www.umbria24.it, 3 marzo 2015
L'ultimo episodio lunedì pomeriggio: un detenuto ha colpito un poliziotto con una testata. Sale la tensione tra la polizia penitenziaria del carcere di vocabolo Sabbione a Terni. Gli agenti infatti nel giro degli ultimi quattro giorni sono stati aggrediti dai detenuti in tre occasioni. La denuncia arriva dal segretario locale Ugl per la polizia penitenziaria, Tony Di Fiore e dal segretario regionale Francesco Petrelli.
Testata all'agente "L'ultima aggressione in ordine di tempo - si legge in una nota del sindacato - è avvenuta lunedì pomeriggio nel reparto As3, dove un detenuto preso dall'ira per motivi futili ha colpito con una testata un agente di polizia penitenziaria. Il fine settimana è stato incandescente: venerdì un ispettore durante le normali attività è stato aggredito con un manico di scopa da un detenuto tossicodipendente, mentre sabato un assistente, durante la perquisizione ordinaria del mattino, è stato sfregiato sul torace con forbici da bimbo. Tanta paura per tutti ma dai referti le prognosi li giudicano guaribili in pochi giorni".
Ugl all'attacco Da tempo il carcere di vocabolo Sabbione soffre per il sovraffollamento. Ma il problema, secondo l'Ugl, non sarebbe soltanto questo. "Troppe tipologie di reato per una struttura penitenziaria obsoleta, mal costruita e non in grado di gestire più di cinquecento detenuti. Non parliamo di sovraffollamento ma di dinamiche che hanno accentuato una carenza strutturale e di personale. Troppa accondiscendenza da parte della direzione per una realtà sempre più a rischio, personale sovraccaricato di richieste e ospiti reclusi non soddisfatti della loro cura. La nostra piena solidarietà va al personale aggredito con la speranza che non sia l'inizio del susseguirsi di episodi evitabili e da censurare".
di Federica Cioni
www.parlamento.toscana.it, 3 marzo 2015
Si terrà a Firenze mercoledì 4 marzo a partire dalle ore 9.30 (Sala delle Feste di Palazzo Bastogi, via Cavour 18), il convegno organizzato dal Garante toscano per i diritti dei detenuti. Saranno presenti i presidenti di Consiglio e Regione Alberto Monaci ed Enrico Rossi.
Il processo di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg) che ha preso forma nell'ambito del passaggio di competenze in tema di sanità penitenziaria dallo Stato alle Regioni, sembra giunto a un momento decisivo essendo prevista, per il 31 marzo prossimo, la chiusura definitiva di tali strutture. Governo e Regioni hanno lavorato in questi anni per individuare modalità alternative di gestione del disagio psichiatrico, che dà luogo a pericolosità sociale, nella prospettiva di privilegiare l'aspetto medico e di riservare le misure di sicurezza detentive a quei casi residuali che non sia possibile prendere in carico altrimenti.
Il Garante per i diritti dei detenuti della Toscana Franco Corleone, in collaborazione con la Fondazione Giovanni Michelucci e l'Associazione di volontariato penitenziario Onlus di Firenze, organizza un seminario, "Opg addio, per sempre", che si terrà mercoledì prossimo, 4 marzo, a partire dalle ore 9.30 presso la Sala delle Feste di Palazzo Bastogi (Firenze - via Cavour, 18). Il convegno, che vedrà la partecipazione anche dei presidenti di Consiglio e Regione Alberto Monaci ed Enrico Rossi, sarà occasione ideale per presentare un'indagine sulla popolazione internata nell'Opg di Montelupo Fiorentino.
La ricerca ha analizzato infatti i fascicoli delle presenze in istituto all'8 novembre 2014 e i nuovi ingressi fino al 31 dicembre 2014 con lo scopo di mettere in evidenza, oltre alle caratteristiche generali della popolazione detenuta, gli elementi della presa in carico da parte dei servizi sociali, i meccanismi di proroga delle misure di sicurezza, la durata della permanenza in Opg alla luce dei nuovi limiti di legge. Ai lavori è stato invitato a partecipare anche il sottosegretario di stato al ministero della Salute, Vito De Filippo.
Fdi: in fumo 7,5 milioni su Opg
"Tra 28 giorni l'Opg di Montelupo dovrebbe essere chiuso e nessuno ancora ha trovato una soluzione adeguata. Facile per Luca Lotti dire di voler restituire la bella villa alla cittadinanza e dimenticarsi sia i 7,5 milioni di euro spesi dal 2007 ad oggi per adeguare la struttura detentiva di Montelupo, sia i gravissimi rischi per la sicurezza dei cittadini se la Regione dovesse individuare come sede per la Rems (residenza per l'esecuzione di una misura di sicurezza sanitaria) un non carcere".
È quanto commenta il capogruppo regionale di Fratelli d'Italia e candidato governatore Giovanni Donzelli dopo il sopralluogo alla struttura di Montelupo: "Probabilmente- aggiunge- è anche possibile un recupero della usufruibilità aperta di parti della villa con il contributo di eventuali detenuti, ma gli amministratori locali e regionali dovrebbero avere gli attributi di contraddire Lotti e pensare al bene della collettività e questo nel Pd renziano è fantascienza. Speriamo che presto non si debba piangere crimini efferati causati dalla leggerezza di questa gente".
di Paola Arosio
Famiglia Cristiana, 3 marzo 2015
Il primo incontro dedicato all'universo-carcere. Ma poi si parlerà anche di "povertà e diritti privati", "lavoro e diritti precari", "scuola e diritti svalutati", "finanza e diritti sacrificati". È la serie di incontri inaugurata nei giorni scorsi a Verona, per promuovere - come sottolineano gli organizzatori - "concrete strategie di cambiamento sociale".
"L'ingiustizia in un luogo qualsiasi è una minaccia per la giustizia ovunque", diceva Martin Luther King. Ne è convinta la rete di associazioni, con capofila Spazio Solidale Arci, che ha lanciato a Verona Diritti per le nostre strade (www.dirittiperlenostrestrade.it), un progetto di informazione, sensibilizzazione, condivisione per promuovere dignità e giustizia, trasformandole in concrete strategie di cambiamento sociale. Fa parte dell'iniziativa un laboratorio permanente dal titolo "Regimi di legalità e pratiche di cittadinanza", rivolto soprattutto a volontari, operatori, insegnanti e articolato in cinque tappe.
La prima cui seguiranno gli appuntamenti del 26 marzo (povertà e diritti privati), 23 aprile (lavoro e diritti precari), 21 maggio (scuola e diritti svalutati), 18 giugno (finanza e diritti sacrificati) - è stata tutta dedicata al carcere.
"Sono le zone intermedie tra diritti e abusi a condizionare la vita dei detenuti", denuncia Paolo Bottura, volontario dell'associazione Ripresa responsabile, da anni attiva per promuovere un'altra cultura della pena. "Il carcere rimane un mondo a parte, un'istituzione totale, dove vigono i principi di separazione, isolamento, negazione. Spesso diventa una scuola di delinquenza, dove i detenuti non sono più persone".
Non sempre questo risulta evidente, alla luce del sole. "La violenza che il carcere esercita non è stata eliminata, ma solo mascherata, disinfettata. Non lascia traccia, ma si insinua gradualmente". E sono proprio i diritti, secondo Bottura, "a fare la differenza. Un vero salto di qualità non passa attraverso corpi gestiti con più attenzione. Occorre andare oltre la richiesta di più docce, carta igienica, cibo, spazi, attrezzature, medicine. Va distinta la soddisfazione dei bisogni di base dall'essere cittadini a pieno titolo, individui".
Una questione che in apparenza riguarda solo chi è dietro le sbarre, ma che coinvolge, in realtà, tutto il tessuto sociale, diventando paradigma, cartina di tornasole della società stessa. "Quando riusciamo a metterci dalla parte dei poveri, dei perdenti, dei senza voce, dei vinti, possiamo percepire il carcere come la reificazione di un sistema che sconfigge tutti, anche chi non è recluso", osserva Bottura.
Al termine del ciclo di incontri, "si giungerà alla definizione di un vocabolario dei diritti, capace di esprimere le sfumature che ci sono tra rispetto e violazione", spiega Giovanni Ceriani, responsabile del progetto. "Oltre a questo, si completerà un "manifesto dei diritti" da sottoporre alla cittadinanza e alle realtà associative del territorio. Infine, si indicherà una lista di proposte pratiche di cittadinanza attiva e si cercherà di favorire la nascita di reti sociali di mutuo-aiuto".
Ristretti Orizzonti, 3 marzo 2015
Mercoledì 4 marzo 2015 alla Casa Circondariale Dozza di Bologna, Wajih Saad Abu Abd Al-Rahman, Imam di Reggio Emilia e la Prof.ssa Cinzia Benatti, terranno la lezione: "I rapporti familiari: diritti e doveri dei componenti del nucleo familiare. La gestione della crisi coniugale. Panoramica della situazione italiana e di quella dei Paesi arabo-islamici". Alla lezione parteciperà la Garante delle persone private della libertà personale della Regione Emilia-Romagna, avv. Desi Bruno.
Si tratta della quindicesima di un ciclo di ventiquattro lezioni dedicate ai detenuti della Casa Circondariale Dozza di Bologna iscritti ai corsi dell'anno scolastico 2014-2015, nell'ambito del Progetto "Diritti, doveri, solidarietà. La Costituzione italiana in dialogo con il patrimonio culturale arabo-islamico", realizzato a seguito dell'Accordo quadro tra la Garante delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale della Regione Emilia-Romagna e il Centro per l'istruzione degli adulti Cpia Metropolitano di Bologna.
www.varesenews.it, 3 marzo 2015
Giovedì 5 marzo presso il teatro di Varese si terrà l'annuale conferenza dei Giovani Alianti che concluderà il progetto dell'anno 2014-2015. La conferenza conclusiva della XIV edizione del progetto Giovani Alianti si terrà giovedì 5 marzo presso il teatro di Varese dalle ore 8 alle ore 13 circa. A prendere parola saranno gli studenti di diverse scuole di Varese che hanno aderito all'iniziativa, esponendo i propri progetti relativi al tema della "Riconciliazione", affrontato in tutte le sue forme. Sul palco saliranno anche alcuni relatori per affiancare i ragazzi durante la presentazione.
Parlerà di "Riconciliazione con se stessi e con gli altri" Elena Marta, Professoressa di Psicologia Sociale e di Psicologia della Comunità presso l'Università cattolica Sacro Cuore di Milano. A seguire verrà affrontato il tema della "Riconciliazione tra carnefici e vittime" dove la relatrice sarà Marcella Reni, presidente dell'organizzazione Prison Fellowship Italia Onlus, associata all'ente "Prison Fellowship International" con sede a Washington D.C. che si occupa di detenuti, ex detenuti e delle loro famiglie e che è presente in 135 paesi nei 5 continenti. Verrà affiancata da Mario Congiusta cofondatore dell'associazione Victim Fellowship Italia Onlus e fondatore dell'Associazione Gianluca Congiusta Onlus, fondata in seguito all'uccisione del figlio avvenuta nel maggio del 2005.
A concludere sarà Giacomo Crespi educatore professionale della Barabbàs Clowns Onlus per affrontare l'argomento della "Riconciliazione tra i popoli (e tra i ragazzi difficili)". Gli studenti avranno un ruolo attivo durante l'evento presentando i propri progetti, elaborati in seguito a una serie di 5 incontri per informarli e sensibilizzarli sul tema.
di Luigi Saraceni
Il Manifesto, 3 marzo 2015
Poteri dello Stato. La Cassazione dà l'ultimo colpo alla Fini Giovanardi, sbagliata come la legge sulla responsabilità delle toghe. Le Sezioni unite della Cassazione, risolvendo un contrasto interpretativo fra i giudici, hanno stabilito nell'udienza di giovedì scorso che le pene in corso di esecuzione per fatti relative alle "droghe leggere", irrogate sulla base della famigerata legge Fini-Giovanardi (che prevedeva pene da 6 a 20 anni di reclusione), dichiarata incostituzionale nel febbraio dell'anno scorso, devono essere rideterminate sulla base della ripristinata legge precedente, che prevede pene più miti (da 2 a 6 anni).
Bene. La giurisdizione ha fatto il suo dovere; sia pure con i tempi propri della nostra giustizia, ha stabilito che la galera illegittima va rimossa, perché questo vuole la legalità costituzionale.
Chi non ha fatto il suo dovere è invece il legislatore, che, mentre i giudici risolvevano i loro prevedibili contrasti, è rimasto inerte e ha consentito che i condannati continuassero a scontare la loro pena illegittima. E continueranno ancora a scontarla, perché la meritoria decisione della Cassazione non ha effetti immediati, generalizzati e automatici. Sarà pur sempre necessario, per riavere la libertà, che il condannato (o il suo difensore, se ce l'ha) si attivi per aprire e portare a compimento la "pratica" e sempre che il giudice cui è affidata non voglia "ribellarsi" - com'è nei suoi poteri - alla decisione del vertice giudiziario.
Perciò un anno fa, all'indomani del verdetto della Consulta, sarebbe stato necessario un intervento urgente del legislatore che disponesse, con effetti generali immediati per tutti i condannati, l'obbligo dei giudici di provvedere d'ufficio a rideterminare le pene in corso di esecuzione, per riportarle ai ripristinati parametri legali della legge precedente.
Questo è quello che avrebbe richiesto, e continua a richiedere, un effettivo rispetto della libertà personale. E invece l'inerzia della politica ha condannato, e continua a condannare, migliaia di detenuti delle nostre affollate galere a scontare pene costituzionalmente illegittime.
In compenso quella stessa politica ha approvato una legge - sulla responsabilità civile dei magistrati - che solo la demagogia e il garantismo confuso, anche di certa sinistra, può presentare come efficace presidio di libertà e di garanzia dei diritti dei cittadini, e soprattutto di coloro che più avrebbero bisogno della tutela giudiziaria.
La vicenda di Enzo Tortora, strumentalmente evocata per propagandare le virtù di questo intervento legislativo, è invece la miglior riprova della sua inutilità: se all'epoca fosse stata in vigore, la decantata legge non avrebbe né risparmiato l'ingiusta galera preventiva né assicurato un risarcimento alla vittima più emblematica della nostra malagiustizia.
La verità è che questa legge - al di là delle semplificazioni demagogiche che la rendono popolare - non ha alcuna attitudine né a mettere i cittadini al riparo da iniquità, errori ed abusi che certamente affliggono l'esercizio della giurisdizione né a modellare una figura di giudice indipendente e rispettoso delle regole.
Il cittadino comune danneggiato nella libertà o nel patrimonio dalla negligenza di un giudice, difficilmente avrà tanta pazienza e fiducia nella giustizia, da affrontare, anticipandone le spese, un altro processo della durata di qualche lustro e il cui esito è affidato alla decisione di un altro giudice. Una simile trafila può affrontarla solo chi dispone di floride condizioni economiche e di attrezzati studi legali, interessato, più che ad avere un lontano risarcimento, ad esercitare una immediata pressione sul giudice o a delegittimarne il giudizio.
Non è questa la strada per risanare gli innegabili malanni della nostra giustizia. Occorrerebbero se mai incisivi interventi per elevare il livello della cultura della giurisdizione tra i nostri giudici. Una strada lunga e impegnativa, ma non valgono scorciatoie, che servono soltanto alle esigenze propagandistiche della cattiva politica.
La Repubblica, 3 marzo 2015
Il periodico resoconto dell'associazione Nessuno Tocchi Caino, sulle esecuzioni in diversi paesi del mondo. In Virginia (Usa) sventato dal Parlamento il tentativo del governatore (democratico) di rendere segrete le iniezioni letali. In Uganda l'inamovibile presidente Museveni (al potere da 29 anni) chiede la pena capitale per gli autori di omicidio.
Dai periodici resoconti di Nessuno Tocchi Caino - una lega internazionale di cittadini e parlamentari impegnati nella abolizione della pena di morte nel mondo, fondata a Bruxelles nel 1993 e costituente il Partito Radicale Transnazionale - si apprende che in Iran i primi quattro prigionieri, condannati per reati di droga, sono stati impiccati il 22 febbraio nel carcere di Arak, a circa 290 chilometri a sud est di Teheran. Lo ha reso noto il sito ufficiale della magistratura nella Provincia di Markazi.
Tre di loro - identificati come Mohammad M., Ehsan J. e Amir Hossein G. - sono stati accusati di partecipazione alla produzione di 59,68 chili di ice. Mohammad M. e J. Ehsan stati inoltre accusati, rispettivamente, di vendita di 2 e 13 chili di ice che avevano prodotto. Il quarto prigioniero, identificato come Reza Z., era accusato di partecipazione in possesso e traffico di 972 grammi di eroina.
Impiccati altri 21 in diverse regioni. Tra il 22 e 23 febbraio, 21 prigionieri sono stati giustiziati in tre diverse prigioni iraniane, ha riferito la Human Rights Activists News Agency in Iran (HRANA). Nove detenuti accusati di traffico di droga e omicidio sono stati impiccati a Bandar Abbas. Sono stati identificati come: Sajad Ghochany, 27 anni, di Teheran, Mohammad Gholami, 33, di Tabriz, Mohammad Kazem Yazdani Doboron, 55, di Mashhad, Alireza Razmi, 45, di Bushehr, Mehdi Shahdadi, 31, di Iranshahr, Mosa Nekoei Zadeh, 22, di Bandar Abbas, Ghasem Moradi Zadeh, 35, di Yazd. Altri nove prigionieri, le cui identità non sono state rese note, sono stati giustiziati nel carcere di Adel Abad a Shiraz, dopo essere stati condannati per crimini legati alla droga e omicidio. Inoltre, 3 prigionieri, che sono stati identificati come Mohammad Hojat Abadi, Rasool Naderi e Hossein Mir Dost, sono stati impiccati nel carcere centrale di Bam per traffico di droga.
Altre esecuzioni pubbliche nelle ultime 48 ore. Infine, la Hrana ha ricevuto numerose segnalazioni di due esecuzioni pubbliche nelle ultime 48 ore. Un prigioniero accusato di reati legati alla droga sarebbe stato impiccato in Piazza Kozeh Garai a Shiraz, mentre un uomo di 27 anni accusato di stupro, Hamid Mohammadi, originario di Haji Abad, sarebbe stato giustiziato nella piazza del Mercato del Pesce a Bandar Abbas.
- Il 23 febbraio un prigioniero identificato come Mohammadreza Ranjbar Kermani è stato impiccato nel carcere di Rasht, ha reso noto il sito web della magistratura provinciale del Gilan. Era stato riconosciuto colpevole del traffico di 195 kg di oppio, della vendita di 13700 g di "crystal" ed il possesso di 325 g di eroina.
- Il 24 febbraio, altri tre uomini sono stati impiccati per omicidio sempre nel carcere di Rasht, ha riportato il sito di notizie Lahijan, citando la magistratura del Gilan. I tre giustiziati sono stati identificati solo come "M. R." (35 anni), "A. Z." (32) e "R. K." (34).
- Il 25 febbraio altri due prigionieri sono stati impiccati in pubblico nella città occidentale di Kermanshah. Le due impiccagioni sono state effettuate alle 10 di mattina, in due diversi punti della città. (Fonti: Iran Human Rights
In Virginia (Usa). "No" alla segretezza delle esecuzioni. Il 24 febbraio scorso, il Parlamento della Virginia ha bocciato il disegno di legge SB 1393 che avrebbe aumentato la segretezza delle esecuzioni. Il ddl, voluto dal governatore democratico Terry McAuliffe, intendeva rendere più agevole per l'amministrazione penitenziaria reperire i 3 farmaci letali usati in Virginia, garantendo l'anonimato ai laboratori artigianali che intendessero collaborare alle esecuzioni. Il Senato lo aveva approvato il 10 febbraio. La Camera ha votato 56-42, con un voto che non ha seguito strettamente le linee di partito. Ad esempio il repubblicano David Albo era favorevole alla legge, mentre un altro repubblicano, Rick Morris, ha votato contro. "Non credo sia un problema di pena di morte, ma di quanto lo stato debba essere aperto e trasparente" ha commentato Morris. Tra i contrari, diversi deputati hanno ritenuto l'iniziativa legislativa "prematura" visto che diverse istanze relative al protocollo dell'iniezione letale sono in discussione sia davanti alla Corte Suprema di Stato che degli Stati Uniti. In Virginia non sono previste esecuzioni a breve, lo stato ha 8 detenuti nel braccio della morte, ma nessuno di loro ha un mandato di esecuzione attivo.
Arabia Saudita, un giordano decapitato per traffico di droga. Il 25 febbraio scorso, un cittadino giordano è stato decapitato in Arabia Saudita per traffico di droga, portando a 32 i prigionieri giustiziati nel Regno dall'inizio dell'anno. Identificato come Omar Mohammed Abdul Muti al-Rubai, l'uomo è stato giustiziato nella regione nord-occidentale di al-Jawf. Lo ha reso noto il Ministero degli Interni saudita. Secondo le autorità di Riad, al-Rubai avrebbe confessato di aver tentato di introdurre una ingente quantità di anfetamine attraverso il confine tra Giordania e Arabia Saudita.
Uganda, il presidente Museveni chiede più condanne a morte. Il 23 febbraio scorso, il presidente ugandese Yoweri Museveni - da 29 anni ininterrottamente al potere - ha chiesto ai giudici di condannare a morte i colpevoli di omicidio. Aprendo la 17a Conferenza dei Giudici presso l'Imperial Golf View Hotel ad Entebbe, Museveni ha detto che i giudici sono inutilmente indulgenti con gli assassini e che le condanne più leggere comminate a chi uccide stanno erodendo la fiducia dei cittadini nei confronti della magistratura. Il Presidente ha citato i recenti casi di sospetti chiave negli omicidi del leader musulmano Sheikh Abdu Kadir Muwaya nel distretto di Mayuge e di Tito Okware, un leader del Movimento di Resistenza Nazionale (Nrm) nel distretto di Namayingo, che sono stati fermati dalla polizia dopo il completamento delle indagini e rilasciati dai tribunali.
"C'è il rischio di azioni extragiudiziarie". "Le persone che volontariamente uccidono dovrebbero essere condannate a morte e impiccate in base alla legge. A Mayuge e Namayinga, la gente ha lottato dopo che i sospetti chiave sono stati frettolosamente liberati", ha aggiunto. Museveni ha osservato che il rilascio di sospetti di omicidio che non abbiano ancora scontato 180 giorni di carcerazione cautelare potrebbe spingere la popolazione a compiere "azioni extragiudiziarie".
"Che fretta c'è? Volete forse che alcuni di noi compiano azioni extragiudiziarie?" ha chiesto il Presidente. Secondo i registri ufficiali delle prigioni, gli ultimi ad essere impiccati in Uganda sotto il governo Nrm sono stati 29 prigionieri del braccio della morte nel 1999.
Quattordici detenuti erano stati uccisi in precedenza. In origine, per chi veniva riconosciuto colpevole di un reato capitale c'era la condanna a morte obbligatoria. Tuttavia, la sentenza del 2009 della Corte Suprema sulla petizione di Susan Kigula e 417 detenuti nel braccio della morte lascia alla discrezionalità del giudice emettere o meno una condanna a morte dopo aver esaminato le circostanze relative al caso.
Ansa, 3 marzo 2015
L'Olanda ha firmato un accordo con la Norvegia per ospitare, ovviamente a pagamento, alcune centinaia di detenuti norvegesi nelle proprie carceri. L'intesa, al momento in attesa dell'approvazione dei parlamenti dei due Paesi, prevede la spesa da parte del governo di Oslo di 25 milioni di euro per l'affitto delle celle olandesi a partire dal primo settembre del 2015 che ospiteranno 242 carcerati nel penitenziario di Norgerhaven. E sarà valida per un periodo iniziale di 3 anni, con possibilità di rinnovo per un anno.
"La ragione di questo accordo internazionale - spiega il ministero della Giustizia olandese - sta nel fatto che l'Olanda ha istituti disponibili, mentre la Norvegia non ha abbastanza spazio per i suoi detenuti", con possibilità di rinnovo per un anno. Oltre alla Norvegia, anche il vicino Belgio ha stretto un accordo simile con i suoi vicini olandesi. Sempre a causa del sovraffollamento, il governo belga prende in affitto dal 2009 molti posti cella nella prigione di Tilburg. Si tratta di circa 650 detenuti belgi per un costo stimato di ? 42 milioni all'anno. Il contratto scade alla fine del 2016.
www.internazionale.it, 3 marzo 2015
Con circa 550mila detenuti, il Brasile ha la quarta popolazione carceraria del mondo, dopo Stati Uniti, Russia e Cina. A causa dell'aumento degli arresti per reati di droga (anche non gravi) e di uno scarso servizio di difesa d'ufficio degli imputati, negli ultimi vent'anni il numero delle persone incarcerate è quadruplicato, causando un grave sovraffollamento degli istituti penitenziari: attualmente servirebbero almeno altri 200mila posti.
Il carcere di Pedrinhas, a São Luis, nello stato di Maranhão, era uno dei penitenziari più pericolosi del paese: solo nel 2013 vi erano avvenuti 62 omicidi. Ma grazie a una diversa distribuzione dei detenuti, a una politica di concessione della libertà condizionale e a nuove misure di sicurezza, dall'ottobre del 2014 non sono avvenuti omicidi.
Il Post, 3 marzo 2015
E c'è un video che mostra cosa è successo e farà parlare di nuovo dei metodi della polizia americana. La polizia di Los Angeles, negli Stati Uniti, ha sparato e ucciso un uomo sospettato di aver compiuto una rapina: è successo nel quartiere popolare di Skid Row, nel tardo pomeriggio, vicino a un accampamento di senzatetto. Un video di quattro minuti girato da un passante e pubblicato su Facebook mostra cosa è successo: si vede l'uomo muovere le braccia contro gli agenti, forse agitando qualcosa, si vedono i poliziotti afferrarlo e gettarlo a terra, si vede una donna che prende un manganello e che sembra prendere le sue difese, si sente il suono di un taser e si sente più volte gridare il comando "Getta l'arma".
Poi, con l'uomo già a terra circondato da agenti, si sentono vari colpi di pistola. L'uomo (di cui si conosce solo il soprannome, "Africa") era nero ed è stato dichiarato morto sul posto. Durante una conferenza stampa il portavoce della polizia, Barry Montgomery, ha dichiarato che gli agenti avevano risposto alla segnalazione di una rapina avvenuta nella zona e che, quando il sospettato era stato rintracciato, si era mostrato molto poco collaborativo.
Non è ancora stato confermato se fosse armato o se avesse tentato di rubare l'arma a un agente, né è stato detto quanti poliziotti siano stati effettivamente coinvolti: nessuno di loro è comunque rimasto ferito. La Bbc scrive che sul luogo dello scontro comunque non è stata recuperata nessun'arma che non appartenesse ai poliziotti. L'uomo è stato ucciso in una parte del centro di Los Angeles conosciuta per i frequenti episodi di violenza e per la presenza di un grande numero di persone senza fissa dimora, autorizzate a piantare delle tende dalle 9 di sera alle 6 del mattino.
Diversi giornali e televisioni locali hanno intervistato alcuni testimoni: hanno spiegato che l'uomo ucciso non aveva una casa, che viveva accampato nella zona da quattro o cinque mesi, che era mentalmente instabile e che aveva trascorso diversi anni in una struttura psichiatrica. Dopo l'accaduto decine di persone si sono riunite a Los Angeles vicino al luogo dell'uccisione per protestare contro i metodi secondo loro violenti utilizzati dagli agenti.
Anche nel video si sentono alcune persone chiedere il perché dell'uso di tanta forza. Il portavoce della polizia ha detto che le indagini richiederanno del tempo e che nei prossimi giorni saranno visionati anche altri filmati che molto probabilmente sono stati registrati da due telecamere di sorveglianza poste sugli edifici di quella stessa strada.
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