di Massimiliano Minervini
gnewsonline.it, 11 novembre 2020
"Il risultato è ancor più pregevole perché si tratta di soggetti psichiatrici doppiamente stigmatizzati, sia per la loro problematica sanitaria sia perché hanno un percorso criminale alle spalle". Con queste parole Nunziella Di Fazio, direttrice della casa circondariale di Barcellona Pozzo di Gotto, commenta il cortometraggio "Forse perché eravamo gli ultimi" realizzato dai detenuti dell'istituto siciliano che prenderà parte al concorso "Menti in corto", ideato dalla comunità terapeutica assistita di Calatafimi.
La pellicola proposta dai detenuti-attori è a tema post-apocalittico: in un ex manicomio abbandonato, pochi uomini sono riusciti a sopravvivere alla pandemia. Da questa circostanza, nascono riflessioni sulla necessità di combattere l'alienazione e sul senso stesso dell'umanità. "Tutta la sceneggiatura e lo sviluppo del cortometraggio - aggiunge Di Falco - si è fondato su una idea dei detenuti, che hanno dimostrato grande fantasia e applicazione.
Per un detenuto psichiatrico, produrre un cortometraggio, che ha una valenza comunicativa, significa aumentare l'autostima e la consapevolezza della propria autoefficacia". "Abbiamo vissuto un anno molto particolare - prosegue la direttrice -, durante il lockdown ci siamo dati come obiettivo quello di continuare le attività riabilitative e trattamentali con il personale interno a disposizione, fra cui il progetto del cortometraggio. Abbiamo quindi proseguito nelle iniziative anche durante il periodo di chiusura, riuscendo anche in una proficua collaborazione fra l'area sanitaria e quella amministrativa. Facendo squadra si possono ottenere gradi risultati".
di Adriana Intilla*
quicampiflegrei.it, 11 novembre 2020
Covid e detenzione. Come sta vivendo il carcere di Pozzuoli la pandemia? Speranze e attività all'interno dell'istituto penitenziario. In un momento storico quale quello che stiamo tutti vivendo sull'intero pianeta a causa di una pandemia che ci ha devastati nel profondo, la vita inesorabile continua a scorrere. Ma se la frenesia quotidianamente ci pervade perché presi dai tanti impegni, all'interno di un carcere tutto si muove con più lentezza.
Il tempo sembra scorrere con più calma, quella frenesia sembra essere spezzata dal suono dei cancelli che si aprono e si chiudono o dagli avvisi che ricordano il sopraggiungere di un colloquio, di una videochiamata o da un'attività che sta per cominciare. Ebbene sì, in tutta questa lentezza, anche dentro a un carcere la vita continua e non deve fermarsi.
Nella Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli si sono appena conclusi due corsi e un terzo è appena cominciato, divenuti ormai il fiore all'occhiello delle attività trattamentali finanziate dal Progetto d'Istituto e che da anni coinvolgono le donne dell'istituto: pizzaiola, pasticciera e cartonnage.
L'obiettivo dei corsi è lo stesso: fornire, cioè a quante vi hanno preso parte, competenze di base spendibili una volta uscite dal carcere per il loro reinserimento in società e nel lavoro, ma anche quello di far sentire a ciascuna la bellezza del creare e di far apprezzare dagli altri le proprie creazioni. Il corso di Pizzeria è stato condotto dall'Ass.ne Generazione Libera di Caserta con il maestro pizzaiolo Giuseppe Scagliarini mentre quello di pasticceria da Antonietta D'Amora di Castellammare di Stabia.
Entrambi i docenti hanno cercato di trasmettere i segreti del mestiere, la tecnica, gli equilibri degli ingredienti, la manualità ma soprattutto la passione che sono alla base di questi mestieri. Entrambi i corsi hanno avuto la durata di circa 33 ore per complessive quindici donne, impegnate in attività teorico-pratiche per due volte la settimana per ciascun corso.
La realizzazione di pizze tassativamente cotte nel forno a legna - ricordiamo che fu donato dalla Garante dei detenuti dott.ssa Adriana Tocco, scomparsa qualche anno fa e da Malazè, impegnato nella valorizzazione del territorio dei Campi Flegrei - e di dolci e cioccolatini venivano poi distribuiti per la degustazione alle detenute e al personale è stata particolarmente apprezzata.
Il Presidente dell'Ass.ne Generazione Libera, Rosario Laudato, ha dichiarato "Abbiamo avuto modo di rilevare il buon livello di soddisfazione generale da parte delle corsiste su tutti gli aspetti dell'attività. Ci è sembrato che anche il livello di autostima sia migliorata man mano che le partecipanti riuscivano ad elaborare le pizze.
È stato per noi un bel momento, abbiamo consegnato assieme alla Direttrice dott.ssa Carlotta Giaquinto attestati di partecipazione che hanno riscosso una grande commozione da parte di tutti". Anche la pasticciera Antonietta D'Amora, che si è aggiudicata il bando anche quest'anno, ha espresso grande compiacimento per la partecipazione ed il vivo interesse delle corsiste che hanno mostrato attitudine ed interesse sia per la tecnica che per la teoria.
"È stato un bel momento non solo per loro, ma anche per me. Da questa esperienza, come nella scorsa, ho tratto insegnamenti e soprattutto ho capito che nel carcere ci sono donne che hanno bisogno di riappropriarsi del loro ruolo". A chiudere il cerchio dell'eccellenza di Pozzuoli è il laboratorio di cartonnage condotto dal maestro artigiano Flavio Aquilina la cui capacità di trasmettere la tecnica e le nozioni di questa arte sono state accolte dalle donne con entusiasmo e meraviglia per i risultati che ogni giorno riescono ad ottenere.
Lo scorso anno alla Mostra Artigianato delle carceri svoltasi presso la Galleria Umberto I di Napoli, sono stati esposti tutti i lavori realizzati: matite, segnalibro, agende, cornici tutti rigorosamente realizzati tra le mura del carcere femminile, quest'anno? Chi lo sa. Le nostre sorti al momento sono legate al Covid-19.
*Funzionario Giuridico-Pedagogico e Capo Area del Trattamento CCF Pozzuoli
di Marco Baroncini
Corriere del Veneto, 11 novembre 2020
La pietra tombale sulla possibilità di allargare il Tribunale nell'ex Casa circondariale in via Verdi. Qualsiasi sia il futuro del Tribunale, sicuramente non si amplierà sfruttando l'ex Casa circondariale di via Verdi. A mettere l'ultimo chiodo sulla bara del progetto che voleva usare la struttura penitenziaria dismessa nel 2016 per ingrandire la Cittadella della Giustizia è il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che ha pubblicato un bando di gara da 11,2 milioni di euro per ristrutturare il complesso. Lo scopo è di convertirlo in un carcere minorile, che sostituirà quello regionale ora a Treviso, ma in chiusura.
La maggior parte delle spese riguarderà il restauro e la manutenzione degli edifici, che assorbirà 6,3 milioni di euro. I restanti 4,9 milioni sono invece destinati al rinnovo degli impianti tecnologici, con un milione per quelli di condizionamento e oltre tre per quelli elettrici, telefonici e televisivi. Il bando di gara, che scadrà il 18 novembre, spiega in breve le ragioni del trasferimento, sottolineando come il carcere minorile di Treviso fosse da eliminare essendo "l'unico del nostro Paese ancora inserito in una struttura penitenziaria per adulti".
A Rovigo sono previsti spazi per una decina o una dozzina di minori, mentre mancano ancora i dettagli su quella che sarà l'effettiva interna. Nessuna speranza quindi per un ripensamento sugli edifici di via Verdi che, fino ad oggi, hanno ospitato il Tribunale e l'annesso ex carcere. Costruiti tra il 1871 e il 1873, Tribunale ed ex carcere tra fine Anni Cinquanta e il 1966 vennero ristrutturati. Il pomeriggio del 3 gennaio 1982 il carcere fu assaltato da una formazione terroristica, costola di Prima Linea, per liberare le detenute politiche Susanna Ronconi, Marina Premoli, Federica Meroni e Loredana Biancamano. Il pensionato 64enne Angelo Furlan, che stava passeggiando lungo via Mazzini, fu ucciso dall'esplosione di una A112 imbottita di tritolo lasciata sotto il muro di cinta del carcere per aprirvi una breccia.
I riflettori sulle mura di cinta si riaccendono quando diventa evidente la necessità di allargare l'antistante Palazzo di Giustizia per ospitare le aule e gli archivi sotto un unico tetto. Una notizia che dà il via a un puzzle di ricollocamenti dal centro storico. celle e postazioni e possibili spostamenti, senza però che un progetto definitivo prenda mai forma. Intanto è sempre rimasta sospesa l'idea di sfruttare l'ex carcere per ingrandire la sede attuale del Tribunale, ipotesi caldamente sostenuta dall'ordine degli avvocati di Rovigo e dai commercianti del centro storico, preoccupati che l'addio Palazzo di Giustizia possa danneggiare gli affari.
Il bando di gara per la ristrutturazione fa definitivamente tramontare questa possibilità, riaccendendo di conseguenza il toto-spazi per stabilire dove dovrà traslocare il Tribunale. Altre le ipotesi sul tavolo, tra cui altre due emerse dall'assemblea degli avvocati del novembre 2019: uno stabile ex novo in piazzale di Vittorio con 100 parcheggi o il recupero in via Donatoni dell'ex Questura e dell'ex caserma dei vigili del fuoco con 150 parcheggi. Bocciata invece l'idea dell'ex ospedale "Maddalena" per i troppi vincoli urbanistici e per i pochi parcheggi realizzabili nell'area.
La situazione lascia l'amaro in bocca al neonato "Comitato per il tribunale in centro città" il cui portavoce, l'avvocato Lorenzo Pavanello, commenta così: "La politica doveva muoversi almeno un anno fa, se non oltre. Purtroppo la partita è persa, dispiace sottolineare come le giunte Bergamin e Gaffeo abbiano di fatto soprasseduto alla questione. Il comitato comunque continua la sua battaglia per mantenere in centro storico a Rovigo il Palazzo di Giustizia".
di Francesca Pinaffo
Gazzetta di Alba, 11 novembre 2020
Dopo il primo mandato, Alessandro Prandi è stato confermato Garante comunale per le persone detenute, figura di raccordo tra il carcere Giuseppe Montalto di Alba e il territorio, garantendo i diritti delle persone che si trovano all'interno della struttura.
In questi anni, Prandi è stato in prima linea per risollevare la sorte del Montalto, in attesa di importanti lavori di ristrutturazione dopo i casi di legionella, che hanno portato a una drastica riduzione della capienza della struttura, oltre a portare avanti progetti di vario tipo insieme alle associazioni attive in ambito penitenziario. La comunicazione della riconferma è arrivata poco fa, durante il consiglio comunale albese, da parte del sindaco Carlo Bo.
Una struttura in attesa di lavori di ristrutturazione, quasi sempre sovraffollata, dove sono state avviate negli anni iniziative all'avanguardia, ma nel quale potrebbe essere potenziato il legame con il territorio: è il carcere Giuseppe Montalto di Alba.
Da cinque anni, a accendere i riflettori sulla struttura è il garante comunale per le persone detenute Alessandro Prandi, il cui mandato scadrà a dicembre. Un ruolo del tutto volontario e non retribuito, quello del garante, creato con l'obiettivo di far valere i diritti dei detenuti, oltre a garantire un legame tra il carcere e le istituzioni territoriali.
Dopo essersi candidato nuovamente al bando comunale per i prossimi cinque anni, chiuso il 20 ottobre e in attesa degli esiti, Prandi traccia un bilancio della sua esperienza e dei bisogni dell'istituto albese.
Che realtà rappresenta oggi il Montalto?
Dopo i contagi di legionella a inizio 2016, il carcere ha riaperto nell'estate 2017, limitatamente a una sezione da 33 posti, dove in media abbiamo sempre avuto almeno 46 detenuti, a parte i mesi del lockdown, quando le cifre sono scese, per poi risalire da giugno. In questi anni, abbiamo avuto anche più di 50 detenuti, diventando il carcere più sovraffollato d'Italia. Gli spazi sono senz'altro il problema più importante della struttura, che limitano l'organizzazione delle varie attività, soprattutto in questo momento di pandemia. Finalmente, a settembre, è stato pubblicato il bando per lo svolgimento dei lavori, da oltre 4 milioni di euro: se verranno portati a termine entro un paio di anni, la struttura potrà ritornare alla sua capienza originaria di 142 posti.
Dal punto di vista umano, che cosa emerge dai suoi colloqui con i detenuti?
I colloqui con i detenuti sono senz'altro la parte più importante del ruolo del garante: dalla riapertura del 2017 ad oggi, ho passato in carcere 330 ore, tra colloqui, visite e altri impegni. E posso dire che, se non si vive in prima persona la realtà carceraria, non si può comprendere a pieno. Riguardo all'aspetto umano, dai colloqui ho potuto notare come, al di là del motivo per cui una persona si trova in carcere, sono tante le fragilità, che possono derivare dal contesto da cui ciascuno proviene, dalle esperienze vissute o da altre questioni. In più casi, ho incontrati detenuti con problemi psichiatrici, che avrebbero dovuto seguire percorsi diversi da quello carcerario, ma purtroppo il sistema italiano non è in grado di garantire alternative in modo efficace.
Qual è il rapporto tra il carcere e il territorio albese?
Il Montalto ha grandi potenzialità, come dimostrano iniziative avviate negli anni, come il corso di operatore agricolo, con il vino Vale la pena. Importante anche il ruolo dell'associazione di volontariato Arcobaleno, che fornisce aiuti concreti ai detenuti e organizza attività nel carcere. All'interno, sono un centinaio gli agenti della Polizia penitenziaria, con due educatori. A mio avviso, però, continua a mancare una progettualità sul tema. Il passaggio fondamentale sarebbe coinvolgere pienamente il carcere nelle politiche sociali cittadine, considerandolo una realtà che fa parte del territorio e non qualcosa di esterno, da coinvolgere sporadicamente: è fondamentale comprendere che investire sul carcere, significa investire in sicurezza. Oggi, quando un detenuto esce dal Montalto, se non ha un contesto famigliare di riferimento, si ritrova da solo, con tutti i problemi connessi al reinserimento nella società: questo aumenta il rischio di recidiva. Per questo, i vari enti del territorio, dovrebbero coordinarsi su questo tema.
Com'è vissuta l'emergenza sanitaria in carcere?
Dopo un periodo di fermo, sono riprese le attività, a piccoli gruppi, anche se l'accesso dei volontari è ancora fortemente ridotto. Per quanto riguarda i colloqui con i famigliari, oggi sono ammessi, ma solo con un esterno per volta, mantenendo anche il sistema delle videochiamate. Rispetto ad altre realtà, per fortuna ad oggi non ci sono stati casi di Covid-19. Di certo, l'aspetto più critico è che, a differenza di altre strutture, ad Alba non è stato garantito il beneficio del lavoro esterno ai detenuti che ne hanno diritto. Il motivo è che, per gli spazi limitati, non si riesce a garantire l'isolamento del lavoratore, nel momento in cui rientra. Per esempio, parliamo di un detenuto che lavora Bra e a cui non viene più concesso di uscire da mesi.
Quali iniziative concrete le piacerebbe vedere realizzate nei prossimi anni?
Per esempio, un servizio di trasporto pubblico con il carcere, con una navetta di collegamento con il centro cittadino, come accade in tutti gli istituti penitenziari. In egual modo, sarebbe importante migliorare il piazzale davanti alla struttura, ora abbandonato a sé stesso, cosa che non si addice un luogo dello Stato. Dal punto di vista dei contenuti, tra i progetti in programma, una serie di collaborazioni, come quella tra il nostro piccolo museo e altri musei penitenziari piemontesi, ma anche con il dipartimento di Giurisprudenza dell'Università di Torino, avviando una vera collaborazione.
regione.lazio.it, 11 novembre 2020
Colloquio tra la direttrice del carcere e il Garante Anastasìa. "Chiedono di abbassare l'affollamento". Martellano le sbarre con oggetti metallici. Le urla e i fischi si sentono dalla strada. Da alcuni giorni i detenuti della casa circondariale di via Aspromonte a Latina protestano pacificamente, per chiedere che sia diminuito il numero dei detenuti per ogni cella. Il tasso di affollamento è pari al 196 per cento. Secondo i dati del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dad) al 31 ottobre 2020, la capienza regolamentare è di 77 posti. I detenuti invece sono quasi il doppio, 155. Con questi numeri, il carcere di Latina è tra i più affollati in Italia.
Il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale del Lazio, Stefano Anastasìa, ha avuto un colloquio telefonico con la direttrice della struttura, Nadia Fontana. "Il problema principale - ha dichiarato Anastasìa al quotidiano Latina Oggi - è legato al rischio di diffusione del Covid all'interno del carcere. Ci troviamo davanti ad una manifestazione che non ha portato a disordini, i detenuti si limitano a battere contro le sbarre per far sentire la loro voce contro il pericolo concreto di contrarre il virus. Sperano in alternative al carcere.
E io con loro, anche in misura e con modalità più incisive di quelle disposte dal Governo con il decreto Ristori".
Si apprende da Latina Oggi che un detenuto e un agente sarebbero risultati positivi. Poi si sarebbero negativizzati, ma i timori dei detenuti e delle famiglie sono aumentati, al punto che molti parenti hanno chiesto ai difensori di rinnovare le istanze di scarcerazione per incompatibilità con l'attuale situazione carceraria. Nelle celle c'è un numero di detenuti che varia da due a quattro unità.
Con le nuove regole dell'emergenza pandemica sono stati ridotti al minimo i contatti esterni, sia per quanto riguarda i colloqui con i familiari che con gli avvocati difensori. Resta la necessità di tenere alte tutte le precauzioni e il rispetto delle regole per il personale che è in servizio nella casa circondariale, dunque gli agenti della polizia penitenziaria e il personale sanitario inserito nell'organico.
Per ridurre il numero dei detenuti sono necessari provvedimenti giudiziari sulla base delle istanze e delle condizioni specifiche oggettive di ciascuno dei presenti all'interno della struttura. Appare difficile, se non impossibile, un trasferimento ad altro carcere poiché la situazione di sovrannumero è diffusa praticamente in tutte le carceri italiane anche se non con il tasso che si registra a Latina, che è appunto tra i più alti del Paese.
"Stiamo cercando di monitorare la situazione in tutte le strutture del Lazio - dice ancora il Garante - e come già ricordato tante volte è necessario intervenire con provvedimenti deflattivi a tutela delle persone detenute". Sui detenuti con problemi di salute incompatibili con il regime di restrizione in carcere si è già intervenuti, ma quanto accaduto in primavera con la scarcerazione di detenuti eccellenti accusati di reati gravissimi ha inciso sul via libera a misure più ampie di remissione in libertà o commutazione del carcere in arresti domiciliari, dove previsto dalla legge e dai decreti.
Come si legge in una scheda realizzata dall'associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale Antigone, l'edificio non versa in pessime condizioni strutturali, ma sconta tutte le problematiche relative alla sua costruzione, risalente al 1931 e al suo essere stato pensato esclusivamente come carcere giudiziario, costruito contestualmente al Tribunale. Inserito nel contesto urbano non può crescere in grandezza in quanto circondato da palazzine. Il teatro e la cappella, nel maschile, condividono lo stesso spazio, nella zona dove si trova l'infermeria.
Nell'alta sicurezza femminile in un'unica stanza, senza finestre che danno sull'esterno, si svolgono lezioni scolastiche, attività formative, come la ceramica, e attività fisiche grazie a qualche attrezzo per la palestra. Anche gli spazi all'aperto per i passeggi sono piccoli, sia nella media sicurezza maschile che nell'alta sicurezza femminile.
I campi sportivi condividono gli spazi con i passeggi. Non vi sono aree per la socialità in nessuna delle quattro sezioni maschili. I più sacrificati sono senza dubbio i protetti che non possono muoversi dalla propria sezione.
La sezione nuovi giunti sempre nel maschile è senza dubbio quella che versa in condizioni strutturali più critiche, con presenza di umidità che risale dal terreno. ll Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà, Stefano Anastasia, ha visitato il carcere di Latina lo scorso giugno, constatando che per i colloqui con i familiari, che dal 19 maggio sono nuovamente consentiti, sono state attrezzate due sale per un totale di sei postazioni, scarsamente richieste per le limitazioni imposte alle loro modalità di svolgimento. I colloqui sostitutivi sono possibili tramite smartphone e skipe.
di Mario Tozzi
La Stampa, 11 novembre 2020
Stremati da Covid-19 gli italiani hanno completamente messo in un angolo quella serie di problematiche ambientali a carattere d'urgenza che vanno dalle conseguenze del cambiamento climatico all'avvelenamento dell'aria. Si tratta di "emergenze" che sono difficili da credere, per chi è abituato a considerare l'atmosfera, cioè l'aria, come qualcosa che non si vede e che non è dunque in grado di provocare problemi di salute.
Per fortuna ci pensa l'Europa a metterci sotto procedura di infrazione, in questo caso per aver "sforato" sistematicamente e continuatamente, per quasi dieci anni (fra il 2008 e il 2017), i limiti imposti al particolato atmosferico sottile, il cosiddetto PM10, anche se (solo) in alcune precise regioni del territorio nazionale. È la terza procedura d'infrazione, dopo quella sulle scorie radioattive, cui avremmo dovuto dare albergo "definitivo" già da almeno cinque anni, e quella analoga sul particolato atmosferico estremamente sottile (PM2, 5). Italia maglia nera ambientale, dunque?
Che la Pianura Padana sia la regione geografica dall'atmosfera più inquinata d'Europa non è certo una novità e alcuni ricercatori stanno mettendo in relazione i picchi di rilascio del particolato atmosferico con i contagi da Sars-Cov-2. Mentre è sicuro che l'inquinamento atmosferico provoca, ogni anno in Italia, 81. 000 morti premature: circa il doppio delle vittime da Coronavius (e il 15% dei morti da Covid19 dipende proprio dall'inquinamento atmosferico). Si tratta poi di una ricorrenza, visto che nel 2012 l'Italia si era già vista comminare una sanzione proprio per aver oltrepassato i limiti del PM2, 5 fra il 2006 e il 2007. E sta per scattare un'altra procedura per lo sforamento dei limiti previsti per gli ossidi di azoto, quelli che sparirono dai nostri cieli durante il lockdown di primavera e che sono puntualmente tornati, in eccesso, non appena sono riprese le attività produttive.
In particolare l'Italia presenta circa 140 morti in eccesso per inquinamento atmosferico ogni 100. 000 abitanti, non solo attraverso malattie polmonari, ma soprattutto cardiovascolari. E un'aspettativa di vita ridotta di circa due anni. Valori minori rispetto alla Francia (105) e alla Gran Bretagna (meno di 100). La vera emergenza sanitaria nel mondo del terzo millennio è l'inquinamento atmosferico, non la pandemia. E va detto che i limiti medi annui Ue per il particolato sono già superiori a quelli raccomandati dall'Oms.
Nel cosiddetto bacino padano vive oltre il 40% del totale della popolazione e si produce il 50% del Pil nazionale, ma questa è una buona ragione per avvelenarsi? E le regole ambientali europee non sono forse state liberamente condivise, anche da nazioni tradizionalmente inquinanti? La decisione di ieri fa seguito a un'ulteriore lettera di costituzione in mora del 2016. Se l'Italia non si attiverà entro due mesi, la Commissione potrà deferire il caso alla Corte di Giustizia dell'Ue.
La normativa Ue relativa alla qualità dell'aria ambiente e per un'aria più pulita in Europa (direttiva 2008/50/CE) stabilisce valori limite per l'esposizione, sia per la concentrazione annua (40 μg/m3), che per quella giornaliera (50 μg/m3), da non superare più di 35 volte per anno civile. Nella sua decisione la Corte Ue non ha dato rilevanza alla circostanza, invocata dall'Italia, che le aree oltre i limiti non fossero estese a tutto il territorio nazionale. I giudici di Lussemburgo hanno precisato che lo sforamento, anche nell'ambito di una sola zona, è sufficiente per dichiarare un inadempimento della direttiva. L'Italia era stata deferita il 16 maggio 2018. Chiudere al traffico qualche domenica non ci salverà dalla messa in mora. E tantomeno dall'avvelenamento.
di Marco Perduca*
huffingtonpost.it, 11 novembre 2020
Con oltre 130 giorni di ritardo rispetto agli obblighi di legge, il Dipartimento per le Politiche Antidroga della Presidenza del Consiglio ha pubblicato la sua Relazione al Parlamento sulle droghe. Secondo il documento che contiene dati dell'anno scorso, anche se in alcuni casi fa ricorso a cifre del 2018, dei quasi 16 miliardi di euro spesi per l'acquisto di sostanze stupefacenti circa un terzo riguarda la cocaina. L'eroina è in costante calo mentre tiene il boom del consumo di cannabis, specie tra minorenni.
Sono circa 38.500 i segnalati ai prefetti, l'età media è di circa 24 anni, l'11% è minorenne e il 79% delle segnalazioni riguarda i cannabinoidi, il 16% cocaina/crack e quasi il 5% gli oppiacei. Le persone denunciate per reati droga-correlati (Artt. 73 e 74 DPR n. 309/1990) sono state circa 35.000, i procedimenti penali pendenti per reati di produzione, traffico e detenzione di sostanze stupefacenti (Art. 73 DPR n. 309/1990) sono stati più di 86.000. I detenuti per reati di droga-correlati costituiscono più di un terzo della popolazione carceraria. Oltre un quarto dei detenuti sono qualificati tossicodipendenti.
A parte le conferme di quanto prodotto negli ultimi anni, questa relazione resta fuorviante fin dal titolo: si insiste col ritenere quello delle "droghe" un fenomeno che sempre, solo ed esclusivamente porta a dipendenza! Non sono bastati tre decenni di studi che hanno dimostrato come chi sviluppi un rapporto problematico col consumo di sostanze proibite (e non) sia una ristretta minoranza mentre il resto della popolazione non "dipende" né "abusa". Possibile ricominciare da capo tutte le volte?
Eppure i dati, anche se raccolti non sempre in modo omogeneo temporalmente o disaggregati per micro-tema, ci parlano di una utenza in trattamento di 136.000 persone (con un aumento di un 14% rispetto alla relazione dell'anno scorso e per il 60% in trattamento per eroina) che a fronte degli oltre otto milioni di consumatori abituali di sostanze proibite segnala quanto l'uso rientri in comportamenti sotto (auto) controllo - stiamo infatti parlando dell'1,7%. Difficile da valutare anche l'aumento dei quasi 7500 ricoveri visto che per una buona metà non viene specificato quale sia la causa principale per il ricorso alle strutture sanitarie, né risulta facile venire a capo dell'aumento delle overdosi (373, in crescita dell'11%) visto che per un terzo non si specifica i motivi del decesso.
Insomma, pure se migliorata negli anni, questa Relazione al Parlamento resta un documento che poco analizza le cause del fenomeno che studia e che, in nessuna sua parte, contiene raccomandazioni al Parlamento che la riceve o al governo che la produce. La compilazione di questi numeri dovrebbe servire a convocare la Conferenza Nazionale sulle Droghe, un appuntamento istituzionale che manca dal 2009 e che, a norma di legge, dovrebbe fornire l'opportunità di valutare quanto fatto negli anni col fine ultimo di rendere la legge e le politiche che ne derivano più adatte a governare un fenomeno fuori dal controllo dei governi in tutto il mondo. A chi volete che possa interessare quante siano state le operazioni anti-droga se da 60 anni questa si trova nei giardini delle scuole medie o nei corridoi delle carceri?
*Coordinatore www.ScienceForDemocracy.org
di Giordano Stabile
La Stampa, 11 novembre 2020
Uragani, livello dei mari che sale, inondazioni e siccità anomale. Con i conflitti etnici e religiosi che si sommano alla guerra per l'acqua e la terra coltivabile. Storie di popoli disperatamente in viaggio verso terre fertili e temperate. I siriani la chiamano badiya, la zona semidesertica che si estende a Est di Damasco e Aleppo. È "l'altra Siria", beduina, nomade, dai costumi conservatori, uomini con il turbante a scacchi bianchi e rossi, donne dai caftani colorati. La distesa gialla inverdisce solo fra febbraio e maggio, le greggi si spostano dai villaggi verso le distese aperte, nascono gli agnelli, e la terra dà frutti per sostenere le famiglie per tutto l'anno.
Era così da immemorabili generazioni ma nel primo decennio di questo secolo le primavere sono diventate di colpo sempre più asciutte. Interi clan sunniti si sono spostati verso Ovest, nelle periferie delle metropoli della "Siria utile", la più fertile. Un flusso enorme di persone senza lavoro, ammassata in palazzoni grigi e a stretto contatto con le popolazioni urbane occidentalizzate, con forti minoranze cristiane e sciite, le favorite dal regime di Bashar al-Assad. Una bomba che è esplosa nella primavera araba del 2011 e che poi si è riversata sull'Europa. Le cause politiche, con una dittatura filo-iraniana invisa alla maggioranza, tenuta in piedi con l'appoggio di Teheran e Mosca, restano intatte. Ma anche quelle climatiche.
L'autunno in corso è uno dei più caldi mai registrati, al Polo Nord come nel Mediterraneo orientale. A metà settembre una tempesta di sabbia è salita dai deserti mesopotamici e ha investito la capitale turca Ankara, cosa che non succedeva da decenni. Il clima diventa sempre più ostile, in particolare in tutto l'arco che va dalla Penisola arabica alla Mauritania. I "profughi climatici" sono destinati a diventare la nuova emergenza, e a ben guardare lo sono già. Il Sahel è l'altro fronte incandescente, dove conflitti etnici e religiosi si sommano alla guerra per l'acqua e la terra coltivabile. Secondo l'ultimo studio del norvegese Internal Displacement Monitoring Center, gli sfollati all'interno degli Stati sono saliti nel 2019 a 50,7 milioni, mentre il totale, che comprende anche quelli fuggiti all'estero, è di 79,5 milioni. Secondo il centro distinguere fra "sfollati climatici", circa la metà di quelli interni, e popolazioni in fuga da conflitti è sempre più difficile. "Per esempio - spiega il rapporto - l'emergere del gruppo terrorista Boko Haram nella regione del Lago Ciad, e in particolare nel Nord della Nigeria, è legato alla scarsità di risorse naturali esacerbata dalla siccità e dalla desertificazione nell'area".
"Nel mondo c'è uno sfollato ogni due secondi a causa della crisi climatica"
Un fenomeno che si è allargato a tutta l'area del Sahel e ha investito Mali e Burkina Faso. L'acqua del fiume Niger, che attraversa con la sua ansa piegata verso Nord la regione semidesertica alle porte del Sahara, è contesa fra tribù contadine africane e i pastori Tuareg, come racconta lo splendido film "Timbuktu" del regista mauritano Abderrahmane Sissako. La destabilizzazione jihadista si inserisce in questo contesto come benzina in un incendio. Le migrazioni ambientali, secondo la Banca mondiale, coinvolgeranno 143 milioni di individui entro il 2050, contro i 25 milioni di oggi. Le prime nazioni a essere svuotate dai cambiamenti climatici saranno le isole nel Pacifico, dove il livello dell'oceano sale di 12 millimetri all'anno e ha già costretto all'esilio decine di migliaia di persone. Ma l'impatto su Africa e Medio Oriente è destinato a coinvolgere centinaia di milioni di abitanti e "il Sahel e l'Africa subsahariana sono le aree più vulnerabili", conferma il Postdam Institute for Climate Impact Research. Il che pone, oltre a problemi logistici ed economici, anche un dilemma di tipo etico e politico. La Carta dell'Onu non contempla i rifugiati climatici fra quelli che hanno diritto all'asilo.
L'accoglienza dei rifugiati in fuga dalle guerre è già difficile, il riscaldamento climatico rischia di mandare in tilt governi in conflitto con le proprie opinioni pubbliche. La desertificazione, la salinizzazione dei terreni, farà salire la quota della terra inadatta a ospitare la vita umana dall'1 al 19 per cento entro il 2070.
È uno tsunami che si sta per abbattere sui Paesi nella fascia di clima temperata. È solo questione di tempo, rifugiati climatici diventeranno il fenomeno numero uno nelle migrazioni. Ridurre la questione a un problema di "terminologia" è "assurdo", conferma Andrew Harper, dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati: "Non c'è tempo da perdere, dobbiamo capire come proteggere queste persone, in modo che non siano costrette a fuggire". Uragani, livello dei mari che sale, inondazioni e siccità anomale. L'umanità si trova "in guerra contro la natura: noi l'abbiamo scatenata e adesso ne paghiamo le conseguenze". Ma reagire non sarà semplice perché "a meno che non vedano una minaccia imminente, le persone tendono a lasciare le cose come stanno". Eppure alcuni cambiamenti sono alla portata di mano e lo si è visto durante l'epidemia Covid-19. Moltissime riunioni sono state sostituite con chiamate su Teams o altre applicazioni per le teleconferenze. Milioni spostamenti con aerei, con conseguenti emissioni di CO2, sono stati evitati, a costo zero.
di Matteo Grittani
La Stampa, 11 novembre 2020
Degli 80 milioni di profughi del mondo, circa 25 sono migranti climatici. Aumento della temperatura, siccità e uragani sempre più frequenti colpiscono soprattutto aree geografiche quali Sud-est asiatico, Sahel sub-Sahariano, America Latina ed arcipelaghi del Pacifico. Chi ha i mezzi parte. Gli esperti: "Saranno sempre di più".
Sei nomi: Sally, Florian, Harvey, Katrina, Irma, Dorian, che senz'altro vi suoneranno familiari. Sono quelli attribuiti agli uragani che si sprigionano sul nostro pianeta. L'organizzazione Meteorologica Mondiale stila ogni anno una lista ufficiale, che ne comprende 21. È solo settembre e 20 nomi già sono stati presi. Nel corso del 2020 gli uragani hanno messo in ginocchio il Nord America, causando milioni di sfollati e miliardi di dollari di danni.
Ma non ci sono solo i cicloni tropicali: siccità e incendi stanno martoriando California, Australia, Amazzonia, Asia centrale e persino la Siberia, mentre si sono registrate alluvioni nel cuore dell'Africa, in India e in Europa meridionale. I costi umani ed economici del global warming sono enormi sul breve periodo. In prospettiva invece, creano movimento, inducono gli individui ad abbandonare aree divenute ormai inabitabili per cercare vita altrove. È la cosiddetta migrazione ambientale, e secondo la Banca Mondiale interesserà circa 143 milioni di individui entro il 2050.
L'identikit del migrante ambientale che sarà (e che già è), ce lo forniscono i ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impact Research (PIK).
La loro analisi da poco pubblicata su Nature Climate Change, dimostra che la migrazione climatica riguarda soprattutto paesi a medio reddito con economie agricole. "Aumento della temperatura, maggior variabilità o violenza delle precipitazioni e disastri ambientali agiscono da push factor in presenza di particolari condizioni socioeconomiche", si legge nello studio. E poi ci sono la desertificazione, l'inquinamento dell'aria e l'innalzamento dei mari. Effetti lenti e graduali questi, che colpiranno alcune regioni geografiche più di altre. "Le aree più vulnerabili - spiega la coautrice Anna Dimitrova del Vienna Institute of Demography - si trovano in America Latina e Caraibi così come in Sud e Sud-est asiatico, ma soprattutto nella regione del Sahel e dell'Africa Sub-Sahariana".
Un fenomeno non democratico. Un dato è certo: sono poche finora le zone del pianeta da cui si fugge unicamente per il riscaldamento globale. Gli stati insulari del Pacifico ad esempio, come le isole Fiji, Mashall o l'arcipelago della Micronesia. L'oceano laggiù sale di 12 millimetri all'anno e 8 isole sono già sommerse. L'acqua salata procede inesorabile, contamina l'acqua dolce degli atolli che via via si restringono fino a diventare inabitabili. Al di fuori di queste realtà che interessano centinaia di migliaia di persone, "la migrazione climatica ha sempre altre concause socio-economiche", sostiene l'analisi del Potsdam. Ciò significa che chi è esposto agli impatti del cambiamento climatico, non sempre migra. La tendenza registrata dagli studiosi è che il fattore ambiente influisce meno su Paesi ad alto e bassissimo reddito.
Per quale ragione? "Da una parte - nota Roman Hoffmann, lead-author dello studio - nei Paesi più poveri non si dispone delle risorse per partire, tanto che migliaia di persone rimangono intrappolate e continuano a subire il climate change". "Dall'altra quelli più ricchi hanno mezzi economici tali da assorbirne le conseguenze". Protagonisti del fenomeno sono invece i Paesi a medio reddito. "Piccoli proprietari terrieri e contadini la cui attività dipende dalla stabilità del clima, sono i più colpiti", spiega Raya Muttarak del Wittgenstein Center for Demography, tra gli autori.
La migrazione interna. Sulla terra ci sono 80 milioni di sfollati in questo istante: l'1% della popolazione globale. La maggior parte di loro ha dovuto abbandonare il luogo di nascita a causa di guerre, conflitti e carestie, mentre circa un terzo l'ha fatto per ragioni in vario modo legate a cataclismi climatici. E se nel mondo più caldo che verrà queste migrazioni non potranno che aumentare, la narrativa - abusata da alcune culture politiche - dei rifugiati climatici ammassati lungo i confini di Europa e Stati Uniti è semplicistica e in ultima analisi sbagliata.
Lo studio del PIK dimostra infatti come le migrazioni indotte dal clima siano preminentemente interne. I migranti in gran parte si spostano entro la loro regione verso aree meno colpite e molto spesso fanno ritorno nel luogo di provenienza per breve tempo. Che fare quindi? "L'unica soluzione davvero efficace - chiosa Jesus Crespo Cuaresma, economista ambientale dell'Università di Vienna - sarà stabilizzare il clima globale riducendo già da ora le emissioni di gas serra sprigionate dai combustibili fossili".
di Michele Farina
Corriere della Sera, 11 novembre 2020
Il premier Abiy e l'offensiva militare per piegare i leader del Tigray. L'analisi dello storico Uoldelul Chelati Dirar: "Rischi d'implosione per lo Stato etiopico e per l'intera regione". Mentre il mondo guarda da un'altra parte, l'Etiopia è con un piede dentro la guerra civile. Abbiamo chiesto allo storico Uoldelul Chelati Dirar, esperto di Corno d'Africa e docente di Storia e Istituzioni dell'Africa all'università di Macerata, di inquadrare la crisi che sta vivendo un Paese di oltre 100 milioni di abitanti guidato da un premier, Abiy Ahmed, che nel 2019 è stato insignito del premio Nobel per la Pace. Un giovane politico che nel 2018 si presentò al mondo con queste parole: "La pace è la casa comune, e la porta d'entrata è una sola". Lo direbbe anche oggi, mentre si combatte nella regione settentrionale del Tigray? Le vittime si contano a decine. Abiy ha rimosso il ministro degli Esteri, il capo delle Forze Armate e quello dell'intelligence dandone annuncio via Twitter, senza fornire spiegazioni. L'allarme dell'Onu: 9 milioni di persone rischiano di restare intrappolate nei combattimenti o di essere costrette a lasciare le proprie case.
Che cosa sta succedendo in Etiopia?
Venti di guerra civile sembrano incombere minacciosi gettando il Paese in una situazione di pericolosa tensione con rischi gravissimi per l'intera regione. La situazione già tesa per via del mancato svolgimento delle elezioni generali previste per lo scorso agosto e La decisione dello Stato federale del Tigray di procedere unilateralmente con proprie elezioni, è rapidamente deteriorata negli ultimi giorni".
Che cosa ha fatto precipitare la crisi?
La decisione del Parlamento federale di interrompere tutti i ponti con l'amministrazione dello Stato federale del Tigray e la reazione del governo del Tigray di rifiutare la presenza del comandante militare del Comando Nord inviato dal Governo centrale e di chiudere il proprio spazio aereo a qualsiasi velivolo. Infine, fonti governative parlano di un attacco da parte di forze tigrine a basi militari dell'esercito federale, ma mancano al momento riscontri ufficiali.
Che notizie arrivano dal Tigray?
"Dallo scorso martedì sera l'intera regione del Tigray è isolata e non raggiungibile telefonicamente, i servizi di accesso a internet bloccati e l'erogazione di corrente elettrica sospesa. Il governo federale ha inoltre dichiarato sei mesi di stato di emergenza in tutta la regione e il Primo ministro Abiy Ahmed ha annunciato l'avvio di operazioni militari per domare la ribellione del Tigray. Sono in corso combattimenti e sembrerebbe che l'aviazione etiopica abbia bombardato alcune postazione militari in Tigray".
Chi sono i contendenti di questo conflitto?
In questa crescente tensione i contendenti sono da un lato il Primo Ministro Abiy Ahmed, capo del Governo Federale etiopico e leader del nuovo Partito della Prosperità, e dall'altro l'amministrazione dello Stato federale del Tigray guidata dal Tigray People Liberation Front (TPLF), l'organizzazione che è stata l'artefice principale della caduta, nel 1991, della dittatura militare guidata dal Colonnello Menghistu Haile Mariam e che, fino al 2018, ha controllato continuativamente il governo federale".
I motivi di questa divisione?
"Dopo la nomina a primo ministro di Abyi Ahmed si è assistito a un continuo crescendo di tensioni tra lui e il TPLF. Alla base c'è l'inconciliabile differenza su quale debba essere il progetto per il futuro dell'Etiopia. Da un lato vi è la prospettiva di federalismo etno-linguistico fortemente voluta dal TPLF e ratificata dalla Costituzione del 1994; dall'altro lato la prospettiva del cosiddetto medemer (sinergia in lingua amarica) teorizzata da Abiy Ahmed che, di fatto, propone un superamento del modello federale e prospetta il ritorno a modelli costituzionali più centralizzati. La strategia del medemer si è tradotta in un turbinio di cambiamenti nella vita sociale e politica del Paes".
Cambiamenti in positivo?
"Alcuni di questi cambiamenti hanno generato una grande speranza tra la popolazione etiopica e gli osservatori internazionali. Basti ricordare la liberazione di migliaia di prigionieri politici, l'autorizzazione al rientro in patria di oppositori rifugiatisi all'estero, la denuncia dell'uso della tortura da parte dei servizi di sicurezza e l'enfasi sulla necessità di dare visibilità politica ed economica alle donne".
E poi c'è stata la distensione con il grande nemico della porta accanto, l'Eritrea...
"L'evento più significativo è stato indubbiamente l'annuncio a sorpresa — nel 2018 — dell'avvio di un processo di normalizzazione dei rapporti tra Etiopia e Eritrea, che erano di fatto sospesi da venti anni. Paradossalmente è stato proprio l'avvio del processo di pace con l'Eritrea ad innescare un rapido deterioramento dei rapporti tra il Primo Ministro Abiy Ahmed e il TPLF".
Perché?
"Da un lato l'avvio del processo di pace, per quanto approvato, è stato percepito da parte della leadership del TPLF come un colpo di mano in quanto non aveva visto un coinvolgimento attivo del Tigray, di fatto lo Stato federale con la maggior parte di confine condiviso con l'Eritrea e il più direttamente coinvolto nella tragica guerra del 1998-2000. A peggiorare la situazione si è aggiunto il rapido avvio di strette relazioni tra il primo Ministro Abiy Ahmed e il presidente eritreo Issayas Afewerki, con numerosi scambi di visite tra i due capi di Stato".
Come hanno reagito i dirigenti del Tigray?
"Il consolidarsi dei rapporti tra i due capi di Stato è stato visto dalla leadership del TPLF come il segnale di una strategia mirata a marginalizzarli politicamente dopo che per più di un ventennio il TPLF è stato il principale attore politico sullo scenario etiopico e l'artefice della grande trasformazione economica e sociale. Le dichiarazioni del presidente eritreo Isaias Afewerki non hanno certo contribuito a dissipare queste preoccupazioni. Nel discorso con cui dichiarava di accettare la proposta di pace del governo etiopico, Isaias aveva parlato di un "game over" per la leadership tigrina, mentre in un'intervista dichiarava esplicitamente di non poter rimanere spettatore passivo dinnanzi all'evolversi della situazione politica etiopica. Sembrerebbe quindi che lo Stato dell'Eritrea si configuri sempre più come un ingombrante convitato di pietra all'interno del pericoloso evolversi della crisi etiopica".
Quali sono i rischi per l'Etiopia?
"Indubbiamente la crisi è innanzitutto una questione etiopica, legata alla messa in discussione degli assetti federali ed alla ridefinizione degli equilibri di potere tra le varie forze politiche. Se non viene fermata in tempo, l'attuale crisi potrebbe innescare un'ulteriore frammentazione politica lungo linee etniche dalle conseguenze imprevedibili ma sicuramente inquietanti, come dimostrato anche dal recente episodio che ha visto l'uccisione nello stato federale dell'Oromia di decine di civili di origine Amhara".
E i pericoli per la regione?
"Si tratta di una crisi complessa, che si dipana su più livelli e che, se non fermata, potrebbe destabilizzare l'intera regione del Corno d'Africa, azzerando i faticosi processi di crescita economica e di trasformazione sociale avviati negli ultimi trent'anni. L'Etiopia sta da tempo perseguendo una strategia di leadership regionale che l'ha portata a svolgere un ruolo centrale in numerosi scenari di crisi dalla Somalia al Sudan. Inoltre la nuova inedita alleanza tra il primo Ministro Abiy Ahmed e il presidente Isayas Afewerki sta portando a tensioni e irrigidimenti da parte di vari esponenti politici della regione che denunciano quello che per loro è un progetto egemonico destinato a comprimere e irrigidire gli spazi politici nazionali".
Poi c'è la crisi della diga sul Nilo...
"Ecco un'altra questione particolarmente spinosa che agita gli equilibri regionali: il progetto ormai in fase di conclusione della cosiddetta Grand Ethiopia Renaissance Dam (GERD). Avviato dal ex primo ministro Meles Zenawi, il progetto di questa grande diga sul Nilo è destinato a risolvere il problema del crescente fabbisogno energetico etiopico ma è fortemente osteggiata dall'Egitto ed è vista con preoccupazione dal Sudan".
Trump ha detto di recente che l'Egitto potrebbe bombardare la diga...
"L'Egitto ha ripetutamente espresso la sua ostilità al progetto che considera una minaccia alla propria sopravvivenza e alla sua produzione agricola, ed ha esplicitamente minacciato la possibilità di ricorrere all'uso della forza per arrestarlo. In questo l'Egitto sembrerebbe godere dell'appoggio dell'amministrazione americana uscente, il che complica ulteriormente uno scenario già particolarmente intricato".
Che cosa è necessario fare per fermare la crisi nel Tigray?
"È urgente l'intervento della comunità internazionale per cercare di incoraggiare una soluzione negoziale che allontani lo spettro di un devastante ritorno della guerra in una regione che è stata già a lungo martoriata. Le voci della ragione devono trionfare sull'irragionevole ricorso alle armi".
Il mondo è distratto dalla pandemia e dall'esito delle elezioni negli Stati Uniti. Quali sono le sue previsioni?
"Il primo ministro Abiy è stato insignito del Nobel per la Pace ma ora sta utilizzando con un una certa spregiudicatezza la forza delle armi invece di cercare una mediazione, magari ricorrendo a organismi regionali. L'impressione è che il suo progetto fosse di realizzare un blitz chirurgico per rimuovere l'attuale leadership del TPLF e sostituirla con amministratori in sintonia con la sua linea politica. Fallito il blitz la prospettiva è di un braccio di ferro militare inteso a rafforzare le reciproche posizioni. Per entrambi i contendenti è in gioco la sopravvivenza politica. Tuttavia, è evidente che nessuno potrà uscire vincente da un protrarsi dei combattimenti. La soluzione non potrà che passare attraverso un tavolo di negoziati. In caso contrario, il rischio più immediato è l'implosione dello Stato etiopico, già destabilizzato da drammatiche lacerazioni interne, con un catastrofico effetto a cascata sull'intera regione".
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