di Tano Gullo
La Repubblica, 1 marzo 2015
Non si può proprio dire che l'imprenditore fosse contento di stare in galera - e chi potrebbe mai esserlo - ma almeno in un aspetto ne aveva apprezzato l'utilità. La sua è stata però solo un'illusione, perché poi le cose non sono andate come sperava. Anzi. Andiamo al fatto, l'uomo si è convinto che nella sua condizione di detenuto non era tenuto a presentare la dichiarazione dei redditi e quindi avrebbe potuto farla franca per tutti gli anni in gattabuia, presenti e futuri. D'altra parte non lo dice la stesa legge che "per cause di forza maggiore", si può sorvolare sugli obblighi tributari. Seppure in gabbia, forte di questa convinzione, si sente libero come un fringuello, al riparo dalle grinfie rapaci dell'erario.
Quando ormai il furbo "evasore per necessità", pensa di poter dormire sonni tranquilli, almeno per quanto riguarda il dare e l'avere economico della sua vita, gli arriva la mazzata. Il fisco non ha pietà e non perdona, così gli vengono recapitate in cella le cartelle tributarie con tanto di aggravio per la mancata presentazione della dichiarazione di Irpef, di Iva, dei registri e dei documenti previsti dalle norme fiscali. E per sovraccarico viene sanzionata anche la comunicazione tardiva di cessazione delle attività ai fini del saldo dell'Iva.
Lui si era illuso di eludere quei rituali tormentosi e astrusi a mai finire, che scandiscono, ahimè, ogni anno che cade sulla terra, ma deve arrendersi alla famelicità di uno Stato capace di tassare, come è accaduto in Sardegna in questi giorni, perfino l'ombra che "cade" sul marciapiede per occupazione di suolo pubblico; mentre in Emilia c'è chi paga un balzello per l'esposizione di merce in vetrina. Viene in mente la tassa su finestre e balconi ai tempi del duce.
L'imprenditore, residente nel nisseno, prima si stupisce, poi chiede consiglio, si documenta e parte all'attacco, con il ricorso alla Commissione tributaria provinciale di Caltanissetta. Crede di trovare la sua salvezza nell'articolo 6, comma 5, del Decreto legislativo 472/1997. Una sequela di numeri che sanciscono la non punibilità quando un "reato" viene commesso per cause di forza maggiore. Si sente in una botte di ferro e aspetta fiducioso l'esito della sua istanza. Tanto tempo ne ha.
La risposta che arriva, però, trafigge ancora le sue speranze: senza giri di parole nella lettera c'è scritto che l'istanza è stata respinta. Punto e basta. Per i giudici tributari, infatti, si può parlare di forza maggiore, e della conseguente impunibilità, "solamente in presenza di un evento causato dalla natura o dall'uomo, evento che non può essere impedito, anche se fosse possibile prevederlo". Lo stato di detenzione, infatti, impedisce di esercitare l'attività imprenditoriale ma non di adempiere agli obblighi fiscali. Altrimenti chissà quanti si presenterebbero alla soglia dei vari "Ucciardoni" per chiedere asilo momentaneo, giusto il tempo di irridere all'erario. Fine della storia, l'uomo deve rassegnarsi a pagare oppure a prolungare la sua condizione di ospite a spese dello Stato. Morale: non c'è speranza, il fisco ci scova ovunque per presentarci imperturbabile i suoi esosi conti. Nessun posto è sicuro, nemmeno dietro quelle sbarre che tagliano a fette il cielo. E d'ora in poi, attenti all'ombra.
di Andrea Galli
Corriere della Sera, 1 marzo 2015
Pasquale Barra, da braccio destro di Cutolo all'assassinio di Turatello. Fino alle accuse a Tortora. Il "boia delle carceri" (uno dei suoi tre soprannomi) è morto in prigione e altrimenti non poteva essere. Non soltanto perché il camorrista Pasquale Barra da Ottaviano, 25 mila abitanti in provincia di Napoli, nella cintura vesuviana, era un ergastolano per gli omicidi, così numerosi che nemmeno esiste un numero preciso: tra i 65 e i 70. Barra, in galera, si è affiliato, ha scalato le gerarchie criminali, ha ammazzato e "cantato".
Ha collaborato con la giustizia e raccontato anche verità che tali non erano, basti pensare alle accuse contro il giornalista Enzo Tortora. E allora, magari, le immagini dal penitenziario di Ferrara dove venerdì, a 72 anni, Barra si è spento per un malore (le immagini d'un affezionato lettore del quotidiano cattolico "Avvenire", potrebbero essere state una recita. L'ultima. Nella vana speranza di raccomandarsi l'anima nera.
Un vecchio ispettore della Squadra mobile di Napoli dice che non lo piangeranno. Lontani i familiari, scomparsi i soci di malavita. In carcere non andava a trovarlo nessuno. In cella, se gli facevano il caffè, non era certo per deferenza nei confronti d'un boss quanto per pietà verso un signore malandato, inseguito dai problemi cardiaci.
Eppure al Ros, il Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri, un ufficiale che ha lavorato in Campania ricorda che "'o animale" (il suo secondo soprannome) è stato insieme un sicario infallibile e un uomo di "spessore" criminale. Dopodiché, non si sa se più usato oppure poco abile nei propri calcoli, il "boia delle carceri" rimarrà un killer. Un killer famoso, protagonista di agguati "unici" che hanno richiamato sia scrittori che registi; un killer che sconfinava oltre la bestialità di un omicidio per calarsi nella dimensione del cannibalismo.
Ad esempio con Francis Turatello, "re" della malavita milanese, contrapposto a Renato Vallanzasca, ucciso - eccoci di nuovo - in un carcere, quello sardo di Badu e Carros. Il 1980, il cortile del penitenziario e Pasquale Barra che trucidò Turatello con una quarantina di coltellate prima di sventrarlo. La storia scivolosa e traditrice dei collaboratori di giustizia, che spesso parlano per un salvacondotto e raramente per reale pentimento, non ha "ufficializzato" la totale responsabilità dell'"animale".
Secondo altri che in seguito hanno dialogato con la giustizia, potrebbe non esser stato Barra, o almeno potrebbe non aver avuto un ruolo decisivo, o ancora potrebbe non esser stato aiutato "solo" da Vincenzo Andraous, un assassino che oggi fa il poeta e gira per Comunità. Il penitenziario di Ferrara è piccolo, ha una capienza di 300 detenuti. Scarsa la presenza di figure note: scomparso Barra, non resta che una delle "bestie di Satana". Nel carcere ci sono attività sportive (calcio, pallavolo, corsa) e creative (scrittura, teatro).
"L'animale" non partecipava a niente. Se ne stava fermo in branda. Alternava la televisione allo sfoglio di "Avvenire". Non dava noie, non inoltrava richieste, non litigava, non aizzava gli altri detenuti. Se lo lasciavano in pace, era meglio; se lo importunavano, taceva. Alto, negli ultimi tempi per colpa della scarsa mobilità aveva messo su pancia. In precedenti circostanze avrebbe fatto di tutto per dimagrire.
La cosa ormai non gli dava pensiero: lo affaticavano i quattro passi dentro la cella. Barra aveva cominciato come tanti. Rapine, aggressioni. E come tanti l'avevano catturato e spedito nel carcere di Poggioreale. Lì si era inchinato alla Nco, la nuova camorra organizzata, struttura fondata da Raffaele Cutolo per "ristabilire" in Campania il dominio campano contro la mafia siciliana e i clan dei "marsigliesi". Non ha avuto una lunga vita, la Nco. Un contributo fondamentale l'ha dato Barra, che con le dichiarazioni ha mandato in galera quasi novecento persone. Pensare che di Cutolo, "l'animale" diventò braccio destro e braccio armato, punto di riferimento, interlocutore privilegiato.
E pensare che, laddove Barra raccontò che fu proprio Cutolo a ordinargli di eliminare Turatello, il fondatore della Nuova camorra organizzata negò ogni responsabilità. Naturalmente scaricando Barra. E anzi progettando di disfarsene. Turatello nacque in Veneto da padre ignoto che secondo fonti era Franck Coppola, mafioso, trafficante di droga, figura ingombrante per gli intensi rapporti con le alte sfere istituzionali e politiche.
La morte di Turatello fu un "errore strategico". Cutolo provò a giocarsi la carta del colpo di testa di un incontrollabile, impazzito Pasquale Barra in cerca di chissà quali vendette personali. Fu l'inizio della fine. Il "boia delle carceri" riuscì sì a evitare la vendetta votandosi alla collaborazione, ma nella discesa si tirò dietro chiunque. Fu in prossimità del ventesimo interrogatorio che Barra fece improvvisamente il nome di Tortora, "reo" di appartenere alla Nco e di muovere quantità di stupefacenti. Non passò molto che Barra ritrattò la versione, con quell'italiano che intanto migliorava. Entrato in galera analfabeta, "'o animale", il "boia delle carceri", aveva faticosamente iniziato a leggere. E si era guadagnato il terzo soprannome: lo "studente".
Ansa, 1 marzo 2015
Nel nuovo carcere di Oristano, inaugurato due anni fa nella frazione di Massama, ci sono 307 detenuti, 102 in più rispetto ai 205 previsti dalla capienza regolamentare. In compenso ci sono molti meno agenti di quanti ce ne dovrebbero essere. Quelli attualmente in servizio sono infatti solo 180 a fronte dei 250 previsti. La conferma che i conti non tornano è arrivata dalla visita di una delegazione del sindacato della Polizia penitenziaria della Uil composta dal segretario regionale Michele Cireddu, dal coordinatore provinciale di Cagliari Raffaele Murtas e dalla segretaria provinciale di Cagliari Stefania Massidda.
"Quello dell'organico è il vero punto debole dell'istituto di Oristano - ha commentato Cireddu - i vuoti più importanti riguardano in particolare le figure apicali, ispettori e sovrintendenti, che in un carcere dedicato al trattamento dei detenuti in regime di Alta sicurezza come quello di Oristano sono di fondamentale importanza".
La questione non è di poco conto. In gioco ci sono, infatti, la sicurezza dell'Istituto, degli agenti di Polizia penitenziaria e degli stessi detenuti. Sicurezza che in questo momento appare tutt'altro che garantita, come confermano altri tre dati emersi nel corso della visita. Nel 2014 dentro le mura del carcere di Massama si sono registrati un tentativo di suicidio (sventato dalla Polizia penitenziaria) due aggressioni nei confronti del personale di Polizia penitenziaria e ben 110 episodi di autolesionismo da parte dei detenuti.
La visita della delegazione della Uil-Pa Penitenziari ha confermato anche che non sono state risolte le carenze strutturali segnalate all'indomani della inaugurazione, umidità, infiltrazioni d'acqua nelle giornate piovose e crepe nei muri sono ancora un problema tutto da risolvere, ma i soldi necessari non sono mai arrivati.
www.gonews.it, 1 marzo 2015
Il 20 febbraio del 2014, il Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria della Toscana, Carmelo Cantone, ha incontrato le OO.SS. della polizia penitenziaria annunciando ufficialmente che entro il 31 marzo 2015 gli effetti della legge n. 9/2012 avranno luogo.
Gli internati attualmente presenti nell'Opg di Montelupo Fiorentino dovranno cosi lasciare la struttura penitenziaria per essere consegnati al servizio sanitario nazionale o in altre cd. strutture intermedie o nei casi di non dimissibilità trasferiti nella Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza sanitarie) individuato nella città di Pistoia, presso un ex convento da ristrutturare.
Le parole dell'Amministrazione Penitenziaria sembrano smentite da una relazione del Governo, di recente riportata in Parlamento, dove parrebbe invece che la Rems per la Toscana e l'Umbria sia stata individuata in luogo dell'attuale Casa Circondariale di Massa Marittima.
Il Sappe plaude all'evidente passo in avanti compiuto dalle istituzioni con la definitiva "cessione" dei malati di mente al Servizio Sanitario Nazionale, ma non comprende le ragione per cui il prezzo da pagare sia la chiusura definitiva dell'attuale sito penitenziario.
Sono svariati milioni di euro "dai 5/6 milioni" quelli spesi dal Dap per adeguare la sede dell'Opg di Montelupo Fiorentino agli standard di detenzione moderna, all'indomani dei lavori della Commissione parlamentare, presieduta dall'Onorevole Marino. Pertanto tutto faceva presagire il mantenimento della struttura per altre finalità penitenziarie. Ad oggi l'Amministrazione Penitenziaria continua a sborsare migliaia di euro al mese per delle impalcature ancora installate presso la struttura di Montelupo e € 180.000,00 sono le spese inutilmente elargite per un modernissimo impianto di aereazione mai andato in funzione.
Non esiste, secondo quanto riferito in sede d'incontro, un concreto piano di riconversione-utilizzo della struttura, eventualmente con detenuti a basso indice di pericolosità. Se da un lato le notizie sul destino degli internati si rincorrono a vicenda dall'altro lato nessuno a speso ancora una sola parola per giustificare lo spreco di un così imponente investimento di denaro pubblico per una struttura penitenziaria che andrà perduta per sempre.
I Baschi Azzurri di Montelupo Fiorentino e di Massa Marittima non sanno a quale destino affidarsi ed è per questo che il Sappe, congiuntamente alle altre OO.SS. regionali, ha richiesto un urgente incontro con i vertici dell'Amministrazione Penitenziaria centrale.
www.riviera24.it, 1 marzo 2015
"Chi parla di pubblici dipendenti fannulloni venga a fare il lavoro della polizia penitenziaria - così chiude Pagani - riportando una frase del massimo esponente Uil Carmelo Barbagallo". Venerdì 27 Febbraio, alle ore 14.00, così come annunciato, la delegazione della Uil capitanata dal Segretario Regionale Fabio Pagani, ha visitato la Casa Circondariale di Sanremo.
"Abbiamo verificato l'indecenza e lo stato dei luoghi di lavoro della Polizia Penitenziaria e non solo - commenta il sindacalista della Uil - penoso è anche lo stato delle camere detentive e soprattutto della Caserma Agenti - irritato Pagani aggiunge - la nostra iniziativa denominata "Lo scatto dentro, perché la verità venga fuori" - anche a Sanremo conferma, le infamanti e difficili condizioni di lavoro dove sono costretti a lavorare gli Agenti Penitenziari e le incivili condizioni di detenzione - si spera che i nostri servizi fotografici - spiega Fabio Pagani - siano un momento di riflessioni e per l'Amministrazione Penitenziaria e per le Istituzioni - le immagini dicono molto più delle parole sperando possano contribuire ad una presa di coscienza collettiva di come sia ancora distante la soluzione al dramma sociale delle condizioni di lavoro e di detenzione nelle nostre carceri - chiosa il Segretario della Uil-Pa Penitenziari - l'Istituto sanremese ha bisogno di un rinnovamento generale, dai luoghi di lavoro della Polizia Penitenziaria fino ai luoghi occupati dalla popolazione detenuta, veramente si può dire che Cristo si è fermato a Valle Armea non ad Eboli - chi parla di pubblici dipendenti fannulloni venga a fare il lavoro della polizia penitenziaria - così chiude Pagani - riportando una frase del massimo esponente Uil Carmelo Barbagallo".
di Paola Pioppi
Il Giorno, 1 marzo 2015
Botte e tensione al Bassone. Il soggetto non riesce a convivere bene con gli altri detenuti. Era stato spostato in infermeria, una situazione più monitorata ma ha dato in escandescenze. Ha aggredito tre agenti di polizia penitenziaria, in un momento di furia quasi impossibile da contenere. L'uomo, un nigeriano trentenne con problemi comportamentali, è detenuto nel carcere Bassone di Como dopo aver girato altre strutture lombarde, tra cui San Vittore.
Si trovava in cella nella sezione infermeria venerdì sera, assieme ad altri due detenuti che necessitavano di assistenza medica. Ma all'improvviso ha dato in escandescenze: per calmarlo, sono intervenuti tre agenti, che sono diventati i destinatari dell'aggressività dell'uomo. Li ha picchiati, buttati a terra, colpiti ripetutamente: pochi minuti di rabbia impossibili da contenere. Tutti e tre, sono finiti al pronto soccorso dell'ospedale Sant'Anna, dove i medici hanno diagnosticato contusioni traumi, dimettendoli con una prima prognosi di sei giorni.
Giunto a Como dopo essere stato trasferito da altre case circondariali, il detenuto protagonista dell'aggressione di fatto risulta essere un soggetto di difficile gestione e convivenza anche con gli altri carcerati, al punto che, dopo aver girato alcune sezioni ordinarie, è stato spostato in infermeria, un contesto più raccolto e monitorato con maggiore attenzione dagli agenti. Ma anche qui, è riuscito a creare problemi.
"Nella sezione infermeria - protesta Davide Brienza, segretario regionale del sindacato di polizia Penitenziaria Cnpp - dovrebbero esserci solo detenuti bisognosi di cure, ma qui a Como ci sono persone con patologie psichiche, o che non trovano spazio in altre sezioni, rendendo così difficile il lavoro dell'area sanitaria".
Un problema già evidenziato in altre occasioni, ma in questo caso si aggiunge un altro aspetto: "Più volte - continuano i rappresentanti sindacali - è stato chiesto alla direzione di allontanare questo detenuto, perché pericoloso: a conferma, esistono diversi documenti, relazioni di servizio e denunce, ma non è stato fatto nulla. Ogni giorno ci sono risse tra detenuti al Bassone, e non dimentichiamo i tre casi di suicidi avvenuti di recente".
Tra ottobre e novembre, nell'arco di poco più di un mese, si erano infatti tolti la vita tre detenuti, all'interno delle celle. Tre casi molto differenti uno dall'altro: uno straniero con reati non particolarmente rilevanti, un italiano rientrato in carcere per un sequestro di persona e collocato in isolamento per divieto di comunicazione con i co-indagati, e un ultrasessantenne accusato dell'omicidio dell'anziana madre, con problematiche familiari molto forti. Tre storie senza legami, se non la disperazione di non trovare prospettive alla condizione a cui erano approdati. Il secondo suicidio, era inoltre avvenuto mentre al Bassone era in corso un'ispezione del Provveditorato per verificare le condizioni in cui era avvenuto il primo, precedente di una settimana.
Comunicato Uil-Pa, 1 marzo 2015
"Nel pomeriggio di ieri un poliziotto penitenziario in servizio all'Ipm di Bologna è dovuto ricorrere alle cure dei sanitari per ferite riportate a seguito di un'aggressione da parte di minori ristretti, con una prognosi di 5 giorni". "L'Agente è stato preso di mira da un gruppo di giovani detenuti con l'intento di sottrargli le chiavi della sezione per correre in soccorso di un altro minore a cui, altro personale di Polizia Penitenziaria aveva rinvenuto, nella propria camera detentiva, un telefono cellulare". Così Domenico Maldarizzi, del Coordinamento Provinciale di Bologna della Uil-Pa Penitenziari, si esprime in relazione all'ultimo episodio di cronaca che vede l'aggressione in danno di un poliziotto penitenziario presso l'Ipm di Bologna.
"Il grave episodio è la conseguenza di una situazione allarmante che vivono i poliziotti penitenziari del Pratello, abbandonati a loro stessi e, sempre più frequentemente, oggetto di minacce e insulti da parte dei detenuti minorenni."
"Esprimiamo tutta la nostra solidarietà e vicinanza - afferma Maldarizzi - nei confronti di tutto il Personale di Polizia Penitenziaria presente al Pratello dove la situazione sta sfuggendo di mano ai vertici della struttura. Per questo chiediamo ancora una volta a gran voce - chiosa Maldarizzi - che nei confronti dei detenuti che si siano macchiati di tali violenze si adottino misure esemplari, nel pieno rispetto della legge e di ogni garanzia, anche per fungere da deterrente per tali spiacevoli episodi.
Il Dipartimento della Giustizia minorile - conclude il Coordinatore Provinciale di Bologna della Uil Penitenziari - deve assumere urgenti provvedimenti per il Personale di Polizia Penitenziaria che lavora al minorile di Bologna a cui, oltre ad essere oggetto di continue violenze da parte dei ristretti, non gli vengono concesse ferie per carenza d'organico ed, allo stesso tempo, vengono retribuiti straordinari e missioni con notevoli ritardi.
Comunicato Sippe, 1 marzo 2015
Due poliziotti penitenziari del carcere di Velletri, al rientro in sede con l'auto di servizio, sono rimasti coinvolti qualche giorno fa in un incidente stradale nella strada principale del carcere. "I due agenti della Polizia Penitenziaria - dice Carmine Olanda, segretario locale del Si.P.Pe., Sindacato Polizia Penitenziaria - sono stati trasportati alla clinica "Città di Aprilia" e, per fortuna, non hanno subito gravi conseguenze, se non alcune contusioni e ferite alla testa e al volto, per il violento urto dovuto al tamponamento subito da un furgone.
La cosa deplorevole accaduta da condannare con fermezza - continua Olanda - è che alcuni parenti dei detenuti che avrebbero dovuto fare il colloquio con gli stessi, hanno applaudito all'evento e si sono compiaciuti del grave incidente".
"Se da un lato il Ministro della Giustizia sospende dei poliziotti penitenziari per dei commenti deplorevoli fatti su Facebook, vorremmo capire - conclude il Segretario Generale del Si.P.Pe. Alessandro De Pasquale - quali interventi intende adottare il Ministro in questi casi, dove dei servitori dello Stato hanno rischiato di morire e qualcuno, a quanto pare, ha sperato che ciò avvenisse, applaudendo e festeggiando".
Il Si.P.Pe. a seguito di tale evento, il 28 febbraio ha immediatamente chiesto alla Direzione del Carcere e al Provveditore, di richiedere immediatamente all'ente gestore della strada, di provvedere a mettere un'adeguata segnaletica stradale che indichi l'uscita di mezzi di Polizia.
www.notiziedabruzzo.it, 1 marzo 2015
Una delegazione dei Giovani Democratici della provincia di Teramo si è recata presso il carcere di Castrogno per la consegna dei libri raccolti in questi mesi grazie al progetto "Letture d'evasione", realizzato con il fine di ampliare la biblioteca del penitenziario teramano. Sono stati raccolti 784 volumi tra libri (in italiano e in lingua), dizionari, grammatiche e libri di testo. A questa importante campagna di solidarietà hanno deciso di aderire anche due associazioni universitarie, Udu Teramo e Lista Aperta Teramo, che hanno contribuito a promuovere "Letture d'evasione" all'interno dell'ateneo teramano.
La delegazione ha consegnato al carcere di Castrogno 589 volumi, mentre i restanti 195, che non rispondevano ai requisiti richiesti dal regolamento carcerario (copertina rigida o testi con segni), saranno donati a "Casa Maia", l'istituto finanziato dalla provincia di Teramo che dà ospitalità alle donne vittime di violenza domestica. Nei prossimi giorni, infine, saranno consegnati i 10 computer donati dalla Pro Loco di Montone nel comune di Mosciano Sant'Angelo (Teramo), che permetteranno alla struttura penitenziaria di promuovere corsi di alfabetizzazione informatica per i detenuti.
L'Arena, 1 marzo 2015
Una giornata insieme, pane fresco e una partita a calcio per raccontare una storia bella: quella della comunità parrocchiale di Povegliano che per un giorno, domani accoglierà alcuni detenuti della casa circondariale di Montorio, in permesso, accompagnati dai volontari della Fraternità di Verona, con Fra Beppe Prioli, e dell'associazione Tonino Bello che da decenni operano nel mondo delle carceri e che organizzano incontri con i familiari dei detenuti a Verona, a San Bernardino e a San Rocchetto. "Ora vogliamo fare testimonianza nelle parrocchie", spiega Fra Beppe. "E Povegliano ha accolto il nostro appello".
La giornata di solidarietà inizierà alle 8.30 quando i detenuti saranno accolti in parrocchia e incontreranno i loro familiari. Alle 11 sarà celebrata la messa da padre Angelo, attuale cappellano delle carceri di Montorio, insieme a frà Beppe e al diacono Fabio Mazzi, e col parroco di Povegliano don Daniele Soardo.
In piazza sarà allestita la tenda della solidarietà: saranno raccolti sapone, shampoo e dentifricio per i detenuti. "L'amministrazione penitenziaria", spiega frà Beppe, "ha tagliato le spese per l'igiene. I detenuti che hanno famiglia sono riforniti dai parenti, ma per chi non ce l'ha provvediamo noi attraverso queste raccolte". Fuori dalla chiesa, inoltre, si potrà acquistare il pane fresco infornato dalla cooperativa Vita che in carcere ha allestito un panificio dove sono impiegati i detenuti. Nel pomeriggio, i giovani della parrocchia sfideranno a calcio i loro ospiti.
Momento clou sarà la mattina. I volontari delle associazioni incontreranno le famiglie dei detenuti, ma soprattutto i carcerati potranno vedere i loro parenti o, per chi li ha lontano, telefonare: "Offriamo loro un momento per incontrarsi. Vedere i familiari fuori dal carcere o riuscire a chiamarli per telefono non è facile e dà forti emozioni: a volte non si sentono per molto tempo". E poi ci sono stranieri o detenuti che hanno i parenti altrove o hanno tagliato i ponti col passato e quindi domani potranno relazionarsi con la comunità di Povegliano e conoscere altre persone. Questo in vista di un loro rientro in società".
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