Ansa, 27 febbraio 2015
Raccogliere libri e dizionari da donare alle biblioteche delle case circondariali sparse sul territorio nazionale. È l'obiettivo del progetto "Letture d'evasione", presentato ieri mattina alla Sala stampa della Camera. L'iniziativa è promossa a livello nazionale dai deputati Laura Coccia e Khalid Chaouki del Pd, intervenuti all'incontro, che seguono con attenzione i problemi del nostro sistema carcerario, i temi dell'integrazione e del recupero sociale dei detenuti e di coloro che hanno scontato la pena. L'iniziativa punta ad aumentare la disponibilità delle biblioteche carcerarie e migliorare, seppur marginalmente, le condizioni dei detenuti.
"È un dato di fatto che tra devianza e precedenti esperienze scolastiche fallimentari esiste un nesso stretto (evidenziato anche da documenti europei) e che il livello d'istruzione dei detenuti è mediamente basso, senza considerare l'alta percentuale di stranieri presenti nei nostri istituti, ai quali mancano le conoscenze di base della lingua italiana", ha dichiarato Coccia. "Con Letture d'evasione ci si propone di rendere disponibile anche agli stranieri detenuti in Italia materiale nel proprio idioma per aiutarli nell'apprendimento della nostra lingua, agevolando così il reinserimento nella società una volta scontata la pena e nel periodo di libertà parziale previsto per le pene alternative alla detenzione" ha sottolineato Chaouki. L'incontro è stato moderato dal direttore del Il Garantista Piero Sansonetti.
Agi, 27 febbraio 2015
Ancora una volta, a fare le spese dell'ennesimo scoppio di violenza nelle carceri Italiane, è stato un Agente di Polizia Penitenziaria. Il fatto si è consumato alle ore 11:45 circa, nella Casa Circondariale di Ivrea, all'interno del Reparto scuola, dove è scoppiata una rissa tra due detenuti. All'interno dell'area si trovava l'Agente comandato di servizio nel turno mattinale, con circa una ventina di detenuti, intenti a seguire le ultime lezioni della mattina. Probabilmente per futili motivi, due ristretti di nazionalità italiana, sono venuti violentemente alle mani facendo scorrere subito del sangue; il poliziotto, al fine di salvaguardare la salute dei due, evitando che la situazione degenerasse, è prontamente intervenuto ricevendo in cambio alcuni colpi, oltreché ritrovarsi imbrattato del sangue dei litiganti.
Il malaugurato episodio ha determinato nel poliziotto penitenziario intervenuto, una prognosi di tre giorni che sicuramente sarebbe potuta essere più lunga se altre unità, richiamate dalle urla, non fossero giunte in aiuto del collega. A margine di questo doloroso evento - per cui il Sinappe tiene ad esprimere la propria vicinanza e solidarietà al collega coinvolto - emergono tutta una serie di inquietanti problematiche legate alla sicurezza del personale e ad un valido intervento di primo soccorso.
Innanzi tutto pare che il malcapitato, nel tentativo di chiedere aiuto suonando l'allarme generale, si sia fatto male alla mano rompendo il vetro di protezione,
chiaramente (per motivi di sicurezza)sprovvisto di martelletto. Inoltre, quando i colleghi giunti sul posto hanno cercato di prestare le prime cure al poliziotto ferito, si sono resi conto che i medicamenti contenuti nella valigetta del primo soccorso, erano scaduti da un bel pezzo e quindi inutilizzabili. Pare quindi che siano diverse le cose da rivedere tanto nell'Istituto de quo che in tutti i penitenziari italiani, dove sembrerebbe che la garanzia della sicurezza è lasciata solo nelle mani del personale senza essere supportata dai giusti mezzi e predisposizioni. Pertanto, al fine di salvaguardare e tutelare tutti i dipendenti sul luogo di lavoro, si auspica in un pronto intervento dell'Amministrazione, affinché si eviti il reiterarsi di altri casi drammatici.
di Massimiliano Annetta (Avvocato)
Il Garantista, 27 febbraio 2015
Intervengo, buon ultimo, nel dibattito provocato dall'articolo a firma di Errico Novi sulla "tangentopoli" sammarinese. Premetto che non potrò entrare troppo nel merito della vicenda giudiziaria in corso, non tanto per la questione "estetica" che sconsiglia al difensore di tessere le lodi delle proprie tesi processuali, ma perché nell'ordinamento sammarinese esiste il reato di cui all'art. 17 delle norme di attuazione del codice penale e di riforma della procedura penale per il quale "i difensori delle parti sono tenuti al segreto sia per tutto quanto avvenuto nel corso degli atti ai quali hanno presenziato sia per quanto concerne la copia dei verbali di detti atti loro rilasciata, fino al momento della pubblicazione del processo"; che poi sulla stampa sia tutto un florilegio di indiscrezioni in ordine all'indagine già di per sé la dice lunga sulla parità delle armi in campo tra accusa e difesa.
Posso, invece, offrire un contributo alla riflessione sollecitata dalla replica che all'articolo ha voluto rivolgere la Segreteria di Stato agli Interni della Repubblica di San Marino e dalla controreplica che ne è seguita, perché è riflessione che va diritto al punto della questione Giustizia, in Italia, a San Marino ed in ogni altro Paese, e che è una sola: l'equilibrio fra i poteri. Perché, all'evidenza, la questione è quella della costruzione di uno spazio giuridico europeo e, soprattutto, della direzione che questa costruzione vogliamo che prenda.
Certo comprendo che il diritto sia materia che, come diceva Winfried Hassemer, mal si presta alle semplificazioni (sebbene il filosofo aggiungesse che nondimeno tutti volessero dire la loro, un po' come nel calcio). Ma alla Segreteria di Stato agli Interni della Repubblica di San Marino verrebbe da chiedere qual è la sua opinione circa la compatibilità tra adesione alla Convenzione Europea dei Diritti dell'uomo ed un ordinamento inquisitorio puro quale quello sammarinese, nel quale non son previsti termini temporali di sorta alla durata della custodia cautelare e in carcere ci si può finire, di fatto, senza vaglio di un giudice terzo, data la totale devoluzione della fase cautelare al magistrato inquirente.
Sono domande che, all'evidenza, non urtano la "sovranità" di nessuno né tantomeno paiono "illazioni avanzate in ordine alla correttezza e alla competenza dei giudici", ma, chissà perché, restano senza risposta. Torniamo, quindi, al tema principale: quale spazio giuridico europeo? Perché qui la questione diventa rilevante anche alle nostre latitudini e il riferimento alla proposta Gratteri pare tutt'altro che campato in aria, perché in Italia un sistema compatibile con i principi della Cedu ce l'abbiamo, ed è quello costruito dal codice Vassalli e basterebbe depurarlo dai sedimenti che sin dalla sua nascita i nostalgici dell'inquisizione gli hanno appiccicato addosso. Sarà per questo che, nonostante sia ormai un ragazzone di ventisei anni, ancora nelle aule dei tribunali ci si ostina a chiamarlo "nuovo codice" come se fosse un discolo che va riportato alla ragione a suon di scappellotti.
E a ben vedere i centotrenta articoli della proposta Gratteri questo sono: buffetti, nemmeno troppo affettuosi, al rito accusatorio. E non è che se alziamo lo sguardo al livello europeo le cose vadano troppo meglio perché si replica il solito problema che abbiamo a casa nostra: la produzione legislativa in materia di giustizia non è mai affrontata come problema giuridico e neppure giudiziario, ma solo politico, spesso nella sua declinazione più prosaica, che anche i bambini sanno essere esclusivamente quella di guadagnare il consenso. E non c'è niente di meglio del populismo forcaiolo per raggiungere lo scopo, agitando ogni volta un idolum theatri diverso: una volta la sicurezza, l'altra la corruzione, l'altra ancora il terrorismo, e chi più ne ha più ne metta.
Questo produce al Parlamento Europeo come in quello nostrano, una continua rincorsa, quasi sempre esclusivamente enfatica, a modelli securitari. E non è che fuori dai parlamenti le cose vadano meglio perché si fa avanti sempre più forte una suggestione che immagina di poter risolvere tutti i problemi trasferendo al Giudice un inammissibile potere punitivo talvolta al di là dei limiti normativamente fissati, ritenendo che il giudice sia chiamato a inverare non lo Stato di diritto ma lo Stato etico, senza accorgersi, o forse accorgendosene benissimo, che così si negano alla base quelli che sono i principi fondamentali dello stato democratico. Ecco allora che il tema di quale spazio giuridico europeo costruire dimostra tutta la sua attualità. Proprio perché abbiamo il timore che qualcuno a Bruxelles o più vicino a noi abbia la tentazione di "tornare indietro", abbiamo deciso di costituire Jus Progress.
A ben vedere nel nome ci sta già tutto: diritto, in un'ottica progressista e riformista, mischiando latino e inglese, per rammentarci dove andiamo ma ricordarci pure da dove veniamo. Perché i garantisti saranno pure pochi, magari si sono pure un po' imborghesiti e hanno persino messo su un po' di pancetta, ma sui fondamentali non transigono e se sono riusciti con le loro battaglie, che affollate non sono state mai, a fare inserire il Giusto Processo in Costituzione, possono farsi sentire anche in Europa.
Mi sento quindi di tranquillizzare la Segreteria di Stato agli Interni della Repubblica di San Marino: il fine che chi scrive, sia quando indossa la toga del difensore sia quando come oggi si occupa di politica giudiziaria, cos' come del giornale che ospita queste mie riflessioni, del quale sono innanzitutto un assiduo lettore, è ben più ambizioso che quello di polemizzare con la Serenissima Repubblica di San Marino.
P.S.: una cosa però alla Segreteria di Stato agli Interni della Repubblica di San Marino proprio non riesco a fare a meno di dirla: non una riga, nella replica, sulla questione carceraria; sul tema che c'è qualcosa che non va non lo diciamo noi "garantisti": lo dice il Comitato Europeo per la prevenzione della tortura, e a ricordarlo non mi pare che si possa offendere nessuno.
di Sergio Granata
Giornale di Sicilia, 27 febbraio 2015
La difesa ha presentato un ricorso a Strasburgo. Il senatore Di Biagio: "Ho contattato le ambasciate a Podgorica e negli Usa. Massimo Romagnoli, arrestato in Montenegro per traffico di armi, è stato estradato negli Usa. A darne notizia il legale Nicola Pisani: "Trasferito senza nemmeno avvisare gli avvocati e adesso tutto passa alla giurisdizione americana".
Massimo Romagnoli, l'ex parlamentare Orlandino di Forza Italia, arrestato in Montenegro lo scorso dicembre con l'accusa di traffico d'armi, dietro mandato di cattura spiccato dalle autorità Usa, è stato estradato. L'ex parlamentare ha lasciato il carcere di Podgorica per salire su un aereo diretto a New York. A darne notizia, attraverso il sito internet "Italia Chiama Italia" (vicino a Romagnoli sin dal sua campagna elettorale degli italiani all'estero) è stato l'avvocato Nicola Pisani - che difende l'imprenditore Orlandino.
Il legale dell'ex patron dell'Orlandina calcio ha spiegato che l'estradizione è avvenuta in maniera repentina "senza nemmeno avvisare gli avvocati e quindi adesso tutto passa alla giurisdizione americana". La situazione che riguarda Massimo Romagnoli, sempre secondo suo legale, a questo punto "è più complicata, si sposta su un piano diverso". Comunque, ricorda Pisani, "è stato fatto un ricorso a Strasburgo".
Ieri è intervenuto sulla vicenda anche il senatore Aldo Di Biagio, eletto nella ripartizione estera Europa, che fin dall'inizio si è dato molto da fare per cercare soluzioni sulla questione che vede Romagnoli coinvolto in prima linea. "Ho sentito nelle scorse ore l'ambasciatore italiano a Podgorica - ha raccontato il senatore Di Biagio - mi ha detto che Romagnoli era comunque sereno, cosciente del fatto che tutto ciò che si poteva fare per aiutarlo in qualche modo era stato fatto.
Personalmente da subito mi sono interessato al caso, coinvolgendo anche la Commissione diritti umani del Senato e il suo presidente, Luigi Manconi, che da parte sua ha presentato interrogazioni parlamentari e contattato ministro dell'Interno e prefetto di Roma. Purtroppo non c'è stato nulla da fare per provare a fare estradare Romagnoli in Italia. L'ambasciatore italiano negli Stati Uniti è stato già contattato - ha aggiunto Di Biagio, avvertito che un cittadino italiano arrestato in Montenegro è a New York, estradato negli Usa, affinché l'ambasciata e la nostra diplomazia possano assicurare massima assistenza a Romagnoli anche in territorio americano".
www.liberatv.ch, 27 febbraio 2015
Il Direttore del Dipartimento delle istituzioni ha presentato oggi il nuovo Servizio Gestione Detenuti della Polizia cantonale e le nuove celle. Oggi, giovedì 26 febbraio, alla presenza del Direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi, del Capo della Gendarmeria della Polizia cantonale Decio Cavallini e del Direttore delle Strutture Carcerarie cantonali Stefano Laffranchini, si è volto un incontro con i media per presentare il nuovo Servizio Gestione Detenuti della Polizia cantonale e le nuove celle di polizia.
Il Servizio Gestione Detenuti (Sgd) si occupa della sorveglianza dei carcerati nelle celle di polizia, della gestione dei detenuti piantonati, della traduzione delle persone in stato di arresto provvisorio, del trasporto dei carcerati per le autorità penali cantonali e presso le autorità di altri Cantoni, dell'organizzazione dei trasporti intercantonali e dell'allestimento dei profili segnaletici degli arrestati. Il servizio, attivo dal 2013, ha visto completata la sua evoluzione con la certificazione di agibilità delle celle di polizia presso il Palazzo di giustizia di Lugano, attive dal novembre 2014. Inoltre, sono state sistemate le celle di sicurezza presso l'Ospedale Civico di Lugano ed è stata realizzata una cella di sicurezza presso la Clinica psichiatrica cantonale a Mendrisio.
Con il nuovo Servizio Gestione Detenuti si è proceduto a professionalizzare la gestione delle persone incarcerate fuori dalle Strutture carcerarie, sgravando nel contempo gli agenti di polizia da questo onere, in favore della loro attività sul terreno. Le nuove celle di polizia implicheranno una riduzione delle incarcerazioni presso il carcere giudiziario La Farera, permettendo così un'ottimizzazione delle risorse e un miglioramento nei flussi di lavoro. Non da ultimo, questo progetto ha favorito la costituzione di un centro cantonale di competenza per l'allestimento di profili segnaletici (fotografie, dati dattiloscopici, ecc.). "Non chiamatele più pretoriali! Da oggi sono celle di polizia", ha detto il direttore del Dipartimento delle istituzioni Norman Gobbi nel corso dell'incontro con la stampa.
Askanews, 27 febbraio 2015
Sono le 10.30 del mattino, è già ora di pranzo per i detenuti del carcere di contea di San Francisco. È in questo momento, che i prigionieri possono avere accesso al distributore di profilattici, situato nell'area ricreativa. Da oltre 25 anni le carceri della contea di San Francisco distribuiscono gratuitamente profilattici per contrastare la diffusione dell'Aids, una pratica che per legge verrà presto estesa alle altre prigioni della California. Giornalista: "È una buona idea?". Detenuto: "Certo. Sesso sicuro", ha risposto questo detenuto.
San Francisco ha iniziato a distribuire condom gratuiti ai detenuti negli Anni Ottanta per arginare la diffusione dell'hiv. Oggi ci sono una dozzina di distributori nelle prigioni della città e ogni mese vengono ritirati circa 2.000 profilattici. Kate Monaco Klien, del dipartimento sanitario di San Francisco: "C'è un'enorme stigmatizzazione a causa dell'Aids nelle prigioni. Ogni tanto alcuni prigionieri ci raccontano di avere usato il profilattico. Anche se far sesso in carcere è vietato, accade". Entro il 2020 la California ha in programma di piazzare distributori di profilattici in circa trenta prigioni di Stato. A differenza dei carceri di contea, che detengono persone in attesa di giudizio, le prigioni di Stato ospitano detenuti con pesanti condanne o ergastolani.
Aki, 27 febbraio 2015
Tre persone sono state condannate a morte e sette all'ergastolo in Bahrain per l'omicidio di tre poliziotti. Lo ha riferito l'agenzia Dpa, precisando che l'episodio risale al marzo scorso, quando tre poliziotti, tra i quali un cittadino degli Emirati, rimasero uccisi nell'esplosione di un ordigno in un sobborgo della capitale Manama. L'attentato arrivò dopo giorni di intensi scontri tra manifestanti antigovernativi e polizia scoppiati dopo la morte di un giovane dimostrante in carcere. Secondo i suoi familiari, il giovane sarebbe morto a causa delle torture subite. Stando a uno degli avvocati della difesa, le autorità hanno anche revocato la cittadinanza ai tre imputati condannati a morte.
La Presse, 27 febbraio 2015
Due ufficiali della polizia egiziana, sospettati di avere ucciso un avvocato mentre si trovava in custodia, sono stati arrestati su ordine di un procuratore e potrebbero essere accusati di omicidio. Lo hanno riferito fonti giudiziarie, spiegando che gli ufficiali, un tenente colonnello e un maggiore, saranno trattenuti in carcere per quattro giorni in attesa dei risultati delle indagini sulla morte dell'avvocato Karim Hamdy, avvenuta martedì.
Hamdy, 27 anni, è morto a causa delle torture subite mentre era in detenzione, due giorni dopo essere stato arrestato. Il rapporto iniziale sul suo corpo mostra che ha subìto la frattura di alcune costole e percosse che hanno causato lividi ed emorragie al petto e alla testa. Decine di avvocati hanno protestato fuori da un tribunale del Cairo contro la morte di Hamdy, arrestato in casa sua per avere preso parte a manifestazioni dei Fratelli musulmani.
di Anna Lesnevskaya
Il Fatto Quotidiano, 27 febbraio 2015
Nadezhda Savchenko, ufficiale delle Forze Aeree ucraine, è stata fermata lo scorso giugno con l'accusa di aver causato la morte di due giornalisti russi. Il Tribunale di Mosca ha respinto l'appello degli avvocati contro la proroga della carcerazione preventiva al 13 maggio. "È in sciopero della fame da 75 giorni, non arriverà a quella data", spiega a IlFattoQuotidiano.it l'attivista Zoya Svetova.
La vita di Nadezhda Savchenko, ufficiale delle Forze Aeree ucraine, è appesa a un filo, e solo un uomo, il presidente russo Vladimir Putin, può decidere se salvarla o lasciarla morire in carcere. Lo spiega a IlFattoQuotidiano.it Zoya Svetova, attivista per i diritti umani russa, che il 24 febbraio ha consegnato al Cremlino una petizione con più di 11 mila firme che chiede di rivedere la misura di carcerazione preventiva applicata alla donna. La Savchenko, detenuta in Russia, è accusata di complicità nell'omicidio di due giornalisti russi nell'Ucraina dell'est. Da più di 75 giorni è in sciopero della fame. Ha perso quasi 20 chili, beve solo dell'acqua e del tè e ormai da più giorni rifiuta le iniezioni di glucosio. "La sua è una protesta contro l'ingiustizia - continua la Svetova - a nostra ultima speranza per scongiurare una tragedia è che Papa Francesco intervenga col patriarca russo. Cirillo potrebbe vincere la resistenza di Putin per cui basterebbe una sola telefonata per salvare la vita alla donna".
Il Tribunale di Mosca ha respinto il 25 febbraio l'appello degli avvocati della militare ucraina contro la proroga della carcerazione preventiva al 13 maggio. "Non arriverà a quella data", dice sconfortata la Svetova. La donna, una volta di corporatura robusta, assisteva all'udienza sdraiata sulla panchina. Era collegata in video conferenza dal famigerato centro di detenzione di Mosca "Matrosskaja Tishina", dove nel 2009 era stato lasciato morire l'avvocato russo Sergej Magnitskij. La Savchenko però non è intimidita dal rischio al quale va incontro, dice che interromperà lo sciopero solo se gli verranno concessi gli arresti domiciliari all'Ambasciata ucraina di Mosca per il periodo delle indagini preliminari, che ormai vanno avanti da otto mesi senza approdare a nulla di concreto.
Che la donna sia molto pervicace lo dicono non solo gli avvocati di lei, ma anche la sua storia personale. In Ucraina la chiamano "Soldato Jane", ma anche "Giovanna d'Arco". Da piccola sognava di fare la pilota di caccia, ma la prestigiosa Accademia delle Forze Aeree di Kharkiv non accettava allieve femmine.
Allora ha affrontato la gavetta militare dimostrando di essere alla pari dei colleghi uomini. Dopo vari tentativi Nadezhda è riuscita a farsi ammattere a Kharkiv ed è diventata pilota dell'elicottero d'attacco MI-24. In Ucraina era conosciuta già prima che fosse scoppiato questo caso, perché era stata l'unica donna ad aver fatto parte delle forze di pace ucraine in Iraq.
Come raccontato dalla stessa Savchenko, quando il governo di Kiev lanciò l'"operazione antiterroristica" con i ribelli filorussi nell'Est la primavera scorsa, lei si trovava in congedo dal servizio e raggiunse alcuni amici di Maidan, che all'epoca facevano parte di un battaglione volontario ucraino, di stanza nei pressi di Lugansk. Durante uno scontro avvenuto il 17 giugno tra gli ucraini e i separatisti alcuni combattenti di Kiev sono rimasti feriti: mentre la pilota ucraina andava in loro soccorso è stata catturata dalle milizie russe. In un video postato in rete il 19 giugno la si vede in una stanza incatenata a dei tubi, mentre viene interrogata dalle forze prorusse. Vogliono sapere la disposizione del nemico, ma lei non molla. "Anche se lo sapessi, non ve lo direi", risponde con un sorriso.
Dopo, il vuoto. L'ufficiale ucraina ricompare soltanto l'8 luglio in un centro di detenzione nel Sud della Russia, a Voronezh. Il Comitato investigativo russo la accusa di aver causato la morte dei giornalisti russi, Igor Korneljuk e Anton Voloshin, uccisi il 17 giugno da colpi di mortaio, mentre si trovavano nelle vicinanze di Lugansk: l'ufficiale avrebbe fornito alle forze di Kiev le coordinate del luogo in cui si trovavano i reporter.
Le autorità russe sostengono che la Savchenko era riuscita a fuggire dalla prigionia dei separatisti e sarebbe entrata in Russia fingendosi una rifugiata (da qui la seconda accusa contestata alla donna, ossia l'attraversamento illecito della frontiera).
Il 23 giugno, nella regione di Voronezh, sarebbe stata fermata casualmente per un controllo dei documenti, dove si è scoperto che era sospettata nell'ambito dell'inchiesta sulla morte dei giornalisti russi. A quel punto è stata portata in un motel dove avrebbe vissuto per una settimana senza nessuna guardia che la custodisse, mentre gli investigatori russi la interrogavano in qualità di testimone. Il 30 giugno è seguita l'accusa ufficiale e l'arresto, con il trasferimento a Mosca in settembre.
La Savchenko però racconta una storia molto diversa. I separatisti, dice, l'hanno prima bendata e poi portata in Russia per consegnarla alle autorità. Prima dell'arresto ufficiale, era stata tenuta per una settimana, con due sentinelle che le facevano la guardia, in quel famoso motel. Per l'Ucraina, quindi, si tratta di sequestro di persona. Durante la seduta per valutare l'appello degli avvocati, il giudice si è rifiutato di illustrare le prove. Perché non esistono, dicono gli avvocati. La difesa invece ha fornito i tabulati telefonici del cellulare della Savchenko e dei giornalisti uccisi, la cui analisi dimostra che la militare ucraina era stata catturata e portata nel centro di Lugansk per un interrogatorio più di un'ora prima della morte della troupe russa.
"Se fosse colpevole, si sarebbe già arresa, avrebbe patteggiato", è convinta la Svetova, figlia di famosi dissidenti, che di processi politici ne ha visti tanti. "Lo sciopero della fame per la Savchenko è l'unica arma disponibile per chiedere giustizia". Gli appelli della comunità internazionale cadono nel vuoto. Il Senato americano ha approvato a febbraio una risoluzione, chiedendo il rilascio della pilota ucraina. La cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese François Hollande hanno sollevato la questione durante il vertice di Minsk dell'11 febbraio. Il Cremlino insiste: "Bisogna aspettare i risultati delle indagini". "I silovik si sentono ricattati dallo sciopero della fame e non vogliono cedere - conclude la Svetova - noi chiediamo a Putin un atto di grazia per una persona che sta per morire".
di Adriano Sansa
Famiglia Cristiana, 26 febbraio 2015
Vi sono entrato molte volte, uscendone poche ore dopo con sollievo mentre l'agente di custodia apriva il pesante portone. Ho visto il carcere nei momenti di relativa tregua dell'affollamento e nelle fasi peggiori. Vi sono stato quando mancava il riscaldamento e nella più drammatica fase della sieropositività e dell'Aids.
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