di Alessio Scandurra*
Il Riformista, 11 novembre 2020
Negli ultimi mesi la popolazione detenuta è cresciuta come se questa seconda ondata non fosse attesa. Il 7 novembre il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale riferiva che i contagi nelle carceri italiane avevano superato le 400 unità tra i detenuti mentre il numero di contagi tra il personale era ancora più alto. Tre giorni dopo notizie di fonte sindacale parlano di 537 positivi tra detenuti e 728 tra gli operatori. La seconda ondata di contagi da coronavirus che sta mettendo in crisi il Paese è dunque entrata fragorosamente in carcere con numeri da subito superiori a quelli registrati qualche mese fa.
di Stefano Anastasia
Il Manifesto, 11 novembre 2020
Ridurre le presenze in carcere non significa né adottare provvedimenti simbolici, né evitare temporaneamente lo storico sovraffollamento delle nostre carceri. Ridurre le presenze in carcere, oggi, significa creare spazi per una gestione efficace della prevenzione e dell'assistenza per quanti resteranno lì dentro.
di Angela Stella
Il Riformista, 11 novembre 2020
L'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali Italiane "rivolge al Parlamento l'invito a emanare l'amnistia e l'indulto, parole oggi impronunziabili, ma istituti disciplinati dagli artt. 151 e 174 del Codice Penale e regolamentati, nella loro applicazione, dall'art. 79 della Costituzione". Le ragioni alla base di tale appello risiedono nei dati allarmanti sulla diffusione del virus nelle carceri: "Una crescita esponenziale non può attendere oltre una immediata soluzione" dicono i penalisti che monitorano gli istituti di pena.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 11 novembre 2020
Al via le misure tecniche per la gestione da remoto. Accesso anche ai cancellieri. Possibilità, per gli avvocati difensori, di depositare memorie, documenti, richieste e istanze telematicamente o via Pec; accesso da remoto ai registri di cancelleria per il personale amministrativo; individuazione degli strumenti per consentire lo svolgimento a distanza delle udienze civili e penali.
Sono alcuni dei provvedimenti adottati in queste ore dal ministero della Giustizia per assicurare lo svolgimento dell'ordinaria attività nei tribunali in condizioni di sicurezza. Innanzitutto si precisa che, in attuazione delle disposizioni previste dal decreto ristori i, diventa obbligatorio (e non più solo facoltativo a valore legale) ricorrere al portale del processo penale telematico per depositare documenti, memorie, istanze e, più in generale, tutti gli atti previsti dall'avviso di conclusione delle indagini preliminari.
In questo modo, fra l'altro, il portale costituirà un punto unico di accesso non solo per il deposito degli atti, ma anche per la loro consultazione, colmando così il gap attualmente esistente rispetto al processo civile telematico. Attivate poi caselle di posta elettronica certificata degli uffici giudiziari, dalla Cassazione agli uffici dei giudici di pace, che potranno essere utilizzate dai legali per l'invio della documentazione.
L'atto del procedimento in forma di documento informatico, da depositare attraverso il servizio di posta elettronica certificata presso gli uffici giudiziari è in formato Pdf; è ottenuto da una trasformazione di un documento testuale, senza restrizioni per le operazioni di selezione e copia di parti; non è pertanto ammessa la scansione di immagini; è sottoscritto con firma digitale o firma elettronica qualificata.
Tra le maggiori criticità della prima fase dell'emergenza sanitaria, segnalate negli uffici giudiziari, c'era poi l'impossibilità per i cancellieri di accedere da remoto ai registri informatici. Ora il ministero annuncia che, dopo una prima sperimentazione a Napoli, "l'implementazione sui registri informatici dei Tribunali e delle Corti di appello delle modifiche permetterà al personale amministrativo di accedere ai registri di cancelleria del contenzioso civile, del rito del lavoro e della volontaria giurisdizione (Sicid), oltre a quelli delle procedure concorsuali ed esecutive (Siecic)".
L'accesso sarà poi esteso anche ai registri penali, rappresenta un ulteriore passaggio nella digitalizzazione che ha visto il ministero spendere i6 milioni di euro per acquistare 16.9oo pc portatili. Infine, vengono individuati gli strumenti di videoconferenza per la gestione a distanza delle attività giurisdizionali. In particolare, per lo svolgimento delle udienze civili, vengono specificati i servizi resi con canali di comunicazione criptati su rete telematica pubblica utilizzabile sia dall'interno sia dall'esterno della Rete unitaria giustizia (Rug), senza sala regia e capaci di assicurare il collegamento audiovisivo a distanza sino a un massimo di 250 partecipanti.
Per lo svolgimento delle udienze penali a distanza, oltre ai collegamenti utilizzati per le udienze civili, si fa riferimento anche a quelli audiovisivi tra l'aula di udienza e il luogo della detenzione. Misure specifiche sono poi dedicate ad assicurare la riservatezza dei colloqui difensore-imputato.
di Simona Musco
Il Dubbio, 11 novembre 2020
Le opposizioni contestano le norme inserite nel Dl Ristori Bis. Giustizia digitale, smart working più efficace e meno accessi ai tribunali. Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede descrive così i provvedimenti adottati per limitare il rischio contagio nei Palazzi di Giustizia, annunciando le misure inserite nel decreto Ristori e contenute nel cosiddetto "pacchetto giustizia".
Misure che consentono agli avvocati di depositare atti telematicamente o via pec, al personale amministrativo di accedere da remoto ai registri di cancelleria e di individuare gli strumenti per consentire lo svolgimento a distanza delle udienze civili e penali.
Deposito degli atti. Con le nuove norme diventa obbligatorio depositare documenti, memorie, istanze e, più in generale, tutti gli atti previsti dall'avviso di conclusione delle indagini preliminari attraverso il portale del processo penale telematico, che costituirà il punto unico di accesso non solo per il deposito, ma anche la consultazione dei fascicoli. Il ministero ha inoltre stabilito l'attivazione di circa 1.100 caselle di posta elettronica certificata degli uffici giudiziari, che gli avvocati potranno utilizzare per l'invio della documentazione. Il duplice scopo è quello di semplificare, limitando al contempo il rischio di contagio negli uffici giudiziari.
Registri di cancelleria. Con l'aumento dello smart working per i dipendenti pubblici si è reso anche necessario un intervento per migliorare la sicurezza informatica dei sistemi e consentire, così, l'accesso da remoto ai registri di cancelleria. Un'esigenza, questa, più volte evidenziata dall'avvocatura ma anche dai lavoratori della giustizia, cancellieri in primis.
Il ministero ha scelto Napoli come distretto pilota per la fase sperimentale, per passare poi all'implementazione sui registri informatici dei Tribunali e delle Corti di appello, con le modifiche che consentiranno ai dipendenti di accedere ai registri di cancelleria del contenzioso civile, del rito del lavoro e della volontaria giurisdizione (Sicid), oltre a quelli delle procedure concorsuali ed esecutive (Siecic). Ma non solo: sarà possibile accedere anche ai registri penali. Per il processo di digitalizzazione via Arenula ha speso 16 milioni di euro, destinati all'acquisto di 16.900 pc portatili dotati di precisi requisiti di sicurezza, in larga parte già in distribuzione.
Attività da remoto. Per lo svolgimento a distanza delle udienze civili "vengono specificati i servizi resi con canali di comunicazione criptati su rete telematica pubblica utilizzabile sia dall'interno sia dall'esterno della Rete unitaria giustizia, senza sala regia e capaci di assicurare il collegamento audiovisivo a distanza sino a un massimo di 250 partecipanti". Per le udienze penali a distanza, oltre ai collegamenti utilizzati per le udienze civili, "si fa riferimento anche a quelli audiovisivi tra l'aula di udienza e il luogo della custodia, sempre con canale di comunicazione criptato interno alla Rug, con sala regia dedicata".
Polemica sul dl Ristori bis. Ma intanto continua la polemica sulle previsioni del dl Ristori bis, che cartolarizza il processo d'appello prevedendo una sospensione dei termini della prescrizione e un prolungamento di quelli per la custodia cautelare. "Questa norma snatura il processo di appello. Le statistiche sulle riforme in appello di sentenze impugnate dovrebbero indurre il ministro Bonafede a tornare sui suoi passi e mantenere tutte le garanzie del secondo grado di giudizio - ha commentato Carolina Varchi, deputato di Fratelli d'Italia e capogruppo in commissione Giustizia -. Questa norma non ha alcun impatto sulla prevenzione dei contagi: Bonafede è ostaggio della tecnocrazia ministeriale che vuole snaturare l'attività dei difensori a tutela dei cittadini abolendo le garanzie del giusto processo". Per Fiammetta Modena, di Forza Italia, "i Tribunali sono nuovamente travolti e pagano i ritardi perché nei mesi precedenti non sono stati assunti provvedimenti ha sottolineato -. Le norme dei "decreti Ristori" incidono su alcuni aspetti, ma lasciano aperte le voragini organizzative e non intervengono sulla richiesta, formulata dalla commissione Giustizia del Senato, di normare il legittimo impedimento degli avvocati malati di Covid, né tanto meno sulla previsione dei sostegni per i magistrati onorari in servizio".
di Camilla Palladino
meteoweek.com, 11 novembre 2020
Nelle "zone rosse" sospesi i colloqui in presenza con i detenuti: sono già iniziate le proteste. Proteste che potrebbero trasformarsi in rivolte. La situazione dentro e fuori le carceri italiane torna a essere tesa. E il motivo è lo stesso che aveva causato la prima ondata di sommosse durante lo scorso marzo: la sospensione dei colloqui tra detenuti e familiari, questa volta prevista dall'ultimo Dpcm anti-Covid firmato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Nelle zone rosse gli spostamenti per fare visita alle persone detenute in carcere sono sempre vietati, non essendo giustificati da ragioni di necessità o da motivi di salute. In tali casi i colloqui possono perciò svolgersi esclusivamente in modalità a distanza mediante apparecchiature e collegamenti di cui dispone l'amministrazione penitenziaria e minorile o tramite telefono, anche oltre i limiti stabiliti dalle norme dell'ordinamento penitenziario. Nelle zone arancioni tra le 5 e le 22 gli spostamenti e dunque le visite sono consentiti, ma solo in ambito comunale. In queste zone non sono infatti possibili gli spostamenti fra comuni. Nelle zone gialle visite tra le 5 e le 22. Anche in queste due zone i colloqui possono svolgersi anche in modalità a distanza.
La protesta davanti al carcere di Torino - A Torino sono già iniziate le proteste, nonostante il Piemonte si trovi in zona rossa. Oggi - martedì 10 novembre - i parenti dei detenuti del carcere Lorusso e Cutugno hanno organizzato un presidio di fronte alla struttura nel quartiere Vallette. I familiari dei detenuti hanno sostenuto di non essere stati informati della sospensione e che, al contrario, gli incontri erano stati confermati. Ora l'obiettivo è di incontrare la direttrice del carcere per ricevere spiegazioni su quanto accaduto.
La situazione coronavirus nelle carceri della Lombardia - In bilico è anche la situazione delle carceri della Lombardia. Stando ai dati diffusi lo scorso 7 novembre, le persone risultate positive al coronavirus nei penitenziari erano 156. Di queste 151 sono ospitate nelle strutture interne agli istituti di pena, altre 5 - tra cui alcuni agenti della polizia penitenziaria - sono ricoverate in un ospedale esterno. A questi numeri bisogna sommare altri 510 soggetti a rischio che sono stati isolati.
L'inizio dell'agitazione a Roma - Tensione anche a Roma, nel carcere di Regina Coeli. Verso la fine di ottobre, per due giorni consecutivi, grida e proteste hanno coinvolto i detenuti della Capitale. Nelle due serate di ribellione i detenuti hanno "battuto" sulle sbarre delle celle con gli utensili da cucina.
I motivi delle proteste - I motivi della protesta a Roma non erano stati resi noti, anche se probabilmente si trattava della preoccupazione per la diffusione del contagio in un istituto penitenziario che conta 387 reclusi oltre la capienza, ma anche delle contestazioni per la sospensione dei colloqui. Avvenuta già durante lo scorso marzo, aveva causato dure rivolte in tutta Italia. La situazione era tornata alla normalità solo con l'attivazione degli incontri via Skype e i triage allestiti nei piazzali.
Le rivolte di marzo - Tra il 7 e il 9 marzo scorso, infatti, alcune violente ribellioni hanno sconvolto 22 carceri disseminate per la penisola. Il bilancio era stato terribile: gravi danni alle strutture, decine di feriti tra carcerati e agenti della polizia penitenziaria, 12 detenuti morti. Le cause ufficiali indicate dai ribelli erano lo stop ai colloqui, la paura del contagio, la richiesta di condizioni migliori, ma più verosimilmente si sarebbe trattato di rivolte coordinate dalle varie organizzazioni criminali per sfruttare l'emergenza e ottenere qualche beneficio. Ad esempio la scarcerazione di alcuni boss mafiosi rinchiusi con il regime carcerario del 41bis, liberati poco dopo le rivolte.
Indulto e amnistia - Per sedare le violente rivolte che periodicamente scoppiano nelle carceri italiane, i detenuti invocano l'indulto - cioè la concessione di remissione totale o parziale della pena - e l'amnistia - cioè la cessazione della condanna e l'estinzione del reato. Questi due strumenti giuridici aiuterebbero a diminuire il sovraffollamento degli istituti penitenziari, vista anche l'emergenza sanitaria.
L'amnistia, infatti, azzererebbe il via vai degli imputati nei Palazzi di Giustizia e soprattutto nei Tribunali nella fase dibattimentale. L'indulto invece sfoltirebbe la popolazione dei penitenziari, che in alcuni luoghi d'Italia raggiunge picchi di sovraffollamento del 200 per cento.
di Severino Nappi
Il Riformista, 11 novembre 2020
Constato che il mio intervento sul tema dell'amministrazione della giustizia ai tempi della pandemia ha suscitato interesse nell'opinione pubblica. Le critiche che mi sono state mosse sulle pagine del Riformista da Antonello Sannino e Domenico Spena sono però mal riposte, trascurando un punto fondamentale. L'obiettivo infatti è comune a entrambi.
Entrambi vogliamo legalità e giustizia e, credo, un carcere che sia espressione anche e soprattutto della funzione rieducativa che è propria della pena. Nessuno mette in dubbio i principi della Costituzione né tantomeno la tutela della salute dei detenuti negli istituti penitenziari, che va garantita come a ogni altro cittadino, in una fase in cui il virus circola ancora più velocemente rispetto alla prima ondata.
I rischi sanitari valgono per tutti e non c'è una gerarchia da applicare tra categorie più tutelate e altre meno tutelate, ma neanche si può rovesciare il ragionamento per preoccuparsi solo di chi delinque e non anche di chi vive onestamente. Qui si ammalano tutti. Sull'autobus affollato, nelle metropolitane piene come scatole di sardine, lungo le file dei nostri tribunali malandati.
Io continuo a non avere esitazioni sul soggetto al quale dare priorità tra il borseggiatore beccato dalle forze dell'ordine con le telecamere di videosorveglianza e chi ha subito un atto di violenza ma - come la si pensi - occorre far prevalere il buon senso. Lo storico errore di alcuni è non contemperare gli interessi in campo, trincerandosi dietro il paravento di una Costituzione enunciata ma raramente applicata, anche da certa magistratura le cui distorsioni ho spesso denunciato.
La mia professione e la mia storia personale testimoniano quanto creda nel garantismo. Attenzione, però: gli articoli della Costituzione non servono a giustificare le proprie tesi. D'altra parte, il garantismo a corrente alternata, si sa, è il perfetto terreno di coltura per distruggere il Paese e minare lo Stato democratico. Se è vero che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, è anche vero che la decisione di far circolare liberamente soggetti colti in flagranza di reato, quindi meritevoli di essere sottoposti a misure cautelari, viola tanti altri diritti. A partire dalla sicurezza del singolo cittadino. Allora non mettiamo sterilmente e strumentalmente in contrapposizione garantismo e giustizialismo.
Il problema del sovraffollamento delle carceri, sorto assai prima della pandemia e quindi solo aggravato dalla stessa, va risolto conciliando le diverse esigenze: il rispetto della dignità del detenuto e il dovere dello Stato di garantire la sicurezza. La ricetta non può però limitarsi esclusivamente a un programma emergenziale articolato in una serie di interventi tampone, ma si devono prevedere azioni di sistema e una riforma complessiva del sistema carcerario. Se l'obiettivo è decongestionare gli istituti e tutelare la salute, occorre puntare sull'applicazione delle misure alternative alla detenzione in carcere. Sui braccialetti, per esempio, che però sono introvabili. Il Ministero della Giustizia si adoperi per procurarseli.
Altrimenti sono soltanto chiacchiere. Continuo soprattutto a pensare che la magistratura non deve svolgere una funzione di supplenza rispetto ad altri poteri, ma è chiamata ad applicare la legge. Semmai, è quando i giudici si trovano a svolgere funzioni amministrative, per esempio nelle posizioni apicali del Ministero della Giustizia, e si spogliano della toga, che la magistratura si deve sforzare di fornire risposte adeguate alle domande dei cittadini.
Tutto ciò che è nel mio potere di consigliere regionale, lo farò per scongiurare abusi di qualsiasi tipo. Ma è chiaro che la mia appartenenza alla Lega, suffragata dal voto degli elettori, rende constante il contatto con la gente comune, quella che pretende uno Stato che la difenda senza dare l'impressione di arretrare. Il Covid non diventi un alibi per chi non sa amministrare la giustizia e cerca scorciatoie perché non riesce a frenare l'onda del virus. Perderemmo due volte.
di Giulia Merlo
Il Domani, 11 novembre 2020
I giudici onorari in Italia sono 5.000 - divisi tra giudici di pace, Giudici onorari di tribunale (got) e Vice procuratori onorari (vpo) - e gestiscono il 60 per cento del contenzioso civile e penale. Nonostante il Covid, nessuna norma degli ultimi Dpcm li riguarda, né dal punto di vista dell'organizzazione del lavoro, né da quello delle tutele.
Il ministero della Giustizia, infatti, si è speso in questi mesi per informatizzare il processo civile e penale, dotando cancellerie e magistrati di strutture e strumenti informatici che consentano lo svolgimento del processo da remoto, in modo da evitare il blocco del sistema giustizia davanti alla pandemia. Le dotazioni non hanno ancora portato la macchina a regime, ma i passi avanti sono stati evidenti. È di ieri, infatti, la notizia della possibilità per gli avvocati di depositare gli atti telematicamente e l'accesso da remoto ai registri per i cancellieri.
Dalla cosiddetta "informatizzazione", invece, l'ufficio del giudice di pace è stato di fatto escluso, nonostante dal 2017 siano a disposizione 10 milioni di fondi del Programma operativo nazionale, per digitalizzare il loro processo. Il risultato è che le udienze davanti al giudice di pace stanno subendo enormi rallentamenti, ingolfando una macchina già in affanno.
Il ministero ha messo a disposizione dei giudici di pace solo la licenza per l'applicazione Teams, il software con cui svolgere l'udienza da remoto, ma - al contrario dei giudici togati - manca la cosiddetta "postazione informatica", che permette a ogni giudice di avere una firma digitale e un sistema informatico protetto a cui le parti possono inviare gli atti in modo da formare il fascicolo digitale del processo.
"Invece che un indirizzo del giudice, esiste un'unica casella di posta certificata con valore legale per tutto ufficio per inviare gli atti dei procedimenti, che poi vanno smistati dal personale di cancelleria", dice Mariaflora De Giovanni, presidente dell'Unione nazionale giudici di pace. "Questo fa sì che tutto sia demandato alla buona volontà di giudici e personale amministrativo, che però in moltissimi uffici è carente. In mancanza di questo servizio per la ricezione degli atti, tanti uffici non hanno potuto celebrare le udienze da remoto", e questo ha prodotto inevitabilmente rinvii su rinvii. Molti giudici, inoltre, non hanno nemmeno a disposizione un pc del ministero, ma devono utilizzare il proprio portatile personale.
Alcuni uffici hanno continuato a celebrare le udienze in presenza, contingentando i numeri, ma solo nelle poche sedi con aule adeguate. "Così si producono solo disparità per i cittadini che chiedono giustizia - dice de Giovanni - eppure il giudice di pace rientra nella giurisdizione ordinaria, non giustizia di serie B".
La pandemia ha solo aggravato i problemi dei giudici onorari. "Siamo lavoratori a cottimo, senza garanzie e diritti; non abbiamo malattia, maternità o ferie", dice Cristina Piazza, segretario generale dell'Unione nazionale giudici di pace, "Se andiamo in quarantena o ci ammaliamo veniamo privati di ogni guadagno e non abbiamo alcuna tutela".
Durante il primo lockdown, è stata riconosciuta per due mesi una indennità di 600 euro come le partite iva, ma nulla più. Eppure, nonostante non siano considerati dipendenti pubblici, à giudici di pace è affidata una mole di contenzioso sia civile che penale che li rende a tutti gli effetti ingranaggi indispensabili per la giustizia. Pagati, però, 35 euro a udienza, 56 euro a sentenza e 10 euro a decreto emesso.
"Lavoriamo come possiamo altrimenti non veniamo pagati, nonostante i rischi del Covid", dice Piazza. La carenza di tutele è drammatica: da qualche giorno, infatti, i giudici onorari di tribunale di Palermo hanno iniziato uno sciopero della fame a sostegno di due colleghi che si sono ammalati di coronavirus. "Se non si torna in servizio entro 6 mesi si decade e ogni quattro anni bisogna ottenere il rinnovo dell'incarico, che viene dato solo se si dimostra di avere prodotto un numero sufficiente di sentenze", spiega Piazza.
La situazione si trascina da anni e ieri è stata discussa anche in commissione per le petizioni del parlamento europeo, che ha annunciato una lettera al ministero della Giustizia italiano perché garantisca "lo status dei magistrati onorari quali lavoratori legati da un rapporto di dipendenza con il ministero della giustizia" e "giusta retribuzione", in forza della sentenza europea che li riconosce.
di Giacomo Losi
Il Dubbio, 11 novembre 2020
L'Ottimismo del ministro della Giustizia, il pessimismo dell'avvocatura e dell'Ance. Insomma, il tema dell'edilizia giudiziaria continua a dividere la politica da chi, ogni giorno, frequenta gli scalcagnati tribunali italiani. Una "diversità di vedute", per così dire, emersa in modo chiaro nel corso del convegno "Costruire giustizia", organizzato dall'Ance e dall'Ocf.
Il Guardasigilli, dal canto suo, ha snocciolato qualche numero: "Le richieste al Ministero per interventi di giudiziaria riguardano al momento 936 immobili e tra il 2018 e il 2020 abbiamo messo in campo quasi 600 interventi. Ogni anno 320 milioni di euro sono impiegati per l'edilizia giudiziaria e come governo abbiamo stanziato oltre 800 milioni per i poli giudiziari, con 13 progetti già finanziati", ha detto Bonafede.
Il quale poi ha rilanciato: "L'edilizia giudiziaria è fondamentale non soltanto per la sicurezza di tutti coloro che entrano in un ufficio giudiziario, ma anche per la credibilità della giustizia agli occhi dei cittadini e per la sua efficienza - ha aggiunto - La prima criticità che ho affrontato da ministro è stata l'edilizia a Bari, dove la giustizia si celebrava nelle tende. Lì ho capito che l'edilizia doveva essere uno dei punti principali della giustizia. Proprio a Bari per il primo lotto legato al Parco della Giustizia abbiamo stanziato 95 milioni di euro".
Ma all'ottimismo di Bonafede che pure ha promesso di impegnare i soldi del Recovery - si è contrapposto il giudizio netto dell'Ance: "Sono troppo poche le risorse destinate all'edilizia giudiziaria. Il bilancio 2020 dello Stato prevede circa 121 milioni di euro rispetto ai 81,7 milioni del 2019 ma per gli interventi necessari richiesti servirebbero 187 milioni", hanno infatti ricordato i costruttori secondo i quali le risorse messe in campo sono insufficienti, "soprattutto se pensiamo che solo nel 2019 gli uffici giudiziari hanno fatto richiesta di 527 interventi manutentivi su strutture e impianti per complessivi 187 milioni di euro", sottolinea l'Ance che considera il Recovery Fund come un'opportunità da sfruttare.
Il Fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del paese prevede infatti circa 1 miliardo di euro fino al 2032 destinato all'edilizia giudiziaria. e Ance crede possa "consentire all'amministrazione una programmazione pluriennale degli interventi", sfruttando le risorse europee del Next Generation Eu per la "messa in sicurezza e ristrutturazione degli uffici giudiziari già esistenti, la costruzione di nuovi poli e l'accelerazione del processo di digitalizzazione".
Un'opportunità, questa, anche per recuperare il gap rispetto agli altri Stati. Secondo un rapporto, che mette a confronto efficienza, qualità e indipendenza dei sistemi giudiziari di tutti gli stati membri, l'Italia è al penultimo posto per la durata dei contenziosi civili e commerciali e in fondo alla classifica anche per i tempi delle cause amministrative. E su questi dati, sostiene l'Ance, "influisce anche il pessimo stato all'edilizia giudiziaria".
Mancando infatti un'anagrafe pubblica dell'edilizia giudiziaria, dalla quale reperire dati sullo stato degli stabili, "sappiamo ben poco sulle condizioni strutturali dei nostri tribunali". Drammaticamente efficace il racconto del sindaco di Bari e presidente dell'Anci, Antonio Decaro, il quale ha ricordato che nel caos barese c'era un giudice di pace che aveva l'ufficio con gli archivi in un palazzo tra le cantine dei condomini dove si tenevano anche le conserve di pomodoro. Netto anche il giudizio del presidente Ocf, Giovanni Malinconico, secondo il quale il quadro dell'edilizia giudiziaria è "desolante".
di Errico Novi
Il Dubbio, 11 novembre 2020
Tutti gli imputati hanno diritto a non vedere calpestata dignità. Tutti. Anche gli autori dei reati più odiosi. Anche chi è potenzialmente esposto al rischio di una condanna all'ergastolo. E per nessuno di loro, nessuno escluso, può essere impedito o limitato l'effettivo esercizio del diritto di difesa. Sono i principi in virtù dei quali mercoledì prossimo la Corte costituzionale sarà a chiamata a decidere se travolgere una legge recente cara alla Lega, la 33 del 2019, vale a dire la riforma con cui a inizio è stato escluso il rito abbreviato per i reati da ergastolo.
Modifica fortemente voluta dal partito di Matteo Salvini per negare alle persone accusate, tra l'altro, di omicidio il "beneficio" previsto dal rito speciale: sconto di un terzo della pena, o conversione del carcere a vita in condanna a 30 anni. La riforma era stata messa a punto in particolare al Senato, dalla commissione Giustizia presieduta da una primissima linea del Carroccio in materia di diritto e processi, Andrea Ostellari.
Adesso quella riforma vacilla. Alla Consulta infatti, sono pervenute negli ultimi mesi ben tre ordinanze di remissione da altrettanti tribunali: da un giudice dell'udienza preliminare di La Spezia, da un gup di Piacenza e dalla Corte d'assise di Napoli. In tutti gli atti con cui viene sottoposta al giudice delle leggi la legittimità della riforma, si fa riferimento al contrasto coi principi di ragionevolezza e uguaglianza, ma anche al tradimento del giusto processo, cioè dell'articolo 111 della Carta, in particolare quanto alla ragionevole durata del giudizio, che il rito abbreviato favorisce.
La Corte d'assise di Napoli si spinge anche oltre, fino a segnalare la possibile lesione del diritto di difesa inteso appunto come "diritto di accesso ai riti alternativi" : i giudici del tribunale campano denunciano infatti la violazione dell'articolo 24 della Costituzione in relazione all'articolo 3 in cui, con l'uguaglianza dinanzi alla legge, è sancita anche la pari dignità.
Se si preclude all'imputato il rito abbreviato, si legge nell'ordinanza, lo si priva della "possibilità di accedere a un rito camerale", e lo si costringe, quindi, necessariamente "ad affrontare il dibattimento in pubblica udienza, con lesione del diritto alla riservatezza e al rispetto della dignità". Nodo che si pone in particolare per i collaboratori di giustizia ai quali, nei processi con più imputati, l'abbreviato evita anche di trovarsi nello stesso dibattimento con i correi che hanno denunciato alla Procura.
Sono osservazioni che arrivano al cuore del principio del giusto processo. E che esaltano il diritto di difesa. Si tratta, già a guardare le ordinanze con cui la Consulta il 18 ottobre sarà chiamata al vaglio della legge, di un chiaro riferimento al valore dei riti alternativi. Non solo dell'abbreviato, colpito dalla legge del 2019, ma in generale di tutti gli istituti, incluso il patteggiamento, che consentono una deflazione del carico processuale a fronte di sconti di pena.
La decisione in arrivo la settimana prossima incrocia insomma la stessa politica giudiziaria del governo. A cominciare dalla riforma penale all'esame dell'altra commissione Giustizia, quella di Montecitorio. Nel testo del ddl presentato dal guardasigilli Alfonso Bonafede, infatti, il rafforzamento dei riti alternativi è assai meno deciso di quanto avevano chiesto, ormai due anni fa, avvocatura e magistratura.
Rendere più accessibile l'abbreviato, e più appetibile il patteggiamento, era stata la priorità condivisa con l'Anm da Cnf, Ocf e Ucpi. Nel testo di riforma ora alla Camera sono state previste preclusioni così selettive per il patteggiamento da rendere inutile l'innalzamento del limite di pena per accedervi. Così come permangono i limiti posti, nell'abbreviato condizionato, alla difesa, ostacolata nell'individuare le prove necessarie alla decisione del gup.
L'udienza pubblica della Consulta è fissata per le 9.30 di mercoledì prossimo. Giudice relatore, nel collegio presieduto da Mario Morelli, è Francesco Viganò. A essere messo in discussione sarà lo snodo essenziale della legge 33 del 2019, il neo-introdotto comma 1bis dell'articolo 438 del codice di rito, in base al quale "non è ammesso il giudizio abbreviato peri delitti puniti con la pena dell'ergastolo".
La legge è tutta lì. "È una disciplina paradossale", nota la consigliera del Cnf Giovanna Ollà, che nell'istituzione forense coordina la commissione su Diritto e procedura penale. "Quella modifica contrasta con gli intenti proclamati di continuo dal governo: la stessa riforma del processo voluta dal ministro Bonafede è tutta rivolta, nelle intenzioni, a ridurre i tempi dei giudizi e decongestionare il carico dei Tribunali.
Ci rendiamo conto di cosa avviene con l'esclusione dall'abbreviato per chi è accusato di reati da ergastolo? Di fatto si rischia di scaricare sulle Corti d'assise il 60- 70 per cento dei procedimenti relativi a quei reati. I due togati che ne devono far parte sono praticamente sequestrati da quel processo per un tempo notevolissimo. Un fascicolo che il gup avrebbe definito in 5 mesi può richiedere, una volta mandato a dibattimento, anche un paio d'anni", fa notare la consigliera Cnf.
Naturalmente i Tribunali che hanno chiamato in causa la Consulta hanno potuto far riferimento solo in via generale al principio della ragionevole durata. Ma così come all'istituzione dell'avvocatura, anche ai magistrati, a cominciare dal Csm, è chiaro il danno di sistema prodotto dalla legge. Non basta a fare pronostici, ma almeno a legittimare qualche auspicio.
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