www.camerepenali.it, 28 gennaio 2015
L'oramai esangue rito dell'inaugurazione dell'anno giudiziario fa infine almeno i conti con la verità. E così, attraverso le parole del Primo Presidente della Corte di Cassazione Giorgio Santacroce, finisce anche con il dirci dove avevamo torto e dove avevamo ragione. Avevamo avuto ragione quando dicevamo che la corsa dissennata agli aumenti delle pene edittali non è mai uno strumento adeguato nel contrasto dei fenomeni criminali e che non si sarebbe mai dovuto legiferare sulla base di "impulsi emotivi".
Vita, 28 gennaio 2015
Presentato da Banca Intesa-Banca Prossima e da alcune realtà del terzo settore fra cui San Patrignano, un innovativo progetto che contribuisce alla riduzione della spesa pubblica, circa 200 milioni di euro appunto, e che promuove l'inclusione sociale e lavorativa di un migliaio di detenuti in regime di esecuzione esterna di pena. L'innovatività sta nel meccanismo.
"Si tratta di un sistema di rete che coinvolge i cittadini, Banca Prossima, il mondo delle comunità di accoglienza e recupero come la Cnca e la Fict, San Patrignano, la cooperazione sociale con Legacooperative e Confcooperative, le associazioni. Ogni soggetto consapevole di contribuire a ridurre il sovraffollamento delle carceri e di dare ad alcuni detenuti un lavoro che è veicolo strategico per il loro reinserimento sociale", afferma Roberto Leonardi, Segretario Generale della Fondazione Fits e referente del progetto per Banca Prossima.
L'accordo tecnico è stato presentato al ministero della Giustizia ed è in attesa del via libera. "Il progetto - prosegue Leonardi - potrà essere finanziato attraverso i Sib-Social Impact Bond, emessi da Banca Prossima e acquistabili dai cittadini e da investitori istituzionali. I Social bond sono forme di obbligazioni a bassissimo rischio finanziario con cui l'investitore diversifica il proprio portfolio, rispondendo ai suoi impegni di responsabilità sociale. I fondi raccolti dalla collocazione dei Sib potranno servire a finanziare la formazione e l'avvio di attività anche auto imprenditoriali. Azioni che verranno organizzate e gestite dal mondo dell'accoglienza e della cooperazione sociale. In particolare abbiamo coinvolto 800 realtà".
Con questo meccanismo il rischio di fallimento dei progetti sociali non è esattamente trasferito al privato come nel modello inglese, ma viene piuttosto "condiviso" con quello privato. Non solo. I risparmi generati possono essere reinvestiti in altri progetti. "La riduzione della spesa pubblica è un'urgenza e progetti come questo vanno nelle direzione in cui il nostro Paese deve puntare". Le ricadute di questa iniziativa saranno misurate da Clean centro di ricerca dell'università Bocconi. "Con questo progetto finalmente ci sarà un'azione di sistema unitaria in tutta Italia, in cui il terzo settore si affianca allo Stato nelle risposte di welfare", conclude Leonardi.
di Maurizio Balistreri
www.ilfogliettone.it, 28 gennaio 2015
"Mentre si avvicina sempre più la data per la chiusura definitiva degli attuali Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg) - 31 marzo 2015 - nonostante l'ottimismo esternato dal sottosegretario De Filippo sulla concreta possibilità di rispettarla, i segnali che giungono dalle Regioni destano allarme e giustificate preoccupazioni".
Lo afferma la Società italiana di Psichiatria democratica. "Appare evidente- prosegue l'associazione- che il programma di ridimensionamento delle Rems (Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria), sta scontando dei ritardi nella sua attuazione e le Regioni cominciano ad avanzare dubbi sulla possibilità di attivare le nuove soluzioni residenziali, per quanto provvisorie, entro i termini di legge (si veda la denuncia di Psichiatria democratica per quanto riguarda la Toscana, ma anche il Veneto sembra essere in ritardo, e in Emilia Romagna l'attivazione delle Rems provvisorie sembra incontrare difficoltà, specie con i familiari dei pazienti che dovrebbero lasciare il posto agli ex internati)".
Secondo la società italiana fondata da Franco Basaglia "non mancano inoltre segnali diversamente allarmanti e assai gravi, come la decisione della Sicilia di attivare la Rems nell'area del vecchio Opg di Barcellona Pozzo di Gotto: è evidente che una simile soluzione va respinta con forza non rispondendo certamente allo spirito della legge 81, non realizzando una reale territorializzazione ma una continuazione, sotto altro nome, del vecchio internamento (stesso luogo, stessi reparti per quanto ammodernati) come pure non è accettabile la soluzione adottata in Lombardia che prevede più moduli accorpati, anche qui, nell'opg di Castiglione delle Stiviere".
Psichiatria democratica ritiene che "si debbano rifiutare queste scorciatoie per un formalistico rispetto del termine di chiusura e ribadisce che solamente l'attuazione di veri programmi individualizzati di presa in carico territoriale degli attuali internati dichiarati dimissibili (la grande maggioranza dei presenti secondo le stesse stime ministeriali) possono conseguire l'obbiettivo della legge. Solo in questo modo, insieme a un atteggiamento proattivo dei servizi e della magistratura di sorveglianza per prevenire i nuovi invii in misura di sicurezza detentiva, si ridurrà il numero di posti letto nelle Rems facilitandone la realizzazione e, se ancora il termine per la chiusura non dovesse essere rispettato si ricorra- conclude- come prevede la legge, al commissariamento delle Regioni inadempienti".
di Andrea Rossi
La Stampa, 28 gennaio 2015
Tafferugli a Torino, scontri in Val di Susa. Inflitti complessivamente 142 anni e 7 mesi di carcere, la procura ne aveva chiesti 193. È finito con quarantasette condanne per gli assalti (del 27 giugno e del 3 luglio 2011) al cantiere Tav di Chiomonte, in val Susa, il processo contro i 53 attivisti individuati come gli autori delle violenze durante i due appuntamenti.
I giudici del tribunale di Torino hanno inflitto 145 anni e 7 mesi di reclusione, con pene che oscillano tra i 250 euro di multa e i 4 anni e 6 mesi di reclusione. nell'elenco dei condannati ci sono tutte le anime del movimento No Tav, da esponenti della galassia anarchica, agli autonomi, passando per gli abitanti della valle già in prima fila durante le manifestazioni anti alta velocità del 2005, agli intellettuali.
La sentenza arriva poco meno di un mese dopo la cancellazione da parte della Corte d'Assise dell'accusa di terrorismo contro altri 4 No Tav vicini all'area anarchica, protagonisti di un assalto messo a segno nel maggio del 2013 in quello stesso cantiere. E chi sperava che anche il maxi processo durato più di due anni contro i 53 finisse con un nulla di fatto - o quantomeno con un numero congruo di assoluzioni, e per gli altri condanne decisamente blande - è stato un colpo durissimo. Tra loro c'è Alberto Perino, leader storico del movimento dice: "Questa sentenza sa più di vendetta che di giustizia". Mentre lo storico avvocato del movimento No Tav, Roberto Lamacchia, commenta: "Una sentenza già scritta, ma con pene spropositate".
Il riferimento è alla consistente provvisionale che i condannati dovranno versare alle parti civili: oltre 142 mila euro. L'elenco è lungo. Ci sono, ovviamente, i poliziotti rimasti feriti durante le due operazioni di val di Susa (a loro andranno 42 mila euro), c'è il Sap, il sindacato autonomo di Polizia, e ci sono il ministero dell'Interno e quello della Difesa a cui devono andare 93 mila euro. In separata sede, ovvero attraverso una causa civile, sarà determinata l'entità del risarcimento. Nel dispositivo manca Ltf, la società che si occupa della realizzazione della linea ferroviaria. Che, proprio pochi giorni fa, aveva ottenuto un risarcimento di 200 mila euro per il blocco delle operazioni di carotaggio all'autoporto di Susa, avvenuto nel 2010 da parte di un gruppo di No Tav. Un altro colpo durissimo al movimento, che fino ad oggi era sempre riuscito ad uscire indenne dalle azioni risarcitorie.
La sentenza del tribunale di Torino ha ovviamente riacceso gli animi di chi contesta il supertreno. Se dopo la cancellazione del reato di terrorismo anche per il secondo gruppo di anarchici arrestati sempre per l'attacco del maggio 2013 al cantiere di Chiomonte, il livello di conflitto sembrava essersi attenuato, la protesta è riesplosa con potenza. A Torino, subito dopo la lettura del dispositivo (durata più di un'ora) un consistente gruppo di attivisti ha bloccato il traffico per oltre mezz'ora su corso regina Margherita, una delle arterie più trafficate della città, è in valle che ci sono stati i momenti di tensione maggiore.
In serata, a Bussoleno, un gruppo di manifestanti ha bloccato l'autostrada a A32 Torino - Bardonecchia e la statale 24. I manifestanti hanno lanciato sassi e fumogeni contro le forze dell'ordine. Per ragioni di sicurezza - a causa del fumo - in entrambe le carreggiate è stato necessario chiudere l'autostrada. Tre persone sono state fermate. La marcia era stata organizzata dai comitati di valle come risposta alla condanna emessa poche ore prima. E il sito NoTav.Info commenta così: "Questa viene data al Movimento No Tav tutto, perché dopo decenni ancora non abbassiamo la testa e continuiamo a lottare, forti della ragione e della volontà (mai negoziabile) di difendere la nostra valle e le nostre vite".
Intanto l'ex segretario Fiom, oggi parlamentare di Sel, Giorgio Airaudo, così scrive su Twiter: "Questa è una condanna pregiudiziale e spropositata. L'ordine pubblico non può sostituire la politica che latita". Di segno opposto quella del suo collega del pd, Stefano Esposito, da sempre favorevole al progetto del supertreno, che dice: "La giustizia fa il suo corso e si rispetta".
di Errico Novi
Il Garantista, 28 gennaio 2015
È in carcere dal 16 giugno. Si dichiara innocente. Ora Giuseppe Bossetti assiste allo sbriciolarsi delle prove che, secondo la pm, lo incastravano. Quelle che avevano consentito, non solo al sostituto Letizia Ruggeri ma anche al gip di Bergamo, di attribuirgli l'assassinio di Yara Gambirasio. E "un'indole malvagia e priva del più elementare senso di umana pietà".
Già ridotto al rango di mostro prima di essere giudicato colpevole, Bossetti magari si starà chiedendo chi gli restituirà questi otto mesi di vita. A maggior ragione dopo le ultime rivelazioni che provengono dai periti. Dal consulente tecnico incaricato dalla Procura, per l'esattezza. Il quale lo scorso 5 gennaio ha firmato una relazione di 113 pagine che smonta il precedente lavoro dei suoi colleghi. Pur con il garbo che si conviene tra scienziati, il dottor Carlo Previderè dell'università di Pavia fa emergere due anomalie nelle precedenti analisi del dna, e arriva a una conclusione: il dna mitocondriale di Bossetti non c'è. Né nei residui organici trovati sugli slip della povera Yara, né tra i peli e i capelli sparsi sui suoi leggins.
Ad anticipare i contenuti di quest'ultima perizia è stata lunedì sera l'agenzia Adnkronos. Il pool di difensori che difendono il 44enne muratore bergamasco valuta se presentare una nuova istanza al Gip, o se attendere un altro mese, cioè fino al 25 febbraio, giorno in cui si discuterà in Cassazione il ricorso sulla custodia cautelare. Quel giorno Bossetti potrebbe riottenere la libertà, oltre otto mesi dopo un arresto accompagnato da enorme clamore.
In quella occasione fu addirittura il ministro dell'Interno Angelino Alfano a parlare di vittoria della giustizia. Non poteva sapere che quell'ordinanza di custodia si basava su una prova del dna condotta in modo probabilmente sbagliato. È questo almeno quanto sostiene la perizia di Previderè. Ricercatore che dirige il laboratorio di Genetica forense dell'ateneo di Pavia. E, soprattutto, consulente interpellato non dall'avvocato difensore Salvagni ma dalla stessa pm che conduce le indagini, Letizia Ruggeri. Nella sua analisi il genetista ha comparato peli e capelli trovati sul corpo della vittima con il dna di Yara e con quello dell'altra persona, classificata nelle precedenti perizie come "Ignoto 1" e identificata in Giuseppe Bossetti.
"Il semplice confronto di tali profili consentì di realizzare immediatamente di essere in presenza di un unico profilo mitocondriale", scrive Previderè, e tale profilo "era certamente attribuibile alla vittima e non al soggetto definito "Ignoto 1", come indicato nella relazione del consulente del pm, dottor Giardina". Quei peli e quei capelli sono tutti di Yara e di nessun altro, dunque. Com'è possibile che l'altro perito non se ne fosse accorto? Nella relazione il genetista scrive che sono state rinvenute "150 formazioni pilifere umane". Di queste, 101 sono state esaminate. La gran parte sono "perfettamente sovrapponibili" con quelle di Yara Gambirasio. Ce ne sono altre sette. E il loro dna mitocondriale è "diverso da quello della vittima e da quello identificato" come "Ignoto 1". Nessun pelo o capello, scrive dunque testualmente Previderè, "è risultato attribuibile a Massimo Giuseppe Bossetti". Casomai si profilerebbe la presenza di un "Ignoto 2".
C'è un altro passaggio della relazione ancora più delicato. Riguarda la traccia trovata sugli slip della giovane ginnasta di Brembate. Lì, secondo i rilievi del Ris, vi sarebbe dna cellulare di Bossetti. Eppure non vi si riscontra dna mitocondriale riconducibile all'indagato. Aspetto considerato "inspiegabile" dal genetista di Pavia: il dna cellulare contiene sempre, al suo interno, il dna mitocondriale, che proviene dalla madre. Risulta complicato, è in sostanza l'analisi della perizia, giustificare una traccia abbondante di dna cellulare e l'assenza di quello mitocondriale. Ci sono due anomalie, dunque, nei rilievi dei Ris e nell'analisi che, a partire da questi, aveva fatto l'altro perito, il dottor Emiliano Giardina. Lo dice un tecnico che, come il collega, è stato interpellato dalla Procura. A cui ora spetterà spiegare come si può essere certi della colpevolezza di Bossetti con prove così traballanti.
di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 28 gennaio 2015
I casi sono due: o Bossetti è innocente o gli inquirenti sono degli incapaci. In ogni caso non vorremmo vedere il carpentiere di Bergamo trasformato nel Girolimoni degli anni Duemila. Perché Gino Girolimoni, il "mostro di Roma" degli anni del fascismo, accusato arrestato e poi prosciolto per sevizie e uccisione di sette bambine, dopo gli undici mesi di carcere non si riprese più e morì povero con addosso la reputazione del "pedofilo".
I mesi scontati da Massimo Bossetti sono già sette, e stiamo parlando di carcere preventivo, anche se viene pudicamente chiamato custodia cautelare. E ancora i magistrati che gli stringono le manette ai polsi non ci spiegano in che modo potrebbe "reiterare il reato" (come hanno scritto sia il gip che il tribunale del riesame).
Ci stiamo avviando a un clamoroso processo indiziario, in cui le "prove" così conclamate dagli inquirenti impallidiscono ogni giorno di più. Persino la "prova regina", la famosa "pistola fumante" impugnata a due mani dal pubblico ministero Letizia Ruggeri, il dna trovato sugli indumenti di Yara Gambirasio, presenta i suoi bravi margini di ambiguità nella relazione non di un perito di parte, ma di quello ufficiale della Procura, il dottor Carlo Previderé, responsabile del laboratorio di Genetica forense dell'università di Pavia.
Il dna mitocondriale, di cui evidentemente gli uomini del Ris di Parma, i primi a esaminarlo, non hanno tenuto nessun conto, non sono di Bossetti. Perché è importante questa parte del dna? Perché è quello trasmesso dalla madre ai figli. E se quello trovato sul corpo di Yara non è di Bossetti, di chi è? E ancora: sul corpo della ragazzina vengono trovati un certo numero di peli e capelli, ma nessuno è riconducibile all'indagato. Di chi sono dunque?
Ma c'è un altro problema. Gli inquirenti affermano di avere la "prova" (farebbero meglio a essere più cauti nell'uso di questa parola) del fatto che il furgone dell'indiziato gironzolasse dalle parti della casa della bambina quando lei uscì per andare in palestra e prima di sparire per sempre. Sul furgone però non c'è traccia alcuna di Yara.
Il veicolo, così come un'auto di proprietà di Bossetti, è stato sequestrato subito dopo il suo arresto, il 16 giugno dell'anno scorso. Nessuno l'ha toccato, da quel giorno, tranne i tecnici, che l'hanno rivoltato come un calzino. L'unico risultato è che la ragazzina lì sopra non è mai salita. Così come non è mai entrata in contatto con nessuno degli oggetti, a partire dal telefonino, in uso a Bossetti. La bambina è dunque un fantasma?
Nelle ultime settimane poi, a quattro anni dalla sparizione della giovane ginnasta, è scoppiata la guerra delle testimonianze. È bastato che i difensori di Bossetti, l'avvocato Salvagni e il criminologo Denti (quest'ultimo l'ha raccontato a Iceberg, la nota trasmissione di Telelombardia), lasciassero intendere di avere tra le mani una deposizione importante, che la Procura rilancia dando in pasto ai giornalisti la "sua" teste. E il segreto investigativo cui sono tenuti in primis gli stessi inquirenti? Ma che importa, tanto si sa che, da vent'anni a questa parte, i provvedimenti giudiziari non si depositano più in cancelleria, ma direttamente in edicola. E Bergamo non sarà certo seconda a Milano o a Roma.
Le testimoni sono due donne. La signora A, dopo aver invano parlato a un carabiniere fermato per strada, nei giorni della sparizione della ragazzina, contatta gli avvocati di Bossetti dopo aver saputo dell'arresto, e ripete il suo racconto: aveva ospitato, proprio in quei giorni, un giovane rumeno, poi tornato al suo Paese, che diceva di avere una fidanzatina di nome Yara che faceva la ginnasta e viveva in provincia di Bergamo. L'unico punto debole di questa teste, che viene descritta come molto lucida e sicura di sé, è che la signora A si era rifiutata di andare a fare la sua deposizione in caserma, come l'aveva sollecitata il carabiniere. Che andrebbe oggi individuato e ritrovato. Cosa non facile.
La signora B è una testimone ancora più fragile. A quanto se ne sa, avrebbe raccontato ai magistrati di aver notato Bossetti e Yara in auto nel parcheggio del centro sportivo di Brembate nell'estate del 2010 e di esser stata colpita dal fatto che un adulto e una ragazzina discutessero animatamente. Aveva pensato a un padre e una figlia, anche perché il giorno dopo avrebbe visto il muratore al supermarket che comprava delle birre, tranquillo. La signora B si è fatta viva con i magistrati solo tre mesi dopo l'arresto di Bossetti, e questo genera già un primo dubbio: perché non subito, visto che la foto dell'uomo è uscita su tutti i giornali e le televisioni?
Ma il problema, che dà anche un po' di amarezza, è: se la signora B ha riconosciuto Yara in quella ragazzina che discuteva con un adulto in auto, perché non è andata dai carabinieri quattro anni fa, quando Yara è sparita? O invece crede di averla riconosciuta solo dopo l'arresto del muratore? O magari, cosa probabile, la sua memoria ha subito una suggestione? Dunque: Bossetti è innocente e sta subendo una grave ingiustizia, o è colpevole e i magistrati non riescono a dimostrarlo?
di Antonello Micali
Il Garantista, 28 gennaio 2015
È davvero possibile un clamoroso ribaltone o si tratta solo, come dicono alcuni, dell'ennesima dimostrazione che la genetica, soprattutto applicata al crimine, oltreché complessa (e cara), non dà poi sempre tutte queste certezze? E se poi il campo di applicazione è quello penale, ecco che le cose si complicano ulteriormente.
A dare, in attesa del processo, nuova linfa al dibattito tra pro e contro il presunto "abuso" delle nuove frontiere scientifiche delle tecniche investigative moderne, è il nuovo elemento secondo cui sul corpo di Yara Gambirasio, la 13enne scomparsa il 26 novembre 2010 e trovata cadavere in un campo di Chignolo d'Isola tre mesi dopo, non ci sarebbe traccia del dna mitocondriale di Massimo Giuseppe Bossetti, unico indagato per l'efferato omicidio della ginnasta di Brembate di Sopra.
E pensare che a fornire quello che di fatto è diventato forse un prezioso assist per la difesa del muratore 45enne in carcere da più di 7 mesi, è stato addirittura il consulente della Procura nella sua relazione al pubblico ministero. Insomma, la vicenda è complessa e rimanda, a fronte di "tale anomalia", a scenari per il momento non prevedibili; fatto sta che, semplificando, il tratto mitocondriale non è di Bossetti, ma quello nucleare, accertamento comunque non ripetibile e da sempre contestato dalla difesa, lo sarebbe: e allora?
Avvocato Claudio Salvagni, se la notizia venisse confermata che ne sarebbe della "prova regina" contro il muratore, quella per la quale un padre di famiglia incensurato (e che ha scoperto di non essere figlio del padre che lo ha cresciuto grazie proprio all'inchiesta) è in carcere dal 16 giugno scorso perché identificato come "Ignoto 1", ovvero come colui che avrebbe il profilo genetico dell'assassino di Yara?
"Prova regina? Dall'inizio di questo caso sostengo che la perizia che l'ha prodotta, anche perché effettuata in piena autonomia e solitudine dalla Procura e senza le garanzie del caso, visto che non è ripetibile, in un Paese democratico e civile quale dovrebbe esserscagionato, poiché rimarrebbe sempre un dubbio".
Ma potrebbe dunque cadere questa prova?
"Speriamo a questo punto che ciò avvenga nel processo".
Invece, nonostante tutto, secondo l'accusa, l'inchiesta a carico di Bossetti e con il suo complesso quadro accusatorio rimane valida.
"Guardi, a pensare male... Noi sappiamo da almeno due settimane di questa anomalia rilevata dal consulente Previderè dell'accusa; la Procura da almeno due mesi: a fronte della totale caduta di altri elementi e con questo quantomeno ragionevole dubbio sulla cosiddetta prova regina, avrebbe dovuto essere proprio la Procura a chiedere la scarcerazione di Bossetti, invece. È paradossale che un' inchiesta per la quale sono stati spesi milioni e scomodati i più sofisticati metodi scientifici produca una tale pochezza di riscontri".
Il consulente del pm nella sua relazione scrive che "tale profilo mitocondriale era certamente attribuibile alla vittima e non al soggetto definito "Ignoto 1"", quindi? "Quindi l'analisi del dna mitocondriale di Bossetti, estratto dal campione della relazione del Ris, non coincide con quello di "Ignoto 1", ovvero alla traccia trovata sugli slip della ragazzina: questo sarebbe chiaro, non lo è altrettanto per quel che concerne il profilo nucleare".
Sbaglio o adesso la Procura si affida alle stesse ipotesi del consulente, secondo cui, e siamo sempre nel campo delle ipotesi, appunto, la traccia analizzata dal Ris conterrebbe i profili genetici di Yara e di Ignoto 1 e che il tratto mitocondriale della bambina possa aver coperto quello di Ignoto 1?
"Lo vedremo in dibattimento. A noi sembra comunque chiaro che sono stati commessi degli errori, dall'inizio delle indagini. Questa che il consulente del pm chiama anomalia va spiegata. Il mitocondriale non è di Bossetti, ma di un altro. E sul fatto che il nucleare non lasci dubbi mi consenta di dire, a fronte di tutto quello che non è quantomeno lineare in questa storia, che la Procura dovrà dare delle spiegazioni più convincenti (come, probabilmente, sul motivo per cui i profili genetici mitocondriali di 532 donne sono stati comparati con il profilo genetico mitocondriale di Yara e non di Ignoto 1, ndr) e prendere in considerazione il nostro quanto meno ragionevole dubbio sulla prova del dna che non è più possibile ripetere".
Alla luce di questi nuovi elementi state preparando una nuova istanza di scarcerazione, dopo che la prima è stata rigettata dal tribunale del Riesame proprio in base all'esame del dna, in attesa della prossima udienza in Cassazione del 25 febbraio?
"Confermo questa intenzione, ma ribadisco che Bossetti avrebbe dovuto essere libero già da tempo".
di Valeria Pacelli
Il Fatto Quotidiano, 28 gennaio 2015
Dalla cella, il "rosso" ha inviato molti messaggi. Il sospetto dei pm: potrebbe continuare a impartire ordini alle coop perquisite ieri. Mi stupisco del fatto che gli organi che si sono occupati di mafia a Roma, non mi abbiano ancora interrogato.
Il mio è un caso di cui si dovrebbe parlare in tutto il mondo". Parla Salvatore Buzzi dal carcere di Nuoro (Sardegna), che - detenuto in regime di alta sicurezza per associazione a delinquere a stampo mafioso - dal giorno del suo arresto si dedica ad una copiosa attività epistolare. Lui, il ras delle coop della presunta Mafia Capitale da dietro la sbarre manda lettere. Troppe per gli investigatori che ora hanno due sospetti: il primo che qualcuno abbia potuto sorvolare sul contenuto di quelle missive inviate dal carcere, soprattutto non informando i magistrati sulla quantità; il secondo sospetto, da verificare dopo che saranno state visionate tutte le lettere, è che da dietro le celle Buzzi possa continuare a impartire ordine e inviare messaggi. Per questo ieri gli uomini del Ros, guidati da Mario Parente, hanno perquisito le sedi della Cns, un consorzio rosso di Bologna del quale la 29 giugno fa parte, e della cooperativa Abc, attualmente commissariata. Perquisita anche la casa della compagna di Buzzi, Alessandra Garrone, finita ai domiciliari nell'ambito della stessa indagine.
Molte lettere infatti sono state arrivate anche a lei, che oltre la compagna secondo l'accusa ha anche il ruolo di "collaboratrice stretta di Buzzi, il quale condivide le strategie operative del sodalizio, contribuisce alle operazioni corruttive e di alterazione delle gare pubbliche".
Dal carcere di Nuoro, Salvatore Buzzi non ha dimenticato neanche Franco La Maestra, un dipendente della Cooperativa 29 giugno con un passato nelle Br-Partito comunista combattente. Proprio a La Maestra, secondo quanto riferito da quest'ultimo ad un altro indagato - erano state date delle direttive da parte di Buzzi il giorno dell'arresto: ossia di non litigare e di tenere lontano dalla 29 giugno Giovanni Campenni, l'imprenditore che secondo i pm "il clan Mancuso aveva inviato su Roma per avviare attività imprenditoriali in collaborazione con l'associazione romana".
Adesso quindi vi è il dubbio che stia servendo a poco quel sistema di alta sicurezza al quale è sottoposto l'uomo ritenuto il braccio sinistro di Massimo Carminati. Sul caso delle lettere inviate alla Garrone, il legale di Salvatore Buzzi, l'avvocato Alessandro Diddi commenta: "Non capisco le ragioni della perquisizione anche perché ho fatto una richiesta di autorizzazione al giudice perché la Garrone potesse parlare con il marito. La risposta è stata affermativa".
Proprio al suo legale. Buzzi domanda il perché ancora non sia stato interrogato e adesso vuole rispondere alle domande dei magistrati, a differenza di mesi fa quando, durante l'interrogatorio di garanzia dopo l'arresto, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Intanto in molti prendono le distanze da Buzzi, come il consigliere regionale del Lazio ed ex presidente del Pd romano Eugenio Patanè, tra i politici coinvolti nell'inchiesta Mafia Capitale, ma indagato per turbativa d'asta: "L'ho incontrato nel 2012 per caso - ha detto Patanè a SkyTg 24 - durante l'occupazione del mattatoio di Roma. A giugno 2013 mi ha mandato un messaggio nel quale si giustificava della foto con Alemanno e Casamonica".
Patanè avanza anche dei dubbi: "Mi pare strano che Buzzi assurga a capomafia. Poteva essere il capo delle cooperative sociali. Ma ti pare che questo diventa improvvisamente il capomafia per un fatturato al Comune di Roma di 43 milioni di euro, quando il bilancio del Comune di Roma è di 10 miliardi?". Di diverso parere un gestore di una cooperativa che, intervistato sempre da SkyTq24, ha preferito l'anonimato: "Non hanno scoperto ancora niente - ha detto - e non sono stati tirati fuori ancora i nomi dei politici coinvolti". Ed è vero, perché potrebbero essere ancora tante le novità di questa inchiesta, nonostante sia esplosa a dicembre scorso.
www.marketpress.info, 28 gennaio 2015
Rafforzare la rete di servizi in modo da garantire la presa in carico terapeutico riabilitativa di persone con problemi di salute mentale autrici di reato, per avviare il processo di superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg), deciso da una norma nazionale del 2012.
È l´obiettivo di un Programma regionale approvato dalla Giunta del Friuli Venezia Giulia, su proposta dell´assessore Maria Sandra Telesca. Elaborato in collaborazione con i Dipartimenti di Salute Mentale, indica le modalità di utilizzo di una cifra di poco inferiore a 1,3 milioni di euro, già assegnati dallo Stato in attesa che la Regione Friuli Venezia Giulia, che ha già acquisito le funzioni in materia di Sanità penitenziaria, ottenga anche quelle relative proprio al superamento degli Opg, che comporterà un ulteriore aumento nella disponibilità di risorse.
I fondi già assegnati saranno impiegati per: - potenziare gli stessi Dipartimenti di Salute Mentale, anche attraverso l´assunzione di nuovo personale a tempo determinato, in modo da ridurre il ricorso agli Opg; - prendersi cura delle persone dimesse perché non socialmente pericolose; - incrementare l´attività di tutela della salute mentale presso le strutture penitenziarie tradizionali. Ad ogni modo in Friuli Venezia Giulia il problema appare limitato. Le persone con problemi di salute mentale autrici di reato sono al momento otto, accolte negli Opg di Reggio Emilia e Castiglione delle Stiviere.
www.modenatoday.it, 28 gennaio 2015
Un disguido abbastanza clamoroso ha lasciato al freddo per una notte la caserma degli agenti della Casa di Reclusione di Castelfranco Emilia. La direzione della struttura non aveva saldato le bollette con Eni, che ha inviato Hera a sigillare i contatori.
Un intoppo imbarazzante ha contraddistinto la giornata di ieri presso il carcere di Castelfranco Emilia, la Casa Lavoro spesso soggetta a critiche sulla reale efficienza della struttura. Ma questa volta niente elucubrazioni sul sesso dei detenuti: quanto accaduto è qualcosa di molto pragmatico, che ha richiesto l'intervento della Prefettura. Nel pomeriggio la Direzione ha infatti segnalato alla Prefettura che ieri tecnici del Gruppo Hera erano intervenuti presso i contatori del gas in dotazione alla struttura, apponendo i sigilli su due di essi, interrompendo così la fornitura di gas e provocando il blocco della caldaia che alimenta l'impianto di riscaldamento della caserma destinata agli agenti della Penitenziaria.
Si è poi appreso che l'intervento era stato eseguito su disposizione della società Eni S.p.a., titolare del servizio di fornitura, del quale Hera è semplice esecutore. Il motivo? Il mancato pagamento delle fatture del gas. La Direzione del carcere ha precisato che la causa dell'insolvenza era del tutto formale: Eni infatti, nonostante ripetute segnalazioni, continuava a inviare documenti in forma cartacea e non elettronica. Evidentemente un problema di scarsa comunicazione.
Vista la necessità di mantenere in buone condizioni la caserma e permettere agli agenti di non passare troppe ore "al fresco", la Prefettura ha immediatamente chiesto ad Hera di intervenire per ripristinare la fornitura. La multiutility ha inviato celermente i propri tecnici a Castelfranco e il servizio è tornato attivo, mentre sono state avviate le procedure per risolvere il debito con il gestore Eni.
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