuti studia informatica e programmazione a livelli da Silicon Valley. "Alcuni dei detenuti di lungo corso non hanno mai usato un computer. Non hanno mai posseduto uno smart phone" spiegano gli ideatori del programma.
"Il reinserimento nel mondo del lavoro può essere estremamente difficile". Dietro le sbarre il tempo si ferma. E dopo due anni come dieci niente è più lo stesso, là fuori, nell'era di internet. Per questo l'associazione no-profit "Last Mile" ha lanciato il corso-pilota di quattro giorni su sette, otto ore al giorno, in cui i detenuti fanno programmazione intensiva con due docenti volontari di Hack Rock, un campus di San Francisco dove tre mesi di lezioni, di norma, costano non meno di 17 mila dollari. "In teoria, una volta fuori di prigione questi detenuti potrebbero guadagnare stipendi a sei cifre nella Silicon Valley" scrive ottimisticamente Ariel Schwartz su Co.Exist.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 3 gennaio 2015
Spinta perduta nonostante gli appelli e i recenti scandali a più di vent'anni da Mani pulite la svolta annunciata è ancora ai primi passi. Ma la politica non può rinunciare a promuovere leggi per far emergere i traffici illeciti.
di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 3 gennaio 2015
L'unico riferimento ideale, nel discorso di fine anno di Napolitano, è quello al Papa. Le correnti filosofiche, politiche, ideali, che pure sono presenti nel vissuto di Napolitano, sono scomparse per far posto al messaggio di pace del Papa.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 3 gennaio 2015
Francamente speravo di ricevere una secca smentita. Mi auguravo che qualcuno, stamattina, rispondesse indignato alle accuse, pesantissime, che ieri abbiamo lanciato dalla prima pagina del nostro giornale.
di Carlo Di Foggia
Il Fatto Quotidiano, 3 gennaio 2015
Il Sottosegretario all'Economia Zanetti: "norma scritta male, sana anche le furberie più gravi". La guerra intestina al Tesoro ha partorito un pasticcio che aiuta grandi evasori fiscali. "Sì, per com'è scritta quella norma ha un impatto pesante, salva tutti i reati e non va bene", spiega il sottosegretario all'Economia Enrico Zanetti (Sc).
Adnkronos, 3 gennaio 2015
Questa mattina Marco Pannella, in sciopero totale della fame e della sete da oltre 90 ore "per difendere il messaggio alle Camere di Napolitano" sulle carceri "dai comportamenti opposti assunti dal presidente del consiglio Renzi", si ricovererà per prudenza in una struttura sanitaria a Roma per proseguire la propria azione nonviolenta sotto controllo medico. Pannella potrà comunque eventualmente allontanarsi per alcune ore dalla struttura sanitaria nel corso della giornata.
Ansa, 3 gennaio 2015
Camera di consiglio immediata e decisione attesa entro le 14 di oggi. Resta riunito per deliberare, dopo due udienze fiume, la prima di 12 ore il 31 dicembre e la seconda di quasi sei ore oggi, il Tribunale del riesame di Catania che deve decidere sulla richiesta di scarcerazione presentata dal legale di Veronica Panarello, la 26enne accusata di avere ucciso, il 29 novembre scorso a Santa Croce Camerina, il figlio Loris di 8 anni.
di Stefano Zurlo
Il Giornale, 3 gennaio 2015
Accusata di pedofilia, la coppia era fuggita in Francia per evitare che gli venisse tolto anche l'ultimogenito. Ora è stata assolta ma nel frattempo il padre è morto. C'è una mamma che ha perso quattro figli, quattro bambini, la mattina del 12 novembre 1998. Oggi che potrebbe riaverli è ormai tardi.
di Sabatino Bavaglio
Il Garantista, 3 gennaio 2015
È freddo il carcere di Catanzaro, non solo per il clima polare di questi giorni. È freddo non solo per i riscaldamenti che vengono accessi un'ora e mezza al mattino e un'ora e mezza alla sera. È freddo non solo per il tempo che scorre lento, con i detenuti che vorrebbero lavorare e come in tutte le altre carceri italiane lo possono fare solo in pochi, e quelli scelti sono quasi tutti coloro per i quali si avvicina il "fine pena".
È freddo non solo per l'acqua che sgorga dai rubinetti di quelle cabine interne alle celle che sono al contempo bagno e cucina e che, almeno in alcuni reparti, scende fredda anche dalle docce comuni.
Il freddo rigido è in quei gabbioni in cui i reclusi scorrono la loro "ora d'aria" camminando in fila per quattro, come una ronda, per riscaldare i muscoli e riattivare la circolazione. O talvolta in due coppie distinte, seguendo diagonali diversi, forse per un'empatia che manca tra le due coppie di detenuti. Ore d'aria trascorse all'interno di tre pareti alte, in cemento armato, e di una quarta la cui soluzione di continuità è rotta solo dal cancello di ferro da cui si entra e si esce in quei gabbioni venti metri per dieci. Ora d'aria a cui spesso i detenuti di Siano rinunciano preferendo restare all'interno delle loro celle. È freddo anche per gli operatori che sotto le divise di ordinanza indossano maglioni e sciarpe e che un tiepido sole del primo pomeriggio riscalda solo all'uscita, alla fine del turno.
È freddo il rapporto tra quei numeri delle prestazioni sanitarie snocciolati da medici e dagli infermieri e quello dei mesi di attesa per un esame diagnostico
o una visita denunciato dai detenuti. E c'è il freddo di chi deve dormire vestito, nelle celle umide, anche se imbiancate, quando stucco e vernici sono disponibili, dagli stessi detenuti per coprire le incrostazioni delle infiltrazioni d'acqua ed il verde delle muffe.
I freddi numeri dicono che ci sono "solo" 547 ospitati a fronte di 545 posti, ma il dato della capienza utile alle statistiche del Ministero comprende anche i 72 posti dell'ultimo piano del nuovo padiglione, ancora non utilizzati. Non riscaldano gli spazi ristretti, nelle celle doppie o triple, in cui i "tre metri quadrati calpestabili" sono un'utopia. Scaldano poco gli animi le presunte "battiture" denunciate da un detenuto, che sarebbero opera di qualche agente di polizia giudiziaria, séguito di una agitata discussione con la moglie durante un colloquio.
Qualche cenno di tepore è dato da qualche ergastolano che cerca ancora di dare un senso alla propria vita. Come un ritratto di Pasolini con una citazione sul pensare e l'agire appeso col nastro adesivo ad un'umida parete, che ricorda più un tazebao che non un post su Facebook. E soprattutto come chi in modo artigianale, quasi casalingo, all'interno di una cella non più utilizzata, messa a disposizione dalla direzione, sta sperimentando un piccolo laboratorio di pasticceria. Piccoli segni dell'essere speranza più che avere speranza: lo spes contra spem ribadito, con frequenza di recente, da Marco Pannella.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 3 gennaio 2015
Rachid Assarag ha registrato tutto: "mi avete picchiato, non potete negarlo". e gli agenti: "tanto comandiamo noi". È stato portato in isolamento, picchiato e lasciato senza cure. È l'ennesima denuncia shock che noi de Il Garantista riportiamo dopo aver contattato la moglie del detenuto che avrebbe subito il pestaggio.
Ha avuto un contrasto con un agente penitenziario che lo avrebbe dovuto portare in infermeria. Mentre gli apriva il blindo gli avrebbe detto: "Andiamo maleducato". Il detenuto ha chiesto il perché di quell'insulto e ottenendo per risposta che se non ci fossero state le telecamere, "gliele avrebbe date".
Poi sarebbero arrivati altri agenti, lo avrebbero portato in isolamento e lì lo avrebbero percosso. Questo è ciò che il detenuto ha denunciato alla moglie durante il colloquio telefonico durato dieci minuti. Le ha anche detto che non riesce a vedere bene da un occhio e che non lo vogliono portare in ospedale. Questo episodio sarebbe accaduto prima di capodanno all'interno del carcere di Sollicciano.
Si tratta di Rachid Assarag, marito di Emanuela D'Arcangeli, che aveva registrato le voci di medici e agenti che avevano ammesso le violenze all'interno del carcere di Parma. Nella registrazione la guardia carceraria si lascia andare: "Ne ho picchiati tanti, non mi ricordo se in mezzo c'eri anche tu". Il medico del penitenziario è ancora più esplicito: "Vuole denunciarle? Poi le guardie scrivono nei loro verbali che non è vero.
Che il detenuto è caduto dalle scale; oppure il detenuto le ha aggredite e l'agente che si è difeso, ok? Ha presente il caso Cucchi? Hanno accusata i medici di omicidio e le guardie no. Ma quello è morto, ha capito? È morto per le botte. Ne picchiamo tanti, qui comandiamo noi". Rachid - durante la registrazione che aveva fatto di nascosto - non si fa problemi a parlare delle violenze che avrebbe subito e spiega sempre al medico penitenziario: "Io ho subito, mi hai visto che io ho subito la violenza".
E il dottore risponde: "Certo, ho visto... quello che voglio dire, è che lei deve imparare a... a... abituare... sì, perché non può cambiare lei, come non lo posso cambiare io!". Ma Rachid non molla. Insiste. Vuole risposte per capire come muoversi, a chi
far presente cosa non funziona. Il medico parla anche delle "protezioni" da parte della magistratura di cui godrebbero gli agenti. E cita il caso di Stefano Cucchi, il giovane arrestato per droga e morto in custodia cautelare una settimana dopo, vicenda finita con L'assoluzione al processo d'appello. "Ah, il magistrato è dalla parte di loro?", chiede Assarag.
"Certo... in un caso di morte, in un caso di morte come quello di Cucchi, sono riusciti a salvare gli agenti e hanno inchiappettato i medici". Grazie a queste registrazioni - in seguito rese pubbliche - è partita un'ispezione interna da parte dell'Amministrazione penitenziaria e un'inchiesta è stata aperta dalla Procura.
Per quiesto motivo Assarag è stato trasferito al carcere di Sollicciano. La moglie aveva inviato una lettera alla direttrice del carcere affinché gli garantisse protezione da eventuali ritorsioni. Emanuela D'Arcangeli tramite il suo blog "Carcere e Verità" sta intraprendendo una battaglia per combattere la situazione infernale del sistema penitenziario. Con una lettera pubblicata dal Garantista, aveva lanciato un invito a intraprendere una lotta che non tra detenuti e guardie "cattive", ma un fronte comune composto da familiari di detenuti, operatori e le stesse guardie penitenziarie che credono nel loro lavoro.
In altre registrazioni, sempre messe a disposizione sul canale You Tube del blog "Carcere e Verità", ci sono colloqui con altre guardie carcerarie che ammettono di essere supini a uno spirito corporativo: non testimonieranno mai contro i loro colleghi.
Quello che avviene in carcere resta chiuso tra quattro mura; una sola parola vige tra gli operatori penitenziari: omertà. L'invito di Emanuela è quello di combatterla. Ma a quanta pare non è bastato, e Rachid sarebbe stato picchiato, ancora. Ha deciso, quindi, di inviare una lettera - che noi pubblichiamo integralmente - alla dottoressa Maria Grazia Giampiccolo affinché si accerti della violenza che ha subito per prendere immediatamente provvedimenti.
Lettera della moglie di Rachid al direttore del carcere di Sollicciano
Cortese dottoressa Maria Grazia Giampiccolo, il mio nome è Emanuela D'Arcangeli e sono io moglie di Rachid Assarag, detenuto presso il carcere di Firenze Sollicciano, dal maggio di quest'anno. Le scrivo affinché lei porti la mia riconoscenza agli agenti che lunedì 29 dicembre non hanno accompagnato Rachid al pronto soccorso, dopo avergli procurato un ginocchio dolorante e un occhio pesto, da cui non riesce più a vedere.
Lasciandolo poi in isolamento, dove non ha potuto parlare con le volontarie. C'è un gioco che si fa, quando si avvicina il Capodanno: ci si interroga su come sia andato un anno e su cosa ci si aspetta dall'altro, È un gioco infantile a cui mi ero prestata proprio dieci minuti prima di ricevere quella telefonata, in cui Rachid mi raccontava la sua mattinata di lunedì. Questo è stato un anno ricco di avvenimenti, alcuni gioiosi e altri spiacevoli, ma nel complesso mi era sembrato un "anno di semina".
E per il 2015 ipotizzavo che quei semi gettati, potessero trasformarsi nel "raccolto" tanto atteso, se il tempo ci avesse dimostrato di aver seminato bene, Quella telefonata è arrivata a due giorni dalla fine dell'anno, giusto in tempo per essere l'ultimo seme del 2014, piantato nello stesso terreno degli altri. Aprile 2014: la faccia coperta di sangue di Rachid e le versioni discordanti fornite dal carcere di Prato, per trovare una spiegazione qualunque, che sollevasse il carcere stesso, da eventuali responsabilità.
Giugno 2014: il suicidio di un ragazzo marocchino, proprio nel carcere di Sollicciano, Una morte che si sarebbe potuta evitare, se alle regole e alle rigide procedure, si fosse anteposta l'umanità. Settembre 2014: l'articolo su l'Espresso, con la notizia delle registrazioni audio raccolte da Rachid nel carcere di Parma. Violenza, omelia e abuso di psicofarmaci. Un inferno dove Rachid ha trascorso un anno e dove altre persone ancora patiscono lo stesso trattamento.
Ottobre 2014: udienza del processo di Parma. I documenti audio vengono assunti come prova a favore di Rachid, accusato di resistenza a pubblico ufficiale, dallo stesso "gruppetto" di guardie, protagonista delle registrazioni. Dicembre 2014: l'ultimo seme. Quello piantato dagli agenti di Sollicciano, lunedì 29.
Prima che lo dica chiunque altro, lo dico io: Rachid è ribelle, polemico e arrogante. "Non sei l'avvocato di nessuno!" Quindi se vedi un "male", taci. Questa era la lezione che aveva il dovere di imparare. Ma di fronte al "male", lui non solo ha parlato, ma ha agito. Questo ha fatto di lui un ribelle. Giorni trascorsi in ozio; assistenza medica minima; assistenza psicologica quasi inesistente; anticostituzionalità complessiva del sistema carcere. Parlare sempre di queste cose, ha fatto di lui una persona polemica.
Pretendere rispetto dalle guardie, lo stesso che le guardie pretendono dai detenuti, ha permesso agli altri, di farlo apparire arrogante, se non violento.
Tutto questo può scusare la violenza e le lesioni che ha subito? Sì. Se il carcere dovesse formare ubbidienti soldati, fedeli e sottomessi alla gerarchia militare. O se fosse solo un contenitore dove costringere le persone cattive, a passare inutilmente una parte più o meno sostanziosa della loro vita, aggiungendo alla pena, altre pene accessorie non previste dalla legge.
Ma la verità è che la violenza è illegale e come tale, va denunciata, Sono riconoscente a quegli agenti, come può esserlo una completa idiota, perché hanno fatto quello che ci aspettavamo, ancora una volta. Ma a che prezzo Rachid pagherà il suo stare dalla parte della ragione, non lo so, perché non è stato nemmeno portato in ospedale! Dico queste cose a lei, come responsabile dell'istituto in cui si è consumata questa ennesima violenza, fiduciosa che vorrà saperne di più. Le porgo i miei più cordiali saluti, ringraziandola fin da ora per il suo interessamento.
- Giustizia: le velleità giudiziarie dell'Italia contro i responsabili della "Operación Cóndor"
- Roma: visita del capo Dap al carcere Regina Coeli. Fsn-Cisl: è un segnale di cambiamento
- Genova: Rossi (Sel); il Reparto per i detenuti dell'Ospedale San Martino è un inferno
- Roma: Radicali; a Regina Coeli celle sovraffollate e un'assistenza sanitaria insufficiente
- Palermo: denuncia Radicali "al carcere dell'Ucciardone freddo e poco cibo per i detenuti"










