di Giordano Stabile
La Stampa, 11 novembre 2020
L'Armenia evita la capitolazione ma si ritirerà dall'enclave contesa. Arrivano duemila soldati russi. L'Armenia ha forse evitato la "capitolazione", come l'ha definita il presidente azero Ilham Aliyev. Ma esce con le ossa rotta dalla guerra nel Nagorno Karabakh.
Quasi metà dell'enclave secessionista, conquistata nel 1994, è andata perduta. E se non fosse stato per la mediazione della Russia le forze azere si sarebbero prese tutto. Adesso gli armeni dovranno ritirarsi anche da sette distretti azeri che circondano la regione e conserveranno soltanto un corridoio lungo l'autostrada da Erevan al capoluogo Stepanakerk. Il premier Nikol Pashinyan ha parlato di "intesa dolorosa", inevitabile, vista la situazione al fronte. Non per gli armeni, convinti che era possibile resistere ancora. Gli abitanti della capitale sono scesi nelle strade e hanno assediato il palazzo del governo e il Parlamento.
Ma la rabbia popolare non sostituisce carri armati e cannoni. E neppure i micidiali droni turchi Bayraktar che hanno deciso le sorti della guerra a favore dell'Azerbaigian. Il dramma dell'epilogo, a Stepanakert, lo si è respirato sin dalle prime ore del conflitto. Questa volta i bombardamenti hanno raggiunto il capoluogo. Nessuno se lo aspettava.
Stepanakert in pochi giorni si è svuotata fino a diventare l'ombra di se stessa, della città vitale che era stata fino alla vigilia del 27 settembre, quando si è scatenata l'offensiva azera. Chiusi i negozi, alberghi e scuole trasformati in gironi danteschi per gli sfollati. E migliaia di persone intrappolate negli scantinati, inchiodate ai bollettini che raccontavano successi militari, avanzate respinte, avversari in fuga. Dispacci che hanno nutrito le speranze fino a due giorni fa. Tutto falso, la guerra era persa.
Quando le forze speciali azere, lunedì mattina, hanno diffuso immagini dalla città storica di Shushi, una fortezza naturale situata lungo l'autostrada che porta a Stepanakerk, si è capito che era finita. Nella tarda serata di lunedì Vladimir Putin ha convinto Pashinyan con una proposta che non poteva rifiutare. Salvare Stepanakerk e metà del Nagorno Karabakh. Il premier armeno ha firmato. Poco dopo ha fatto altrettanto Aliyev. Ieri mattina il ministro della Difesa russo Sergei Soigu ha precisato che 1960 soldati russi sorveglieranno il rispetto della tregua e resteranno "per cinque anni". Nel pomeriggio i primi sono partiti dalla base aerea di Ulyanovsk. In cambio l'Azerbaigian otterrà a sua volta un corridoio attraverso il territorio armeno che lo collegherà all'enclave del Nakhchivan e alla Turchia.
"È una capitolazione", ha commentato Aliyev, che ha alluso anche al dispiegamento di soldati turchi, un ritorno nel Caucaso dopo un secolo che soddisfa oltremodo la Turchia. Il compromesso ha evitato l'assalto a Stepanakerk. Ma non è quello che gli armeni si aspettavano da Putin. Un patto di mutua difesa lega l'Armenia e la Russia. Ierevan ha sperato fino all'ultimo che Mosca bloccasse l'assalto azero. Baku e Ankara hanno soffiato anche sull'orgoglio islamico contro la piccola nazione cristiana, tre milioni di abitanti contro i dieci dell'Azerbaigian, e schierato duemila mercenari siriani. Ma Putin non si è mosso.
Per sei settimane Stepanakert, Shushi, Martuni, Hadrut e decine di altri villaggi sono stati bombardati notte e giorno, soprattutto dai droni forniti da Turchia e Israele. Ma anche dai razzi Smerch di produzione russa, che hanno colpito case, scuole, chiese, e persino l'ospedale: nei suoi sotterranei decine di medici e infermieri dormivano per terra tra un turno e l'altro. Gli azeri hanno usato anche bombe a grappolo e al fosforo, lanciate sulle alture di Shushi per stanare le difese armene. A nulla sono serviti gli oscuramenti che ogni notte sprofondavano la città nel buio rischiarato appena dalle scie dei razzi Grad. Stepanakert è morta così, nascosta nelle cantine, sprofondata nelle fosse scavate ogni giorno per accogliere nuovi caduti, oltre 1.200 in tutto.
Il Dubbio, 10 novembre 2020
A fornire i dati allarmanti è la Uil-pa Polizia penitenziaria, mentre l'osservatorio carcere dell'Ucpi lancia un nuovo appello: "Amnistia e indulto o sarà un disastro". Un "nuovo vertiginoso aumento" dei contagi Covid in carcere, con 537 detenuti positivi e 728 contagiati tra gli operatori.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 10 novembre 2020
L'ex procuratore di Palermo Gian Carlo Caselli si scaglia contro il collega napoletano Henry John Woodcock che aveva messo in discussione il 41bis. Rivendica il valore della punizione estrema, la diversità antropologica del mafioso, definisce le carceri Grand Hotel e chiede che l'emergenza diventi ordinaria. Gian Carlo Caselli dice di essersi stufato delle critiche dei benpensanti che contestano la legittimità e la modernità del carcere duro, cioè del 41bis. Caselli rivendica il suo diritto ad inveire contro i garantisti perché ritiene di avere conquistato questo diritto sul campo, facendosi "un mazzo tanto e maturando una esperienza concreta di contrasto alla mafia". La sua idea è molto chiara: se vuoi parlare di mafia, o anche semplicemente di Diritto, puoi farlo solo in quantità "proporzionale" alla intensità della battaglia che hai condotto contro la mafia.
redattoresociale.it, 10 novembre 2020
Finito l'effetto emergenza Covid-19 che aveva determinato una brusca riduzione dei numeri dei detenuti. I dati del 31 ottobre 2020 parlano di 54.868 detenuti presenti nei penitenziari, contro una capienza regolamentare degli istituti di 50.553 posti. Gli stranieri sono 17.713 mila. Oltre 2,3 mila le donne detenute
di Enrico Sbriglia*
Il Dubbio, 10 novembre 2020
L'ho detto e lo ripeto: le carceri non devono essere più governate dal ministero della Giustizia e, in particolare, dai magistrati. Esse devono essere cosa "altra". La loro più proficua allocazione, ben può stabilirsi in altro ministero, se non anche, in ragione della complessità della funzione carceraria, presso la stessa presidenza del Consiglio dei ministri, ma va comunque liberata da una visione e un'atmosfera che imprigiona gli istituti penitenziari quali irrimediabili estensioni della stessa magistratura che non si limita a utilizzarli ma anche li governa, con i risultati che conosciamo.
di Simona Musco
Il Dubbio, 10 novembre 2020
Dl Ristori Bis, tutte le misure previste per la giustizia. Il dl Ristori bis cambia il volto del processo. Con un appello senza l'intervento di pm e difensori e, ancora, la sospensione del corso della prescrizione e dei termini di custodia cautelare nei procedimenti penali nel periodo di emergenza. Il tutto con lo scopo di evitare l'estinzione del processo e gente fuori dal carcere "grazie" ai rallentamenti imposti dal Covid.
Il decreto prevede, all'articolo 23, che fino alla scadenza dello stato d'emergenza, fuori dai casi di rinnovazione dell'istruzione dibattimentale, la decisione sugli appelli avvenga in camera di consiglio senza l'intervento del pm e dei difensori, salvo che una delle parti faccia richiesta di discussione orale o che l'imputato manifesti la volontà di comparire.
Almeno dieci giorni prima della camera di consiglio, il pm dovrà trasmettere alla cancelleria le proprie conclusioni, per via telematica o tramite sistemi che saranno individuati con apposito provvedimento. A quel punto la cancelleria invierà l'atto immediatamente ai difensori che, entro cinque giorni prima dell'udienza, potranno presentare le conclusioni scritte. A quel punto i giudici decideranno da remoto, depositando il provvedimento in cancelleria per l'inserimento nel fascicolo, con comunicazione alle parti.
La richiesta di discussione orale dovrà essere formulata per iscritto entro 15 giorni liberi prima dell'udienza e trasmessa alla cancelleria della corte d'appello. Entro lo stesso termine l'imputato può formulare, sempre telematicamente e tramite il difensore, la richiesta di partecipare all'udienza. Tali disposizioni non si applicano ai procedimenti per i quali l'udienza è fissata entro i 15 giorni successivi all'entrata in vigore del decreto.
Tali misure, stando alla relazione illustrativa, mirano a "diminuire gli accessi fisici negli uffici giudiziari e nelle relative cancellerie e di consentire lo svolgimento dell'attività giurisdizionale nel grado di appello, notoriamente il più critico per l'accumulo di arretrato".
E ciò prevedendo la "cartolarizzazione" dell'udienza, così come già sperimentato in Cassazione. All'articolo 24, invece, vengono introdotte nuove disposizioni sulla sospensione della prescrizione e dei termini di custodia cautelare nei procedimenti penali nel periodo di emergenza.
Lo scopo, in questo caso, è quello "di salvaguardare l'accertamento processuale dal rischio di estinzione del reato per prescrizione ed evitare il decorso dei termini massimi di custodia cautelari degli imputati, facendo in modo che il giudizio non subisca battute d'arresto nella attività istruttoria a causa delle limitazioni agli spostamenti imposte dalla normativa dettata in questa fase emergenziale".
Fino al 31 gennaio 2021, dunque, i giudizi penali sono sospesi durante il tempo in cui l'udienza è rinviata per l'assenza del testimone, del consulente tecnico, del perito o dell'imputato in procedimento connesso i quali siano stati citati a comparire, quando l'assenza è giustificata dalle restrizioni ai movimenti imposte dall'obbligo di quarantena o dall'isolamento fiduciario.
Per lo stesso periodo di tempo sono sospesi il corso della prescrizione e i termini di durata massima di custodia cautelare. L'udienza dovrà comunque essere celebrata non oltre il sessantesimo giorno successivo alla prevedibile cessazione delle restrizioni ai movimenti.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 10 novembre 2020
Anm contro il provvedimento che piace a procure e Camere Penali su indagini da remoto e dibattimento in parte in presenza. Avvocati contro l'Appello a distanza. Giudici di pace: "Da noi processo a distanza mai iniziato". Il Covid avanza e c'è il rischio che la giustizia rallenti, fino a essere a un passo dal fermarsi. Di nuovo. E che ai numerosi rinvii già fatti nella prima fase dell'emergenza Covid, quando l'attività era ridotta all'osso, se ne aggiungano di numerosi altri. Con conseguenze di non poco conto sul funzionamento della macchina della giustizia e sui diritti di chi si trova a essere parte del processo. Imputati in primis, se guardiamo al processo penale, che è quello che rischia di risentire principalmente della situazione.
Nei due decreti ristori sono state inserite delle norme che provano ad arginare il problema. A consentire che la già lenta e affaticata macchina dei tribunali vada avanti. Ma i due provvedimenti non trovano tutti d'accordo. Sullo sfondo restano, volendoci fermare al processo penale, oltre un milione e mezzo di procedimenti pendenti. 1.584.724 per la precisione, considerando tutti i gradi di giudizio. Il dato, diffuso sul sito del ministero della Giustizia, è aggiornato al primo trimestre 2020. A quando, cioè, la prima ondata del virus era appena iniziata.
Pur non disponendo di dati più aggiornati è lecito immaginare che la situazione, nella migliore delle ipotesi, sia rimasta la stessa. Nella peggiore sia diventata più grave. In uno scenario, in cui, peraltro, nessuna modifica è stata fatta alla 'nuova' prescrizione voluta da Alfonso Bonafede. La norma che tanto aveva fatto discutere nei primi mesi del 2020 prevede che la prescrizione si interrompa dopo la sentenza di primo grado. Di assoluzione o di condanna che sia. Già prima dell'emergenza Covid comportava il rischio, per i reati commessi dopo il 1° gennaio di quest'anno, di una dilatazione potenzialmente infinita dei tempi del processo. Con l'impasse di quest'anno, e con la necessità di smaltire tutto l'arretrato non appena l'emergenza sarà lasciata alle spalle, le conseguenze della riforma introdotta con la Spazza-corrotti rischiano di essere ancora più evidenti, perché inevitabilmente i tempi si allungheranno. Sempre che la mano del legislatore non intervenga, come aveva iniziato a fare prima che il virus fermasse ogni cosa, per modificare ancora il funzionamento della prescrizione.
Ma al di là di quello che potrà accadere in futuro, qual è oggi lo stato dell'arte? Due sono state le disposizioni recenti. Il primo decreto ristori è intervenuto sulle indagini preliminari e sul processo di primo grado. Con una normativa voluta e condivisa dalle Camere penali e dalle principali procure italiane, che hanno inviato al ministero un documento comune, ma invisa all'Anm e alla corrente dei magistrati progressisti, Area. Cosa prevede? Una forte spinta verso il lavoro da remoto per le indagini preliminari. Nel testo, infatti, si legge che in questa fase "il pubblico ministero e la polizia giudiziaria possono avvalersi di collegamenti da remoto (..) per compiere atti che richiedono la partecipazione della persona sottoposta alle indagini, della persona offesa, del difensore, di consulenti, di esperti o di altre persone".
Salvo che il difensore dell'indagato si opponga. Regole diverse per le udienze. Potranno essere fatte a distanza quelle che prevedono solo la presenza del giudice dei suoi ausiliari, del pm e degli avvocati difensori. Stesso discorso per i procedimenti in cui l'imputato è detenuto. Potrà essere celebrata da remoto poi l'udienza finale del processo. Se in udienza devono intervenire altri soggetti, come un testimone o un perito, questi non potranno essere ascoltati a distanza. Neanche con il consenso delle parti.
Se agli avvocati e alle procure queste norme piacciono, i giudici non sono dello stesso parere. O almeno non tutti. Sul punto è intervenuta, con disappunto, l'Anm: "Non si comprende perché neppure attività meno complesse, come la lettura d'una sentenza di patteggiamento o una discussione di non particolare complessità, se non - magari in assenza di specifiche ragioni contrarie evidenziate dai difensori - l'ascolto d'un testimone, tanto più se proveniente da fuori regione, non possano mai tenersi in collegamento da remoto".
Perplessità è stata espressa anche da Area, la corrente delle toghe progressiste: "Stigmatizziamo che si sia deciso di perseverare nella trattazione degli affari giudiziari secondo le stesse modalità della prima fase emergenziale, con il rischio, ogni giorno più concreto, di trovarsi costretti a non trattare nulla paralizzando nuovamente la giustizia penale", si legge in una nota.
Il secondo decreto, pubblicato proprio oggi, prevede invece un intervento sul processo d'appello e uno sulla sospensione del corso della prescrizione e dei termini di custodia cautelare. Norme, queste che non piacciono agli avvocati penalisti. All'articolo 23 del provvedimento bollinato oggi si prevede che nel secondo grado di giudizio "la corte di appello procede in camera di consiglio senza l'intervento del pubblico ministero e dei difensori, salvo che una delle parti private o il pubblico ministero faccia richiesta di discussione orale o che l'imputato manifesti la volontà di comparire". Il timore delle Camere penali è che in questo modo si comprometta l'oralità del processo, ma anche la segretezza della camera di consiglio. "I previsti collegamenti da remoto si terranno su piattaforme in grado di riprendere e registrare ciò che accade; la trasformazione normativa dell'abitazione del giudice quale luogo della camera di consiglio non può certo garantire da qualsiasi possibilità di intrusione", scrivono i penalisti in una nota.
Un capitolo a parte è quello che riguarda i giudici di pace. Per loro il processo telematico non esiste. "Stiamo cercando di sollecitare il ministero affinché sia attivato - spiega ad HuffPost Cristina Piazza, segretario generale di Unagipa e giudice penale a Bologna - è stato finanziato nel 2017, i fondi ci sono". Non avere il processo telematico significa non poter svolgere quasi nessuna attività a distanza: "I cancellieri non hanno i registri telematici, come si fa smart working in questo modo?", continua piazza. Ognuno, quindi, si attrezza come può: "Per fortuna per sei mesi abbiamo avuto l'accesso a Microsoft teams e a un sistema di posta certificata che a chi si occupa di penale consente di fare almeno le notifiche". Se suoi colleghi che lavorano nell'ambito del diritto civile hanno avuto ancora più problemi, le difficoltà nel penale non sono state poche: "Ora abbiamo ripreso a lavorare, anche se a ritmi più lenti, ma prima abbiamo passato un mese solo a fare rinvii. Il processo da remoto noi non l'abbiamo mai fatto". C'è poi un'altra questione: "Se uno di noi si ammala di Covid o è costretto alla quarantena, non prende alcuna indennità. Anche in questa occasione noi giudici di pace siamo stati lasciati alla periferia del sistema".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 novembre 2020
I colloqui dei detenuti con i familiari in presenza, quale diretta conseguenza delle limitazioni degli spostamenti nelle regioni rosse per l'emergenza Covid 19, sono ovviamente di difficile attuazione. Ma rimane sempre la possibilità delle videochiamate per ovviare al problema. Nell'ultimo aggiornamento del Garante nazionale delle persone private della libertà, si fa rifermento alla suddivisione del territorio nazionale in aree che determinano differenti possibilità di spostamento al loro interno e all'esterno di ciascuna di esse si riflette in modo naturale anche sulle possibilità di accesso di parenti e persone care agli Istituti penitenziari sia per adulti che per minori.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 10 novembre 2020
Stallo sulla nuova Giunta, "MI" spiega l'altolà sul Poniz bis. Il fantasma di Luca Palamara incombe sempre più minaccioso sulla formazione della nuova giunta dell'Associazione nazionale magistrati. Non sono stati sufficienti lo scorso fine settimana due giorni di acceso dibattito per trovare un punto d'incontro fra le correnti.
La discussione fra i 36 neoeletti del comitato direttivo centrale è stata rinviata al prossimo 21 novembre, con conseguente ulteriore proroga - è la terza - per la giunta uscente. Area, il raggruppamento progressista delle toghe, di cui fa parte anche Magistratura democratica, ha raccolto più consensi alle elezioni del 18-20 ottobre e rivendica la presidenza dell'Anm.
In particolare, ha chiesto la riconferma del numero uno uscente, il pm milanese Luca Poniz. Il nome di Poniz, però, è risultato "indigesto" alle toghe di Magistratura indipendente, il gruppo moderato arrivato secondo e con un componente eletto in meno.
Il motivo è semplice: la giunta Poniz, fanno sapere dalle parti di "Mi", ha avuto un "approccio parziale e non obiettivo, impegnandosi nell'esercizio sterile della graduazione delle colpe e trascurando di considerare, nella sua evidenza, la trasversalità delle condotte poste in essere da appartenenti a tutti i gruppi associativi, come era emerso dalle captazioni del caso Palamara". Insomma, dalle parti di "Mi" non hanno alcuna voglia di continuare a essere etichettati come la sola corrente che "tramava" con Palamara al fine di ottenere per i propri iscritti nomine ed incarichi.
Al posto di Poniz ci potrebbe allora essere Silvia Albano, giudice del Tribunale di Roma ed esponente di "Md", che a proposito dell'affaire Palamara ha avuto un approccio diverso dal collega. Ma sul suo nome le resistenze verrebbero proprio dall'interno di Area.
"Mi" ha diramato un comunicato in cui sono indicati i punti principali per la formazione di una giunta unitaria: revisione del Testo unico della dirigenza giudiziaria, quindi dei criteri per nominare i capi degli uffici, e modifica del sistema elettorale del Csm. Riforma, quest'ultima, al momento in discussione in Parlamento.
Altro tema sono, poi, i "carichi esigibili" sul quale le toghe di "Mi" intendono "chiedere al Csm l'applicazione immediata, sia pure a livello sperimentale, degli esiti del gruppo di lavoro istituito dalla IV commissione consiliare, che ha completato da tempo, per il settore civile, la sua attività raggiungendo risultati di immediata fruizione per i colleghi". I carichi esigibili, quindi il numero di fascicoli che possono essere trattati in maniera efficace da ogni singolo giudice, sono uno storico cavallo di battaglia per "Mi" ma sono visti con sfavore dalle toghe di Area.
La corrente moderata invoca, dunque, "un deciso cambio di passo, con nuovi soggetti al governo dell'Anm che possano farsi interpreti credibili del cambiamento". E la sorpresa Articolo 101, il gruppo nato proprio per contrapporsi al correntismo e che ha eletto ben 4 rappresentati al direttivo? "A parte la necessità, su cui siamo tutti concordi, di trovare una soluzione per fronteggiare l'emergenza Covid nei tribunali, garantendo il corretto svolgimento dell'attività giudiziaria - afferma Andrea Reale, gip a Ragusa e neo eletto al "parlamentino dell'Anm - non abbiamo ancora visto alcun programma serio per poter dar vita ad una giunta unitaria.
Abbiamo invece notato - prosegue Reale - impostazioni molto differenti e divergenze, in particolare fra Area ed "Mi" allo stato inconciliabili. E poi - aggiunge la toga siciliana - non è possibile che il sistema della degenerazione delle correnti si sia risolto con la sola rimozione di Palamara: su questo aspetto abbiamo proposto l'istituzione di una commissione di magistrati che analizzi le sue chat". I componenti del collegio dei probiviri, "dovranno essere al di fuori delle correnti per avere più autonomia e non subire condizionamenti", puntualizza infine Reale.
Il collega di Articolo 101 Giuliano Castiglia è anche tornato a chiedere lo "scioglimento" del Csm. A due mesi dalle dimissioni del giudice Marco Mancinetti, a causa di quanto emerso nella chat con Palamara, l'organo di autogoverno delle toghe non ha ancora deciso se il suo posto potrà essere preso da Pasquale Grasso. Quest'ultimo, che ha promosso l'accordo fra "Mi" e Movimento per la Costituzione, fra i più contrari al ritorno di Poniz al vertice dell'Anm, è il primo dei non eletti alle elezioni suppletive e non alle prime elezioni per il rinnovo del Csm. Secondo alcuni sarebbe un ostacolo, superabile sono con una nuova tornata elettorale. La terza in meno di un anno.
di Angela Stella
Il Riformista, 10 novembre 2020
La rabbia dei penalisti contro il Dl ristori bis: "Quando tu consenti che la gran parte delle udienze vengano decise da giudici che si riuniscono solo su Zoom metti in discussione la collegialità della decisione". La bozza del Dl ristori bis ha suscitato una forte critica da parte dell'Unione delle Camere Penali Italiane soprattutto nella parte che riguarda le Camere di Consiglio di appello da remoto. Ne parliamo direttamente con l'avvocato Gian Domenico Caiazza, presidente dei penalisti italiani che avverte: "Invitiamo alla ragionevolezza, non vorremmo essere costretti ad adottare iniziative quale quella di chiedere a tutti gli avvocati di fare richiesta di discussione orale".
Nella vostra nota scrivete di una "esperta manina tecnica in dialogo diretto con qualche forza politica della maggioranza" che è riuscita ad introdurre questa nuova norma. A me vengono in mente i Presidenti delle Corti di Appello: sbaglio?
Io non sono in grado di individuare, se non intuitivamente, di chi sia quella manina. Non voglio dare indicazioni gratuite. Sicuramente, ho l'impressione che il testo ceda alla tentazione di assecondare esigenze di tutela molto settoriali, ossia dei giudici.
In che senso?
Si tende non tanto a favorire la riduzione delle presenze in aula degli avvocati - che è un obiettivo che noi in larga misura condividiamo in questo momento - quanto a ridurre la celebrazione della Camera di consiglio in presenza fisica. Si vuole evitare la presenza dei giudici nella sede dell'udienza: questo per noi è inammissibile. Noi siamo favorevoli, in considerazione dell'eccezionalità del periodo, a che si riduca il numero delle presenze in Corte di Appello in questo modo: evitando che compaiano gli avvocati che ritengono non indispensabile illustrare oralmente l'atto di appello che hanno già redatto. Se invece si inverte la visione e si presume che si debba celebrare l'udienza solo se tu lo chiedi significa che stai organizzando la celebrazione dei processi d'appello con la prospettiva di fare un altissimo numero di Camere di consiglio da remoto. Noi immaginiamo che quando saranno fatte le richieste di discussione o di non discussione divideranno i ruoli: faranno tutte insieme le udienze che si discutono e tutto il resto da casa propria dei giudici. Allora dobbiamo dire con molta chiarezza che le esigenze di tutela della salute in Tribunale devono garantire tutta la comunità forense, riducendo il numero delle presenze ma non eliminando la presenza fisica del giudice. Ed ecco che noi scriviamo della manina: qui non c'è più una richiesta di salvaguardia della salute collettiva ma di protezione privilegiata del giudice che non si vuole muoversi da casa.
Tutto ciò come impatta praticamente sulla tutela difensiva?
Impatta sull'essenza del giudizio penale. Quando tu consenti che la gran parte delle udienze per molti mesi vengano decise da giudici che non si riuniscono se non su zoom metti in discussione la collegialità della decisione: il fascicolo come viene condiviso? Quando si hanno grossi faldoni come fanno ad esaminarlo tutti contemporaneamente? Vogliono farci credere che ogni giudice verrà dotato di tutta la documentazione cartacea del processo presso la sua abitazione?
Quindi l'appello si ridurrebbe ad una mera funzione di controllo della valutazione del primo giudice?
No, del relatore. Andremo verso una monocratizzazione del giudizio. La Camera di consiglio da remoto non consentirà ai giudici il controllo materiale degli atti. Poi un modo di procedere da remoto mette in discussione la segretezza della Camera di Consiglio: si tratta di piattaforme agevolmente hackerabili, si possono registrare le conversazioni, e chi mi garantisce che il giudice riesca a garantire in casa la segretezza della decisione?
Le nuove modifiche andranno ad impattare anche sulla prescrizione che viene sospesa...
Le conseguenze di quanto previsto sono inaccettabili. Faccio presente che il 18 novembre la Corte Costituzionale andrà a discutere proprio su alcuni dubbi di legittimità costituzionale sollevati sul decreto del 17 marzo 2020 che prevedeva proprio la sospensione della prescrizione. Noi come Ucpi ci siamo costituiti. Ci fa strano che si rinnovi una norma sospettata già di incostituzionalità proprio dai giudici che l'hanno rimessa alla Consulta. Ancora più grave è la sospensione della custodia cautelare: per quale motivo l'incolpevole deve vedere prolungata la sua permanenza in carcere perché c'è una pandemia?
Voi come vi state muovendo?
Facciamo un invito alla ragionevolezza: speriamo di non dover essere costretti ad adottare iniziative quale quella di chiedere a tutti gli avvocati di fare richiesta di discussione orale.
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