di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 21 febbraio 2015
Egitto. Fuggiti dalla Siria, 73 palestinesi e siriani abbandonati dai trafficanti d'uomini in mare sono ancora oggi detenuti dal Cairo. Da 10 giorni 50 di loro rifiutano il cibo per chiedere la libertà.
Da 112 giorni Mohammed Darwish è detenuto in Egitto nella stazione di polizia di Karmooz. Non è un criminale, è un migrante. Mohammed è palestinese: la sua famiglia prima del 1948 viveva nel villaggio di al-Shajara, a Tiberiade. Le milizie sioniste l'hanno cacciata dalla propria casa. Hanno trovato rifugio in Siria: Mohammed è nato nel campo profughi palestinese di Homs.
Da 10 giorni Mohammed e altri 49 migranti siriani e palestinesi rifiutano il cibo per avere indietro la libertà, nel silenzio delle organizzazioni internazionali mondiali. Mentre in Italia si levano le voci di chi grida all'invasione islamista, il dramma reale è quello dei migranti che tentano di raggiungere le nostre coste: per la prima volta l'anno appena trascorso ha visto l'arrivo di siriani e palestinesi, migranti di guerra e non di fame.
"Ho deciso di lasciare la Siria all'inizio del 2014 - racconta al manifesto Mohammed, dalla stazione di polizia di Karmooz. La situazione era degenerata". Gli anni precedenti Homs, ribattezzata dai media occidentali "la sposa della rivoluzione", era diventata roccaforte delle opposizioni dell'Esercito Libero Siriano, ma anche di gruppi islamisti come al-Nusra. Dopo tre anni di assedio, Damasco ha ripreso la città.
"Ero ricercato dalla polizia siriana perché non avevo svolto il servizio militare. Lavoravo come direttore di un'organizzazione per bambini del campo. La mia attività, come quella di altri attivisti, era malvista. Vivevamo nella paura di raid dentro il campo, c'erano molti arresti e alla fine, dopo una bomba in un negozio, la gente del campo ha cominciato a far pressione sui gruppi armati ribelli perché consegnassero se stessi e le armi. Poco dopo ho deciso di lasciare Homs".
Il 23 febbraio 2014 Mohammed saluta i genitori e la sorella. Per affidarsi nelle mani di un trafficante siriano: "Ho pagato mille dollari per farmi portare in Turchia e poi in Italia - continua - Amici che avevano compiuto la traversata prima di me mi avevano dato informazioni. Avevo optato Svezia, dove vivono mia sorella e mia zia, ma mio fratello minore è riuscito ad arrivare in Olanda. Quella era la mia nuova meta".
Quella mattina alle 8 Mohammed sale su un'auto insieme ad altri palestinesi in fuga. L'autista riesce a portarli al di là del primo checkpoint governativo, per entrare nelle zone controllate ancora da sacche di ribelli: "Il primo giorno abbiamo attraversato 4 checkpoint, ogni volta il cuore mi balzava in gola".
I giorni successivi Mohammed e i suoi compagni di viaggio cambiano tre auto e tre autisti, passano posti di blocco dello Stato Islamico e delle opposizioni, verso nord attraverso Hama e Aleppo. Fino a Bab al-Hawa, frontiera con la Turchia: "La notte precedente al grande salto non abbiamo chiuso occhio. La mattina dopo a bordo di una barca abbiamo attraversato un fiume. Eravamo in Turchia. Ma non era finita: siamo rimasti là per dei mesi, aspettando che un barcone ci portasse in Europa".
Ad ottobre il gruppo di siriani e palestinesi si era ingrossato: 104 persone. Era ormai l'ora della partenza: il 25 ottobre comincia il viaggio, nove giorni in mare. "In acque internazionali abbiamo scoperto che il trafficante aveva intascato tutto e non aveva versato la quota al proprietario del barcone. È iniziato il nostro calvario: ci hanno trasferito da una barca all'altra sotto la minaccia delle armi. Dicevano di volerci gettare a mare. Alla fine ci hanno abbandonato in un'isola egiziana disabitata".
Era l'1 novembre. È spuntato un telefono, qualcuno ha chiamato in Egitto. Poco dopo la guardia costiera egiziana è giunta a portarli in salvo, nel porto di Abukir. "Quella stessa sera ci hanno rinchiuso nella stazione di polizia di Karmooz, a Alessandria - ci racconta Mohammed. Ci hanno diviso in tre gruppi e mandato in tre diverse celle-dormitorio. Sono cominciati gli interrogatori, prima della polizia, poi della procura generale. Il Cairo ha trovato un accordo con la Coalizione Nazionale Siriana (la federazione delle opposizioni moderate al presidente Assad, ndr) e deciso di liberare i cittadini siriani. Solo loro. Così 31 siriani con in mano il passaporto sono stati rimandati in Turchia dove sono stati accolti dalla Coalizione, gli altri 15 siriani senza passaporto sono ancora in Egitto. Noi, palestinesi rifugiati, non contiamo abbastanza: siamo tutti detenuti, tutti e 58. Siamo prigionieri "liberi", non siamo ufficialmente accusati di nulla né detenuti ma non possiamo andarcene".
Sono 73 quelli ancora rinchiusi a Karmooz: tra loro 8 donne e 15 bambini. Hanno aperto una pagina Facebook, Karmooz Refugees, e 50 di loro hanno lanciato il 9 febbraio lo sciopero della fame: "L'ambasciata palestinese in Egitto non fa nulla. Anzi, ci fa pressioni per farci accettare qualsiasi soluzione. Di che soluzione parlano? Non ce ne sono e noi vogliamo solo tornare dalle nostre famiglie. L'Unhcr ci assicura un pasto al giorno: riso, un pezzo di pane, un pomodoro e un cetriolo. Ogni due settimane un medico Onu ci visita, in molti casi servono analisi approfondite, ma non possiamo uscire. Non c'è riscaldamento: per la notte abbiamo tre coperte a testa, una la usiamo come materasso. Siamo stanchi".
Prigionieri di trafficanti di uomini prima e ora delle autorità egiziane, quelle del nuovo alleato di ferro al-Sisi la cui crociata anti-islamista va premiata, dicono Washington e Bruxelles. Tanto a pagare sono gli ultimi.
Agi, 21 febbraio 2015
In Venezuela è stato convalidato l'arresto del sindaco di Caracas, Antonio Ledezma, incriminato da un magistrato per "cospirazione e associazione" in attività sovversiva per il presunto coinvolgimento in un piano golpista sostenuto dagli Stati Uniti. Il 59enne oppositore del presidente Nicolas Maduro, rieletto nel 2013, è stato rinchiuso nel carcere militare di Ramo Verde, nella periferia della capitale, dove da un anno esatto è detenuto Leopoldo Lopez, un altro leader del movimento anti-chavista.
Ledezma era stato arrestato venerdì con uno spettacolare blitz in cui gli agenti avevano sfondato la porte del suo ufficio e sparato in aria. L'arresto giunge a un anno dall'inizio delle proteste dell'opposizione che chiedevano le dimissioni di Maduro, il successore del defunto presidente socialista Hugo Chavez, che innescarono scontri e la morte di 43 persone e che portarono all'arresto di Lopez.
La popolarità di Maduro è scesa al 20% a causa della crisi che attanaglia il Paese sudamericano dove scarseggiano i beni di prima necessità e l'inflazione è alle stelle. Gli Stati Uniti, che di recente hanno approvato un altro pacchetto di sanzioni contro funzionari del governo venezuelano, si sono detti "profondamente preoccupati per il clima di crescente intimidazione contro gli oppositori", come ha sottolineato l'assistente del Segretario di Stato Roberta Jacobson. "L'unico modo per risolvere i problemi del Venezuela", ha ribadito, "è il dialogo tra i venezuelani e non il tentativo di mettere a tacere le critiche".
Agi, 21 febbraio 2015
Si terrà a breve nel Regno Unito il primo matrimonio gay della storia fra due detenuti omosessuali. Due britannici in carcere per omicidio, Mikhail Ivan Gallatinov di 40 anni e Marc Goodwin di 31 anni, hanno ottenuto il via libera dal ministero della giustizia e da un tribunale per sposarsi nella prigione di Full Sutton, East Yorks.
I giudici che hanno acconsentito alla cerimonia hanno tuttavia vietato alla coppia di condividere la stessa cella dopo il matrimonio. Entrambi sono in carcere, ma per omicidi differenti, da diversi anni. In particolare Goodwin era stato condannato a 18 anni di prigione nel 2007 per un omicidio a sfondo omofobico. Come riporta il Daily Mirror, l'uomo faceva parte di una gang che imperversava a Blackpool, nota località balneare nell'Inghilterra occidentale, e che era dedita ai pestaggi di omosessuali. Da quando il matrimonio gay è legale, nel marzo del 2014, le autorità non possono vietare le unioni dello stesso sesso in prigione.
www.rainews.it, 21 febbraio 2015
In Siberia gara tra detenuti in occasione di una festa nazionale per costruire carri armati e missili con la neve ed il ghiaccio 20 febbraio 2015I funzionari del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria russa della città di Omsk in Siberia (55 Fsin) in occasione della festa nazionale Giornata del difensore della patria (ex Festa dell'Armata Rossa) hanno indetto un concorso particolare tra le squadre dei detenuti - la costruzione degli armamenti pesanti in grandezza naturale con la neve e il ghiaccio.
Missile di neve (Fonte: Amministrazione penitenziaria russa) Le foto delle opere vincitrici sono state caricate sul sito ufficiale dell'Amministrazione penitenziaria locale. Il primo posto è stato assegnato alla squadra che ha costruito il super sofisticato missile balistico su rampa mobile "Topol-M" elaborato nei minimi dettagli, comprese le luci di posizionamento. Il secondo posto se lo è aggiudicato la squadra che ha costruito il carro armato russo della Seconda Guerra Mondiale "T-34", anche questo fedele all'originale nei minimi particolari.
di Carmelo Musumeci
Ristretti Orizzonti, 20 febbraio 2015
"Questa notte non riuscivo a prendere sonno ed ho pensato che in carcere non puoi fare altro che lottare ma non lo puoi fare con i pugni, i calci e i muscoli. Lo puoi fare solo con il cuore forse per questo lui è più messo male di me. E non vede l'ora di smettere di battermi nel petto". (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com).
di Clirim Bitri
Ristretti Orizzonti, 20 febbraio 2015
"Uno in meno", "Ottimo speriamo abbia sofferto"... e così via, questi i commenti su Facebook di alcuni Agenti al suicidio di un ergastolano nel carcere di Opera. Io che sono detenuto non ho provato Odio o Rabbia verso questi soggetti, ma soltanto un grande senso di pietà, ho provato pietà per il loro livello di cultura, pietà per la loro stupidità, per la loro mancanza di umanità.
Il Sole 24 Ore, 20 febbraio 2015
Sulla vicenda degli insulti via Facebook a un detenuto suicida da parte di agenti della polizia penitenziaria "ho firmato 16 provvedimenti cautelari di sospensione e ho concordato con il direttore del personale l'avvio del procedimento disciplinare". Così il capo del Dap Santi Consolo, dopo l'incontro avuto con il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Confermata dunque la linea del massimo rigore e delle immediate contromisure, annunciata da Consolo ieri pomeriggio, appena diffusa la notizia dei commenti ingiuriosi sui social per la morte del detenuto.
Asca, 20 febbraio 2015
"La Polizia penitenziaria è mortificata per quanto è successo e continueremo a muoverci su questa linea positiva: ho avviato una circolare che richiama tutti gli appartenenti al dipartimento ai doveri propri del Corpo e già oggi ho inviato una missiva per implementare e continuare l'attività di formazione sulla deontologia".
di Lorenzo Maria Alvaro
Vita, 20 febbraio 2015
Dopo il caso che ha visto agenti penitenziari schernire su Facebook un detenuto suicida interviene Luigi Manconi, presidente dell'Associazione "A buon diritto" che sottolinea: "La causa di tutto è il sovraffollamento. Oggi ci sono 10mila detenuti di troppo. E stanno aumentando vertiginosamente i suicidi tra i poliziotti"
di Riccardo Arena
www.ilpost.it, 20 febbraio 2015
"Uno di meno", "ottimo, speriamo abbia sofferto", "mettere a disposizione più corde e sapone". Questi i commenti scritti da alcuni agenti della polizia penitenziaria e apparsi su una pagina Facebook della stessa polizia penitenziaria. Commenti relativi al suicidio di Joan Gabriel Barbuta, che si è impiccato venerdì scorso nel carcere Opera di Milano utilizzando un lenzuolo. "Uno di meno".
Non certo un caso isolato, visto che, nel mese di gennaio, commenti analoghi e sempre scritti da agenti di Polizia penitenziaria sono apparsi su un'altra pagina di Facebook, chiamata "Solidarietà ai poliziotti penitenziari aggrediti in carcere", quando a suicidarsi è stato Bartolomeo Gagliano detenuto nel carcere di Sanremo.
Le solite "mele marce" da isolare e sanzionare? No. È l'ennesima dimostrazione di come oggi il carcere sia ridotto a un canile abbandonato. Un canile, il peggiore, dove custodi e custoditi subiscono le conseguenze quotidiane dello stesso degrado, comportandosi di conseguenza e in modo simile. Il cane abbaia rabbioso per quella gabbia fatiscente e il custode lo picchia selvaggiamente. Esattamente ciò che avviene oggi negli istituti penitenziari, con l'unica differenza che gli agenti possono scrivere su Facebook e i detenuti ovviamente no.
Dunque, non carceri, ma canili che ospitano detenuti e agenti. Canili dove i detenuti disprezzano gli agenti e dove gli agenti disprezzano i detenuti. Canili senza legge e dove tutto è consentito. Lo svilimento della persona e della vita, la violenza, la commissione di reati e l'impunità. E cosa è questo se non la conseguenza di un intero sistema penitenziario del tutto illegale che è collassato su se stesso?
Inutile sanzionare qualche agente disgraziato per quei commenti sul detenuto suicida, come vuole il Ministro della Giustizia Andrea Orlando. Come ipocrita sarebbe ignorare che anche tra i detenuti c'è chi gioisce per la morte di un agente.
Più serio e onesto sarebbe capire che oggi si lasciano vivere delle persone, agenti e detenuti, in condizioni bestiali. Più serio e onesto sarebbe capire il profondo degrado in cui versano le nostre carceri, ridotte a dei canili illegali, e individuare soluzioni concrete ed efficaci per far tornare la legalità e il decoro negli istituiti di pena. Ma, purtroppo, non c'è da illudersi. Se il carcere è ridotto a un canile, chi ha la responsabilità di governare il sistema penitenziario è ridotto all'inconsapevolezza ed è incline alla superficialità.
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