di Marina Castellaneta
Il Sole 24 Ore, 13 febbraio 2015
Con ritardo, rispetto alla tabella di marcia fissata dalla direttiva 2011/99/UE sull'ordine di protezione europeo, che imponeva il recepimento entro l'11 gennaio 2015, il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto legislativo per attuare l'atto Ue. La delega al Governo era stata già prevista nella legge di delegazione europea 2013.
Con l'adozione del decreto legislativo, andrà a regime un nuovo strumento proprio della cooperazione giudiziaria penale, funzionale a rafforzare la protezione delle vittime nello spazio europeo. Grazie al mutuo riconoscimento, le misure protettive circoleranno oltre frontiera. Con maggiori tutele per le vittime di reati che potranno spostarsi senza timore del venir meno della protezione.
Questo il meccanismo. L'autorità giurisdizionale nazionale, individuata nel testo di recepimento nel giudice competente a disporre le misure cautelari (articolo 282 bis del Cpp), adotterà l'ordine di protezione europeo utilizzando, nel segno della semplificazione, il modello incluso nell'allegato A, comune a tutti gli Stati membri. L'autorità centrale è il ministero della Giustizia, competente per la ricezione e la trasmissione degli atti. Per quanto riguarda il procedimento, l'autorità giudiziaria procede "senza ritardo" alla trasmissione dell'ordinanza al ministero della Giustizia affinché provveda, con qualsiasi strumento idoneo a provare l'autenticità del documento, a consegnarlo all'autorità competente dello Stato di esecuzione. L'Autorità centrale è tenuta a comunicare l'eventuale rifiuto del riconoscimento.
Inserite alcune modifiche al codice di procedura penale tra le altre è previsto che la persona offesa sia informata della possibilità di chiedere l'ordine di protezione europeo e del rifiuto al riconoscimento opposto dalle autorità dello Stato di esecuzione. Nel caso in cui l'autorità giudiziaria si opponga all'emissione dell'ordine di protezione, il richiedente può presentare ricorso in Cassazione.
Per quanto riguarda la disciplina prevista nel caso in cui l'Italia sia Stato di esecuzione, il testo attribuisce la competenza alla Corte di appello del luogo in cui la persona protetta ha dichiarato di soggiornare o risiedere (in linea con la disciplina della legge n. 69/2005 sul mandato di arresto europeo). Il sistema, però, si differenzia dal mandato di arresto proprio tenendo conto dell'urgenza nelle misure di protezione delle vittime. Di qui la scelta di pronunciarsi senza formalità e senza contraddittorio. La Corte di appello, su richiesta del Procuratore generale, può anche decidere una misura più afflittiva, che avrà una durata non superiore ai 30 giorni, se il destinatario del provvedimento non adempie agli obblighi fissati nell'ordine di protezione. Il rifiuto all'esecuzione sarà possibile solo nei casi in cui si verifichi una delle circostanze specificate dall'articolo 10 e, tra l'altro, nei casi in cui non venga rispettato il principio della doppia incriminazione sancito dalla stessa direttiva.
di Francesca Maria Zanasi (Avvocato del Foro di Milano)
www.quotidianogiuridico.it, 13 febbraio 2015
Secondo la sentenza n. 4960/2015 della Suprema Corte, per la configurazione del reato di cui all'art. 570 c.p. la responsabilità per omessa prestazione dei mezzi di sussistenza non è esclusa dall'indisponibilità dei mezzi necessari, quando questa sia dovuta per colpa dell'obbligato che ha posto in essere comportamenti contrari a norme penali.
La detenzione del padre rappresenta una colpevole impossibilità ad adempiere e, come tale, non può avere valore esimente della responsabilità penale. Tuttavia può essere valutata ai fini della verifica sulla sussistenza dell'elemento soggettivo. E laddove non vi sia la consapevolezza di sottrarsi all'obbligo, la mancata contribuzione non costituisce reato.
di Charlotte Matteini
www.fanpage.it, 13 febbraio 2015
La storia di Giuseppe Gullotta condannato in seguito ad una testimonianza estorta con le torture dai Carabinieri siciliani sconta 22 anni di carcere da innocente. Lo stato oggi non vuole rimborsarli.
27 gennaio 1976. Ad Alcamo Marina due Carabinieri vengono uccisi in caserma. Giuseppe Gulotta viene arrestato e accusato di duplice omicidio insieme ad altri tre ragazzi. Ha 18 anni. Inizia così il suo calvario giudiziario, con una confessione estorta a suon di sevizie e torture dai carabinieri.
Nove processi totali, dopo un'assoluzione in primo grado "per insufficienza di prove", le condanne in appello, fino alla sentenza definitiva di condanna all'ergastolo nel 1990. Ventidue anni di ingiusta detenzione, ventidue anni a cercare di proclamare a gran voce la sua innocenza dalla galera. Poi la piena assoluzione, nel febbraio 2012, arrivata grazie alla testimonianza di Renato Olino, un ex brigadiere dei Carabinieri , che pentito lo scagiona.
Ma i problemi con la giustizia italiana sembrano non finire mai per Gulotta e l'Avvocatura di Stato, per conto del Ministero dell'Economia e delle Finanze, infatti, ha cercato di opporsi, ricorrendo in Appello per bloccare la liquidazione della provvisionale, adducendo una serie di motivazioni piuttosto precarie
Nonostante le evidenze, provate dalla piena assoluzione intervenuta nel 2012, l'Avvocatura ha cercato di contestare le perizie prodotte dalla difesa in sede di Revisione non considerate prove perché di parte, ha richiesto la prescrizione per le accuse di tortura e frode processuale per decorrenza dei termini, sostenendo soprattutto l'infondatezza e inammissibilità della richiesta di risarcimento per la presunta condotta, dolosa o colposa, di Gulotta. Insomma, il calvario di Giuseppe non sarebbe un vero e proprio errore giudiziario perché si auto-accusò, secondo lo Stato Italiano. Nella memoria difensiva l'Avvocato Quattrone, legale per conto del MEF, chiede di "accertare le condizioni di ammissibilità e fondatezza della domanda avanzata dal ricorrente", asserendo che:
"Occorre tener conto del fatto che nella condanna di Gulotta, come degli altri due coimputati sono stati determinanti due elementi: la chiamata in correità di Giuseppe Vesco [...] e la confessione resa dal Gulotta, dallo stesso reiterata alla presenza dell'Avv. Eleonora Granozzi ed assunta a verbale alla presenza del predetto difensore, nonché alla presenza di de magistrati. La confessione verrà solo in un secondo tempo ritrattata, precisamente dopo il traferimento presso il carcere di Trapani".
Insomma, per l'Avvocatura di Stato il risarcimento non andrebbe concesso perché "L'auto incolpazione per un delitto non commesso costituisce, secondo il costante insegnamento della S.C., in sé fatto doloso o comunque gravemente colposo, ostativo alla riparazione poiché determinante dell'errore giudiziario".
E le torture reiterate affinché Gulotta confessasse un delitto mai commesso? Secondo l'avvocato Quattrone andrebbero provate, di nuovo. E infatti nella memoria difensiva chiede alla Corte di Reggio Calabria di verificare "ai fini dell'accertamento del "se" della riparazione, se nel processo di revisione sia stata effettivamente acquisita la prova di violenze usate nei confronti del Gulotta al fine di estorcergli la confessione [...].
Insomma, non bastano ventidue anni di ingiusta detenzione, si cerca di mettere in dubbio il calvario vissuto da Giuseppe Gulotta. Si arriva a cercare di screditare un innocente. La storia ci racconta che a scagionare Gulotta da tutte le accuse è stato un ex carabiniere, che testimoniò la pratica delle sevizie perpetrata dai Carabinieri per arrivare a estorcere confessioni ai presunti colpevoli. Ma l'Avvocatura di Stato non ravvisa evidentemente questo dolo da parte di dipendenti della Pubblica Amministrazione e della Magistratura, adducendo a un concorso di colpa dell'ex detenuto, cercando di ridurre la gravità delle torture e delle percosse subite da Giuseppe Gulotta: "Ammesso che possa ritenersi acquisita nel giudizio di revisione la prova dell'uso anche sul Gulotta di mezzi coercitivi dell'autonomia del soggetto, si chiede che codesta corte valuti l'idoneità dei mezzi di cui nel processo di revisione possa ritenersi effettivamente acquisita la prova a comprimere concretamente, fino ad annullarla, la capacità di autodeterminazione del prevenuto, o se, la confessione possa ritenersi comunque a lui imputabile come condotta cosciente e volontaria e quindi, se non dolosa, comunque gravemente colposa e determinante dell'errore giudiziario".
E i problemi psicologici e il tentativo di suicidio in carcere? Anch'essi vengono ridimensionati dall'Avvocato Quattrone: "In disparte dalla considerazione che la perizia, perché appunto di parte, non ha valore di prova, non può farsi a meno di evidenziare come si appalesi alquanto singolare una diagnosi di depressione con tendenze suicide desunta dal "riferito" del Gulotta, il quale (sic!) avrebbe, una volta, tentato il suicidio premendo la mano su una lattina, desistendo dal proposito suicida per il forte dolore. La circostanza, che denota quanto meno una tendenza del Gulotta a enfatizzare il proprio vissuto, non merita commenti ulteriori".
Giudizi di merito che cercano di far apparire Gulotta come una persona avvezza a ingigantire i fatti, arrivando quasi a sostenere che decenni di ingiusta detenzione non lascino segni indelebili nella psiche di chi ha avuto la sfortuna di imbattersi in un simile calvario. Ma non è tutto. L'Avvocatura di Stato, contestando la cifra richiesta dai legali di Gulotta, chiede, qualora la Corte ravvisasse comunque la fondatezza della richiesta di risarcimento, di ricalcolare, per difetto ovviamente, la quantificazione del danno. Da 56 milioni di euro, cifra giudicata troppo esosa perché frutto di un cumulo di pretese inesaudibili.
Per esempio? Gulotta nel 2005 ha perso la sua impresa individuale. Ebbene, l'Avvocatura sostiene sia una richiesta inattendibile perché "Il ricorrente deduce la perdita dell'impresa individuale. È assai singolare che il ricorrente deduca come danno da perdita dell'impresa quello di un'impresa che è stata cancellata nel 2005, cioè ben 15 anni dopo la sua incarcerazione[...]. Si chiede di verificare il nesso eziologico".
Anche fosse dovuto un risarcimento per la perdita della capacità reddituale di Gulotta, questa, secondo l'Avvocato Quattrone, dovrebbe essere conteggiata al netto dei redditi prodotti lavorando durante il periodo di detenzione e al netto del presunto fatturato globale che avrebbe potuto produrre in quegli anni la sua impresa. Qualsiasi escamotage pur di diminuire la cifra richiesta dagli avvocati difensori di Giuseppe Gulotta vale la candela.
Sembra non esserci traccia di umana pietas alcuna leggendo la memoria difensiva presentata dall'Avvocatura di Stato. Ciò che è davvero importante per lo Stato è ridurre il più possibile l'entità del risarcimento, se non addirittura stralciarlo per decorrenza di termini e per assenza di prove della tortura, come si legge scorrendo le richieste depositate. Insomma, ti estorcono la confessione a suon di torture, stai in galera 22 anni da innocente, alla fine ti assolvono con formula piena grazie alla testimonianza di un carabiniere pentito. E lo Stato che fa? Cerca di non indennizzare il danno e di minimizzare il tutto dando la colpa al torturato e incarcerato, reo di essersi auto-accusato. Secondo l'Avvocatura di Stato è tutto normale, l'importante è risparmiare e cercare di celare i propri errori. Oltre al danno, la beffa.
Adesso la decisione spetta ai giudici della Corte d'Appello di Reggio Calabria, che oggi hanno disposto l'accertamento per la quantificazione del risarcimento spettante a Giuseppe Gulotta per i danni patrimoniali, morali, esistenziali e biologici entro 90 giorni, fissando la nuova udienza al 10 di giugno. E forse, finalmente, tra pochi mesi Giuseppe Gulotta potrà mettere fine al suo interminabile calvario giudiziario durato 36 anni.
Ansa, 13 febbraio 2015
Le carceri sarde di Uta (Cagliari) e Sassari sono moderne e super sicure e per questo, in conformità alla "disposizioni di sicurezza pubblica, è stato deciso lì il trasferimento di detenuti al 41 bis: trasferimento che avverrà non appena le strutture saranno pronte. È quanto afferma il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, "per esigenze di chiarezza e di verità storica dei fatti", a proposito del trasferimento in Sardegna di detenuti in regime di massima sicurezza di cui ha parlato ieri il nuovo capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Santi Consolo, ascoltato dalla Commissione parlamentare Antimafia.
"I provvedimenti di trasferimento di detenuti ex art. 41 bis nelle sezioni delle carceri di Sassari e Uta - si legge in una nota del Dap - saranno adottati ai sensi delle "disposizioni in materia di sicurezza pubblica", varate con la legge 15 luglio 2009, n. 94 che... dispone: "I detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere ristretti all'interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari, ovvero comunque all'interno di sezioni speciali e logisticamente separate dal resto dell'istituto e custoditi da reparti specializzati della polizia penitenziaria".
Le due moderne strutture di Uta e di Sassari sono state realizzate in conformità alla legge 15 luglio 2009, n. 94 e assicurano i più elevati standard di sicurezza e di gestione". "Il trasferimento avverrà - prosegue il Dap - non appena saranno ultimati i lavori della sezione 41 bis del carcere di Uta e l'attivazione del sistema di multi videoconferenza nel carcere di Sassari. Le due sezioni hanno una ricettività di 92 posti ciascuna".
Il Dipartimento precisa inoltre che "la titolarità esclusiva dei procedimenti relativi alla realizzazione dei due nuovi complessi penitenziari di Cagliari e di Sassari appartiene al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti-Provveditorato Interregionale alle Opere pubbliche per il Lazio, l'Abruzzo e la Sardegna. I costi complessivi, al netto del ribasso, sono pari a 18 milioni 600.000 euro per Uta e 16 milioni 350.000 per Sassari. I lavori per la realizzazione dei due reparti sono stati richiesti dal Dap nel mese di novembre 2009, in attuazione delle "Disposizioni in materia di sicurezza pubblica". I detenuti attualmente sottoposti al regime di 41 bis sono 722, distribuiti in 12 istituti penitenziari su tutto il territorio nazionale.
Pili (Unidos): bloccate folle progetto detenuti 41bis in Sardegna
"Bloccate il progetto folle dei 41 bis in Sardegna e convocare Pigliaru nella commissione antimafia per il parere della Regione". Lo chiede il deputato sardo di Unidos, Mauro Pili. L'ex governatore, dopo avere denunciato l'arrivo nelle Carceri dell'Isola di capimafia e altri detenuti ristretti nel regime di massima sicurezza, ha inviato una lettera al presidente della commissione antimafia, Rosy Bindi, per convocare la bicamerale e acquisire il parere della Regione. "La commissione antimafia - afferma Pili - deve occuparsi immediatamente dello scellerato progetto del Dap di trasferire in Sardegna oltre 200 capimafia".
Il parlamentare chiede che l'organismo bicamerale convochi al più presto il presidente della Sardegna, Francesco Pigliaru, "per acquisire il parere della Regione su questo demenziale progetto che rischia di attivare un processo di infiltrazione mafiosa senza precedenti in Sardegna". Pili definisce "intollerabile" e "scandaloso" il silenzio della Giunta regionale.
Per l'ex governatore "il trasferimento dei 41 bis è una scelta in contrasto con le linee guida legate alla regionalizzazione della pena detentiva ma anche contro tutte le impostazioni sinora seguite di non concentrare capimafia. Un vero e proprio regalo alle cosche. Anche per questo motivo - conclude - il ministro dovrebbe revocare i massicci trasferimenti di detenuti in Sardegna. E se non lo farà la reazione sarà durissima".
Ansa, 13 febbraio 2015
Sono 170, in Emilia-Romagna, i soggetti "no profit" che, quotidianamente, operano al recupero di persone detenute o ex detenute: nel dettaglio 60 associazioni, 80 cooperative sociali e 30 parrocchie. È quanto emerge - si legge in una nota - dal censimento su "Terzo settore e carceri" presentato dall'Ufficio del Garante regionale delle persone private della libertà personale.
Lo studio, promosso in collaborazione con il Dipartimento di Scienze giuridiche dell'Università di Bologna, ha analizzato le attività realizzate da questi soggetti, le risorse messe in campo da volontariato, associazionismo e cooperazione sociale, cercando di valutare i risultati finora raggiunti.
Nel dettaglio, le 170 realtà censite (cui si aggiungono le aziende che effettuano inserimenti lavorativi di persone provenienti dal circuito penale) sono state raggruppate a seconda della provincia in cui operano: "di ognuna - si legge ancora nella nota - è stata data descrizione, spesso ricorrendo alle fonti reperite online che costituiscono una miniera preziosa di informazioni e in molti casi restituiscono il senso dello stile perseguito nelle attività realizzate".
Dalla ricerca presentata dall'Ufficio del Garante dei detenuti, infine, "emerge la convinzione che un maggiore ricorso alle misure alternative, sostenute da azioni e da reti adeguate, possa garantire un più elevato grado di successo statistico. E che - chiosa la nota - fino a quando l'accesso a tali misure sarà consentito solo a una "clientela selezionata", i dati relativi alla loro efficacia risulteranno inevitabilmente falsati".
Adnkronos, 13 febbraio 2015
Settimana di sopralluoghi nelle strutture penitenziarie della Toscana per il Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Franco Corleone. Lunedì 16 febbraio alle ore 10.30 prima tappa alla casa circondariale di Arezzo, dove Corleone sarà accompagnato dal direttore della struttura Paolo Basco.
"La crisi del carcere, esplosa con il sovraffollamento, si è ridimensionata sia a livello nazionale che regionale - ha commentato Corleone -. Nelle strutture toscane abbiamo quasi raggiunto la parità tra posti disponibili e presenza di detenuti anche se Sollicciano e Prato soffrono ancora per la presenza alta di carcerati".
"Con questi sopralluoghi - ha detto Corleone - vogliamo verificare il passaggio dalla quantità alla qualità; vedere, se sconfitto il problema del sovraffollamento, la qualità di vita sta migliorando". Corleone ha precisato che queste visite vogliono essere un "momento di verifica dello stato dei lavori di ristrutturazione e del superamento di alcune criticità come le condizioni igienico-sanitarie precarie". I sopralluoghi continueranno mercoledì 18 febbraio al carcere di Prato; giovedì 19 febbraio alla struttura penitenziaria di Lucca dove ad accogliere Corleone ci sarà il direttore Francesco Ruello e venerdì 20 al carcere di Pisa, dove ad accompagnare il Garante ci sarà il direttore del Don Bosco Fabio Prestopino.
www.agoramagazine.it, 13 febbraio 2015
Ricorso alle misure alternative alla detenzione, per favorire il reinserimento lavorativo e la socializzazione dei detenuti. Il presidente Sergio Chiamparino ha firmato il 12 febbraio a Roma un protocollo operativo tra Ministero della Giustizia, Regione Piemonte, Anci Piemonte, Tribunale di Sorveglianza di Torino e Garante regionale dei detenuti finalizzato al recupero e al reinserimento di carcerati con problemi legati alla tossicodipendenza.
Numerosi gli impegni previsti dal documento: favorire la collaborazione fra i propri servizi e quelli del territorio deputati all'accoglienza dei soggetti sottoposti a provvedimenti dell'autorità giudiziaria, per la predisposizione di percorsi finalizzati al reinserimento sociale; considerare come presi in carico i soggetti attualmente presenti in Piemonte anche se con residenza diversa, con l'obiettivo di ridurre il fenomeno del sovraffollamento negli istituti penitenziari piemontesi; predisporre un piano di azione per favorire l'applicazione delle misure alternative e consentire l'attivazione di percorsi terapeutici; supportare l'adozione di misure alternative alla detenzione attraverso azioni orientate al reinserimento dei detenuti nel tessuto socio-economico esterno, con particolare riguardo a coloro che sono privi di risorse economiche e familiari.
In particolare la Regione si impegna ad individuare, in accordo con gli enti locali, comunità residenziali anche di tipo terapeutico idonee all'accoglimento di persone sottoposte agli arresti domiciliari o a pene alternative alla detenzione.
"Questo protocollo - ha dichiarato Chiamparino - è utile sia perché migliora la situazione delle carceri, aumentando il ricorso alle misure alternative alla detenzione, sia perché, favorendo il reinserimento lavorativo e la socializzazione dei detenuti, riduce il rischio recidive, che è uno dei motivi di crescita dei reati, e migliora quindi le condizioni di sicurezza generale della nostra comunità. Già quand'ero sindaco di Torino ho visitato molte volte il carcere delle Vallette e ho constatato che spesso la detenzione peggiora la situazione di dipendenza".
Chiamparino ha quindi annunciato che per l'Ostensione della Sindone si sta lavorando all'ipotesi di impiegare assieme ai volontari un'ottantina di detenuti del carcere di Torino:"Un esempio di come si può offrire la possibilità di uno spiraglio nel muro che separa il carcere dal resto della comunità".
Siglato protocollo intesa Regione-Ministero
Firmato oggi al ministero della Giustizia un protocollo d'intesa sulle carceri con la Regione Piemonte: presenti tra gli altri il ministro della Giustizia Andrea Orlando, il presidente della Regione Sergio Chiamparino, il capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo. Con quella di oggi, salgono a 13 le intese tra ministero e Regioni e in dirittura d'arrivo c'è anche quella con la Basilicata.
Il protocollo coinvolge anche Anci Piemonte, Tribunale di Sorveglianza di Torino e, per la prima volta rispetto alle precedenti, anche il Garante regionale dei detenuti. Il protocollo riserva una particolare attenzione ai soggetti che, a causa della loro condizione di tossicodipendenti, necessitano di speciali percorsi riabilitativi, rieducativi e di reinserimento sociale e lavorativo.
E punta tra le altre cose a predisporre un piano di azione regionale per favorire l'applicazione delle misure alternative e consentire l'attivazione di percorsi terapeutici rivolti ai detenuti con problematiche correlate alle dipendenze patologiche. Verranno perciò adottate misure per potenziare le capacità recettive delle comunità residenziali anche di tipo terapeutico idonee ad ospitare agli arresti domiciliari o in misura alternativa alla detenzione soggetti in esecuzione penale. E si prevedono forme di lavoro volontario relativo a progetti di pubblica utilità. Nelle carceri piemontesi sono detenute 3.600 persone e 2.600 sono i soggetti in esecuzione penale esterna.
Ansa, 13 febbraio 2015
La Commissione Centrale ha concluso la fase istruttoria relativamente al procedimento legislativo che, a breve, porterà all'assunzione dei testimoni di giustizia presso la pubblica amministrazione della Regione Sicilia.
Si tratta di un provvedimento necessario, a quanto si apprende, per consentire alla regione siciliana di procedere alle assunzioni. Soddisfazione è stata espressa dall'Associazione nazionale dei testimoni di giustizia presieduta da Ignazio Cutrò che nei giorni scorsi aveva espresso al presidente della Commissione parlamentare Antimafia, Rosi Bindi, e al deputato Pd Davide Mattiello, coordinatore del quinto comitato della Commissione antimafia sui testimoni, rammarico e indignazione sulla lentezza di questo percorso.
"Ci sentiamo in obbligo di ringraziare uno per uno - afferma Cutrò - tutti coloro che, con la loro presenza umana e con la sincera e onesta passione parlamentare, pensiamo al senatore Giuseppe Lumia, hanno reso possibile raggiungere questo traguardo. Non è però meno doveroso il ringraziamento al Servizio centrale di protezione la cui generosità non è mai venuta a mancare. Ai nostri familiari incluso il personale delle forze di polizia che ci hanno accompagnato e protetto in questi anni, ci sentiamo di dire che giustizia è fatta".
Bindi e Mattiello: contratti subito
"Questo risultato è un grande sollievo per tutti": a sottolinearlo sono la presidente della Commissione Antimafia, Rosy Bindi, e il coordinatore del V Comitato della Commissione Antimafia, Davide Mattiello, dopo che la Commissione Centrale presso il Viminale presieduta dal vice Ministro Filippo Bubbico ha definito la documentazione necessaria per l'assunzione nella Pubblica Amministrazione dei testimoni di giustizia siciliani, nell'ambito della più ampia regolamentazione nazionale. "Ora si tratta di procedere. Auspichiamo che i contratti con la Regione Sicilia vengano firmati entro la prossima settimana e che la ricognizione dei posti disponibili su base nazionale per i testimoni non siciliani, venga conclusa al più presto dal Servizio Centrale", aggiungono Bindi e Mattiello. "Da parte della Commissione Antimafia l'impegno è quello di presentare al più presto la proposta di legge di riforma complessiva della materia, alla quale stiamo lavorando da settimane, sulla scorta della relazione approvata all'unanimità in ottobre".
Ansa, 13 febbraio 2015
Un detenuto ascolano di 35 anni ha tentato il suicidio la notte fra il 9 e il 10 febbraio scorsi nel carcere di Ascoli Piceno, dove è rinchiuso per una condanna per furto. La notizia si è appresa oggi. L'uomo, che ha cercato di impiccarsi con un lenzuolo alle sbarre della cella, è stato salvato dagli agenti di polizia penitenziaria, chiamati dagli altri detenuti.
In tasca aveva una lettera indirizzata ad un giudice del Tribunale di Ascoli: chiedeva di essere scarcerato in attesa di entrare il prossimo primo marzo in una comunità per il recupero di tossicodipendenti. Il giudice aveva però respinto la richiesta visto che l'uomo è già evaso due volte dagli arresti domiciliari, commettendo altri furti.
Gazzetta di Parma, 13 febbraio 2015
"Effettivamente al carcere di Parma ci sono state delle difficoltà di tipo tecnico che hanno creato interruzioni di corrente in passato. Ieri ho incontrato il Provveditore competente, dottor Buffa, abbiamo affrontato il problema e le attività sono in corso per risolvere del tutto la questione". Lo ha detto il capo del Dap, Santi Consolo, parlando del carcere di Parma, dove è detenuto tra gli altri Massimo Carminati (Mafia Capitale), in cui ci sono stati problemi al sistema di videosorveglianza e videoregistrazione a rischio blackout.
"Al momento - ha proseguito il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Santi Consolo - non ci sono a Parma le carenze tecniche registrate in passato. Stiamo lavorando per risolvere i problemi. Sono cose che possono succedere, dispiace che avvengano dove sono reclusi soggetti detenuti in regime di carcere duro".
Consolo ha ricordato di aver sollecitato l'apertura di due istituti di pena in Sardegna, a Sassari e a Cagliari, "costati moltissimi soldi pubblici e che possono ospitare in totale quasi 200 detenuti in regime di 41 bis con strutture che garantiscono il totale isolamento rispetto agli altri detenuti. Quello di Sassari non può essere aperto perché non è stato attivato il sistema di multi conferenze - ha detto Consolo davanti alla Commissione Antimafia presieduta da Rosy Bindi - ed ho fatto solleciti per l'attivazione. Quello di Cagliari è di pronta ultimazione, vanno accelerati i lavori".
I detenuti sottoposti al regime di carcere duro sono 720 in Italia e le carceri che li ospitano sono 12. "Se si decongestionano questi siti portando quasi 200 detenuti in Sardegna, riusciamo a risolvere molti problemi e recuperare spazi per la detenzione comune". Infine, ai giornalisti che gli chiedevano se anche Carminati potrebbe essere spostato in un penitenziario in Sardegna, in un prossimo futuro, il capo del Dap ha risposto che "questo dipenderà da quel che decideranno le autorità giudiziarie competenti".
Infine, sul comportamento di Carminati in carcere a Parma, Consolo, rispondendo ai giornalisti, ha detto che bisogna chiedere al direttore del penitenziario, che bisogna considerare che talvolta "ci sono motivi di giustizia per cui una presenza in altro loco potrebbe essere difficoltosa" e che comunque "nella condizione in cui Carminati è l'unico beneficio è la liberazione anticipata, non potrebbe averne altri anche se si comportasse bene".
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