di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 12 novembre 2020
Va verificata l'eventuale forza maggiore perché non è reato in sé la mancata tempestiva informazione sullo stato di salute alla Polizia. La non tempestiva comunicazione alla Polizia dello stato di salute che impedisce di adempiere all'obbligo di presentazione in Questura imposto con Daspo non integra il reato ex articolo 6 della legge 401/1989, che è anzi escluso dall'accertamento della circostanza che la malattia abbia integrato la scriminante del caso fortuito o della forza maggiore.
Non potevano perciò i giudici condannare il ricorrente per la mancata informazione o presentazione del certificato medico, poiché la condotta sanzionata penalmente è esclusivamente quella di non essersi presentati. Infatti, come dice la Cassazione con la sentenza n. 31178/2020, il giudice in caso di inadempimento all'obbligo di firma in Questura deve comunque valutare se lo stato di salute in sé - per quanto non comunicato tempestivamente alle forze di Polizia - abbia integrato o meno la scriminante del reato.
La scriminante - Il ricorrente, ora vittorioso in Cassazione, si era visto rigettare la richiesta di provare l'esimente attraverso l'acquisizione in giudizio del certificato medico. Rigetto ritenuto illegittimo dalla Cassazione penale, in quanto è proprio dall'acquisizione del certificato e dall'accertamento dello stato di salute che il giudice può ritenere integrato o meno il reato da parte di chi non si presenta per la firma in questura nelle giornate e nei tempi imposti dal Daspo.
L'abitualità - Sulla causa di non punibilità ex articolo 131 bis del Codice penale la Cassazione chiarisce, infine, che è errato non riconoscerla affermando l'abitualità della condotta per un solo altro episodio di violazione del Daspo (che nel caso concreto era stato riconosciuto di speciale tenuità). Come ribadisce la Cassazione l'abitualità che non consente il riconoscimento della causa di non punibilità è solo quella che si determina con l'essersi verificati almeno due altri episodi oltre alla condotta in contestazione.
dire.it, 12 novembre 2020
"Al 31 ottobre, San Vittore ha un affollamento al 122%, con 926 presenti su 756 posti di capienza. Il carcere di Bergamo arriva al 157% di sovraffollamento, quello di Canton Mombello a Brescia addirittura al 189%". Sono dati riportati da Valeria Verdolini, presidente di Antigone Lombardia.
Con la seconda ondata di contagi, la situazione nelle carceri rischia di tornare ad aggravarsi. In Lombardia, regione più colpita, gli istituti penitenziari si stanno attrezzando per rispondere alla sfida posta dal virus. Nonostante questo, alcuni problemi strutturali rischiano di complicare questi sforzi.
"Al 31 ottobre, San Vittore ha un affollamento al 122%, con 926 presenti su 756 posti di capienza. Il carcere di Bergamo arriva al 157% di sovraffollamento, quello di Canton Mombello a Brescia addirittura al 189%". Sono dati riportati da Valeria Verdolini, la presidente di Antigone Lombardia raggiunta dalla 'Dirè, a partire dalla mappatura recentemente pubblicata sul sito dell'associazione, in cui si resoconta sullo stato dei contagi e sulle misure che le direzioni stanno adottando per contrastarli. Il quadro non è certo roseo.
Ad esempio, nelle città nel pieno del contagio, dove gli ospedali sono in grande difficoltà, le strutture sono sovraffollate. "Il carcere di Monza ha un affollamento del 146%, quello di Como del 152,5%, quello di Varese del 128,3%", spiega Verdolini.
Ma cosa è successo tra la prima e la seconda ondata? "A marzo il carcere è riuscito a contenere la diffusione del contagio. In parte per l'adozione repentina di misure emergenziali anche per le carceri, in parte perché la diffusione era più concentrata in alcune aree", continua Verdolini.
"Oggi invece, così come vediamo un rallentamento nell'adozione di provvedimenti efficaci per chi sta 'fuori', anche nel carcere l'esperienza precedente ha un peso. Eppure le urgenze non cambiano". Come mai le stesse criticità si stanno riproponendo? Per Verdolini, "a fronte di numeri più alti di marzo nei contagi, la spinta sull'adozione di misure straordinarie è minore. A marzo la situazione delle carceri fu analizzata nel Dpcm, in questi ultimi provvedimenti invece non c'è traccia dei penitenziari, se non con la riduzione delle visite".
Secondo la referente regionale di Antigone, pero', nelle carceri lombarde si stanno facendo passi importanti nella gestione. "Le strutture che hanno numeri bassi sono riuscite a far passare il messaggio di mantenere la mascherina in cella. Serve però un approvvigionamento costante di dpi. In alcune strutture è successo che venissero distribuite ad esempio due mascherine alla settimana ad ogni detenuto. È un inizio, ma dovrebbe diventare norma essendo uno degli strumenti che riduce il contagio".
Dal punto di vista gestionale, San Vittore e Bollate sono diventati hub di raccolta dei contagiati positivi, all'interno di un piano che prevede misure di ampliamento a scalare, coinvolgendo altre strutture in caso di aumento dei contagiati. "Il piano emergenziale messo in campo dalla Regione è interessante, può avere potenzialità, la preoccupazione è sui numeri", commenta Verdolini. "Gli strumenti che ha il carcere per ridurre il contagio sono l'isolamento e la riduzione degli spazi di socialità. È chiaro che queste misure adottate all'esterno hanno un peso, all'interno di una struttura chiusa come carcere rischiano di essere quasi una doppia pena".
Come provare a risolvere la situazione? "Serve una riflessione sulla possibilità di ridurre le presenze. Serve una politica penale, oltre che penitenziaria, per la gestione del coronavirus". Si parla dunque del ruolo della magistratura di sorveglianza e di quella giudicante. "Si può comprendere una forma di sovraffollamento temporaneo per motivi di salute, ma per affrontare la pandemia in carcere serve da tutti una presa in carico maggiore".
Le persone, argomenta Verdolini, "arrivano in carcere dopo un percorso, quei numeri non sono un prodotto casuale, ma il frutto di una politica penale". Le risposte vanno concertate tra tutti i pezzi, nell'ottica generale di ridurre il rischio di contagiare quelli dentro, che siano agenti o carcerati. "Ci sono una serie di strumenti possibili che non intaccano l'equilibrio della politica penale, come il differimento della pena, che possono incidere molto in questo momento sulle condizioni di vita dei detenuti".
Ad ogni modo, termina Verdolini, "noi condividiamo le misure adottate dalle amministrazioni penitenziarie, ma la preoccupazione dettata dal contesto di sovraffollamento è che le misure adottate richiedono spazio per poterle mettere in pratica, spazio che già non è molto ampio. Serve soprattutto spazio per poter isolare i detenuti 'sospetti positivi' dagli altri. Creare questo spazio, come si sta facendo ad esempio a San Vittore, significa però ridurlo per i detenuti".
askanews.it, 12 novembre 2020
"Ridurre gli ingressi e sfollare gli istituti" con urgenza. Decine di rappresentanti di istituzioni, organizzazioni del terzo settore e dell'avvocatura, sindacato, personalità accademiche e magistrati hanno rivolto un appello ai parlamentari eletti in Lombardia per chiedere maggiore attenzione all'emergenza Covid nelle carceri milanesi e lombarde.
Il documento fa riferimento agli ultimi dati riportati il 9 novembre dal Provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria secondo i quali nella sola Regione Lombardia sono 156 le persone positive, di cui cinque con necessità di ricorrere al ricovero ospedaliero, e 510 persone detenute in regime di isolamento. Un mese fa i positivi erano sette.
"Nonostante l'azione costante di prevenzione, monitoraggio e attivazione di nuovi protocolli, il contagio all'interno degli istituti si sta ora diffondendo in maniera assai preoccupante, anche per la repentina crescita dei casi di persone detenute riscontrate positive al Covid-19" si legge nell'appello. "Pensiamo che, proprio ora che tutti rinunciamo con fatica a un po' delle nostre libertà, non possiamo dimenticarci della tutela e della dignità di chi vive ristretto" scrivono i firmatari proponendo di "ridurre gli ingressi e sfollare gli istituti a tutela delle persone ristrette, degli operatori e della salute di tutti e di ciascuno" con urgenza.
Hanno sottoscritto l'appello, tra gli altri, Osservatorio Carcere Territorio Milano, Francesco Maisto Garante dei Diritti delle persone private della Libertà personale Comune di Milano, Anita Pirovano presidente della Sottocommissione Carcere del Comune di Milano, Ordine degli avvocati Milano, Camera Penale di Milano, Forum del terzo settore Lombardia, Cnca Lombardia Alleanza Cooperative Italiane-Welfare Lombardia, Consorzio Sir - Solidarietà in rete, Caritas Ambrosiana, Casa della Carità e Cgil Milano.
cronachedellacampania.it, 12 novembre 2020
Scoppia l'emergenza Covid all'interno delle carceri di Secondigliano e Poggioreale. Sarebbero circa 200 i contagiati tra detenuti e agenti penitenziari. La situazione più drammatica si registra al Padiglione Firenze del carcere di Poggioreale dove ci sono oltre 100 positivi.
Sono in isolamento. Nei giorni scorsi due detenuti erano stati trasferiti al Cardarelli con gravi insufficienze respiratorie. E sempre a Poggioreale dopo lo screening sugli agenti sarebbero venuti fuori alcune decine di contagiati. A Secondigliano, dove anche si registrano decine di contagiati, sono state chiuse anche le cucine e non arriva il cibo ai detenuti. Anche la direttrice Giulia Russo era risultata positiva e poi si è negativizzata.
Sulla emergenza Covid nelle carceri campane ieri è intervenuto anche il garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello: "Sono contento che anche i semiliberi di questo Istituto penitenziario da oggi fino al 31 dicembre resteranno a casa per una lunga licenza. Mi auguro che accanto all'applicazione del Decreto Ristori per coloro che devono scontare un anno e mezzo, si trovino le giuste e sacrosante soluzioni anche per i detenuti più a rischio, che hanno patologie croniche, malati oncologici, diabetici, cardiopatici".
Ciambriello ha fatto visita al carcere di Salerno, in cui ci sono attualmente 439 ristretti e 40 ristrette. Accompagnato dalla Direttrice facente funzioni, la dottoressa Gabriella Niccoli, dal comandante Gianluigi Lancellotta e dalla vicecomandante Grazia Salerno, ha fatto visita in alcune sezioni, parlando con delle delegazioni di detenuti sul tema "Covid in carcere".
Il garante Ciambriello ha chiesto informazioni, confrontandosi con il responsabile sanitario dell'istituto, il dottor Antonio Pagano, dichiarando che al momento risulta positivo un solo detenuto, lavorante, e sono in isolamento sanitario 35 detenuti, tutti lavoranti, che hanno avuto possibili contatti. Ad oggi nel carcere di Salerno - si legge nella nota - sono stati effettuati, 800 tamponi per i detenuti, tra personale e popolazione ristretta e 200 ai nuovi giunti.
"Considerata l'allarmante emergenza che coinvolge tutto il mondo penitenziario, - ha concluso Ciambriello - dal personale ai ristretti, ritengo sia doveroso che si arrivi all'indulto. La politica su questo argomento non può essere né cinica né pavida. Sono fiducioso infine che le procure utilizzino la custodia cautelare in carcere solo in casi gravi ed eccezionali".
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 12 novembre 2020
Provate a immaginare più di dieci persone costrette a vivere in un ambiente di circa venti metri quadrati con una sola finestra e un piccolo vano che funge sia da bagno che da cucina. Blatte che spuntano dai materassi, sgabelli che non bastano per tutti, niente spazio né tantomeno privacy. Distanziamento anti-Covid? Manco a parlarne. Dite la verità, non è vita. Eppure è proprio in queste condizioni che si svolge la giornata-tipo dei 14 detenuti nella 55 bis del padiglione Roma di Poggioreale: la cella più affollata d'Italia e d'Europa nel carcere più affollato d'Italia e d'Europa.
Quanto sia insostenibile la vita in quell'ambiente ce lo dice Angelo Esposito, 60enne recluso dal 10 gennaio scorso nel penitenziario napoletano dove deve scontare una pena di sei anni e sette mesi. Cardiopatico, asmatico, sovrappeso e con problemi alla spina dorsale, Esposito ha più volte denunciato le strazianti condizioni in cui sono costretti a vivere lui, i suoi compagni di cella, i 108 detenuti ospitati al terzo piano del padiglione Roma e i circa 300 che attualmente si trovano in quest'ala di Poggioreale. Tutto è nero su bianco in una serie di lettere inviate ai vertici della casa circondariale e al garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello.
Il primo problema è lo spazio. Esposito e compagni sono costretti a vivere in una cella di circa venti metri quadrati, gran parte dei quali occupati da suppellettili. Per ciascun detenuto c'è uno spazio calpestabile di poco più di un metro quadrato e mezzo, nonostante la Cassazione abbia recentemente chiarito come ciascun recluso abbia diritto ad almeno tre metri quadrati calcolati al netto delle suppellettili. Risultato? Nella cella 55 bis di Poggioreale i detenuti non possono stare seduti contemporaneamente, ma sono costretti ad alternarsi. Stesso discorso per il pranzo o per la cena: si procede per gruppi, anche perché non ci sono sgabelli per tutti. Così è impossibile osservare il distanziamento sociale in un momento in cui, tra l'altro, a Poggioreale si contano poco meno di 50 persone affette da Covid di cui 30 proprio nel padiglione Roma. "Se arriva il virus nei nostri spazi - scrive Esposito al garante Ciambriello - per noi anziani sarà difficile uscirne vivi".
Oltre a essere dotata soltanto di una piccola finestra, la cella 55 bis ha un piccolo vano con wc e fornello. Proprio così: i detenuti cucinano e orinano nello stesso ambiente. In un altro piccolo vano, invece, lavano sia le pentole che gli indumenti. Il frigorifero c'è: a donarlo è stato il garante dei detenuti così come i ventilatori. Quello che manca è il condizionatore, con la conseguenza che d'estate l'aria diventa irrespirabile. Anche telefonare ai familiari è un problema: un solo agente di polizia penitenziaria deve gestire il malumore di 108 detenuti esasperati che spesso non riescono a mettersi in contatto con i parenti a causa di guasti alle apparecchiature o di ritardi nella tabella delle prenotazioni.
"Anni fa - spiega il garante Ciambriello - il Ministero della Giustizia stabilì che in ogni piano dei penitenziari ci fosse una cella vuota da destinare alla socialità. A Poggioreale, invece, tutti gli ambienti sono pieni e questo porta inevitabilmente all'annientamento fisico e psicologico dei detenuti: un isolamento nell'isolamento che collide col divieto di trattamenti inumani previsto dalla Costituzione".
di Tatiana Mario
Difesa del Popolo, 12 novembre 2020
Le attività dei volontari si fermano. Alla fine, com'era prevedibile, il contagio è riuscito a infiltrarsi anche nella Casa di reclusione Due Palazzi, seppur con un numero contenuto di casi (sette detenuti positivi e otto agenti) subito isolati grazie all'attività sinergica tra l'Ulss 6 e la direzione dell'istituto che hanno isolato i positivi e tentato di tracciare il contagio per contenerlo.
Fino ad ora il Covid aveva risparmiato il Due Palazzi, piccola città, in un lembo di periferia padovana, che conta oltre un migliaio tra persone detenute (580), agenti e personale amministrativo (circa 400) e civili che ogni giorno ne varcano il cancello per attività lavorative e di rieducazione.
L'ala del carcere dedicata al polo universitario, riconvertita a sezione Covid sta ospitando l'isolamento delle persone detenute che stanno affrontando il decorso dell'infezione.
"La situazione non è allarmante - precisa il direttore Claudio Mazzeo -ma è innegabile che il virus circola e per questo stiamo osservando la massima attenzione per tenerlo fuori. Adesso saremo ancora più rigorosi per far rispettare tutte le norme igieniche contro l'infezione". Di una cosa il direttore del Due Palazzi è sicuro: "Le visite con i familiari per il momento non si sospendono, sebbene continueranno a svolgersi con i minori contatti possibili e da dietro al plexiglass".
La pasticceria Giotto - Alcuni dei casi d'infezione sono stati individuati tra i civili e i lavoratori detenuti della pasticceria Giotto che, per mettere in sicurezza l'interno comparto produttivo, ha subito il drastico taglio della forza lavoro a disposizione in un momento cruciale per la realizzazione del suo prodotto di punta: il panettone Giotto conosciuto in tutto il mondo per la qualità e l'originalità della lavorazione e delle materie prime utilizzate.
"Al momento sono attivi solo quattro maestri pasticceri civili - racconta Matteo Marchetto, presidente della Work crossing, la cooperativa che gestisce la pasticceria - tutti gli altri 27 lavoratori detenuti, invece, sono in isolamento fino alla prossima settimana. Per fortuna, il laboratorio che produce gelato, cioccolato e si occupa del confezionamento, non è stato intaccato trovandosi in un capannone esterno ma sempre all'interno del carcere. Abbiamo rispettato tutti i dettami sanitari, ma il rischio è inevitabile dovunque con questo virus subdolo. Continueremo a operare sotto stretta sorveglianza sanitaria: il virus è arrivato, l'abbiamo aggredito con l'aiuto di tutti e continueremo a farlo senza fermarci".
La parrocchia del carcere - Da venerdì 6 almeno fino al 15 novembre, si sono fermate tutte le attività di volontariato: sono oltre un migliaio le persone che periodicamente, molti anche ogni settimana, prestano servizio gratuito nell'istituto di pena rispondendo alle esigenze più diverse (istruzione, sport, musica, cultura, teatro, informazione, spiritualità...) e anche procurando con gratuità beni di prima necessità (vestiario, prodotti per l'igiene...) per molti detenuti privi di risorse. Anche la parrocchia del carcere, che dai primi di settembre aveva ripreso le celebrazioni con un numero contingentato di volontari a rotazione nel rispetto delle norme, ha dovuto fermarsi da sabato 7 novembre.
La presenza del cappellano don Marco Pozza è comunque assicurata, come lo è stata durante tutto il lockdown e nei lunghi mesi di chiusura del carcere ai volontari. Le celebrazioni del sabato e della domenica mattina sono un momento fondamentale per le persone che vi partecipano - detenuti, volontari, diaconi, religiosi - perché aiutano a scandire il ritmo della settimana tra le sbarre, ad avere un obiettivo e, soprattutto, rappresentano un respiro umano e comunitario di cui si sente la mancanza quando non è possibile viverlo.
La comunità parrocchiale aveva iniziato a rinsaldarsi dopo i lunghi mesi di stop causati dall'emergenza, sebbene i contatti con molte delle persone detenute della parrocchia non si fossero mai interrotti grazie alla corrispondenza intrattenuta con i volontari e i diaconi. Ora le dita restano incrociate perché le cose non peggiorino e per poter ricominciare quanto prima ad animare la vita della piccola, quanto preziosa, comunità parrocchiale incastonata tra "ferro e cemento".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 12 novembre 2020
"Liberate mio padre, già pieno di gravi patologie, che ha contratto il Covid nel carcere di Torino, rischia di morire ed è curato solo con la tachipirina". È un grido di dolore quello che è giunto a Rita Bernardini del Partito Radicale, da due giorni in sciopero della fame proprio per chiedere di ridurre la popolazione carceraria per far fronte all'emergenza Covid. Un allarme, quello della figlia di Leone Soriano, detenuto nel carcere Lorusso e Cotugno di Torino, che è riscontrato anche dal direttore sanitario del penitenziario stesso e dove al momento si registrano nove detenuti con Covid e ben 27 tra il personale penitenziario.
Infatti, nella missiva rivolta all'autorità giudiziaria con la dicitura "urgentissimo", si leggono testuali parole: "Il soggetto ha presentato nella giornata di ieri (2 novembre, ndr) sintomi febbrili per cui è stato posto in isolamento sanitario e sottoposto all'esecuzione del tampone nasofaringeo per la ricerca del Covid 19 risultato positivo".
Aggiunge con toni allarmanti: "Si ritiene che il soggetto possa essere a maggior rischio rispetto alla popolazione generale in quanto polipatologico affetto da Diabete Mellito tipo 2, ipertensione arteriosa, ipertrofia prostatica benigna, sindrome ansioso - depressiva". Il direttore sanitario infine rileva "anche il rischio per la sicurezza sanitaria dato il contesto di vita comunitaria propria del carcere".
Dopo aver appreso che ha contratto il Covid, la settimana scorsa i legali hanno presentato istanza per chiedere la revoca della custodia cautelare o in subordine il ricovero in una struttura adeguata, corroborata dalla urgentissima missiva della direzione sanitaria. Ma la speranza è vana. Sì, perché Soriano è in alta sicurezza, una maledizione viste le polemiche sulle "scarcerazioni" montate ad arte dai mass media, non consci che il diritto alla salute vale per tutti, anche per chi è condannato per reati mafiosi. Indignazioni che, a quanto pare, hanno generato il dietrofront di diversi magistrati di sorveglianza e Gip che fino a poco tempo fa si erano dimostrati attenti alla questione, facendo riferimento all'unica via maestra che garantisce lo Stato di diritto: la Costituzione italiana. Ora è in serio pericolo di vita e il carcere non sarebbe in grado di dargli le cure in maniera costante. Ma il tribunale ha rigettato, specificando che Soriano è monitorato e se dovesse peggiorare verrà trasferito in ospedale.
La figlia stessa racconta a Il Dubbio che ad aprile aveva denunciato al Dap la circostanza che all'interno dell'istituto non venivano rispettate le norme predisposte per evitare il contagio e non venivano utilizzati i dispositivi di protezione. "Ma non ho mai ricevuto risposta - chiosa la donna. E adesso è avvenuto quello che temevo, il contagio".
L'istanza, come detto, è stata fatta circa una settimana fa, anche alla luce della missiva urgente della Asl. Ma, com'è detto, per il giudice il detenuto risulta pienamente sotto controllo e non sono ravvisabili emergenze. Ma la figlia di Soriano non riesce ad accettare tutto questo. "Mi creda - spiega dolorosamente a Il Dubbio - il vero dramma è dover assistere inermi a questo scenario. I detenuti come qualsiasi altro essere umano hanno diritto alla salute e alle cure.
Mio padre è stato trasferito presso il carcere di Torino proprio perché a causa delle sue patologie necessitava di essere sottoposto a un preciso protocollo sanitario, ma non gli sono state mai prestate le cure adeguate. Sebbene soffrisse di diabete non è stato mai sottoposto a visita diabetologica".
Poi aggiunge: "Solo il mese scorso, a causa di uno scompenso (diabete a 500) è stato sottoposto a visita, a seguito della quale ha dovuto iniziare un piano terapeutico che prevede la somministrazione di insulina 4 volte al giorno. E adesso ha contratto anche il Covid e le conseguenze per lui potrebbero essere letali". Conclude amaramente sempre la figlia: "Chi commette un reato è giusto che paghi, ma non con la propria vita".
La Nuova Sardegna, 12 novembre 2020
In quarantena precauzionale 36 persone. Da Rotary Silki e Arcidiocesi 5000 mascherine ai detenuti. Sono quindici, in base agli esiti dei test finora effettuati, le persone positive al Coronavirus tra quelle che lavorano all'interno del carcere di Bancali: 12 appartengono alla Polizia penitenziaria, due al comparto funzioni centrali e una infermiera.
Tra i detenuti, come già noto, uno solo è positivo ed è attualmente isolato nella palazzina semiliberi, costantemente monitorato dalle autorità sanitarie. Agli altri detenuti isolati nella medesima palazzina è stato fatto il tampone che è risultato negativo per tutti. Per precauzione, è stato comunque chiuso lo spaccio, in quanto il detenuto risultato positivo aveva prestato servizio in quel luogo. Lo screening del personale si concluderà oggi, nel frattempo sulla base delle indicazioni fornite dalle autorità sanitarie sono state messe in quarantena precauzionale 36 persone che in base al tracciamento hanno avuto contatti con colleghi e/o detenuti a rischio. Inoltre, la direzione sta provvedendo alla vaccinazione anti influenzale per i detenuti e il personale.
Da segnalare che ieri il carcere ha ricevuto 5mila mascherine da distribuire ai detenuti, donate dal Club Rotary Silki e dall'Arcidiocesi di Sassari. Gesto molto gradito dal direttore Graziano Puija, che ha voluto esprimere la sua gratitudine al presidente Noemi Sanna e al vescovo, Monsignor Gian Franco Saba per l'attenzione dimostrata in questo particolare momento in cui "tutti siamo uniti dal comune obiettivo di contenere il diffondersi del virus e nel prestare particolare attenzione alle categorie di soggetti che mostrano una particolare vulnerabilità". Il direttore, a nome dei detenuti e degli operatori, ha voluto esprimere la massima riconoscenza per il contributo offerto dalle due istituzioni che in tal modo "hanno espresso la vicinanza della comunità locale alla realtà carceraria".
primonumero.it, 12 novembre 2020
La Fn-Cisl annuncia lo stato di agitazione dei lavoratori della Polizia penitenziaria del carcere di Larino dopo la positività al nuovo coronavirus di ben 38 detenuti. In una dura nota il segretario interregionale Abruzzo-Molise, Raffaele Giordano, parla di "ennesimo affronto che si sta prolungando nel tempo sul corpo della polizia penitenziaria della casa circondariale di Larino che oramai dal 29 ottobre ospita positivi al virus".
Giordano scrive di 29 contagi ma la cifra riferita al bollettino Asrem di ieri è di 38 positivi. Secondo Fns-Cisl "dopo gli ultimi casi di positività scoperti sono stati sottoposti a tampone tutti i restanti detenuti ristretti nella casa circondariale (circa 170) senza sottoporre a tampone tutto il personale che lì lavora. A nulla sono servite le richieste fatte all'Asrem da parte della direzione, dottoressa Rosa La Ginestra, per ottenere il tanto agognato tampone faringeo per chi lavora nell'istituto di Larino.
La domanda che si pone questa segreteria locale è innanzitutto il perché e chi ha scelto di non fare il tampone a tutte quelle categorie che svolgono un servizio per la collettività (personale funzioni centrali, personale di polizia penitenziaria), cioè a quel personale esposto al contagio. Nessuno si preoccupa del Cluster della casa circondariale di Larino? Nessuno tiene conto che i lavoratori possono essere potenzialmente asintomatici e venendo dai paesi limitrofi potrebbero creare nuovi cluster?". Da qui la proclamazione dello stato di agitazione.
Il Messaggero, 12 novembre 2020
Muore dopo essersi impiccato in carcere, pronta l'azione civile. A luglio di due anni fa un giovane egiziano, detenuto per un cumulo di condanne, ha legato la sua vita al lenzuolo della branda facendola finire. Hassan era arrivato a Viterbo da un istituto penitenziario di Roma.
Qui ha scontato parte della sua pena. E qui ha raccontato di aver subito abusi e di temere per la propria vita. Una paura così forte che lo ha spinto al suicidio. Un suicidio che ha destato l'attenzione anche del ministero degli Esteri egiziani che pochi giorni dopo il decesso ha inviato alcuni rappresentanti dell'Ambasciata a chiedere di fare piena luce sulla vicenda.
La Procura nell'immediatezza aprì un fascicolo per istigazione al suicidio nel tentativo di capire cosa fosse realmente accaduto nel penitenziario e se davvero quel giovane fosse stato spinto da soprusi e percosse a mettere fine alla sua vita. Dopo l'apertura del fascicolo la Procura, il 13 maggio 2019, ha chiesto l'archiviazione del caso. Un passo mal digerito dalla difesa dei familiari della vittima.
"Pochi giorni dopo - spiega l'avvocato Giacomo Barelli che assiste i genitori di Hassan - ho presentato opposizione. Peccato che sono passati due anni e ancora non so quando sarà fissata l'udienza davanti al gip per l'opposizione. Così come non so che fine abbiamo fatto il processo stralcio sulle percosse. C'è uno stallo su un fatto gravissimo.
La morte di Hassan non può rimanere nell'oblio della giustizia". Per questa ragione l'avvocato Barelli ha deciso di giocare un'altra carta. "Vista la situazione - spiega - ho proposto ai familiari, che risiedono al Cairo, di intentare una causa civile contro il ministero della giustizia. Vogliamo accertare la responsabilità del ministero sui fatti carcere Mammagialla. Non possiamo dire che è stata fatta giustizia. Per questo in attesa delle udienze penali, iniziamo dal procedimento civile. Qualcuno dovrà risponderci".
Che la situazione del carcere viterbese sia allo stremo lo sottolinea anche l'ultimo tentativo di suicidio. Messo in atto martedì notte da un detenuto italiano e sventato dagli agenti e dal compagno di cella. "Sono anni - dice ancora Barelli - che parliamo di istituire la figura del garante cittadini per i detenuti. Lo dico da consigliere comunale. Nonostante il voto unanime non è stato mai portato in consiglio. Non dico che risolverebbe ma sarebbe comunque un segnale di attenzione in più. Spero che riesca ad essere inserito nell'ordine del giorno del 19 novembre".
- Cagliari. Al via il progetto Lav(or)ando per il reinserimento detenuti
- Bologna. In carcere parte la didattica per adulti, con laboratori in presenza
- Forlì. Volontari al fianco dei detenuti: una raccolta solidale di prodotti per l'igiene
- Noi italiani, nemici di noi stessi
- Emergenze: non serve cambiare la Costituzione, basta solo rispettarla










