di Michele Caccamo
Il Garantista, 6 gennaio 2015
Il 12 dicembre, alle tre di notte, sentì un gran dolore: "portatemi in ospedale", chiese per giorni il 27 se ne andò. Roberto Jerinò, 60 anni, di Gioiosa Jonica. Morto, per incuranza e disattenzione, il 23 dicembre 2014 nel carcere di Arghillà (Reggio Calabria). "La storia vera per come mi è stata raccontata da chi l'ha vissuta".
Fu la sua gamba la prima a perdere la memoria dei movimenti, poi il braccio, poi la bocca. L'energia spenta che aveva nel sangue si era riaccesa: con un guizzo, un breve dolore, con la fiamma del male. Roberto cadde per terra, sfiorando la branda in ferro con la testa. I compagni di cella allertarono gli agenti penitenziari, urlando richieste di aiuto.
Il corpo di Roberto si era storto e lui giaceva immobile, con gli occhi sparati verso il soffitto: fissi, come stesse cercando, con la sua forza, di terminare quell'istante, di non farlo proseguire, di bloccare così la malattia. Come volesse creare un fermo immagine e tagliare la scena successiva, quella riguardante la sua morte. Venne portato in ospedale dopo una quarantina di minuti: giusto in tempo di far arrivare, in carcere, l'ambulanza del 118.
Ischemia, fu la diagnosi, con paresi facciale degli arti. "La vita è un'impostura", pensò durante la degenza, "oltre il supplizio della prigione adesso anche la maggiore pena dell'infermità; chissà, il giudizio Divino, quale altra minaccia avrà preparato, quale altra nuova definizione della mia condanna. Toccherà ai miei organi essenziali la prossima volta? Dio, ne sono quasi certo, mi ha iscritto tra i penitenti perpetui, ma quelli senza assoluzione. Non trovo vi sia altra giustificazione a questo suo accanimento".
Aveva voglia di buttare tutto per aria: il comodino, le sedie, il suo stesso letto; tanta era la rabbia. Avrebbe avuto bisogno di controlli e cure costanti, non di un temporaneo parcheggio in una corsia ospedaliera. Un altro attacco gli sarebbe stato fatale. Il suo avvocato ritenne logico, naturalmente logico, presentare una istanza per la concessione dei domiciliari.
L'affetto familiare è l'unica cura non palliativa, l'unica salvifica per il cuore. Roberto si sarebbe lentamente ripreso, si sarebbe rimesso; avrebbe avuto altrimenti la sofferenza addolcita dalle carezze leggere dei suoi tre figli. Avrebbe avuto le cure sante dell'Amore. Pregando il principio di Dio non avrebbe perso la speranza. Purtroppo fra i togati poco regna l'umana pietà, e la traduzione sentimentale, degli appelli delle istanze, è bandita.
Loro vivono in un altro mondo, nella scomposta architettura degli "infallibili". Roberto doveva tornare in carcere; la sua richiesta era stata rigettata. Era stato nuovamente arruolato nelle gabbie degli esiliati dalla vita. Ma egli, la sua vita, la sentiva senza un seguito felice; aveva il corpo storpio, quell'attacco lo aveva rovinato: la sua testa frullava, come gli si agitasse dentro della schiuma; il suo linguaggio si comprometteva inevitabilmente sulle consonanti; aveva dovuto cambiare mano per mangiare, e il braccio se lo portava in avanti tirandolo con l'altro.
Era strano per tutti vederlo così ridotto: era un bell'uomo, ben messo fisicamente, agile come pochi; prima della malattia. Forse non si era neanche accorto di quanto fosse cambiato: metà del suo corpo aveva perso ogni impulso, ogni scatto nelle vene. Nell'ambiente carcerario non servono molti giorni per far diventare vecchia la malattia, non per sanità, ma per resa.
E la carne, e tutto il resto, si lascia all'abbandono a una timida vergogna; le più intime sensazioni paiono modificarsi e spegnersi. Roberto diceva che con il riposo avrebbe presto riattivato il suo fisico; diceva che doveva rimanere a letto per guarire prima. Era evidente avesse l'intento di nascondere il suo disagio. La solidarietà comunista, in carcere, è fedelissima e anche molto discreta. I detenuti reggevano lo spirito di Roberto con atteggiamenti gentili e disponibili, confortandolo; "è una condizione transitoria", gli ripetevano.
Avevano anche stabilito una dieta per lui: legumi, verdure e poca carne. Tutti medici e stregoni, pur di salvare Roberto. L'infermiera del carcere era poco dotata; lo avrebbero aiutato loro, vinti che la partecipazione affettiva sarebbe bastata. Il 12 dicembre, erano le tre di notte, Roberto sentì assottigliarsi e allargarsi una vena in testa; era un movimento continuo, lievemente doloroso. Chiamò un suo compagno di cella chiedendogli una camomilla; credeva avesse bisogno di tranquillizzarsi. Non riuscì a dormire quella notte. La mattina si segnò in elenco per l'infermeria: gli misurarono la pressione, nessuna anomalia.
Fu così per l'intera giornata: un dolore costante, ritmato; la pressione era stabile. Il 13, tutto uguale: dolore e pressione, stabili. Non facevano altro che misurargli la pressione e riportarlo in cella. "Impazzisco, fate qualcosa". Quella vena era diventata un verme, una sanguisuga. "Portatemi in ospedale, sto male"; niente da fare. Anche il 14 del mese la pressione era stabile, di nuovo riportato in cella. Non vi rimase molto. Dopo aver trascorso tre giorni di lamenti, e richieste di soccorso, restò inanime nel letto come un mare paralizzato.
Lo portarono in ospedale che era già in coma, il 15 dicembre alle prime ore del mattino. Aveva chiuso per sempre la sua conoscenza con l'insensibilità, la disumanità di alcuni. Roberto non si è più risvegliato, è morto il 23 dicembre. È stato assassinato da una leggerezza magistrale, togata.
Poscritto
Non vorrei continuare ad aggiornare l'opera con due nuovi nomi, quello dell'ex consigliere regionale Cosimo Cherubino, detenuto nel carcere di Via San Pietro, dimagrito di quasi 30 chili e quello di Giuseppe Portaro: un fantasma steso nel suo letto, un accumulo di ossa che sembrano sbarre. Non mangia da giorni e sviene di continuo. È ancora oggi "ricoverato" presso la casa circondariale di Locri. È rassegnato, non lo soccorreranno, non prima di vederlo finito. Basterà questo richiamo al magistrato competente? Spero arrivi la sua decisione per i domiciliari, prima delle condoglianze.
di Roberta De Rossi
La Nuova Venezia, 6 gennaio 2015
Arrestato per un reato contro il patrimonio, si è ucciso dopo che aveva visto sfumare gli arresti domiciliari. Si è impiccato a 19 anni, nella doccia di una cella del carcere di Santa Maria Maggiore. È morto così un ragazzo di nazionalità rumena, residente sin da piccolo in Italia, arrestato il 31 dicembre dai carabinieri su ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura di Como, per un reato contro il patrimonio: nulla di così drammaticamente grave, tanto che il giudice per le indagini preliminari avrebbe disposto per lui gli arresti domiciliari, se non fosse che la famiglia ha negato l'autorizzazione ad accoglierlo in casa.
La madre sperava che tenendolo lontano dal Comasco, sarebbe rimasto fuori dai guai e si sarebbe disintossicato. Così il giovane è tornato in cella, ma al momento della doccia ha portato con sé un lenzuolo e si è impiccato nel piccolo bagno.
Nel tardo pomeriggio di domenica, l'allarme, dato dai due compagni di cella che hanno tentato inutilmente di aiutare il giovane, come vano è stato l'intervento del personale del carcere (prima) e dei medici del Suem 118 (dopo).
Non ha lasciato alcuno scritto o detto parole, riferisce il sostituto procuratore che si è occupato del caso la notte scorsa, Lucia D'Alessandro, che lasciassero presagire quanto compiuto. La procura lagunare tende ad escludere la responsabilità di terze persone sull'accaduto. Per più di un'ora i sanitari, intervenuti sul posto, hanno tentato inutilmente di rianimare il giovane detenuto romeno. Sulle ragioni legate alla mancata attuazione degli arresti domiciliari, il pm ha riferito che la questione era stata esaminata dalla Procura di Como.
Fino a tarda ora sono proseguiti gli accertamenti da parte dei carabinieri del Nucleo investigativo e dei Ris, alla presenza del pubblico ministero di turno, Lucia d'Alessandro. Non sono emerse responsabilità da parte del carcere, ma gli accertamenti proseguiranno con l'autopsia, affidata al medico legale Antonello Cirnelli: il suicidio di un ragazzo affidato allo Stato in un carcere è un dramma da chiarire in ogni aspetto.
Muore a soli 19 anni in una cella al carcere di Venezia (La Provincia di Como)
Un inizia di anno tragico, con un ragazzo di 19anni morto a centinaia di chilometri da casa, nel carcere di Venezia. Un episodio terribile, quello avvenuto domenica all'interno dell'istituto penitenziario di Santa Maria Maggiore, dove il cuore di Adrian Furtuna, 19 anni, residente ad Appiano Gentile, originario della Romania ma in Italia da una vita, ha smesso di battere. Una morte improvvisa, quella del giovane, che è stato trovato privo di sensi da due compagni di cella, che hanno subito cercato di prestare soccorso e hanno chiamato aiuto. Sia il personale del carcere, poi i soccorritori del 118, hanno provato a rianimare il ragazzo, ma non c'è stato nulla da fare.
In carcere sono quindi arrivati i carabinieri del Nucleo Investigativo del Ris: il pubblico ministero di turno, Lucia d'Alessandro, ha quindi disposto l'autopsia, che sarà effettuata nei prossimi giorni. Adrian Furtuna viveva con la madre ad Appiano Gentile. Il padre, invece, abitava in una roulotte non lontano da Venezia. Per questo il giovane si trovava spesso in Veneto. E così è stato anche il 31 dicembre, quando durante un controllo dei carabinieri, è stato tratto in arresto per un'ordinanza di custodia cautelare emessa dalla Procura di Como per un reato contro il patrimonio. Portato in carcere la stessa notte di San Silvestro, il giudice non ha concesso i domiciliari. E domenica è sopraggiunta l'inattesa morte.
di Massimo Lensi
Notizie Radicali, 6 gennaio 2015
Visitare con attenzione un carcere italiano non è mai cosa facile. Quando poi alle difficoltà della visita in un carcere come quello fiorentino di Sollicciano, costruito per 470 detenuti e da sempre in sovraffollamento, ci aggiungi la presenza di Marco Pannella, la notte dei veglioni e dei fuochi d'artificio di San Silvestro, il filo della logica sembra ingarbugliarsi del tutto. Eppure questo è accaduto.
Il carcere non è un plesso scolastico o un ospedale, strutture pubbliche da sempre sotto osservazione e adibite a erogare servizi. Il carcere è una comunità, al cui interno vivono a stretto contatto detenuti e agenti del corpo di polizia penitenziaria in una relazione di diritti e doveri dai confini deboli e incerti. È un corpo estraneo ai processi di integrazione tra città e territorio ed è a tutti gli effetti una metafora: del funzionamento dello Stato e della giustizia, del convivere civile con il senso del rispetto delle leggi. Se l'ordinamento penitenziario è fuori legge, lo è tutto lo Stato di conseguenza.
Marco Pannella, in sciopero della fame e della sete, raggiunge il gruppo in attesa all'entrata del Nuovo Complesso Penitenziario di Sollicciano con una mezzora buona di ritardo: voleva ascoltare i commenti al discorso di Giorgio Napolitano a Radio Radicale. Il freddo polare è di quelli anomali a Firenze, Roberto Giachetti si scusa immediatamente con Pannella per essere arrivato in anticipo; tutti ridono, la tensione si scioglie.
Lo strano gruppo composto, oltre che dal leader radicale, anche dalla segreteria di Radicali Italiani, Rita Bernardini, dal vicepresidente della Camera, Roberto Giachetti, dal cappellano di Sollicciano, don Vincenzo Russo, da Eros Cruccolini, garante comunale dei detenuti, e da una pattuglia di radicali fiorentini alla fine entra nella struttura, accompagnato per l'occasione dalla direttrice di Solliccianino, il Gozzini, Margherita Michelini.
Si cammina spediti nei lunghi corridoi che recano sui muri visibili tracce di umidità perenne, passando da luoghi freddissimi ad altri dove a farla da padrone è il caldo malsano degli impianti di riscaldamento. Si va al Transito e poi al Giudiziario, infine al Penale. Cruccolini, ipovedente, è bravissimo a evitare di inciampare nelle mille barriere architettoniche che fanno di Sollicciano un luogo inaccessibile a detenuti disabili, che invece ci sono e soffrono di una pena superiore a quella edittale emessa dal giudice con sentenza.
Lentamente prendiamo coscienza di questo istituto penitenziario. Rita Bernardini lo definisce struttura immonda, un luogo di tortura e successivamente, in conferenza stampa, inviterà il ministro della Giustizia a farci un giro, magari insieme a lei e ai radicali. La manutenzione ordinaria non esiste, precarie le condizioni igienico sanitarie, la saletta delle docce è fatiscente, le cucine funzionano a singhiozzo, piove continuamente dentro la struttura, ammalata di una umidità che fa ammalare.
Roberto Giachetti ascolta con visibile emozione le storie che gli si presentano. I detenuti che incontriamo sono chiusi in cella e le porte solide vengono aperte e chiuse di volta in volta con un rumore infernale per poter fare, almeno dalle sbarre, due chiacchiere con questi uomini che ci raccontano storie degne (o indegne, se si preferisce) di un romanzo di Victor Hugo. Umanità dolente. Sono per la maggior parte extra comunitari; come ci racconta un agente di custodia, Sollicciano è ormai pieno di condannati per piccoli reati, una costellazione di micro-criminali frutto delle cicliche richieste di maggior sicurezza da parte di una società civile, che poi non si interessa di seguire i percorsi di reinserimento di chi è stato condannato. Non interessa, non è importante. Il carcere è solo deposito invisibile di carne umana i cui destini non sono rilevanti per la società.
Vincenzo Russo, il cappellano, conosce tutti e ci mette al corrente dello status giudiziario, delle storie personali e dei problemi di ogni singolo carcerato. E i problemi sono veramente tanti, dall'isolamento sociale, a quello giudiziario. Procedimenti di trasferimento attesi per anni e bloccati solo da cavilli burocratici di una giustizia che proprio non funziona in Italia.
Marco Pannella è la stella delle serata, i detenuti sanno che c'è e lo vogliono vedere, stringergli la mano, incontrare. Lo accolgono con un coretto: "O Pannella / aprici la cella". E Pannella contraccambia, accarezza e ascolta. Preferisce parlare: di conoscenza e resistenza, di amnistia come concezione di lotta nonviolenta e consapevolezza di una compagnia che ci unisce tutti e illumina la notte del diritto. È incredibile, ha un sorriso per tutti. Per Marco è un toccasana, lo sappiamo, un elisir di lunga vita. Per i detenuti è la speranza e un po' lo è anche per noi.
La mezzanotte ci coglie tra i sex offender a parlar spartano. Stanchi ormai di ascoltare mille storie che si somigliano, dove i tratti della dimenticanza prendono i volti delle riforme della Giustizia (si badi alla maiuscola) annunciate e mai arrivate in porto. Il carcere è il luogo per eccellenza dove la Ragion di Stato vince su tutto, sulle leggi e sulle tutele dello Stato di Diritto. La superficie calpestabile della dignità costituzionale.
Fuori sentiamo i botti e vediamo dalle inferriate dei corridoi i lampi colorati dei fuochi artificiali, il nuovo anno è arrivato. Ci facciamo gli auguri come possiamo, brindando con le mani. Lentamente ci avviciniamo di nuovo ai lunghi corridoi che portano alla zona di uscita. Un carcerato del Penale guardando il volto provato di Rita Bernardini, con un sorriso rassegnato, le sussurra: "Forza e coraggio, che la galera è di passaggio".
Ansa, 6 gennaio 2015
Una delegazione dei Radicali Italiani, nell'ambito dell'iniziativa politica Satyagraha di Natale con Marco Pannella, ha fatto visita questa mattina alla casa circondariale di Latina, dopo le tappe a Regina Coeli, Rebibbia e Sollicciano. Alla visita hanno partecipato Ilari Valbonesi, membro del Comitato nazionale Radicali italiani, e Alessio Fransoni, accompagnati dal vicesindaco di Latina Enrico Tiero e dallo scrittore pontino Antonio Pennacchi.
"Il sovraffollamento carcerario - ha spiegato al termine della visita Ilari Valbonesi - è un dato di fatto. La sentenza Torreggiani ha già condannato l'Italia ma il Governo non sembra particolarmente preoccupato di garantire reali condizioni dignitose alla popolazione carceraria. I Radicali hanno consegnato un dossier al Consiglio d'Europa, ma tutto questo non è mai stato preso in considerazione".
Per quanto riguarda nello specifico il carcere di Latina, Ilari Valbonesi e Alessio Fransoni hanno sottolineato le carenze strutturali dell'edificio, non adeguatezza del supporto psicologico offerto ai detenuti e gli spazi ridotti, sottolineando tuttavia come, all'interno della struttura, "il principio di rieducazione sia stato comunque ben recepito e applicato". Lo scrittore Pennacchi ha invece descritto la casa circondariale di Latina come un luogo freddo e buio e ha lamentato il fatto di non essere riuscito ad avere contatti diretti con i detenuti, di non aver potuto dialogare con loro.
"Non sono mai stato dei Radicali - ha spiegato Pennacchi alla stampa a margine della visita - ma ho favorevolmente accolto il loro invito perché credo che il carcere va conosciuto e visitato. Noi siamo il Paese di Beccaria, il Paese che per primo ha riflettuto sui delitti e sulle misure di detenzione. Questo concetto della rieducazione e del recupero nasce in Italia, dobbiamo ricordarlo. Chi come me racconta storie sa bene che il bene e il male convivono dentro ognuno di noi". Fransoni ha infine ricordato che nella struttura sono attualmente ospitati 122 detenuti, contro una capienza di circa 75, la gran parte dei quali in attesa di giudizio.
In cella al freddo e al buio, di Rita Cammarone (Corriere di Latina)
"Satyagraha di Natale con Marco Pannella", a Latina vietato parlare con i detenuti. Pennacchi "indigesto" alla direzione. In cella al freddo e al buio. È questa la situazione dei detenuti, presso la casa circondariale di Latina, riscontrata questa mattina dalla delegazione dei Radicali nell'ambito dell'iniziativa "Satyagraha di Natale con Marco Pannella", finalizzata alla rimozione immediata delle cause strutturali che fanno delle carceri italiane luoghi di trattamenti inumani e degradanti, l'introduzione del reato di tortura nell'ordinamento penale italiano, l'abolizione dell'ergastolo, la nomina del Garante Nazionale dei Detenuti, il rafforzamento del diritto alle cure e alla salute, l'affermazione della legalità nell'amministrazione della giustizia penale e civile, a tutela delle regole fondamentali della democrazia.
Le porte del carcere di via Aspromonte questa mattina si sono "aperte" per consentire la visita programmata di Ilari Valbonesi (membro del Comitato nazionale Radicali Italiani), Alessio Fransoni, il vice sindaco Enrico Tiero e il Premio Strega di Latina, lo scrittore Antonio Pennacchi. Una visita a metà, con porte aperte sì, ma senza possibilità di colloquio con i detenuti e con un Pennacchi indigesto, forse, alla direzione. Un incidente diplomatico?
Tutt'altro, considerando che il "personaggio" sarebbe risultato poco gradito in quanto non rappresentativo di alcuna istituzione. Al suo passaggio in cortile però il riscatto: alcuni detenuti presenti lo hanno riconosciuto e gridato "Forza Latina". "Io ho risposto con un saluto - ha raccontato lo scrittore - ma con loro avrei voluto parlare. Ho accettato l'invito dei Radicali proprio per loro. Perché nelle carceri ci sono persone e non soltanto delinquenti".
E se Tiero ha dovuto abbandonare la visita alle sue prime battute per impegni istituzionali, i due radicali e lo scrittore pontino hanno portato a termine la loro missione nei limiti del possibile. Non una parola con i detenuti: l'autorizzazione concessa, ha spiegato la Valbonesi, non lo prevedeva a differenza di ciò che è stato consentito nel corso delle visite organizzate per la "Satyagraha di Natale con Marco Pannella". La direzione del carcere si sarebbe trincerata dietro all'assenza di un parlamentare.
"Già - ha commentato Pennacchi - perché lì dentro la direzione avrebbe voluto solo politici. Fin quando è stato presente Tiero l'atteggiamento è stato ben diverso". Nessuna parola e soprattutto nessun dato: oltre alle cifre già note (122 ospiti, la quasi totalità - fatta eccezione della trentina di donne presenti - in attesa di giudizio), la direzione del carcere, come riferito dalle delegazione, non avrebbe fornito alcunché. Pare che a mettere i responsabili della struttura carceraria di via Aspromonte sulla difensiva siano stati gli "effetti" di un servizio di Report.
Alla nota trasmissione di Raitre sarebbe stata contestata l'elaborazione dei dati forniti. Ma la storia di oggi è un'altra. Incontrovertibile. Un carcere freddo e buio. Due condizioni che - ci tiene a precisare Fransoni - nulla hanno a che vedere con la pena e quindi né con la limitazione della libertà né con la rieducazione. Il freddo e il buio sono una tortura. Il freddo e il buio che nel carcere di Latina dipendono da una questione strutturale: si tratta di un edificio degli anni Trenta che oggi è compromesso da una forte umidità e da ambienti, come l'infermeria, che d'estate raggiungono temperature elevatissime e d'inverno diventano una ghiacciaia.
Insomma, a Latina una casa circondariale in linea con la media dei carceri italiani: fatiscenti, sovraffollati con scarsa assistenza sanitaria e psicologica. Nella struttura, con 122 "ospiti" per una capienza di 76, sono state notate celle con letti a castello a tre piani. E i numeri starebbero stretti anche in termini di metri quadrati a disposizione di ogni singolo detenuto. "Spesso si bara - ha detto Fransoni in generale - sulla superficie calpestabile dove lo spazio occupato dal letto non viene sottratto alla metratura della cella".
Insomma, nulla di buono in via Aspromonte? A sorpresa una nota positiva: il personale del carcere. La delegazione oggi se non ha potuto avere alcun contatto diretto con i detenuti ha potuto però parlare con il personale della casa circondariale e con gli agenti di Polizia penitenziaria. "Grandissima umanità da parte del personale tutto - ha riassunto Pennacchi - e una direzione fredda".
"Il personale del carcere di Latina - ha spiegato la Valbonesi - ci è sembrato consapevole delle problematiche e del valore della rieducazione, dotato di buona volontà. Ma non è facile portare avanti iniziative di rieducazione in un contesto di transito (detenuti in attesa di giudizio) e con popolazione di nazionalità diverse".
Pennacchi ha donato alla biblioteca del carcere alcune copie dei suoi libri. "Il minimo che potessi fare - ha detto -. Dopo il Premio Strega sono stato invitato a Rebibbia e nel carcere "San Michele" di Alessandria. In entrambi ho potuto parlare con i detenuti. Oggi è stata la prima volta che ho visitato il carcere della mia città. Se sapevo che non avrei potuto avere un colloquio diretto con gli ospiti non ci sarei neanche venuto. Non sono mai stato radicale, e Marco Pannella non mi è mai piaciuto a differenza di Emma Bonino. Ma appena ricevuto l'invito dei radicali a partecipare a questa iniziativa ho detto subito di sì". Pennacchi ha citato Cesare Beccaria: "Nelle carceri non ci sono solo delinquenti, ma persone. Le persone sono qualcosa di più. Siamo il paese di Beccaria...
Il concetto di recupero è un'altra storia e per chi racconta storie come me sa che il bene e il male stanno dentro ognuno di noi. Lì dentro (in galera) ci possono finire tutti". In quanto alle carenze strutturali del carcere di via Aspromonte il Premio Strega si è detto contrario ad una delocalizzazione della struttura fuori il centro della città: "Sono d'accordo nel realizzare un nuovo carcere e un nuovo stadio esattamente dove stanno adesso".
di Francesco Turchi
Il Tirreno, 6 gennaio 2015
La denuncia del radicale Massimo Lensi: "Non si sa ancora che fine faranno gli internati. E se resta la struttura carceraria nelle ex scuderie, addio rilancio della Villa Medicea". Il sindaco Masetti: "La task-force va avanti".
Meno di cento giorni per mandare in pensione l'Ospedale psichiatrico giudiziario. Lo dice la legge, l'ha ribadito il presidente della Regione Enrico Rossi: entro il 31 marzo Montelupo dovrà riappropriarsi della Villa Medicea . E già si lavora al post-Opg. Ma c'è chi non ci crede. Una delegazione di radicali fiorentini dell'associazione "Andrea Tamburi", guidata da Massimo Lensi ha visitato la struttura e parlato con guardie e vertici dell'Opg: "Dal nostro incontro - spiega l'ex consigliere provinciale - è emerso un clima di grande incertezza.
La situazione è molto complicata e non è facile capire che cosa accadrà realmente a partire dal prossimo 31 marzo, se ci sarà effettivamente la chiusura dell'Opg o se alla fine sarà concessa una proroga. Di fatto - al momento - al di là degli annunci la Regione non si è mossa per superare gli Opg attraverso la realizzazione dei Rems (Residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria), nonostante i soldi a disposizione ci siano".
Insomma, la chiusura attesa da anni, non è così scontata. Già nel 2011 lo stesso presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva espresso la necessità di mettere fine al più presto all'Opg che nel 2012 venne chiuso in parte per gravi carenze dal punto di vista igienico. Poi il ministero dell'Interno, dopo lo spostamento forzato degli internati che stavano in stanze prive di riscaldamento e di acqua calda, spese oltre 5 milioni per interventi di ristrutturazione. L'idea era quella di confermare la destinazione a carcere una volta che fosse ultimato il trasferimento dei detenuti-pazienti in piccole strutture secondo la regione di provenienza.
Lensi snocciola i numeri. Attualmente gli internati sono 121, in aumento rispetto ai 106 di un anno fa (in tutta Italia sono circa 900-1.000). "Il problema di fondo sta nel nostro codice penale. Finché il giudice avrà la facoltà di riconoscere "l'incapacità di intendere e di volere" a chi commette un reato, gli Opg non saranno superati". Dei 121 reclusi, ci sono una quarantina di toscani e umbri (gli altri provengono da Sardegna e Liguria), la metà dei quali considerati "non dimissibili" perché socialmente pericolosi.
Che di conseguenza, sulla base della regionalizzazione degli internati, dovranno essere presi in carico dalla Regione Toscana: "Che fine faranno queste persone? Si parla di trasferirle in strutture residenziali di semi-sorveglianza o - a nei casi meno gravi - affidarli a percorsi di reinserimento con assistenza domiciliare.
Ma il punto da sciogliere è per quei casi, considerati più gravi, che rischiano di finire in strutture di sorveglianza perimetrale, i cosiddetti Rems, a tutti gli effetti dei mini-Opg. Si parla, infatti, di trasferire gli internati gravi nel vecchio carcere femminile di Empoli, a Massa Marittima o a Solliccianino, oppure di creare una nuova struttura a La Badia di San Miniato. Quest'ultima ipotesi però è difficilmente percorribile in tempi brevi: per la realizzazione i soldi ci sono ma servono almeno tre anni di lavori".
Lo scorso 15 dicembre, nel corso di un incontro pubblico alla presenza del sottosegretario Luca Lotti, degli assessori regionali Vittorio Bugli e Luigi Marroni, del presidente della Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini, Enrico Rossi aveva consigliato per la futura riqualificazione dell'Ambrogiana un "mix di servizi tra centro congressuale e albergo di lusso, non escludendo "l'intervento di sostegno della stessa Cassa depositi e prestiti".
Ma la strada - secondo i radicali - è difficilmente percorribile: "Una cosa è la Villa Medicea (che attualmente ospita soltanto uffici, ndr) e un'altra - sottolinea Lensi - sono le ex scuderie, dove vivono gli internati, che sono state ammodernate grazie ai recenti investimenti. Ma i loro destini sono legati a doppio filo. Perché tutto fa pensare che le ex scuderie resteranno una struttura carceraria, anche se c'è da capire di quale tipo: centro di osservazione psichiatrica, "valvola di sfogo" per Sollicciano, che ha gravi problemi di sovraffollamento, o nuova sede per le detenute della casa circondariale empolese di Pozzale. In ogni caso difficilmente si troveranno privati pronti a investire su un albergo a poche decine di metri da una struttura carceraria. Per "liberare" veramente l'Ambrogiana si dovrebbe abbattere il muro di cinta ed eliminare qualsiasi tipo di immobile destinato alla reclusione".
Perplessità condivise dal sindaco di Montelupo, Paolo Masetti, che però puntualizza: "Anche lo stesso l provveditore del ministero della giustizia Carmelo Cantone, sempre nell'incontro del 15 dicembre 2014, ha posto dubbi sulla permanenza di una struttura carceraria, che effettivamente non sarebbe compatibile con il rilancio della Villa. Comunque nei prossimi giorni - come avevo già preannunciato - convocherò un gruppo di lavoro con tutti i soggetti coinvolti: serve una vera task-force, siamo di fronte a un puzzle nel quale tutti gli attori (Comune, amministrazione penitenziaria, Demanio e Regione) devono mantenere gli impegni presi".
Poi puntualizza: "L'albergo di lusso nella Villa Medicea è soltanto una delle ipotesi in campo. La struttura dell'Ambrogiana è troppo grande per essere interamente destinata a fini pubblici. Per questo stiamo pensando a un centro polifunzionale, con albergo, area museale, un'altra porzione destinata a servizi pubblici".
di Paolo Lazzari
www.luccaindiretta.it, 6 gennaio 2015
Una vera e propria "discarica sociale", una "struttura fuorilegge che, così come si presenta, andrebbe chiusa subito": questo il durissimo appunto dell'Associazione per l'Iniziativa Radicale Andrea Tamburi di Firenze, che stamani (5 gennaio) ha visitato con tre membri delegati il carcere San Giorgio di Lucca.
Il presidente dell'associazione Maurizio Morganti, accompagnato dai due militanti storici Giovanni Rodella e Marca Rosa A., escono dalla Casa circondariale di via San Giorgio visibilmente contrariati. "Giusto una manciata di giorni fa - prende la parola Morganti - due senatori del Pd (Marcucci e Granaiola, ndr) hanno visitato questa struttura e, uscendo, si sono detti abbastanza soddisfatti di quello che hanno visto. Noi ci chiediamo in quale carcere siano stati. Il San Giorgio è una struttura totalmente antica, fatiscente, illegale, sovraffollata, dove si è oltrepassata la soglia della legalità da troppo tempo: così com'è andrebbe chiusa immediatamente".
A far scattare l'indignazione dei radicali, venuti a Lucca nell'ambito del programma Satyagraha di Natale che ha visto l'adesione di centinaia di cittadini (e che in questi giorni vede impegnato in uno sciopero totale della fame e della sete il leader dei radicali, Marco Pannella), sono soprattutto le modalità attraverso le quali si tenta, a Lucca come in altre strutture carcerarie toscane e italiane, di aggirare le regole: "La sentenza Torreggiani - spiega ancora Morganti - pone i 3 metri quadri per detenuto come limite minimo sotto il quale non è possibile scendere, ma non sancisce un obbligo specifico. Ne consegue che, a Lucca come in molti altri posti, si constatano situazioni di tortura conclamata, con quattro persone racchiuse in una cella di tre metri per due".
I radicali puntano il dito contro i senatori Pd, ma in parte anche verso il garante regionale Franco Corleone, colpevole, secondo loro, di aver rassicurato tutti quanti in ordine ad un sovraffollamento che, per lui, rappresenterebbe un problema risolto (oggi sono circa 3.500 i detenuti in Toscana, ndr): "Non possiamo dubitare della sua buona fede e del suo impegno - dice Morganti - ma quando si esprime così dice falsità".
Eppure dentro il carcere di Lucca, struttura definita rinascimentale e forse la peggiore mai vista in Toscana dalla delegazione, il numero dei detenuti è andato diminuendo: dai 155 della fine del 2013 si è passati ai 134 ospiti attuali. Un dato, quest'ultimo, che ha indotto più di uno a guardare con rinnovato ottimismo al futuro, specie se coniugato con il fatto che il San Giorgio sarebbe in regola dal punto di vista dello spazio, perché la capienza, in ossequio al dettato normativo, è stata "allargata": oggi la struttura può accogliere 140 persone.
Eppure qualcosa non va: "È il gioco delle tre carte - tuonano i radicali - perché i posti in più sono stati ricavati aggiungendo letti a castello in celle già esistenti, andando ad aggravare ancora di più una situazione critica. Tre quarti delle celle là dentro sono illegali. Gli ospiti saranno pure fuorilegge, ma anche l'edificio lo è".
"Basterebbe - argomenta il gruppo -, che un magistrato di sorveglianza entrasse dentro una volta soltanto per chiudere tutto". La prossima elezione di un Garante per i detenuti, invece, viene accolta con prudente soddisfazione: "Serve che sia una persona molto preparata - spiegano - non uno scaraventato lì senza cognizione di causa, simbolicamente".
Il carcere San Giorgio, come è noto, è in realtà una Casa Circondariale: le persone detenute al suo interno scontano pene massime nell'ordine dei 5 anni. Ecco allora un altro elemento in ordine al quale il discorso dei radicali si fa tambureggiante: "Questo è il tipico esempio di carcere italiano - osserva Morganti - concepito come discarica sociale. Lì dentro ci sono tossicodipendenti, immigrati, poveri: alcuni di loro sono rinchiusi per furti di lievissima entità, mentre i veri delinquenti se ne stanno fuori.
La struttura potrebbe essere decente solo se ospitasse meno della metà delle persone che ha adesso: per questo chiediamo a gran voce indulto ed amnistia in tutti i casi in cui sia possibile". Alcuni dati incontrovertibili, scaturiti dalla visita di questa mattina, fanno tremare i polsi: dei 134 detenuti almeno 50 sono ex tossici e sempre 50 persone soffrono di disturbi psichiatrici correlati alle condizioni di vita. Molti detenuti, inoltre, hanno contratto l'epatite C, mentre non si registrano casi di tubercolosi o altre malattie gravi.
Il fondamentale percorso di riabilitazione, tappa imprescindibile per una nuova inclusione sociale, secondo i radicali è del tutto abbandonato: "Lavorano a turno - dicono - ma si tratta di due persone al giorno, non di più. Alcuni ci hanno detto che non hanno mai fatto nulla da quando sono arrivati. Ci dovrebbero essere due grandi spazi ricreativi per l'ora d'aria, ma uno è chiuso: ne consegue che i detenuti preferiscono rimanere in cella, piuttosto che ammassarsi in un campetto".
Anche il personale della Polizia Penitenziaria, secondo la delegazione, sarebbe esasperato perché sotto organico ed abbandonato a fronteggiare una situazione di totale emergenza. La direzione della struttura, invece, ha promesso a Morganti e compagni che a breve verranno avviate importanti ristrutturazioni interne: "Si dicono fiduciosi - chiude Morganti - ma servono i fatti. Non ci sono docce decenti: abbiamo visto fori nel muro da cui pendono tubi di gomma. L'acqua calda resta un miraggio. Anche la saletta per i colloqui è fuori legge: proprio stamani c'era un bambino seduto sul bancone, appoggiato al vetro. Serve una riforma del sistema giustizia e serve subito".
Ansa, 6 gennaio 2015
Superato il problema del sovraffollamento rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso ma resta quello della vetustà della struttura. È la fotografia della casa circondariale Don Bosco di Pisa scattata stamani dal deputato del Pd, Paolo Fontanelli, che ha visitato il carcere insieme ad Adriano Sofri e Michele Battini consegnando, come fa ogni anno, i panettoni ai detenuti.
"Ci ha accompagnati il direttore Fabio Prestopino - scrive il parlamentare sul suo blog - ma la situazione è assai diversa da quella dell'anno scorso, quando dominava il sovraffollamento. Oggi, grazie allo svuota carceri, i detenuti sono circa 200 a fronte dei 360 di un anno fa. Resta serio il problema della vetustà della struttura e delle evidenti carenze di manutenzione.
Il carcere presenta molti fattori di inadeguatezza, che ovviamente si ripercuotono sullo stato di detenzione e sul lavoro degli agenti. I servizi lasciano seriamente a desiderare. Con particolare pesantezza nella sezione femminile, che però in questo periodo è vuota. Forse sarebbe il caso di approfittarne per fare gli opportuni adeguamenti. Tuttavia, per poter dire che il Don Bosco è un istituto di pena con un futuro, sarebbe opportuno un intervento strutturale massiccio, su larga scala, risolvendo situazioni di lavori interrotti e indefiniti e mettendo fine alla pratica delle toppe. Nei prossimi giorni mi muoverò comunque per interessare il ministero verso questa situazione".
di Titti Beneduce
Corriere del Mezzogiorno, 6 gennaio 2015
È di nuovo libero Antonio Parisi, l'ex salumiere di 79 anni che sabato mattina, disperato, ha stretto attorno al collo della moglie Paolina Gargiulo un filo elettrico, uccidendola nel loro appartamento di via Monte Grappa a Seeondigliano. Il gip ne ha disposto la scarcerazione senza alcun obbligo. "Si tratta di un contesto connotato da solitudine e abbandono" aggravate dalle difficili condizioni di salute della donna.
È di nuovo libero Antonio Parisi, l'ex salumiere di 79 anni che sabato mattina, disperato e stanchissimo, ha stretto attorno al collo della moglie Paolina Gargiulo un filo elettrico, uccidendola nel loro appartamento di via Monte Grappa a Secondigliano. Il gip Claudia Picciotti, condividendo le valutazione degli avvocati Ivan Palmieri e Marco Monaco, ne ha infatti disposto la scarcerazione senza alcun obbligo. Le tre figlie, Carmela, Patrizia e Francesca, sono andate a prenderlo ieri pomeriggio, a Poggioreale.
Nelle tre paginette in cui non convalida il fermo dì Antonio Parisi, il giudice si sofferma sulle condizioni di estrema solitudine in cui l'anziano era stato lasciato dalle istituzioni: "Si tratta di un contesto connotato da solitudine e abbandono, in cui l'aggravarsi delle condizioni motorie della vittima aveva determinato un sostanziale isolamento della stessa dalle strutture terapeutiche che l'avevano in cura, con conseguente carico della situazione unicamente sulle spalle del Parisi". Parisi che "compie l'infausto gesto con lucidità e piena consapevolezza", ma al contempo è "rassegnato, consumato da una vita di angherie subite e di fardelli troppo pesanti da portare sulle spalle".
Al giudice, l'ex salumiere ha raccontato tutte le difficoltà della sua situazione. E il giudice ha compreso la sua sofferenza. Paolina era malata di mente e da quando era diventata obesa e semicieca non si alzava più. Antonio, perso dietro a lei giorno e notte, non dormiva più. "Gli aiuti esterni erano assolutamente esigui rispetto ai bisogni della donna. Tuttavia le due badanti assunte testimoniano dell'enorme devozione e disponibilità di Parisi nei confronti della moglie".
Francesca Parisi, la seconda figlia della coppia e l'unica rimasta a Napoli, racconta con le lacrime agli occhi la tragica storia d'amore dei suoi genitori: "Sì conobbero a Miano quando papà aveva 27 anni e faceva il salumiere, lei ne aveva dieci di meno e sciacquava le bottiglie per il vino. Si sposarono tre anni dopo, nel '66, quando mamma era ancora minorenne. Una settimana dopo il matrimonio lei fu ricoverata in manicomio la prima volta".
Da quella volta, Paolina Gargiulo è entrata e uscita dal manicomio tante volte che la figlia non le ricorda più "Entrò che pesava 50 chili, un po' alla volta l'hanno fatta diventare obesa. Aveva un disturbo bipolare: ora era aggressiva e pericolosa, ora diventava depressa e bisognosa di sostegno. Le hanno fatto di tutto, persino l'elettroshock".
Dal 1986 Paolina era in cura al Centro di igiene mentale di Secondigliano: "Ma si limitavano a prescriverle dei farmaci. Nelle ultime settimane abbiamo chiesto un ricovero in un istituti, ma ci siamo sentiti rispondere che costava troppo caro e il Servizio sanitario nazionale non se lo poteva permettere. Il peso della sua assistenza ricadeva soprattutto su papà, che pure ha dei by pass all'arteria femorale e un rene in disuso".
Uscito da Poggioreale, Antonio Parisi è apparso, incredibilmente, rinfrancato: "Ho potuto dormire e scambiare due parole con qualcuno". Ma era umiliato: a lui, che è evangelico (si battezzò nel mare dì Mergellina agli inizi degli anni Novanta assieme con Alemao) un altro detenuto evangelico ha imposto di non pregare, a causa del delitto commesso.
Riflette l'avvocato Palmieri: "Il provvedimento del gip avvalora la tesi di questa difesa, secondo la quale la tragedia rappresenta il frutto di un degrado sociale imputabile alla inadeguatezza delle strutture preposte ad offrire assistenza ai soggetti affetti da disturbi della psiche ed ai loro familiari. L'unica risposta alle problematiche sociali sembra essere sempre successiva e meramente punitiva. L'auspicio è che la tragedia della famiglia Parisi possa quantomeno sollecitare una seria riflessione".
www.bresciatoday.it, 6 gennaio 2015
Record dell'assenteismo per il carcere bresciano di Canton Mombello: sotto le festività natalizie solo 10 agenti operativi per turno, meno di 80 al giorno. Su un organico totale che conta ben 220 agenti. Non solo i vigili romani o partenopei nel calderone dello scandalo dell'assenteismo durante le feste di Natale. Succede anche a Brescia, nel carcere di Canton Mombello, dove proprio in occasione delle festività di quest'anno si sarebbe registrato il record delle assenze, per ferie e soprattutto malattia.
Dalla vigilia all'Epifania infatti il numero degli agenti di Polizia Penitenziaria presenti quotidianamente non raggiungerebbe la quota di 80, circa un terzo rispetto all'organico completo. A conti fatti una decina di agenti per turno - blocchi orari da circa sei ore l'uno - su un totale di 220 agenti. E se la percentuale s'impenna sotto le feste i numeri non cambiano di molto anche durante l'anno. La quota annuale dell'assenteismo bresciano infatti arriva a sfiorare il 25%: uno su quattro non va mai a lavorare, nemmeno quando le vacanze (estive o invernali) sono davvero lontane. Il lavoro, comunque, si deve fare. E i (pochi) rimasti hanno dovuto inghiottire un boccone amaro, spesso hanno dovuto lavorare il doppio, allungare i turni, sorbirsi straordinari a questo punto "forzati".
La Repubblica, 6 gennaio 2015
La visita dei parlamentari di Parma agli Istituti penitenziari. Impegno sul tema dell'allargamento dei posti ricovero in ospedale". Necessario che il Comune riprenda i percorsi attivi di lavoro esterno".
Carcere: mantenere i legami col territorio Un carcere dalla gestione complessa, per le funzioni che vi sono esercitate e per i diversi regimi detentivi a cui sono soggetti i carcerati, una struttura che appartiene a tutti gli effetti al nostro territorio e per la quale è vitale il rapporto con il contesto esterno.
È questo il filo che ha guidato Giuseppe Romanini, Patrizia Maestri e Giorgio Pagliari nella visita che hanno effettuato agli Istituti penitenziari di via Burla. Accompagnati da Lucia Monastero, in rappresentanza della direzione, e da suoi collaboratori, i Parlamentari di Parma hanno potuto prendere visione della situazione generale del carcere, a cominciare dalla questione del sovraffollamento.
"Oggi il numero dei detenuti è sceso a 530 per effetto di nuove norme approvate dal Governo, a fronte di una capienza di 463 ospiti, dunque una situazione migliorata rispetto al passato e ad altre carceri, ma il problema comunque resta, così come è presente il tema della mancanza di personale" - osservano.
La visita ha compreso, oltre ai settori veri e propri di sicurezza l'A.S.1, anche gli spazi di accoglienza, dove i detenuti incontrano i propri figli durante i colloqui, la sala allestita dagli studenti del Toschi, le cucine. Un particolare approfondimento è stato riservato alle questioni inerenti la gestione della sanità in quanto il carcere di Parma è uno dei pochi dotati di un centro diagnostico terapeutico.
"Il tema dei servizi per la salute è molto sentito in quanto proprio l'esistenza del centro diagnostico terapeutico fa sì che a Parma vengano destinati detenuti con problemi di salute anche molto gravi la cui gestione è resa ancor più complessa dai differenti regimi carcerari - spiegano. Oltre alla necessità di presenza di uno specialista urologo, abbiamo raccolto la segnalazione, e in questo senso ci siamo impegnati, di verificare la possibilità dell'ampliamento del reparto detentivo in ospedale che attualmente ha 5 posti letto, dotazione non sufficiente per rispondere ai bisogni legati ai ricoveri dei detenuti".
Altra questione segnalata è quella legata alla possibilità per carcerati di effettuare lavori esterni a fini di utilità pubblica. " Se da un lato la preziosa attività delle realtà di volontariato e quella delle stesse scuole rendono meno isolata la vita in carcere - continuano i Parlamentari - è evidente che risulta altrettanto importante proseguire e riprendere, come a Parma dove si sono interrotti, i percorsi attivi di lavoro esterno. È una scelta determinante nel recupero dei detenuti che è un compito che la Costituzione affida allo Stato".
Nel corso della visita, durata un paio d'ore, i Parlamentari hanno parlato, oltre che con operatori carcerari, con alcuni detenuti, ascoltando le loro osservazioni e anche le loro richieste. Giuseppe Romanini, Patrizia Maestri e Giorgio Pagliari sono stati inoltre informati che è all'attenzione della direzione del carcere il problema relativo alla sicurezza degli impianti di video sorveglianza, per la quale sono necessari gruppi di continuità, problematica avviata a soluzione.
- Milano: "Zanza un libro", l'iniziativa benefica per i detenuti di San Vittore
- Milano: un pranzo dell'Epifania in Arcivescovado per i detenuti del carcere di Opera
- Termoli (Cb): la "Befana dei detenuti", alla parrocchia S. Timoteo offerte per i reclusi
- Agrigento: libri raccolti dal Lions Club di Ravanusa per la sezione femminile del carcere
- Civitavecchia: la Comunità di Sant'Egidio organizza pranzi con i detenuti e le detenute









