www.pane-rose.it, 4 gennaio 2015
Se usciranno, ma non è affatto scontato, sarà per la decisione dell'emittente televisiva qatarina di voler chiudere Mubasher Masr Channel più che per un gesto di clemenza. Quel canale di Al Jazeera è un coltello nel fianco della casta militare del Cairo e risulta indigesto anche a poliziotti e magistrati. Per i servizi trasmessi i giornalisti australiano Peter Greste, egitto-canadese Mohamed Fahmy ed egiziano Baher Mohamed sono stati condannati chi a sette, chi a dieci anni, inanellando finora 371 giorni di galera. Motivi: concorso in terrorismo, attentato alla sicurezza nazionale e diffusione d'informazioni false, accuse respinte dai tre che sostengono d'aver solo svolto il proprio lavoro.
Fra cui interviste a taluni leader della Fratellanza Musulmana poi arrestati (Mohammed Badie) che non rappresentavano certo un'adesione alla politica della Confraternita come sostengono i pm. Eppure da oltre un anno l'aria di restaurazione, che aveva rovesciato il presidente Mursi e represso le proteste islamiche, non va per il sottile. Dopo i militanti della Brotherhood sono finiti dentro giornalisti, blogger, agitatori di Tahrir, oppositori di varie sponde. Rispetto alla massa degli attivisti incarcerati con numeri che oscillano fino alle 12.000 unità (il governo rigetta queste cifre ma non ne fornisce altre, tanto che da tempo si parla di cittadini desaparecidos), per i tre cronisti il tam-tam di sostegno è stato battente.
Da quello della potente tivù di Doha, a interventi di Amnesty International, interrogazioni di parlamentari europei e canadesi, però la situazione generale è rimasta ostile. La rinuncia a "mettere il naso negli affari egiziani per ordire complotti", che è l'accusa rivolta ai reportages di Al Jazeera, può distendere i rapporti fra Egitto e Qatar e ora i giudici hanno prospettato una revisione del processo. Anche per casi politici alla ricerca della piena legittimazione internazionale, come quello del presidente-generale Al Sisi, il corto circuito che si crea coi lavoratori della comunicazione e della documentazione è crescente. Un decreto emanato in novembre che può applicarsi alla situazione dei tre, ovviamente se un nuovo processo ridimensionerà le accuse, può prevedere l'allontanamento di cittadini stranieri che verrebbero espulsi. Non se ne avvantaggerebbe il cronista egiziano Mohamed.
Negli sviluppi aperti la direzione di Al Jazeera ha dichiarato che le autorità del Cairo "Possono scegliere di continuare a mostrare al mondo il proprio volto peggiore o liberare rapidamente i tre". Una stoccata che non risulterà gradita all'orgoglio del presidente, ma con cui lo staff televisivo qatarino cerca di giustificare la sostanziale rinuncia al principio dell'informazione su cui ha costruito il proprio successo. La partita sui tre è aperta e per nulla scontata. Comunque c'è chi sta molto peggio: per i free lance senza tutele e gli attivisti dell'opposizione islamica e laica la chiave delle celle è stata gettata.
di Davide Illarietti
Corriere della Sera, 4 gennaio 2015
San Quintino, come Alcatraz, non è famosa per il comfort. Al contrario. Per essere una delle prigioni più dure d'America - di sicuro la più tristemente celebrata da Hollywood, per il suo famoso "braccio della morte" - è anche un buon trampolino di lancio. O almeno potrebbe esserlo, per i diciotto detenuti selezionati dal programma "Code 7370".
L'iniziativa ha fatto scalpore oltre Atlantico: all'interno del carcere-simbolo della sedia elettrica, l'anticamera della morte più grande degli Stati Uniti, una classe di detenuti studia informatica e programmazione a livelli da Silicon Valley. "Alcuni dei detenuti di lungo corso non hanno mai usato un computer. Non hanno mai posseduto uno smart phone" spiegano gli ideatori del programma.
"Il reinserimento nel mondo del lavoro può essere estremamente difficile". Dietro le sbarre il tempo si ferma. E dopo due anni come dieci niente è più lo stesso, là fuori, nell'era di internet. Per questo l'associazione no-profit "Last Mile" ha lanciato il corso-pilota di quattro giorni su sette, otto ore al giorno, in cui i detenuti fanno programmazione intensiva con due docenti volontari di Hack Rock, un campus di San Francisco dove tre mesi di lezioni, di norma, costano non meno di 17 mila dollari. "In teoria, una volta fuori di prigione questi detenuti potrebbero guadagnare stipendi a sei cifre nella Silicon Valley" scrive ottimisticamente Ariel Schwartz su Co.Exist.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 3 gennaio 2015
Spinta perduta nonostante gli appelli e i recenti scandali a più di vent'anni da Mani pulite la svolta annunciata è ancora ai primi passi. Ma la politica non può rinunciare a promuovere leggi per far emergere i traffici illeciti.
di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 3 gennaio 2015
L'unico riferimento ideale, nel discorso di fine anno di Napolitano, è quello al Papa. Le correnti filosofiche, politiche, ideali, che pure sono presenti nel vissuto di Napolitano, sono scomparse per far posto al messaggio di pace del Papa.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 3 gennaio 2015
Francamente speravo di ricevere una secca smentita. Mi auguravo che qualcuno, stamattina, rispondesse indignato alle accuse, pesantissime, che ieri abbiamo lanciato dalla prima pagina del nostro giornale.
di Carlo Di Foggia
Il Fatto Quotidiano, 3 gennaio 2015
Il Sottosegretario all'Economia Zanetti: "norma scritta male, sana anche le furberie più gravi". La guerra intestina al Tesoro ha partorito un pasticcio che aiuta grandi evasori fiscali. "Sì, per com'è scritta quella norma ha un impatto pesante, salva tutti i reati e non va bene", spiega il sottosegretario all'Economia Enrico Zanetti (Sc).
Adnkronos, 3 gennaio 2015
Questa mattina Marco Pannella, in sciopero totale della fame e della sete da oltre 90 ore "per difendere il messaggio alle Camere di Napolitano" sulle carceri "dai comportamenti opposti assunti dal presidente del consiglio Renzi", si ricovererà per prudenza in una struttura sanitaria a Roma per proseguire la propria azione nonviolenta sotto controllo medico. Pannella potrà comunque eventualmente allontanarsi per alcune ore dalla struttura sanitaria nel corso della giornata.
Ansa, 3 gennaio 2015
Camera di consiglio immediata e decisione attesa entro le 14 di oggi. Resta riunito per deliberare, dopo due udienze fiume, la prima di 12 ore il 31 dicembre e la seconda di quasi sei ore oggi, il Tribunale del riesame di Catania che deve decidere sulla richiesta di scarcerazione presentata dal legale di Veronica Panarello, la 26enne accusata di avere ucciso, il 29 novembre scorso a Santa Croce Camerina, il figlio Loris di 8 anni.
di Stefano Zurlo
Il Giornale, 3 gennaio 2015
Accusata di pedofilia, la coppia era fuggita in Francia per evitare che gli venisse tolto anche l'ultimogenito. Ora è stata assolta ma nel frattempo il padre è morto. C'è una mamma che ha perso quattro figli, quattro bambini, la mattina del 12 novembre 1998. Oggi che potrebbe riaverli è ormai tardi.
di Sabatino Bavaglio
Il Garantista, 3 gennaio 2015
È freddo il carcere di Catanzaro, non solo per il clima polare di questi giorni. È freddo non solo per i riscaldamenti che vengono accessi un'ora e mezza al mattino e un'ora e mezza alla sera. È freddo non solo per il tempo che scorre lento, con i detenuti che vorrebbero lavorare e come in tutte le altre carceri italiane lo possono fare solo in pochi, e quelli scelti sono quasi tutti coloro per i quali si avvicina il "fine pena".
È freddo non solo per l'acqua che sgorga dai rubinetti di quelle cabine interne alle celle che sono al contempo bagno e cucina e che, almeno in alcuni reparti, scende fredda anche dalle docce comuni.
Il freddo rigido è in quei gabbioni in cui i reclusi scorrono la loro "ora d'aria" camminando in fila per quattro, come una ronda, per riscaldare i muscoli e riattivare la circolazione. O talvolta in due coppie distinte, seguendo diagonali diversi, forse per un'empatia che manca tra le due coppie di detenuti. Ore d'aria trascorse all'interno di tre pareti alte, in cemento armato, e di una quarta la cui soluzione di continuità è rotta solo dal cancello di ferro da cui si entra e si esce in quei gabbioni venti metri per dieci. Ora d'aria a cui spesso i detenuti di Siano rinunciano preferendo restare all'interno delle loro celle. È freddo anche per gli operatori che sotto le divise di ordinanza indossano maglioni e sciarpe e che un tiepido sole del primo pomeriggio riscalda solo all'uscita, alla fine del turno.
È freddo il rapporto tra quei numeri delle prestazioni sanitarie snocciolati da medici e dagli infermieri e quello dei mesi di attesa per un esame diagnostico
o una visita denunciato dai detenuti. E c'è il freddo di chi deve dormire vestito, nelle celle umide, anche se imbiancate, quando stucco e vernici sono disponibili, dagli stessi detenuti per coprire le incrostazioni delle infiltrazioni d'acqua ed il verde delle muffe.
I freddi numeri dicono che ci sono "solo" 547 ospitati a fronte di 545 posti, ma il dato della capienza utile alle statistiche del Ministero comprende anche i 72 posti dell'ultimo piano del nuovo padiglione, ancora non utilizzati. Non riscaldano gli spazi ristretti, nelle celle doppie o triple, in cui i "tre metri quadrati calpestabili" sono un'utopia. Scaldano poco gli animi le presunte "battiture" denunciate da un detenuto, che sarebbero opera di qualche agente di polizia giudiziaria, séguito di una agitata discussione con la moglie durante un colloquio.
Qualche cenno di tepore è dato da qualche ergastolano che cerca ancora di dare un senso alla propria vita. Come un ritratto di Pasolini con una citazione sul pensare e l'agire appeso col nastro adesivo ad un'umida parete, che ricorda più un tazebao che non un post su Facebook. E soprattutto come chi in modo artigianale, quasi casalingo, all'interno di una cella non più utilizzata, messa a disposizione dalla direzione, sta sperimentando un piccolo laboratorio di pasticceria. Piccoli segni dell'essere speranza più che avere speranza: lo spes contra spem ribadito, con frequenza di recente, da Marco Pannella.
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