di Giuseppe Pipitone
Il Fatto Quotidiano, 19 febbraio 2015
L'ultimo caso è quello di Pino Faraone, il consigliere comunale palermitano nella lista di Crocetta, accusato di tentata estorsione. Per il tribunale del Riesame può scontare la custodia cautelare presso il suo domicilio. Ma vista l'assenza dei dispositivi è rimasto recluso nel carcere Pagliarelli.
Undici milioni di euro per duemila braccialetti ogni anno: cinquemila e cinquecento euro l'uno. Non sono gioielli, non hanno diamanti e preziosi, ma sono delle semplici cavigliere che servono a controllare i detenuti agli arresti domiciliari. Solo che adesso sono finiti. E il risultato è che i detenuti beneficiari dei domiciliari non potranno tornare a scontare la custodia cautelare a casa ma rimarranno in carcere. L'ultimo caso è quello di Pino Faraone, il consigliere comunale palermitano del Megafono, la lista del governatore della Sicilia Rosario Crocetta.
Faraone era stato arrestato nel blitz antimafia della procura di Palermo il 9 febbraio scorso: è accusato di tentata estorsione. Quattro giorni dopo il Tribunale del Riesame accoglie la richiesta dei legali di Faraone e gli concede gli arresti domiciliari. Solo che i giudici hanno dato al consigliere comunale la possibilità di scontare la custodia cautelare a casa sua, vincolandola con l'applicazione del braccialetto elettronico. Che però, come racconta il quotidiano livesicilia.it, sono esauriti: e in attesa che se ne liberi uno, Faraone è rimasto recluso nel carcere Pagliarelli di Palermo.
Solo l'ultimo imbarazzante episodio di una vicenda tragicomica. La storia dei braccialetti elettronici comincia nel 2001 con un primo accordo tra il Ministero dell'Interno e la Telecom. All'inizio l'utilizzo delle cavigliere elettroniche era previsto solo nelle province di Milano, Torino, Roma, Napoli e Catania. Poi nel 2003 Telecom sottoscrive un altro accordo, che prevede la fornitura di 400 braccialetti in tutta Italia. Il costo è di dieci milioni l'anno fino al 2011: il totale ammonterà alla fine a ottantuno milioni tondi.
Peccato che nel frattempo i braccialetti usati siano soltanto quattordici. Cinque milioni per ogni cavigliera: una spesa bacchettata aspramente anche dalla Corte dei Conti. Ecco dunque che nel 2013 parte il nuovo appalto: se lo aggiudica sempre la Telecom che questa volta fornisce duemila braccialetti di controllo. A questo punto sembra che la moda delle cavigliere elettroniche esploda nei vari Tribunali del Riesame. Tanto che già il 19 giugno 2014 il capo della Polizia Alessandro Pansa avverte in una circolare che sono attivi "1.600 dispositivi, con una previsione di saturazione del plafond di 2.000 unità entro giugno".
Il bello è che il contratto attuale non prevede la possibilità dell'aumento del numero di cavigliere elettroniche da parte di Telecom. Occorrerebbe dunque rifare nuovamente l'appalto milionario. Ipotesi che è già sul tavolo del Ministro dell'Interno Angelino Alfano. Dal Viminale, nell'estate del 2014, facevano sapere di aver "avviato le iniziative volte alla definizione di un Capitolato tecnico da porre a base di una gara per il nuovo servizio di braccialetto elettronico, ma i tempi necessari allo svolgimento della procedura non consentiranno l'attivazione del servizio prima di marzo-aprile del prossimo anno".
Tradotto significa che fino alla primavera del 2015 le forze di polizia dovranno farsi bastare i duemila braccialetti elettronici che hanno in dotazione, mentre il numero dei detenuti continua a crescere sfiorando quota 65mila. E chi avrà la fortuna di vedersi riconoscere gli arresti domiciliari, dovrà sperare anche di trovare un braccialetto elettronico libero.
di Beatrice Migliorini
Italia Oggi, 19 febbraio 2015
Salta l'aumento fino alla metà del termine di prescrizione per i reati contro la pubblica amministrazione. La disposizione, infatti, sarà rinviata nel testo ad hoc al vaglio della commissione giustizia della camera insieme ai nuovi termini di prescrizione per il reato di falso in bilancio. Resta invariato, invece, l'aumento della pena fino alla metà per i recidivi così come previsto dall'art. 161 del codice penale. Continuano le votazioni al ddl anticorruzione in commissione giustizia al senato anche se i tempi rischiano di dilatarsi.
Ieri, infatti, dopo aver respinto il primo terzo degli emendamenti presentati all'art. 1 (modifica alle pene per i reati di corruzione), hanno trovato accoglimento solo due proposte di modifica (identiche tra loro) che hanno portato all'eliminazione della lettera c) del comma 1 dell'art. 1. Così facendo, quindi, è stata eliminata la disposizione che prevedeva un amento dei termini di prescrizione fino alla metà per i reati contro la pubblica amministrazione.
Disposizioni di questo tipo, infatti, saranno tutte rinviate nel testo al vaglio della commissione giustizia della camera. Stessa sorte, quindi, anche per i termini del falso in bilancio per stessa ammissione del sottosegretario alla giustizia Cosimo Maria Ferri che, a margine della seduta, ha precisato che "la decisione politica è quella di concentrare l'esame sulla prescrizione nel ddl all'esame della camera". Sul fronte falso in bilancio, poi, la commissione continua a restare in attesa della decisione dell'esecutivo.
Calendario alla mano, infatti, il testo del ddl anticorruzione è calendarizzato per l'esame dell'aula di palazzo Madama giovedì prossimo. Il rischio, però, è quello di andare in aula senza il mandato al relatore. Le forze di opposizione, infatti, hanno promesso di fare ostruzionismo ad oltranza se il governo non manterrà la promessa di presentare il nuovo testo sul falso in bilancio in commissione e non direttamente in aula.
"Non è nostra intenzione rallentare i lavori della commissione", ha spiegato a Italia Oggi Ferri, "abbiamo bisogno di tempo, però, per mettere a punto un testo che trovi la sintesi di tutte le posizioni e sia allo stesso tempo corretto ed efficace da un punto di vista giuridico".
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 19 febbraio 2015
L'approvazione della responsabilità civile dei giudici si avvicina, e fra le toghe cresce la preoccupazione per una riforma che non piace e crea allarme. L'Associazione nazionale magistrati ha convocato d'urgenza un comitato direttivo straordinario, sabato prossimo, per affrontare l'argomento prima del dibattito alla Camera, che potrebbe essere l'ultimo se passerà il testo già varato dal Senato.
A sollecitare questa riunione è stato Piercamillo Davigo, l'ex pm di "Mani pulite" e leader della neonata corrente Autonomia e indipendenza, gli scissionisti del gruppo conservatore Magistratura indipendente. Secondo Davigo il momento è grave, e tocca all'Anm sottolineare "alcuni punti fermi e presupposti costituzionali a tutela dell'indipendenza della magistratura" intaccati dal disegno di legge in via di approvazione.
Il primo argomento è la bugia di fondo ribadita a fondamento della riforma, e cioè che la richiesta viene dall'Unione europea; non è così, perché la corte di giustizia esige solo di inserire "la violazione manifesta del diritto dell'Unione" tra le cause di colpa grave di cui i magistrati devono essere chiamati a rispondere. La legge che sta per essere votata, invece, è andata molto più in là. Per esempio eliminando il filtro del tribunale sull'ammissibilità delle richieste di risarcimento. È una delle novità introdotte per impedire la "sostanziale inaccessibilità del rimedio".
Davigo ricorda una sentenza della Corte costituzionale secondo cui "la previsione del giudizio di ammissibilità della domanda garantisce adeguatamente il giudice dalla proposizione di azioni manifestamente infondate che possano turbarne la serenità, impedendo, al tempo stesso, di creare con malizia i presupposti per l'astensione e la ricusazione". Senza il filtro, infatti, si metterebbero giudici e pm a rischio di azioni presentate al solo fine di creare condizioni di incompatibilità per liberarsi del magistrato sgradito.
"L'abolizione del filtro di ammissibilità è quindi all'evidenza costituzionalmente illegittima", sentenzia Davigo, oggi giudice di Cassazione. Non solo: "L'introduzione del travisamento del fatto e delle prove in termini" tra i nuovi motivi per promuovere l'azione civile contro i giudici, presenta "aspetti di incertezza che rischiano di creare altri gravi problemi".
Davigo poi suggerisce di pretendere da subito una limitazione dei "carichi esigibili" di un lavoro che "diventa più rischioso e faticoso", anche a causa della nuova legge sulla responsabilità civile. Una rivendicazione che mette in luce l'aspetto più sindacale che politico della vicenda, da parte della corrente più a destra dei giudici. Ma sulla denuncia dei rischi della riforma sono allineati tutti i gruppi. Compreso quello di sinistra di Area, dall'interno del quale però arriva l'invito a evitare iniziative che rischierebbero di rivelarsi controproducenti, come lo sciopero o lo sciopero bianco.
di Patrizio Maggio
L'Ora Quotidiano, 19 febbraio 2015
È prevista per stamattina la testimonianza del vice di Cesare Curioni, Capo dei cappellani delle carceri. L'ex presidente Scalfaro avrebbe chiesto ai due sacerdoti di aiutarlo nella scelta del sostituto di Nicolò Amato al vertice del Dap.
Il vertici del Dap in sostituzione di Nicolò Amato nel 1993? Li scelsero i sacerdoti dei penitenziari. Ne è sicuro monsignor Fabio Fabbri, ex vice-capo dei cappellani delle carceri, testimone questa mattina al processo sulla Trattativa Stato-mafia.
Fabbri era il vice di monsignor Cesare Curioni, capo dei cappellani delle carceri, amico quarantennale del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. E fu proprio l'allora capo dello Stato a convocare i due sacerdoti nel giugno del 1993, quando decise di far fuori Amato dai vertici dell'amministrazione penitenziaria.
Al colloquio era presente pure Fabbri, che ha ricordato quell'incontro nel marzo del 2012, deponendo al processo per la mancata cattura di Bernardo Provenzano a Mezzojuso nel 1995. Il presidente della Repubblica Scalfaro spiegò il perché della sostituzione al vertice del Dap? Per Fabbri, Scalfaro non fece mistero di un'antica "ruggine" nei confronti di Amato: "Il suo tempo è finito- si lamentò - una volta lo cercavo e mi ha fatto aspettare due giorni, quando non ero ancora nessuno". Poi, prosegue Fabbri, "il presidente disse che gli avevano fatto tre nomi, e che li aveva nel suo cassetto. Ma nessuno di questi aveva possibilità.
Chiese, a me e a Curioni, di aiutare Conso a scegliere il nuovo dirigente del Dap". In pratica una delega per individuare il nome "giusto" che, secondo l'ipotesi accusatoria dei pm Nino Di Matteo, Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Francesco Del Bene, avrebbe garantito il suo sostegno al dialogo avviato con la mafia sul carcere duro. La mattina successiva all'incontro con Scalfaro, il monsignore ed il suo vice si recarono pertanto dal Guardasigilli Giovanni Conso. E lì fu proprio Fabbri a dare il suggerimento giusto.
"Mi venne in mente - ha detto in aula Fabbri al processo Mori-Obinu - che per quel ruolo era perfetto un mio caro conoscente: Adalberto Capriotti, procuratore a Trento, che era un uomo mite, molto religioso, un uomo di chiesa. Conso si alzò: andò nella stanza attigua, consultò dei libroni e disse: si, potrebbe essere! E mi diede incarico di prendere contatti".
Fabbri ha però negato l'esistenza di un eventuale rapporto tra pezzi delle Istituzioni e detenuti mafiosi, Fabbri ha replicato. "Quello che so è che i cappellani non hanno mai digerito il 41 bis, l'hanno sempre osteggiato perché era anti-umano, e lo facevano presente nei vari incontri con i vescovi, ma anche con me e soprattutto con Curioni". L'alleggerimento delle condizioni carcerarie per detenuti mafiosi è - nella ricostruzione dell'accusa - uno degli elementi della Trattativa tra pezzi dello Stato e Cosa Nostra.
Adnkronos, 19 febbraio 2015
"Ancora una volta è stata una inchiesta giornalistica, vera e coraggiosa, a scoprire i fatti e le piste giuste per fornire nuovi elementi per ricostruire la verità storica dell'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, una delle tragedie e dei misteri italiani. La Fnsi e l'Usigrai chiedono ora che si approfondiscano anche in sede giudiziaria gli elementi emersi dall'intervista di "Chi l'ha visto?" e che si arrivi a quella verità e giustizia che la famiglia Alpi chiede giustamente da 21 anni".
È quanto si legge in una nota diffusa dal presidente Fnsi Santo Della Volpe e dal segretario dell'Usigrai Vittorio Di Trapani sul caso della giornalista e dell'operatore uccisi in Somalia. "Ora, infatti, è possibile riaprire le indagini sull'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. L'importante inchiesta della trasmissione "Chi l'ha visto" di Rai3 con l'intervista al teste Ahmed Ali Rage, detto Jelle, rivela nuovi inquietanti particolari sull'assassinio dei due colleghi giornalisti del Tg3, uccisi a Mogadiscio il 20 marzo di 21 anni fa. Alì Rage ha detto d'essere stato indotto a fare le dichiarazioni false che accusarono un connazionale somalo, Hashi Omar Hassan, oggi in carcere per quel duplice omicidio, condannato anche in Cassazione a 26 anni di pena definitiva", si legge nella nota.
"Chi avrebbe indotto il teste Rage a fare quelle accuse? Ci sono coinvolgimenti dei servizi segreti italiani? E se fosse vero quello che il teste ora rivela alla trasmissione 'Chi l'ha visto?', chi aveva interesse a dare questa versione dei fatti, accusando un innocente? Si voleva chiudere il caso per coprire alte ed altre complicità? C'è materia sufficiente per chiedere la riapertura del caso e del processo", affermano Della Volpe e Di Trapani.
"Per scoprire se le dichiarazioni del teste Rage siano vere e se in carcere sia rinchiusa oggi una persona innocente. Ma anche e soprattutto per arrivare ai veri colpevoli e mandati dell'assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hravatin. Una Verità e Giustizia che pretendiamo ed alla cui mancanza non ci siamo mai rassegnati", concludono.
Somalo scagionato: voglio essere scarcerato prima possibile
"Quando ho saputo che Gelle ha ritrattato ho provato rabbia, perché questa cosa si sapeva da anni" dice Hashi Omar Assan, il somalo in carcere per l'omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, intervistato da Carla Manzocchi per "Restate scomodi", in onda alle 15.40 su Radio1 Rai. Il supertestimone del caso Alpi, Ahmed Ali Rage, detto Gelle, raggiunto dalla trasmissione di RaiTre "Chi l'ha visto", ha ritrattato le sue accuse contro Hashi.
"Se Gelle non fosse stato raggiunto da una giornalista" dichiara Hashi Omar Assan "io restavo a farmi 26 anni di carcere perché ai magistrati non interessava. Quelli che mi accusavano erano alla ricerca di un capro espiatorio: mi hanno condannato, e li è finita" Alla domanda: "Cosa farà adesso? chiederà la revisione del processo?" Hashi Omar Assan risponde: "Il mio avvocato chiederà la revisione del processo. Ma ci vorrà qualche mese, io non posso aspettare, voglio essere scarcerato prima possibile, sono tanti anni di carcere senza motivo".
di Giampaolo Grassi
Ansa, 19 febbraio 2015
Servirà una nuova udienza per stabilire se Luigi Chiatti, il cosiddetto "mostro di Foligno", una volta scontata la condanna potrà tornare libero o dovrà essere rinchiuso in una casa di cura e custodia. In appello è stata infatti annullata l'ordinanza con cui il magistrato di sorveglianza di Firenze aveva disposto il ricovero di Chiatti quando, fra qualche mese, uscirà dal carcere.
La marcia indietro o, meglio, la frenata, è dovuta a una questione procedurale: una relazione psichiatrica è stata allegata agli atti troppo ardi, non lasciando così agli avvocati di Chiatti il tempo necessario per studiarla. In questo modo, dicono i giudici d'appello, è stato violato il diritto di difesa. Insomma, a differenza del magistrato di sorveglianza, che aveva stabilito il ricovero nella casa di cura e custodia rilevando il persistere della pericolosità sociale di Chiatti, stavolta i giudici non si sono pronunciati sulle condizioni psichiatriche del detenuto, ma si sono limitati a rilevare un inciampo burocratico.
Chiatti, 47 anni, è in carcere a Prato, dove sta scontando una pena a 30 anni per gli omicidi di Simone Allegretti, 4 anni, e Lorenzo Paolucci, 13, commessi nei primi anni Novanta. Già nella sentenza perugina d'appello del 1996, poi divenuta definitiva, i giudici avevano previsto che, una volta scontata la pena, Chiatti venisse sottoposto a "misura di sicurezza della casa di custodia e cura per anni tre". Il provvedimento era stato confermato nei mesi scorsi dal magistrato di sorveglianza di Firenze che, sulla base anche a una relazione psichiatrica, aveva rilevato in Chiatti l'assenza di "qualsiasi revisione critica e consapevolezza" dei delitti commessi. Secondo il magistrato, in maniera univoca i dati ribadivano la "pericolosità sociale" di Chiatti e la necessità di collocarlo "in un contesto adeguatamente contenitivo".
La decisione depositata oggi non mette in discussione queste valutazioni, che si basano sugli stessi atti che avrà a disposizione il nuovo magistrato di sorveglianza chiamato a decidere, per l'ennesima volta, se fra qualche mese Chiatti potrà tornare libero o dovrà essere ricoverato e tenuto sotto controllo in una casa di cura.
di Massimo Gramellini
La Stampa, 19 febbraio 2015
Un ergastolano si suicida in prigione e sulla pagina Facebook di un sindacato di polizia penitenziaria compaiono commenti di tenebra: "un rumeno di meno", "mi chiedo cosa aspettino gli altri a seguirne l'esempio". Stupore, scandalo, indignazione. E il solito carico insopportabile di ipocrisia. Come se molti secondini non avessero mai formulato questi pensieri anche prima che la tecnologia permettesse loro di farli conoscere a tutti. Come se, oltre a pensarli, non li avessero già espressi fin troppe volte in pestaggi e torture.
Ma, soprattutto, come se si trattasse di qualche malapianta cresciuta in un giardino di rose anziché dell'ovvia conseguenza di un sistema in cui carcerieri e carcerati condividono le stesse brutture e combattono l'ennesima guerra tra poveri. La galera in Italia non è un centro di recupero, ma una soffitta orrenda dove stipare rifiuti umani che almeno metà della popolazione vorrebbe vedere sparire per sempre, non fosse altro perché teme che qualche garbuglio legale riesca a rimetterli in libertà molto prima del meritato e del dovuto.
Le statistiche urlano che il carcere riesce a cambiare soltanto chi lavora, possibilmente in un luogo sano. Eppure nella pratica comune i condannati vivono da parassiti e la pena viene espiata in ambienti fetidi e brutali, tranne per chi è abbastanza ricco e mafioso da potersi permettere un trattamento privilegiato. Rendere civili le carceri e dare un senso alla galera non porta voti, quindi è considerato uno spreco. La politica ci risparmi almeno la sua indignazione per la beceraggine di certi immondi carcerieri. È lei ad averli disegnati così.
di Ludovico Martocchia
www.europinione.it, 19 febbraio 2015
Nessuno si occupa più del sovraffollamento delle carceri: tutto è stato risolto? Per il governo sì, anche se la situazione è ancora critica. Le condizioni pietose delle prigioni italiane negano il diritto più basilare di ogni persona umana, italiana o straniera: la dignità.
La situazione delle carceri dimostra il livello di civiltà di un paese. Lo ripetiamo spesso, un concetto che tutti sostengono. Però poi, in fin dei conti, cosa ci importa di chi sta dall'altra parte? Per noi, dell'Italia "metà giardino", usando le parole di Francesco De Gregori, non è rilevante se tre delinquenti vivono in meno di sette metri quadrati di spazio. Tanto, appunto, sono delinquenti, mica persone. Ancor di più se sono stranieri o tossico dipendenti.
In base all'ultimo rapporto del Consiglio d'Europa, aggiornato a settembre, in Italia sarebbero 64.835 i detenuti per una capacità totale delle celle di 47.703 posti. In poche parole per 100 posti ci sono 148 detenuti, contro una media europea di 95. Dati vecchi: il ministro della giustizia Orlando insieme al nuovo responsabile del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, Santi Consolo ha in parte rassicurato: "nei 202 istituti italiani non abbiamo più nessun detenuto ristretto in spazi di meno di tre metri quadri: abbiamo aggiunto circa 2.000 posti, recuperati grazie al lavoro nelle strutture degli stessi detenuti". Una buona notizia, anche se i Radicali, famosi per queste battaglie, smentiscono. Sembrerebbe che la media sia giusta, ovvero che ci siano più di tre metri per ogni detenuto, ma permangono almeno 70 istituti con un sovraffollamento che va da 130% al 210%, secondo la segretaria radicale Rita Bernardini che riporta i dati del Dap.
A quanto pare le circostanze non sono chiare ed effettivamente se la drammatica situazione in cui vivono i carcerati italiani fosse realmente risolta, assomiglierebbe ad un miracolo. I dati dell'Istituto Antigone in parte sostengono un'effettiva riduzione dei detenuti, sarebbero 53 mila grazie al decreto svuota carceri emanato l'agosto scorso dal governo in risposta alle sentenze della Corte di Strasburgo. Tuttavia il focus si sposterà sulla condizione degli stranieri nelle celle per l'assenza di interpreti, probabilmente una delle questioni più gravi che porta ad una vera e propria discriminazione - bisogna anche ricordare che circa il 34% della popolazione carceraria è straniera.
Rimane il fatto che tra i problemi delle carceri italiane non ci siano solo i metri abitali e quindi le strutture antiquate, ma anche l'incertezza della pena. La lentezza della giustizia italiana fa sì che ci siano oltre il 35% dei reclusi in attesa di una sentenza. Tanto per aggiungere, mancano anche le opportunità di lavoro socialmente utili, che rappresentano il pilastro per un sistema penitenziario con l'obiettivo della reintegrazione nella società.
Anzi si potrebbe dire che le carceri italiane sembrano destinate alla "reintegrazione nella criminalità", vista la tendenza recidiva di coloro che hanno scontato la pena. Peggiora i dati della giustizia italiana anche un altro numero: dal 1991 si sono susseguiti 23 mila casi di ingiusta detenzione. L'esempio lampante è di Giuseppe Gullotta, in carcere per 22 anni anche se innocente. Gli avvocati spingono per un risarcimento di svariati milioni di euro che difficilmente arriveranno. In prima linea c'è l'opposizione dell'Avvocatura di Stato.
Si potrebbe parlare anche di un altro fattore: i decessi e i suicidi (131 in totale nel 2014). Non è un caso che in nove anni di presidenza, Giorgio Napolitano sia intervenuto con un solo messaggio alle camere, proprio sul sovraffollamento delle carceri, proponendo amnistia e indulto. Le critiche sono state tante, anche giustificate, perché a beneficiare di un tale provvedimento potrebbe essere prima di tutto chi in carcere non c'è andato mai - per reati di concussione, abuso d'ufficio, peculato e corruzione.
Insomma, garantire la vivibilità nelle carceri è senza ombra di dubbio necessario. Primo per un'utilità sociale: carceri decenti vogliono dire anche detenuti maggiormente reinseribili nella società e che non tornano a delinquere. Secondo, perché rappresenta un dovere morale garantire la dignità umana di una persona. Tra l'altro è un diritto appartenente a tutte le tradizioni della storia italiana su cui si basa la Costituzione: la tradizione cattolica per l'attenzione agli ultimi, la tradizione socialista per la considerazione di chi vive in condizioni di assoluta disuguaglianza, la tradizione liberale perché il diritto ad una vita dignitosa è un diritto inalienabile della persona umana.
Ansa, 19 febbraio 2015
È morto nell'ospedale di Torrette ad Ancona Achille Mestichelli, un ascolano di 53 anni che era detenuto nel carcere di Ascoli Piceno. Per il decesso è indagato con l'accusa di omicidio preterintenzionale un compagno di cella, Mohamed Ben Alì, tunisino di 24 anni, arrestato nei giorni scorsi nell'ambito di una operazione antidroga. Secondo le testimonianze degli altri detenuti rinchiusi nella stessa cella (due italiani e due tunisini), Alì avrebbe spinto Mestichelli che sarebbe caduto battendo violentemente la testa.
L'uomo aveva riportato gravi lesioni e un trauma cranico, e nella notte fra il 13 e il 14 febbraio scorsi era stato ricoverato nell'ospedale di Ancona, dove era stato operato d'urgenza. Oggi i medici hanno dichiarato la morte cerebrale. La famiglia di Mestichelli ha autorizzato l'espianto degli organi. Domani il pm Umberto Monti affiderà l'autopsia.
di Carlo Macrì
Corriere del Mezzogiorno, 19 febbraio 2015
Il piccolo Cocò Campolongo, 3 anni, è stato ucciso per vendetta nei confronti del nonno Giuseppe Iannicelli, 52 anni, trafficante di droga di Cassano allo Ionio. L'uomo voleva pentirsi e raccontare il traffico di stupefacenti nell'Alto cosentino. Sapeva, però, che la sua vita era in pericolo e perciò portava con sé il nipote, convinto che la presenza del bimbo potesse evitargli rappresaglie. Una precauzione che non ha fermato i killer.
Il 16 gennaio 2014 Giuseppe Iannicelli, la compagna "Betty" Taoussa, 27 anni, e il piccolo Cocò (sotto) sono stati uccisi a colpi di pistola e mitraglietta e i loro corpi dati alle fiamme dentro una Punto, in campagna a Cassano. Una strage che commosse anche il Papa che a Cassano, nel corso di una messa per ricordare il piccolo, aveva "scomunicato" i mafiosi.
La decisione di pentirsi Giuseppe Iannicelli l'avrebbe comunicata con una lettera dal carcere alla moglie Maria Rosaria Lucera, anche lei in galera per spaccio. "Ci hanno abbandonato, non abbiamo più soldi e siamo arrestati" avrebbe detto l'uomo che scontava una pena a 10 anni.
A raccontarlo al procuratore aggiunto di Catanzaro Vincenzo Luberto è stato Battista Iannicelli, fratello di Giuseppe. La lettera non è stata trovata. Ma forse qualcuno aveva deciso di tappargli la bocca. La vita di quell'uomo per i suoi carnefici valeva 50 centesimi, come la moneta trovata sul luogo della strage. Battista Iannicelli ha parlato anche delle visite di suo fratello a casa degli Abbruzzese, noti come gli "zingari", clan sanguinario la cui roccaforte è a Cassano. Anche a quegli incontri Iannicelli portava il nipotino.
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