di Gaia Bozza
www.fanpage.it, 10 febbraio 2015
Dopo oltre un anno, non c'è nessuna giustizia per il giovane di Pomezia morto in circostanze drammatiche e oscure nel carcere di Poggioreale: l'inchiesta aperta a Napoli si è impantanata. La madre: "Un martire delle carceri". L'avvocato accusa: "Non ci hanno fatto ascoltare i compagni di cella".
Sono passati quindici lunghi mesi dalla morte di Federico Perna nel carcere di Poggioreale. Federico era un ragazzo di 34 anni, finito in cella per un cumulo di pene a causa di piccoli reati legati alla droga, e morto l'8 Novembre 2013 con molte gravi patologie e un corpo martoriato. Quindici mesi fa è stata aperta un'inchiesta dalla Procura di Napoli, ma da allora l'unica evoluzione è stata la richiesta di archiviazione e l'opposizione degli avvocati. Quindici mesi aggiungono pena a pena, soprattutto se non si riesce a venire a capo di una morte avvenuta in circostanze così drammatiche e oscure.
"Non abbiamo ancora risposte - si sfoga la madre, Nobila Scafuro - e questo mi fa cadere le braccia. Ho fiducia nella giustizia ma spero che il giudice guardi bene a fondo la storia di Federico, che sicuramente non è morto di morte natura le come dicono. Basta guardare le sue foto, la sua situazione, le sue malattie".
L'avvocato Camilo Autieri intanto, non si è fermato. Ora chiama in causa direttamente lo Stato: nello specifico, il Ministero della Salute e il Ministero della Giustizia, " che incarnano lo Stato e noi crediamo che sia dello Stato, nel suo complesso, la responsabilità della morte di Federico Perna". "Alla base della nostra azione - continua - ci sono innumerevoli pareri di medici incaricati e medici interni all'istituzione carceraria che dicono tutti, univocamente, una cosa: il ragazzo era incompatibile con il carcere".
Questa mossa, spera l'avvocato, darà un impulso anche all'azione penale: "Nell'inchiesta aperta a Napoli - accusa - Siamo stati ostacolati nel diritto di difesa: di fatto, non siamo stati messi in condizione di svolgere indagini difensive". Ma in che senso? "Non ci è mai stata rilasciata copia delle cartelle cliniche del giovane - risponde Autieri.
Mai date autorizzazioni per parlare con le persone che erano in cella con lui; abbiamo fatto istanze su istanze, ma non ci è stata data nemmeno risposta. Pensi che non ci hanno concesso nemmeno di ritirare gli effetti personali di Federico, le poche cose che aveva in cella". Oltre a chiamare in causa i ministeri, il legale ricorrerà anche alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.
La vicenda è quanto mai controversa e drammatica, come Fanpage.it ha raccontato in questo lungo periodo. Federico Perna era molto ammalato.
Era tossicodipendente, e nonostante avesse epatite C, cirrosi epatica, leucopenia e piastrinopenia (carenza di difese immunitarie), un disturbo borderline di personalità e lamentasse problemi cardiaci, è stato trasferito di carcere in carcere fino a Poggioreale: tutte le istanze per riportarlo a casa e le richieste dei sanitari di trasferirlo in una struttura dove potesse essere curato sono state rigettate o ignorate: "Può essere curato in carcere, stiamo attendendo un ricovero, c'è carenza di letti", queste le risposte più comuni.
Intanto Federico stava male: la sua situazione è il paradigma della tortura che le carceri italiane possono infliggere alle persone, tra sovraffollamento, carenza di assistenza sanitaria, abbandono e maltrattamenti. E poco importa che vi siano stati pareri da parte di medici interni alle strutture carcerarie e medici di parte che certificavano la sua incompatibilità con il regime detentivo per le gravi condizioni di salute. Si è aggiunta gravità a gravità, perché a un certo punto il ragazzo ha iniziato a lamentare fiato corto, problemi riconducibili al cuore "mai approfonditi", denunciano gli avvocati.
Fino alla morte, avvenuta l'8 Novembre 2013: secondo la perizia disposta dalla Procura di Napoli si è trattato di un attacco ischemico. Ma la madre di Federico, che dopo l'autopsia aveva deciso con un gesto estremo di pubblicare le foto del figlio, stenta a credere che quel corpo martoriato sia semplicemente il risultato di un malore improvviso. Nel 2013 sono state presentate anche due interrogazioni parlamentari.
Siamo nel periodo in cui è ministro della Giustizia Anna Maria Cancellieri, che si era interessata personalmente della vicenda di Giulia Ligresti, in carcere e affetta da anoressia, figlia dell'imprenditore Salvatore Ligresti, amico di vecchia data dell'ex ministro. Anche l'associazione Antigone Campania è intervenuta sul nostro giornale per affermare con forza che il giovane non poteva stare in carcere.
"Non avevo il numero della Cancellieri", si sfogava Nobila in quel periodo. Federico lo scriveva spesso, nelle lettere alla madre, che voleva tornare a casa per curarsi: "Mamma, mi stanno ammazzando, portami a casa", ed era diventato una specie di mantra. "Mio figlio ha cambiato nove carceri in condizioni di salute disperate, è stato un martire dello Stato, lasciato morire in cella - racconta Nobila Scafuro.
E poi nessuno mi leva dalla testa la smorfia di dolore impressa sul suo volto. Non aveva più i denti, aveva una grossa ustione sul braccio, un palmo della mano rotto perché secondo l'autopsia ha urtato contro un corpo contundente. C'è anche chi mi ha descritto che Federico è stato picchiato (Fanpage.it ha pubblicato una lettera, che deve essere vagliata dai difensori, ndr). Questo è un dubbio lacerante che nessuno mi toglierà mai dalla testa".
Intanto, Nobila ha scritto un libro per ricordare la sua amarissima vicenda e ha aperto una associazione, "Federico Perna - Diritti e Doveri", per aiutare detenuti ed ex detenuti. E per mantenere viva la memoria di Federico.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 10 febbraio 2015
Dopo che la Cassa delle Ammende ha chiuso i rubinetti, le cooperative che gestivano la mensa cercano altre vie per finanziarsi. C'è la cooperativa dei detenuti "Abc-La sapienza in tavola" del carcere di Bollate (Milano) che sopravvive nonostante la chiusura del progetto di gestione della mensa. Ma la presidentessa Silvia Polleri non sa fino a quanto potranno continuare, così sta lavorando a un grande progetto che è ancora tenuto in segreto attraverso cui accedere a nuovi fondi.
Da quando il 15 gennaio la Cassa delle ammende ha sospeso i finanziamenti per le cooperative che avevano in gestione le mense di nove carceri italiane, i detenuti di Abc sono pagati a mercede, attraverso un voucher erogato dall'azienda in cui sono comprese le coperture Inps e mail. Sul fatto che il finanziamento di Cassa delle ammende si interrompesse, l'amministrazione penitenziaria non ha mai fatto mistero: "Lo sapevamo già da un anno", ammette il direttore di Bollate Parisi.
Per la cooperativa non ci sono più sgravi fiscali, previsti invece dalla commissione Smuraglia per il lavoro in carcere. Anche lo stipendio dei detenuti si è dimezzato con il cambio di regime: da circa 1.200 euro al mese a meno di 600. "Questo non sarà il catering della misericordia. Stiamo continuando a cercare strade alternative per proseguire con il nostro servizio", dichiara Polleri, la presidentessa della cooperativa.
Da parte della direzione del carcere c'è stata la disponibilità a continuare a concedere l'uso della cucina anche per i prodotti di catering esterno, una delle stampelle su cui si reggono le finanze di Abc. I numeri raccolti dalla cooperativa confermano i risultati positivi dei dieci anni di progetti come la riduzione della recidiva: dei 50 detenuti che hanno lavorato ad Abc solo cinque sono tornati a delinquere. Polleri stima che il carcere di Bollate abbia risparmiato all'anno grazie ad Abc 43 mila euro, soprattutto in spese di manutenzione della cucina e spese per la sorveglianza dei detenuti.
Ricordiamo la storia , definitivamente conclusa, sui progetti finanziati dal Governo. Nel 2003 il Dipartimento amministrazione penitenziaria del ministero della Giustizia, avvia una sperimentazione in dieci penitenziari in tutto il Paese. Con il finanziamento del Dap si ristrutturano a fondo gli impianti delle cucine e si affida la gestione a cooperative sociali che devono formare professionalmente i detenuti. Il che ha significato lunghi periodi di formazione, affiancamento a professionisti, gestione con criteri di efficienza, adeguamento agli standard di qualità e sicurezza, fino all'inserimento dei detenuti in articolo 21 e misure alternative alla detenzione. E stipendi altrettanto veri, allineati al contratto collettivo nazionale.
Dal 2009 il finanziamento non viene più erogato direttamente dal Dap, ma dall'ente del Ministero della Giustizia che finanzia i programmi di reinserimento in favore di detenuti. Finanziamento che l'attuale Governo - il quale dovrebbe essere il più sensibile alle tematiche sociali - ha deciso di non rinnovarlo. E ora con fatica le cooperative migliori stanno facendo di tutto per rimanere ancora a galla.
La Nuova Sardegna, 10 febbraio 2015
Nel supercarcere modello di Nuchis il problema più grosso è quello della distribuzione interna di acqua di acqua potabile. Lo hanno scoperto, due settimana fa, gli addetti ai controlli alla sicurezza e igiene interna al carcere di massima sicurezza, quando si sono resi conto, visivamente, che dai rubinetti l'acqua che sgorgava non era proprio di fonte, cristallina, ma un pochino opaca. Le immediate analisi richieste alla Asl hanno confermato la presenza di contaminazione di origine naturale, ovvero dosi al di sopra dei valori di media di ferro, da qui il colore rossastro dell'acqua.
La ricerca della "fonte" di tale contaminazione pare sia state rapidissima, e qui sta il dilemma. Parrebbe che alcune condotte interne siano state realizzate, dall'impresa che ha costruito il supercarcere (la Gia.Fi. di Firenze, una delle aziende finite sotto inchiesta per gli affari con la Cricca della Ferratella) con tubature metalliche contenente ferro che, con l'usura del tempo, si sarebbero arrugginite. In attesa del completamento degli accertamenti già disposti dalla direzione del penitenziario di massima sicurezza sono scattate le contromisure.
Per l'approvvigionamento idrico della struttura, che ospita duecento detenuti e dove lavorano giornalmente una ottantina di agenti, circa venti tra impiegati e funzionari e altrettanti addetti al reparto sanitario, un vero e proprio ospedale interno con medici e infermieri professionisti, è stato attivato un servizio di autobotti utilizzando furgoni dell'amministrazione penitenziaria, che portano acqua potabile alle cucine per la mensa dei detenuti (si spera anche per quella degli agenti della polizia penitenziaria) e riforniscono i depositi di acqua potabile interni. Il controllo dell'impianto idrico sarà completato nelle prossime ore da parte del personale inviato dal dipartimento per gli istituti di pena.
www.catanzaroinforma.it, 10 febbraio 2015
Sabato 21 febbraio, dalle ore 9 alle ore 11.30, una delegazione della Uil guidata dal Segretario generale Carmelo Barbagallo, effettuerà una visita alla Casa circondariale di Catanzaro per verificare lo stato dei luoghi di lavoro della polizia penitenziaria.
Ad affiancare il segretario generale della Uil durante la visita - è scritto in una nota - ci saranno, tra gli altri, il Segretario Generale della Uil Pubblica Amministrazione Attili, il Segretario Generale della Uil-Pa Penitenziari Sarno ed il Segretario Regionale della Calabria Uilpa Penitenziari Paradiso. Durante la visita sarà effettuato un servizio fotografico che documenterà la situazione lavorativa. Si tratta dell'ennesima tappa di una iniziativa denominata "Lo scatto dentro, perché la verità venga fuori".
Un tour che ha già toccato, in poco più di due anni, circa 50 istituti Penitenziari d'Italia documentando, in numerosissimi casi, le infamanti e difficili condizioni di lavoro cui sono costretti gli agenti penitenziari e le incivili condizioni della detenzione. "Intendiamo contribuire alla diffusione di una verità troppo spesso celata dalle mura di cinta.
I nostri servizi fotografici - spiega Eugenio Sarno, segretario generale della Uil-Pa Penitenziari - sono un momento alto di informazione. Riteniamo che le immagini, molto più delle parole, possano contribuire ad una presa di coscienza collettiva di come sia ancora distante la soluzione al dramma sociale delle condizioni di lavoro e di detenzione nelle nostre carceri. La presenza a Catanzaro, quindi, di Barbagallo ed Attili non solo conferma una storia ultraventennale di attenzione e sensibilità verso il mondo carcerario e di chi ci lavora di tutta la Uil, quant'anche una sollecitazione forte alla politica a risolvere, presto e bene, una questione sociale che, da più parti, è stata definita una vergogna per l'Italia".
Già nel novembre del 2013 una delegazione della Uilpa Penitenziari documentò, attraverso un servizio fotografico, lo stato dei luoghi di lavoro dell'istituto di Siano "ma da aprile dello scorso anno è stato attivato un nuovo padiglione - ricorda Sarno - che sarà il soggetto principale delle nostre rilevazioni fotografiche. Sul punto è bene sottolineare come la burocrazia impedisca di assegnare in via definitiva il personale necessario al funzionamento della nuova struttura e, in attesa di una auspicata revisione delle piante organiche, si è ripiegato sull'escamotage del distacco provvisorio per le 35 unità provenienti da altri istituti penitenziari d' Italia. Così come è intollerabile che a distanza di un anno dalla chiusura del carcere di Lamezia Terme non vi sia ancora un formale decreto ministeriale di dismissione e che a sorvegliare una struttura inattiva vi sia un contingente di 6 unità di polizia penitenziaria che potrebbe essere destinato a compiti operativi più confacenti alle necessità, senza dimenticare - chiosa il Segretario della Uil-Pa penitenziari - l'esigenza del personale che ha perso la sede ad avere un quadro chiaro e certo del proprio futuro lavorativo".
Copie del servizio fotografico effettuato durante la visita saranno distribuite nel corso di una Conferenza Stampa (a cui parteciperanno Barbagallo, Attili e Sarno) che si terrà nella sala conferenze del carcere di Catanzaro alle ore 12.00 di sabato 21 Febbraio 2015. Le foto saranno tutte pubblicabili, avendo già acquisito specifica autorizzazione da parte del Dap (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria).
www.tusciaweb.eu, 10 febbraio 2015
Assolto su tutta la linea dall'accusa di aver spacciato eroina in carcere e rubato metadone dall'infermeria. Si trascinava da anni il processo a un quarantenne sardo, detenuto a Mammagialla per omicidio e rapina. Oggi l'assoluzione: per il tribunale di Viterbo non è stato lui a sottrarre dalla cassaforte dell'infermeria le tre fiale di metadone, insieme a un bisturi, dodici lame, pasticche psicotrope e un cucchiaino. Il furto risalirebbe a parecchi anni fa, tra il 2008 e il 2009.
Il principale indiziato diventa il detenuto, trasferito a Mammagialla dalla Sardegna per il suo comportamento turbolento e con alle spalle vent'anni da recluso tra carcere e riformatorio. Praticamente metà della sua vita passata dietro le sbarre. A Mammagialla si dà da fare come addetto alle pulizie e assistente al personale medico. Proprio per questo viene sospettato del furto nell'infermeria del carcere e trovato con una sostanza che, all'apparenza e al narcotest, risultava essere eroina. Ipotesi sconfessata ieri al processo dalla tossicologa incaricata di stendere una perizia proprio sul tipo di sostanza che, a detta del perito, non era stupefacente. La difesa - rappresentata da Carlo Mezzetti - ha sottolineato anche la testimonianza di una guardia carceraria in favore del detenuto: l'esito della perquisizione personale eseguita dall'agente fu negativo. Il detenuto, peraltro, non era tossicodipendente e non faceva uso di metadone.
Dal reato di detenzione ai fini di spaccio di droga è stato assolto con formula piena perché il fatto non sussiste. Scagionato, invece, dall'accusa di furto aggravato per non aver commesso il fatto.
www.estense.com, 10 febbraio 2015
Lo "Sport... Libera" emozioni e propone modelli di riferimento, ha regole da rispettare nonché valori quali rigore e disciplina, alla base anche di un progetto rieducativo. Ne sono fortemente convinti i promotori del progetto di collaborazione tra Coni Point Ferrara e la casa circondariale di Ferrara che ha avuto un primo momento dimostrativo al carcere di via Arginone.
Da una parte l'amministrazione della casa circondariale rappresentata dal direttore Paolo Malato coadiuvato sia dal comandante del reparto di polizia penitenziaria, il commissario Paolo Teducci, sia dalla vice comandante Annalisa Gadaleta; dall'altra, il Coni Point Ferrara, con in testa il delegato provinciale Luciana Boschetti Pareschi, accompagnata da un nutrito staff tecnico sportivo, che aveva fra gli altri in Andrea Ansaloni, giocatore di pallamano, conduttore di giornata; Massimiliano Duran, ex pugile, testimonial per l'occasione; Marco Schiavina e Federico Meriggi, rispettivamente, atleta e istruttore di scherma; Mattia Musacchi e Alessandro Caccia, boxeur in via d'affermazione. Presente anche Simone Merli, assessore allo sport del Comune di Ferrara.
In platea un centinaio di detenuti, quasi un terzo della popolazione della casa circondariale estense. Ai quali il movimento sportivo locale vuole offrire segnali di futuro e di concreto supporto, ben oltre l'evento: "Sensazioni positive - è il parere del commissario Paolo Teducci. La presenza del Coni testimonia la vicinanza a noi del tessuto sociale ferrarese che è molto ricettivo su questo piano. Il rispetto delle regole, d'altronde, è alla base della vita penitenziaria ma anche un domani, al di fuori di esso. Non sarà la prima né l'ultima iniziativa ma verranno ripetute: un modo per dare esecuzione al principio costituzionale sulla rieducazione del condannato".
"Impatto positivissimo - ha commentato al termine il vice commissario Annalisa Gadaleta: un momento straordinario di liberazione dalle emozioni e di trasmissione di valori fondamentali per i detenuti quali rigore, difesa e disciplina. Lo sport libera veramente. Perciò ci sarà una lunga serie d'iniziative".
La commovente testimonianza sul mondo pugilistico dell'ex campione mondiale dei massimi leggeri Massimiliano Duran, insieme a quella di Gualtiero Becchetti, autore di un libro dedicato alla famiglia Duran, e l'istrionico accompagnamento del maestro Federico Meriggi nei segreti più reconditi della scherma, hanno coinvolto i presenti ai quali vanno aggiunti anche gli operatori educativi e non, che a vario titolo completano il quadro del personale oltre a quella della polizia penitenziaria.
Dare continuità alla singola proposta attraverso la presentazione di un progetto ad hoc è in questa fase obiettivo di tutti: "Abbiamo già la disponibilità di tre persone tra tecnici, insegnanti e istruttori qualificati - anticipa Luciana Pareschi - finalizzata a svolgere all'interno delle carceri sedute di ginnastica a cadenza e orari concordati con l'amministrazione della casa circondariale, per ora quasi certamente fino a maggio 2015.
Una di queste, poi, in quanto anche insegnante di arti marziali, potrebbe fornire corsi di formazione a titolo gratuito al personale di polizia penitenziaria. Oltre ad attivarci per calendarizzare evento il reperimento di vestiario e abbigliamento tecnico e attrezzature varie per il riadattamento delle palestre. Al momento disponibile già un virtual trainer".
Garante delle proposte è naturalmente anche Paolo Malato, direttore della casa circondariale estense, che in questo modo vedrebbe ulteriormente attuato il regime "a celle aperte" che consente ai "detenuti di poter star fuori dalla camera di pernottamento per almeno otto ore giornaliere potendo utilizzare gli spazi comuni fra cui la palestra attrezzata". Un modo concreto per affermare davvero che anche lo sport libera.
di Patrizio Carboni
www.sardegnalive.net, 10 febbraio 2015
Sito su un colle che gode di una vista mozzafiato sul golfo di Cagliari, l'ex penitenziario da cui nessuno riusciva ad evadere, è oggi al centro di un'accesa disputa per deciderne la destinazione. Per molti dovrebbe essere destinato a luogo di incontro culturale, oppure un museo della sofferenza o comunque una tappa turistica. Per altri, a seconda dell'ideologia, si potrebbe trasformarlo in Hotel di lusso, oppure in pensione a basso costo.
A ognuno la sua, senza che nessuno abbia pensato che in tempi di crisi, nei quali la Caritas non riesce a soddisfare le richieste, avere un tetto sulla testa diventa un vero lusso per tante persone. Cosi il carcere di Buoncammino, di recente abbandonato dai suoi ospiti, potrebbe essere la soluzione per chi questo tetto non lo ha. Oppure per chi, avendo perso il lavoro, non ha neppure la possibilità di un brodo caldo per la cena.
Le stanze e i relativi bagni così come la "sala delle colazioni" non sono meritevoli delle 5 stelle. Ancora meno somigliano all'Hotel Aman (7 stelle), situato sul Canal Grande a Venezia e ricavato da un palazzo del XVI° secolo. Ma la struttura c'è, è li che aspetta, con tanto di infermeria, sala mensa, bar, oltre che stanze e bagni pronti per l'uso.
Sarebbe sufficiente affidare l'immobile ad un'associazione di volontariato per la gestione dei servizi principali, con la prospettiva di ricevere, in cambio dell'ospitalità, altrettanta buona volontà per la manutenzione ordinaria dello stabile.
Chi è ospite infatti dovrebbe anche lavorare per poterlo tenere in uno stato decoroso: qualcuno che pitturi, altri che si occupino dell'impianto elettrico o idraulico, del giardino o, più semplicemente: delle pulizie. Diversamente da quanto accade di frequente in tante case popolari, dove regna l'abbandono solo perché si tende ad aspettare l'intervento del comune anche per sostituire una lampadina o tagliare l'erba del prato.
di Monia Orazi
Cronache Maceratesi, 10 febbraio 2015
Lo scopo del progetto organizzato in collaborazione con l'Ato 18 sarà potenziare la condizione fisica della persona e le capacità di avere di acquisire professionalità spendibile all'esterno. Ancora critiche le condizioni della casa circondariale che ospita 45 persone, di cui sei donne e 39 uomini, a fronte di una capienza regolamentare di 33 unità complessive.
Yoga, un cane per amico con la pet therapy, musica, informatica, laboratorio di scrittura creativa, corso di ginnastica dolce e pittura. Sono le attività messe in campo dal Comune per far sentire meno soli i detenuti della Casa circondariale di Camerino. Così si cercherà di "Potenziare la condizione fisica della persona - riporta la relazione dell'amministrazione comunale sui progetti annuali destinati alla popolazione detenuta - e le capacità di avere di acquisire una professionalità spendibile all'esterno, con funzione di socializzazione".
Circa 14mila euro per interventi durante tutto il 2015. In collaborazione con l'ambito territoriale sociale 18 sono stati organizzati una serie di progetti per il carcere, che attualmente ospita 45 persone, di cui sei donne e 39 uomini a fronte di una capienza regolamentare di 8 donne e 25 uomini.
Le attività scolastiche e culturali si svolgono nella cappella del carcere, dove spesso di domenica l'arcivescovo Francesco Giovanni Brugnaro celebra la messa domenicale. Un gruppo di volontarie della San Vincenzo De Paoli aiuta i detenuti, con vestiario e piccole attività di solidarietà. Il ricambio dei detenuti è abbastanza rapido, per la maggior parte si tratta di persone extracomunitarie.
Nel tavolo di incontro tra rappresentanti del Comune, operatori della casa circondariale, del Sert di Camerino, dell'ambito territoriale sociale è emersa la volontà di portare avanti quanto già avviato negli anni scorsi con lo sportello unico, il mediatore linguistico-culturale ed il consulente legale, mentre all'interno della struttura sono già presenti educatore e psicologo. Sarà avviato un corso base di informatica e attività di formazione ed interventi per migliorare l'inclusione sociale ed i rapporti con il mondo esterno.
Saranno attuati due progetti: "Apriamo i muri" di promozione della persona con la redazione di un giornalino per far conoscere le storie individuali dei detenuti e far loro conoscere la realtà territoriale in cui si trovano e "Dietro le sbarre", che grazie al gruppo di volontarie della San Vincenzo De Paoli permette ai detenuti stranieri e coloro che sono senza rete familiare di far fronte alle necessità quotidiane ed igieniche.
www.giornalesiracusa.com, 10 febbraio 2015
Resta alta la tensione nelle carceri, è di pochi minuti fa la notizia di una nuova aggressione nei confronti di alcuni agenti penitenziari. Qui di seguito il comunicato del segretario generale dell'Osapp, Domenico Nicotra, che punta il dito sul necessario rafforzamento di personale del Copo di Polizia Penitenziaria: "Ennesima aggressione nel carcere di Siracusa e poliziotti penitenziari inviati al pronto soccorso".
"Alle 11 di ieri - prosegue Nicotra - un detenuto extracomunitario per motivi ancora sconosciuti si è scagliato violentemente contro i Poliziotti Penitenziari presenti causando il trauma cranico e la rottura di un braccio di un ispettore, oltre che varie contusioni riportate da altro personale del Corpo intervenuto per riportare l'ordine e la sicurezza".
L'episodio di questa mattina segue una furente rissa avvenuta nei giorni scorsi tra detenuti, tutti di alta sicurezza, di origine campana e catanese. "È evidente - conclude Nicotra - che le carenze di personale del Corpo fanno regredire gli standard di sicurezza penitenziaria e che, pertanto, non sono più rinviabili urgentissimi provvedimenti che incrementino il poco personale perché diversamente, purtroppo, la questione non può che degenerare".
Adnkronos, 10 febbraio 2015
La Polizia penitenziaria, nell'ambito di un'operazione antidroga, ha trovato e sequestrato circa 100 grammi di hashish nascosti in carcere presso la Sala d'attesa dei familiari dei detenuti. La droga, secondo gli accertamenti effettuati, sarebbe stata pronta per essere ritirata dal detenuto lavorante addetto alle pulizie, per poi introdurla all'interno delle sezioni.
Il personale di Polizia Penitenziaria ha atteso che il detenuto se ne appropriasse per coglierlo in flagranza. A dare notizia del sequestro è Donato Capece, segretario generale del sindacato autonomo polizia penitenziaria, il Sappe.
In una nota, Capece sottolinea che "questa importante operazione di servizio, oltre a confermare il grado di maturità raggiunto e le elevate doti professionali del personale di polizia penitenziaria in servizio nel carcere di Mantova, ci ricorda che il primo compito della polizia penitenziaria è e rimane quello di garantire la sicurezza dei luoghi di, ferma restando la necessità di adottare tutti gli accorgimenti utili a stroncare l'ingresso nei penitenziari di stupefacente e di ogni altro oggetto vietato.
È possibile immaginare quali pericolose conseguenze avrebbe determinato il possesso e il consumo di droga nelle celle". Capece ricorda poi la situazione del carcere di Mantova dove "nel corso del 2014 un detenuto ha tentato il suicidio, salvato in tempo dai poliziotti penitenziari, ci sono stati 17 episodi di autolesionismo, 2 ferimenti e 16 colluttazioni.
A dimostrazione che l'emergenza penitenziaria intesa come vivibilità delle carceri non è affatto superata e che il personale di polizia penitenziaria paga quotidianamente, in termini di stress e di sicurezza personale, un grande tributo per la gestione degli eventi critici che si verificano ogni giorno nelle carceri".
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