di Donatella Stasio
Il Sole 24 Ore, 20 gennaio 2015
Eppur si muove. L'universo immobile della giustizia comincia a dare qualche timido segnale di ripresa, ancora circoscritto al civile e al carcere, ma che fa ben sperare sulla politica portata avanti dal governo almeno su entrambi i fronti.
www.panoramasanita.it, 20 gennaio 2015
Alla data del 31 ottobre 2014, gli internati erano 780, a fronte degli 880 presenti alla data del 31 gennaio 2014; nel 2010 si registrava la presenza di 1.448 internati. Costituito presso il Ministero della salute l'organismo di coordinamento per il superamento degli Opg.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 20 gennaio 2015
Sarà indirizzata al nuovo Capo dello Stato la petizione, lanciata dall'associazione Antigone, per chiedere la nomina del Garante Nazionale dei Detenuti. A tal proposito l'associazione aveva lanciato, negli ultimi giorni del 2014, un appello al presidente dimissionario Giorgio Napolitano per arrivare alla nomina di una figura istituita ormai da un anno.
Ansa, 20 gennaio 2015
"È vero che il sovraffollamento delle carceri è diminuito senza ricorrere a misure straordinarie ma le problematiche che investono gli istituti di pena sono sostanzialmente rimaste estremamente critiche. Il Ministro Orlando si dimentica delle questioni che riguardano il personale della polizia penitenziaria e della dirigenza".
Lo dichiara in una nota il segretario generale della Federazione nazionale sicurezza Cisl. "Si registrano infatti - continua Mannone - forti problemi strutturali e una grave carenza di organici. Mancano circa 7.000 poliziotti penitenziari e il personale è in attesa del rinnovo contrattuale da circa sei anni. I dirigenti penitenziari, poi, ancora non hanno stipulato il primo contratto di lavoro dalla legge Meduri del 2005.
La condizione del personale ed il malessere in tutte le sedi di servizio non può essere trascurato dal Governo ed in particolare dal ministro Orlando: è grave e superficiale immaginare che gestione delle carceri possa essere fatta senza misure volte a migliorare il "benessere" del personale che sinora in silenzio ha lavorato in condizioni proibitive ed in turni massacranti senza avere la speranza di un cambiamento ed un miglioramento complessivo delle proprie condizioni. Non è accettabile che la politica guardi solo alle problematiche certamente reali e delicate dei detenuti e trascuri chi opera con abnegazione e sacrificio per garantire un livello possibile di servizio di sicurezza nelle carceri italiane. Su questo versante il Governo è colpevolmente assente" conclude Mannone.
di Paolo Bozzacchi
Italia Oggi, 20 gennaio 2015
La Commissione europea ha pubblicato un bando di gara da oltre 8 milioni di euro per l'attuazione di progetti nel settore del diritto civile e penale. Obiettivo comunitario cofinanziare progetti nazionali o transnazionali che supportino la cooperazione giudiziaria in materia civile e progetti internazionali dedicati a quella in materia penale. Saranno finanziati progetti che favoriscano il buon funzionamento del mandato di arresto europeo e altri strumenti di riconoscimento reciproco.
La parte del bando relativa alla cooperazione nel settore civile prevede che vengano cofinanziate attività quali la raccolta dati, indagini e ricerche, oltre all'apprendimento reciproco, lo scambio di buone pratiche, la cooperazione (tra cui l'individuazione delle best practice potenzialmente trasferibili ad altri paesi partecipanti, nonché l'attività di diffusione e sensibilizzazione).
I progetti potranno anche promuovere tecnologie che facilitano lo scambio dati tra le autorità designate ai sensi della legislazione comunitaria, ad esempio tra i Tribunali, la trasmissione elettronica dei documenti, l'audizione delle parti e dei testimoni attraverso le frontiere in applicazione della legislazione comunitaria, nonché lo scambio di best practice in materia di procedure concorsuali e pre-insolvenza.
La parte dedicata alla cooperazione nel settore penale, invece, prevede che i progetti siano focalizzati sull'apprendimento reciproco, lo scambio di informazioni e la diffusione di best practice. In particolare lo scambio di migliori pratiche dovrà riguardare le condizioni di detenzione e la gestione carceraria, la cooperazione tra le autorità giudiziarie e amministrative e le professioni legali.
Budget disponibile per le azioni di cooperazione nel settore civile è di 4 milioni e 800 mila euro, mentre quello per il settore penale è di 3 milioni e 300 mila. Possono partecipare ai bandi sia organismi pubblici che privati, nonché Ong attive nel settore. Scadenza per la presentazione dei progetti il prossimo 11 marzo.
www.imperiapost.it, 20 gennaio 2015
Il Consigliere regionale di Forza Italia Marco Scajola sostiene le problematiche del Sappe, (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria) sulle condizioni delle carceri del territorio Ligure. Il consigliere regionale di Forza Italia Marco Scajola sostiene le problematiche del Sappe, (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria) sulle condizioni delle carceri del territorio Ligure.
"Le condizioni nelle quali opera il personale di Polizia Penitenziaria sono sempre più difficili su tutto il territorio ligure. E non vi sono segnali dal Governo e dalla Regione per contrastare la grave situazione che lo stesso sindacato ha ripetutamente denunciato - dichiara il consigliere regionale di Forza Italia Marco Scajola - nel 2014 sono stati circa un migliaio gli eventi critici che si sono verificati nelle carceri liguri. Alla luce di questi gravi episodi è importante che l'intero sistema di sicurezza e di organizzazione penitenziaria venga rivisto per dare la possibilità ai nostri operatori di polizia di lavorare in sicurezza".
"Presenterò un'interrogazione urgente per chiedere alla Giunta regionale se è a conoscenza di queste gravi problematiche e quali azioni intenda intraprendere. Nello stesso tempo, nei prossimi giorni, ho intenzione di incontrare i responsabili del Sappe per avere con loro un confronti diretto", conclude Marco Scajola.
www.gonews.it, 20 gennaio 2015
"La questione della chiusura dell'Opg sta assumendo ormai i contorni di una sconfortante e inquietante indeterminatezza. Dalla tavola rotonda dello scorso 15 dicembre, nella quale il superamento della struttura di Montelupo era stato dato come imminente, è passato appena un mese e già le carte in tavola vengono rimescolate. Le parole dell'assessore regionale Marroni, che auspica una forte collaborazione inter-istituzionale per centrare l'obiettivo della chiusura al 31 marzo, lasciano intravedere controluce una concreta difficoltà di capire concretamente quale sarà il destino dei degenti, del personale e della struttura. E su tutto questo, aleggia lo spettro del commissariamento.
Ci chiediamo allora se, nonostante i proclami, il superamento sia davvero all'ordine del giorno, visto che ad oggi niente di ufficiale è stato comunicato alla direttrice Tuoni e sulla struttura il Ministero continua a fare investimenti importanti in previsione di un uso a lungo termine, non ultimo l'impianto di aspirazione del fumo da 170.000 € e il rinnovo di alcuni contratti per i prossimi anni, come se niente fosse davvero sul punto di fermarsi entro il 31 marzo.
La struttura ha un importantissimo valore artistico e culturale e può rappresentare una risorsa fondamentale per il rilancio del territorio. Ci sembra molto opportuna la proposta della direttrice Tuoni di impiegare la struttura per detenuti a fine pena e per le detenute della struttura empolese, in modo da coprire i costi della struttura con l'impiego di persone in procinto di tornare in libertà (che avrebbero così concretamente l'occasione di reinserirsi socialmente), ricevere i finanziamenti della Cassa Ammende e restituire la parte nobile della struttura alla cittadinanza. Abbiamo chiesto di incontrare presto la direttrice, per farci promotori presso le istituzioni di un progetto tanto ambizioso, che farà venire alla luce gli eventuali rifiuti di carattere esclusivamente politico da parte di chi governa questi territori".
Matteo Palanti, Consigliere comunale Linea Civica Montelupo Fiorentino
www.salernonotizie.it, 20 gennaio 2015
È stato sottoscritto un protocollo d'intesa tra Comune di Eboli, rappresentato dal Commissario Straordinario Vincenza Filippi, e l'Amministrazione penitenziaria - Icatt di Eboli, rappresentato dal Direttore Rita Romano, finalizzato ad avviare una collaborazione per l'impiego dei detenuti in progetti di pubblica utilità da svolgere a titolo volontario. Le attività da realizzare riguarderanno interventi di manutenzione, ripristino e adeguamento degli spazi pubblici ed aree verdi del Comune di Eboli e delle zone urbane di interesse storico.
Ciò al fine di conseguire gli obiettivi da un lato di migliorare le condizioni di decoro urbano del territorio, dall'altro favorire l'inclusione e la risocializzazione di soggetti in regime di articolo 21 dell'ordinamento penitenziario, ossia lavoro volontario all'esterno. Uno dei primi interventi di riqualificazione urbana che si intendono realizzare riguarderà le aiuole. I giardini e il monumento in Piazza della Repubblica. Le attività saranno coordinate dal Responsabile del Settore Manutenzione, ing. Giuseppe Barrella.
La Sicilia, 20 gennaio 2015
"Dio come sono ridotto! Che spavento! Che mostro! Per questo da anni ho temuto gli specchi. Non è bello vedere con i propri occhi la propria rovina". Sono le parole pronunciate, davanti allo specchio di un famoso bar parigino, da Andreas Kartak, il protagonista de "La leggenda del Santo bevitore", il romanzo di Joseph Roth pubblicato nel 1939, una cui riduzione teatrale è stata messa in scena dai detenuti della Casa circondariale di Piazza Lanza.
Andreas è un barbone, un ubriacone: vive sotto i ponti della Senna e, come egli stesso dice, nemmeno sa dove lo portano le gambe... Va, e basta! Un pomeriggio, però, incontra un uomo distinto e ben vestito che gli regala 200 franchi, chiedendogli in cambio un unico impegno: quello di restituire quel denaro. Non, però, a chi glielo ha prestato, ma a Santa Teresina del Bambin Gesù, nella chiesa di Batignolles, della quale quell'angelico e generoso signore è devoto ammiratore.
Da quel momento, la vita di Andreas cambia: non perché egli metta la testa a posto e diventi "perbene", ché anzi, con i soldi che si ritrova, resta bevitore e puttaniere come e più di prima. Solo che ora ha uno struggimento nel cuore e il suo non è più un andare e basta: egli va - ci tenta almeno, con tutte le forze e un mare di volte - dove deve e vuole andare, alla chiesa di Batignolles, dove c'è la piccola Teresa ad aspettarlo. Vi riuscirà e salderà il suo debito solo in punto di morte. Tre le repliche dello spettacolo a cura dei detenuti: due la mattina, per tutti i compagni "di ventura" accorsi in massa dai reparti, una al pomeriggio per i familiari.
È, quest'ultimo, il momento più atteso e temuto: senza palcoscenico, senza quinte e sipario, muovendosi un po' a fatica negli stretti spazi tra tavoli e sedili della sala colloqui, non c'è applauso che valga gli occhi sgranati e stupiti del figlio o quelli commossi e un po' malinconici di mogli, mariti, genitori che vedono il papà, il marito, il figlio recitare.
Non è - né potrebbe esserlo - un teatro professionistico, anche perché la notevole mobilità interna all'istituto fa sì che non di rado gli "attori" vengono trasferiti, cambiando così il volto della compagnia: tra i detenuti impegnati nel "Santo bevitore", solo uno è tra quelli che c'erano all'inizio, alcuni hanno al più due spettacoli nel loro carnet, un paio vanno in scena dopo aver provato solo due o tre volte.
C'è, poi, chi recita una particina di poche battute, c'è invece chi - l'unica attrice - deve fare gli straordinari, per poter impersonare ben quattro ruoli. L'impegno, però, è massimo in tutti e la tensione a far il meglio possibile si vede: gli applausi, alla fine, sono spontanei e convinti. E qualcuno del pubblico - alla scena conclusiva - si commuove.
Nato nel 2012 (quasi per caso, l'esperienza era cominciata con una chitarra e le canzoni di Battisti ed Equipe 84), il teatro di Piazza Lanza è arrivato ormai al suo settimo "spettacolo" e può vantare un cartellone di tutto rispetto: Sartre, Pirandello, Lagerkvist, prima di Roth. Tre, di norma, gli spettacoli realizzati nell'arco di un anno: a Natale, a Pasqua e in estate, con prove settimanali di tre ore ciascuna.
Materialmente guidato dai volontari della Cappellania, il laboratorio riesce a mantenersi solo grazie all'impegno infaticabile e dell'intera istituzione carceraria, nei suoi diversi soggetti: direzione, polizia penitenziaria, educatori. Ciò nella convinzione che la permanenza nella struttura carceraria possa e debba essere redentiva più e oltre che detentiva e che per far ciò "gli ospiti" del carcere debbano fare esperienza concreta della loro incoercibile dignità.
di Jacopo Storni
Corriere della Sera, 20 gennaio 2015
La Corte suprema decide l'immediata liberazione. Stavano scontando l'ergastolo per l'accusa di aver ucciso un loro compagno di viaggio nel 2010. Svolta nella vicenda di Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, reclusi nel carcere di Varanasi, in India. La Corte Suprema chiamata a pronunciarsi sulla vicenda ha deciso di annullare l'ergastolo. Accusati di omicidio - erano stati considerati responsabili dell'uccisione del loro compagno di viaggio, Francesco Montis, i due giovani adesso sono liberi.
Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni erano rinchiusi da quasi cinque anni nel "District Jail" di Varanasi. Ammassati insieme ad altri 3mila detenuti, ristretti in spazi di un metro per due dentro stanzoni con 140 reclusi ciascuno. Un carcere duro, dove la temperatura può sfiorare i 50 gradi, senza condizionatori e senza ventilatori, senza acqua corrente e senza medicine, con pochissima corrente elettrica e con stuoie sul pavimento al posto dei letti.
Accusati di aver strangolato il loro compagno di viaggio Francesco Montis, Tomaso ed Elisabetta si erano sempre dichiarati innocenti e le indagini degli studi legali indicati dall'ambasciata italiana hanno smontato le dubbiose tesi dell'accusa. Quello del 2014 è stato il quarto Natale che i due giovani italiani hanno trascorso nella prigione indiana. I loro genitori hanno rivoluzionato le proprie vite. La madre di Tomaso si è trasferita in India, gli altri vanno avanti e indietro almeno tre volte l'anno, pendolari lungo le rotte della disperazione.
L'inizio di questa odissea risale al dicembre 2010, quando Tomaso ed Elisabetta (il primo di Albenga, 30 anni, la seconda di Torino, 40) decisero di partire per l'India per festeggiare il Capodanno. Insieme a loro l'amico Francesco Montis (di Terralba in provincia di Oristano), che viveva a Londra. Restano in India per oltre un mese, affascinati da questo Paese. È la mattina del 4 febbraio quando Tomaso ed Elisabetta trovano Francesco agonizzante sul letto, in una stanza dell'hotel Buddha di Chentgani di Varanasi. Tomaso ed Elisabetta avvertono gli albergatori, che chiamano i soccorsi. Francesco viene portato all'ospedale mentre Tomaso contatta l'ambasciata italiana e il padre Euro.
La polizia indiana vieta ai due ragazzi di lasciare l'albergo. Sale la preoccupazione, è l'inizio dell'incubo. La condanna all'ergastolo arriva il 7 febbraio: Tomaso ed Elisabetta vengono arrestati sulla base di un esame post mortem sul cadavere della vittima e vengono condannati all'ergastolo. Il decesso, secondo l'accusa, sarebbe avvenuto per asfissia da strangolamento visto che sul collo della vittima ci sarebbero alcune lesioni. L'accusa comincia a parlare di "relazione clandestina" tra Tomaso ed Elisabetta (che secondo l'accusa aveva una relazione con Francesco), eppure nella sentenza, paradossalmente, si dice che "il movente che ha spinto i due accusati a uccidere Francesco Montis non si può dimostrare per insufficienza di prove, tuttavia si può comunque ipotizzare che Tomaso ed Elisabetta avessero una relazione intima illecita". Il corpo del defunto è stato cremato, in rispetto alla sua volontà, ed è stato impossibile effettuare nuove autopsie.
Lo studio Legale Titus, indicato ai familiari degli imputati su indicazione dell'ambasciata italiana, ha ribaltato ogni accusa e ha sempre sostenuto che quelle lesioni erano già presenti sul copro di Francesco prima della morte, avvenuta sì per asfissia ma non da strangolamento. Altre ferite sarebbero state provocate durante il trasporto in ospedale. Sempre secondo la difesa, Francesco aveva problemi di salute, una tesi confermata anche dalla madre di Francesco, Rita Concas, che rilascia malvolentieri interviste e non crede alla teoria dell'omicidio, così come ha dichiarato alla Procura indiana.
Non si esclude neppure l'uso di droghe, che potrebbero aver influito sul decesso. Nel referto medico, inoltre, si parla del ritrovamento un ematoma nel cervello, un ematoma subaracnoideo, che da solo potrebbe aver provocato la morte. I due imputati si sono sempre dichiarati innocenti, negando qualsiasi relazione amorosa (relazione smentita anche dagli amici dei tre ragazzi) e sostengono che la mattina del decesso si trovavano a vedere l'alba sul Gange. In effetti, il direttore dell'hotel, sulla base delle telecamere a circuito chiuso, ha sempre detto di non aver visto nessuno rientrare in camera nell'ora in cui sarebbe avvenuta la morte, ma quei filmati non sono mai stati utilizzati per il processo. Inoltre, sostengono i genitori degli imputati, l'autopsia sul cadavere è stata fatta da un semplice oculista e non da un medico esperto.
Un fitto mistero su cui i familiari di Tomaso ed Elisabetta non hanno mai visto chiaro, ipotizzando persino il carrierismo tra i magistrati della giustizia indiana, che avrebbero potuto trarre particolare notorietà con la condanna di due italiani. La Corte Suprema indiana ha sempre respinto le richieste di libertà su cauzione e soltanto dopo cinque anni ha giudicato ammissibile il ricorso degli imputati. La burocrazia indiana ha inciso non poco sul rallentamento dell'iter giudiziario, allungando inesorabilmente i tempi.
I genitori di Tomaso ed Elisabetta hanno vissuto in una disperata attesa da 1.800 giorni. Non potevano comunicare telefonicamente con i figli. Andavano in India almeno tre volte all'anno, mentre Marina Maurizio, la madre di Tomaso, si è trasferita a Varanasi: "Vivo secondo le abitudini indiane per stare vicino a mio figlio, ho cercato di adattarmi a questo Paese, cercando di capire anche questa burocrazia che sta allungando incredibilmente la detenzione di mio figlio". Amici e parenti si sono mobilitati per il rilascio di Tomaso ed Elisabetta. Il regista Adriano Sforzi, amico di Tomaso, sta ultimando il documentario Più libero di prima, prodotto da Articolture e Ouvert ( www.piuliberodiprima.it) , drammatico racconto di questa vicenda, ma anche intenso viaggio nella rivoluzione interiore di Tomaso dopo cinque anni di galera: "Sono entrato in carcere in India come un ragazzo in perenne conflitto con se stesso" - scriveva nelle lunghe lettere dalla prigione ai familiari - "Oggi sono talmente tranquillo che non provo nemmeno un pizzico di odio verso i responsabili di questa vergognosa ingiustizia"
Sono state proprio le lettere l'unico modo che i due detenuti hanno avuto per comunicare con l'esterno. Lunghe e appassionate quelle di Tomaso, lettere che raccontano l'estrema difficoltà di trascorrere cinque lunghi anni in un carcere indiano, ma anche intense riflessioni sul senso della vita e della libertà. I genitori dei due detenuti non hanno mai messo minimamente in dubbio l'innocenza dei loro figli. Su questo Euro Bruno, padre di Tomaso, è chiarissimo: "Da quella lontanissima notte quando mio figlio mi chiamò, subito dopo l'accaduto, non ho mai avuto il minimo dubbio sull'innocenza di Tomaso. Conosco perfettamente mio figlio e sarebbe totalmente incapace di compiere un atto simile".
Parole simili dalla madre: "Abbiamo totale fiducia in nostro figlio, gli avvocati ci hanno detto chiaramente che lui è innocente e che Francesco non è stato assolutamente ucciso. Questa è un'ingiustizia, non c'è nessuna prova che possa testimoniare la colpevolezza di Tomaso ed Elisabetta. E quello che lascia perplessi è che durante questi anni non hanno mai potuto esprimere la loro versione dei fatti durante il processo".
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