di Dacia Maraini
Corriere della Sera, 10 novembre 2020
Mi viene in mente la leggenda giapponese di Narayama: in un piccolo paese incastrato in mezzo alle montagne, c'è un villaggio povero, ma talmente povero che solo chi lavora nei campi può sopravvivere. Per questa ragione, con molto garbo, gli anziani vengono presi sulle spalle dai figli o dai nipoti e portati nel mezzo dei boschi più alti e più fitti dove circolano solo le belve feroci e lasciati lì a morire. Nella furia divisiva che stiamo vivendo, c'è chi prova a dividere, non solo i realisti dai negazionisti, i pensionati dai non pensionati, chi ha un posto fisso da chi non ce l'ha, ma anche i giovani dai vecchi. Una furia davvero inquietante. Ma c'è un equivoco che divide chi interpreta questa differenza come una necessità a cui gli anziani dovrebbero inchinarsi generosamente: il sacrificio di cui parla Chiara Saraceno, e chi invece la ritiene una necessità dovuta al fatto che gli anziani sono fuori dal processo produttivo e quindi inutili allo sviluppo della società.
Se non produci sei morto. Visione a dir poco miope perché la produzione non è solo economica, ma di cultura, di sapienza, di cura, di amore, di memoria. È quello che non capisce chi è preso da una interpretazione feticistica del Pil. Mi viene in mente la leggenda giapponese di Narayama: in un piccolo paese incastrato in mezzo alle montagne, c'è un villaggio povero, ma talmente povero che solo chi lavora nei campi può sopravvivere. Per questa ragione, con molto garbo, gli anziani vengono presi sulle spalle dai figli o dai nipoti e portati nel mezzo dei boschi più alti e più fitti dove circolano solo le belve feroci e lasciati lì a morire. Una donna, che ha superato i settanta e non produce ricchezza, perché il suo lavoro in casa non è considerato produttivo, sebbene sgobbi tutto il giorno con braccia ancora robuste accendendo il fuoco, prendendo l'acqua alla fonte, cucinando e pulendo la casa, si vede guardata male dalla comunità del villaggio.
E il figlio viene ostracizzato per l'ostinazione nel tenere in casa una madre che per età avrebbe dovuto essere trasferita nei boschi. Il figlio non sa che fare perché ama sua madre e sa quanto sia ancora capace di faticare. La madre amorosa, vedendo la sofferenza del figlio, decide di invecchiarsi e prende a non mangiare, poi si spezza i denti con una pietra, si fa i capelli bianchi con la cenere. Insomma si riduce in uno stato tale che il figlio sarà costretto ad accompagnarla nei boschi. Ecco un esempio di sacrificio famigliare per il bene della comunità. Ma la leggenda non condanna la madre o il figlio, solo mette in evidenza la crudeltà di un popolo che per fare vivere i più giovani è costretto a fare fuori i più anziani. Da quel momento però la ferocia sarà la cifra della coabitazione e tutti si troveranno contro tutti. Il male è compiuto.
di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 10 novembre 2020
Prime elezioni con un governo civile. Si profila una vittoria della Lega, che migliora il risultato del 2015. La guida del partito, la Nobel Aung San Suu Kyi, rieletta alla Camera bassa. Anche se i risultati definitivi devono confermarlo, il portavoce della Lega nazionale per la democrazia ne era già sicuro sin da ieri: "Abbiamo avuto un risultato migliore rispetto al 2015", ha detto alla stampa locale U Myo Nyunt mentre arrivavano i conteggi dalle circoscrizioni nella prima elezione gestita da un governo birmano di civili: nel Kayn la Lnd avrebbe vinto tutti i seggi in palio tranne due; molto bene anche nel Kachin e nella capitale Naypyidaw dove li avrebbe addirittura vinti tutti tranne uno. A Yangon ci si aspetta il pieno e già si sa che la guida del partito, la Nobel Aung San Suu Kyi, è già stata rieletta alla Camera bassa nella township di Kawhmu a Yangon, l'ex capitale dove sono andate a votare milioni di persone e dove già ci sono state le prime manifestazioni pubbliche di giubilo nonostante la Lega calmi gli animi causa Covid e ricordi la necessità della distanza fisica.
Nello Stato Mon è andata meno bene e la Lega ha perso terreno a favore dei partiti locali ma ha guadagnato comunque 34 seggi dei 45 attribuiti all'area. E cosi nello Stato nordoccidentale del Rakhine, dove il pieno lo ha fatto l'Arakan National Party forse anche perché la Commissione elettorale aveva deciso di chiudere 9 delle 17 circoscrizioni elettorali per motivi di sicurezza in un territorio dove da due anni si affrontano stabilmente l'esercito birmano (Tatmadaw) e il gruppo armato autonomista Arakan Army.
Una decisione che ha privato oltre un milione di persone del diritto di voto e dunque di rappresentanza. Iniziata domenica mattina alle 6 e conclusasi alle 4 del pomeriggio, la tornata elettorale si è svolta in un clima pacifico con pochi incidenti minori, dovuti alle restrizioni del Covid o a situazioni in cui la gente non è riuscita a votare. Non hanno ovviamente potuto votare nemmeno i Rohingya birmani, espulsi nel pogrom del 2017 e che ora ingrossano le fila di quasi 900mila rifugiati in attesa di un incerto futuro nei campi profughi che li ospitano in Bangladesh. Non di meno, la Lega ha presentato questa volta due candidati musulmani (nel 2015 nessuno), entrambi eletti. Ovviamente non sono rohingya, minoranza esclusa già in passata dal diritto di voto. È, seppur minuscolo, un passo avanti ma che difficilmente potrà aiutare chi è scappato all'estero o quei 130mila rohingya che vivono blindati nei campi profughi-prigione (cosi li definisce Human Rights Watch) del Rakhine.
La vittoria ormai certa consegna alla Lega la possibilità di tornare al governo e rafforza un processo democratico lento e difficile, sempre minacciato dalla spessa ombra degli uomini in divisa, protetti da una Costituzione fatta su misura nel 2008 che consegna loro de jure sia i tre ministeri chiave di Interno, Difesa e Frontiere, sia un quarto dei seggi parlamentari. Dei 440 attributi alla Pyithu Hluttaw - la Camera bassa - 110 verranno infatti scelti o riconfermati dal Comandante in Capo dei Servizi di Difesa. Stessa sorte per la Amyotha Hluttaw (Camera delle nazionalità o Camera Alta) che avrà, su 224 seggi, 56 scranni di nomina militare.
agenzianova.com, 10 novembre 2020
Il Dipartimento penitenziario nazionale del Brasile (Depen) ha autorizzato a partire da oggi la graduale ripresa delle visite personali ai detenuti da parte dei parenti. L'ordinanza arriva a otto mesi dalla sospensione di tutte le visite in presenza decisa a causa della pandemia di coronavirus. La ripresa avverrà gradualmente e potrà essere riesaminata in qualsiasi momento. In questa prima fase ciascun detenuto avrà diritto a una sola visita al mese della durata massima di 1 ora.
Sarà ammesso al massimo un adulto che potrà essere accompagnato da un bambino o da un adolescente. Le visite restano sospese per i detenuti ritenuti vulnerabili o inseriti nel gruppo di rischio come anziani ultrasessantenni, donne incinte, madri in allattamento, persone con malattie croniche, malattie respiratorie o che mostrano segni e sintomi di sindromi simil-influenzali. Le visite continuano virtuali per i detenuti in custodia presso i penitenziari federali, dove restano sospese le attività di istruzione, lavoro e assistenza religiosa.
Complessivamente sono almeno 162.397 i morti per patologie riconducibili al contagio da nuovo coronavirus in Brasile, 128 in più rispetto al numero di decessi registrati nelle precedenti 24 ore. Lo rivela il ministero della Salute, rendendo noto che il numero complessivo di contagi, sommando i dati forniti dai dipartimenti della Salute dei 27 stati è salito ad almeno 5.664.115 casi, 10.554 in più rispetto a quelli registrati nelle 24 ore precedenti.
In base a questi numeri la media quotidiana dei decessi negli ultimi sette giorni è stata di 324, indicando una tendenza al ribasso dei morti del -30 per cento in meno rispetto alla media quotidiana dei decessi calcolata nelle ultime due settimane. Tuttavia, per stessa ammissione del ministero dell'economia i dati del fine settimana sono parziali a causa delle difficoltà da parte di molti stati di tenere aggiornate le statistiche.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 10 novembre 2020
Da inizio 2018, dopo l'annunciata vittoria sull'Isis, 4,6 milioni di persone sono tornate a casa. Ma 1,3 milioni vivono ancora nelle tende. Tra mancata ricostruzione e pandemia, lo Stato islamico ricorda a tutti di esserci ancora: 11 morti domenica in un attacco islamista a sud di Baghdad. Centomila sfollati iracheni rischiano di ritrovarsi fuori dai campi senza alternative. In un paese ancora non ricostruito dopo gli anni di occupazione di intere regioni da parte dello Stato islamico, l'allarme lanciato dal Norwegian Refugee Council arriva il giorno dopo la morte di undici persone, poco fuori Baghdad, per mano dell'Isis: domenica un gruppo di miliziani ha assaltato un checkpoint controllato dalle Unità di mobilitazione popolare (le milizie sciite filo-iraniane) ad al-Radwaniyah, a sud della capitale.
Granate e armi da fuoco, a ribadire una presenza mai eclissatasi dopo la lenta e graduale ripresa del territorio da parte del governo iracheno, che annunciava la vittoria definitiva alla fine del 2017.
Come nella vicina Siria, però, cellule affatto dormienti del "califfato" continuano a colpire. È in questo clima che, da agosto 2019, il governo sta procedendo alla chiusura dei campi sfollati, pieni ancora di decine di migliaia di famiglie scappate dopo il 2014 dalle regioni occidentali a maggioranza sunnita.
Dall'inizio del 2018 circa 4,6 milioni di sfollati hanno avuto modo di tornare nelle proprie comunità, seppur metà di loro in condizioni pessime, tra mancati servizi, disoccupazione e infrastrutture carenti. Non tutti: restano ancora 1,3 milioni di sfollati. E ora, in piena emergenza Covid-19 e con un paese affatto ricostruito, le chiusure procedono, insensibili agli appelli delle organizzazioni internazionali.
Ieri è stato il Norwegian Refugee Council a rilanciare l'allarme dopo l'avviata chiusura del campo Hammam Al Alil, tra i più grandi del paese, da svuotare entro la prossima settimana: gli sfollati dei campi di Baghdad, Karbala, Divala, Suleimaniya, Anbar, Kirkuk e Nineweh vengono messi alla porta di quella che per anni hanno considerato casa loro. Gli si chiede di tornare nelle comunità di origine, ma in pochissimi possono farlo: con abitazioni mai ricostruite, checkpoint disseminati ovunque e controllati dalle milizie (non direttamente dal governo) e il rischio di attacchi terroristici, l'unica conseguenza è la creazione di un enorme numero di nuovi senzatetto.
"Chiudere i campi prima che i residenti siano in grado di tornare a casa non risolve la crisi degli sfollati - spiega il segretario generale del Nrc Jan Egeland - Al contrario, mantiene tantissimi iracheni nel circolo vizioso dello sfollamento, più vulnerabili che mai, soprattutto in piena pandemia". Lo dimostrano gli sfollati buttati fuori dai campi chiusi nelle scorse settimane a Baghdad e Karbala: secondo l'Organizzazione mondiale per le migrazioni, la metà di loro si è ritrovata a vivere in edifici abbandonati, per strada. Chi è riuscito a tornare, in alcuni casi, ha trovato la propria casa occupata da un'altra famiglia, all'interno di un processo di modifiche demografiche del territorio su scala etnica e confessionale. Ma sono comunque pochi: secondo l'Oim il 76% dei quasi 17mila sfollati cacciati dai campi nell'ultimo anno ha subito un secondo sfollamento nelle città ospitanti. Fuori dai campi ufficiali, ma in ghetti nati spontaneamente dove era possibile, ai margini delle comunità, primo passo verso ulteriori tensioni sociali in un paese in piena crisi economica e politica.
di Giovanni Terzi
Il Tempo, 9 novembre 2020
Il ragazzo di 25 anni, accusato di omicidio, si tolse la vita in carcere. Dopo 16 anni sono stati condannati i veri colpevoli del delitto: lo studente era innocente.
Ci sono avvenimenti che non è giusto che passino nell'oblio. Storie che hanno per sempre segnato la vita di persone e famiglie in modo definitivo; una di queste è quella di Aldo Scardella morto suicida nel carcere di Cagliari il 2 luglio del 1986. Per testimoniare l'ingiustizia Perpetrata ad Aldo Scardella il 23 settembre del 1986 Enzo Tortora andò a deporre un mazzo di fiori sulla sua tomba benché ancora con esattezza non si conosceva nulla della sua innocenza.
di Giulia Sorrentino
Libero, 9 novembre 2020
Il dirigente del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria si schiera col magistrato antimafia. E sulle scarcerazioni facili: commessi troppi errori.
Emilio Di Somma, parliamo dello scontro tra il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e il pm Antonino Di Matteo: cosa ne pensa uno come lei che è stato vicecapo del Dap e che conosce i retroscena delle nomine agli incarichi di maggior prestigio?
di Antonello Cherchi
Il Sole 24 Ore, 9 novembre 2020
Il virus torna a mettere in difficoltà la giustizia. A soffrire di più, con tagli drastici di udienze e rinvii, sono i procedimenti penali in tribunale e quelli di fronte ai giudici di pace, sia civili che penali. Infatti, nel penale, a differenza del civile e dell'amministrativo, i canali telematici affiancano poco o nulla le attività da svolgere di persona. Peggiore la situazione dei giudici di pace: qui la telematizzazione è all'anno zero, nonostante la grande mole di controversie di cui si occupano.
di Felice Sblendorio
bonculture.it, 9 novembre 2020
Intervista a Marcello Bortolato, magistrato e presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze
Non ha risparmiato nulla la pandemia: nemmeno il carcere.
Secondo l'ultimo bollettino fornito da Mauro Palma, il Garante nazionale delle persone private della libertà personale, l'estensione del contagio in carcere procede a ritmo sostenuto con più di 400 positivi tra i detenuti e un valore più alto tra il personale penitenziario. In una settimana il numero dei positivi in cella è più che raddoppiato.
di Claudia Morelli
altalex.com, 9 novembre 2020
Il sistema in Italia è travolto dall'impossibilità di svolgere i processi con udienze in presenza e dalla farraginosità di risposta delle diverse giurisdizioni. Processi Tele(p)atici. Nonostante la telematica, la giustizia rinuncia al principio di oralità, in quarantena da Covid-19.
Le giurisdizioni, più che accedere alle video-udienze (considerate male minore dagli avvocati) si preparano alla trattazione scritta a tappeto. Non nel penale, però, nel quale l'ultimo provvedimento (vedi infra) estende la digitalizzazione alle udienze preliminari e alle camere di consiglio mentre le udienze dovranno tutte tenersi in presenza.
L'innovazione nella Giustizia ha percorsi insondabili. E mentre scriviamo di progetti di AI e Blockchain a supporto del servizio Giustizia, dobbiamo fare i conti con la realtà del sistema in Italia, travolto ancora una volta dalla impossibilità di svolgere i processi con udienze in presenza e dalla farraginosità con la quale le diverse giurisdizioni stanno rispondendo per cercare di mandare avanti il sistema.
Inoltre, all'interno di ciascuna giurisdizione la situazione è effettivamente, e drammaticamente, a macchia di leopardo. Alcune sedi funzionano quasi a pieno ritmo. Di altre, invece, si registra l'encefalogramma piatto. Vecchie ragioni (anche nella scelta dei dirigenti o nella scopertura di organico) e nuove (incompetenza digitale e assenza di infrastrutture) si sommano in un cocktail nefasto per il servizio pubblico. E, incredibilmente, le risorse finanziarie ci sono state e ci sarebbero ancora.
Dal canto suo, il Governo, con il nuovo decreto legge "ristori", approvato in Consiglio dei Ministri di lunedì parla con enfasi di "digitalizzazione" riferendosi alla previsione dell'utilizzo di collegamenti da remoto per l'espletamento di specifiche attività legate alle indagini preliminari e, in ambito sia civile che penale, alle udienze; e alla semplificazione del deposito di atti, documenti e istanze. Segnalo che prevede, tra le altre cose, lo stop dei pignoramenti immobiliari fino a 31/12, rendendo inefficace ogni procedura esecutiva effettuata dal 25 ottobre.
Facciamo il punto delle norme processuali contenute nel D.L. n. 137/2020 negli artt. da 23 a 28 con il supporto di Maurizio Reale, avvocato esperto di Processo telematico. E poi proviamo a stimare il debito giudiziario che l'Italia si porterà sulle spalle.
Il processo penale e le novità del decreto legge Ristori (n. 137/2020) - Le novità riguardano in particolare il processo penale. Oltre la possibilità di effettuare comunicazioni, avvisi e notifica delle sentenze alle parti via Pec, la digitalizzazione del processo penale iniziata con il decreto legge Cura Italia (D.L. n. 18/2020) estende la possibilità di svolgere in videoconferenza, contestualmente con collegamenti da remoto, le indagini preliminari, udienze penali (secondo un provvedimento della Dgsia da adottare) e camere di consiglio (prima in via temporanea, fino al 30 giugno; ora per tutta la durata del periodo emergenziale) e l'escussione dei testimoni (scatenando sul punto la reazione contraria di Ucpi). Non solo. La principale novità sta nell'aver esteso la possibilità di deposito telematico di memorie, istanze di parte; possibilità di deposito che subirà una ulteriore estensione di atti che potranno avvalersi della gestione digitale. Per quanto riguarda le udienze, potranno essere svolte da remoto anche quelle per l'escussione dei testimoni.
Il processo civile - Doveva essere un fiore all'occhiello, con i suoi 50 milioni di atti depositati nei sei anni di obbligatorietà. E invece anche la giustizia civile è andata in lockdown. Nessuna particolare novità. Quindi per il rito civile valgono le norme contenute nel decreto Agosto che prevedono, ma fino al 31 dicembre, il deposito obbligatorio di tutti gli atti di parte telematicamente nei Tribunali, Corte di Appello. In Cassazione - in virtù di un protocollo sottoscritto a luglio e poi ri-sottoscritto a ottobre - si avvierà la sperimentazione del deposito telematico secondo il doppio binario, per arrivare al 15 gennaio quando le parti avranno la facoltà di depositare telematica, che diverrà obbligatoria e a regime ad aprile (segnate la data). Vediamo se questa sperimentazione funzionerà meglio di quella precedente.
Le udienze sono sostanzialmente a trattazione scritta, a meno che non siano le parti a chiederne la trattazione da remoto (tramite Teams o Skype Business) o il giudice le disponga d'ufficio. Udienze in presenza sono disposte per le cause di maggiore delicatezza nel diritto di famiglia e minori; ma il dl ristori prevede che per separazioni e divorzi le parti possono rinunciare alla udienza in presenza depositando telematicamente memorie scritte.
È prevista sempre la possibilità della udienza in presenza scaglionata. Ma questo attiene alle scelte organizzative dei singoli uffici giudiziari. E questo è un problema. Tanto che l'Avvocatura aveva chiesto di prevedere disposizioni unitarie in tutti i Tribunali italiani, oltre la semplificazione delle udienze a trattazione scritta; e l'obbligo di fissazione di orari scaglionati per le udienze in presenza. Occorre inoltre ricordare che non in tutti gli uffici del Giudice di pace è possibile depositare gli atti in via telematica. Al "danno", potremmo dire, si aggiunge anche "la beffa" visto che il Legislatore si è perduto per strada la norma che permetteva all'avvocato di certificare la firma della procura alle liti del cliente per poter depositare il ricorso/azione.
Entro metà novembre l'accesso dei cancellieri ai registri di cancelleria da remoto - Se le parti dunque, dovranno fare i conti con la resistenza alle udienze da remoto che ha una doppia causa nei profili organizzativi di natura tecnica e tecnologica e nella preferenza della magistratura alla trattazione scritta, finora il collo di bottiglia è stato rappresentato dalle cancellerie visto che - come aveva denunciato AVV 4.0, i cancellieri non potevano accedere da remoto ai servizi di cancelleria, che sono quelli che ricevono, smistano, effettuato tutte le comunicazioni e gli atti necessari all'andamento del processo. Il Ministero della Giustizia ha promesso, anche qualche girono fa, di provvedere entro metà novembre per permettere l'accesso ai registri di cancelleria anche da remoto per permettere lo smart working e (di riflesso?) mandare avanti l'attività giurisdizionale.
Processo tributario telematico - È stato l'ultimo processo telematico a partire, con la previsione sulla carta delle udienze da remoto a regime fin dal 2018. Eppure il decreto legge "Ristori" le prevede ancora in via emergenziale, forse consapevole che le commissioni tributarie in massima parte non hanno la reattività adatta a riorganizzarsi da remoto; e pare che anche firmare digitalmente i provvedimenti sia difficoltoso. Insomma, se è possibile fare udienze da remoto, bene; altrimenti le controversie fissate per la trattazione passano in decisione sulla base degli atti, salvo trattazione documentale richiesta dagli avvocati. Anche qui, una beffa. Una situazione che gli avvocati tributaristi hanno più volte denunciato essere molto grave.
Occorre evidenziare che dopo diversi mesi, finalmente a metà ottobre il Garante privacy aveva dato parere favorevole allo schema di regolamento attuativo del MEF sulle udienze da remoto a regime che potrebbero svolgersi dalla piattaforma Skype for business tramite la infrastruttura SIF ma con alcune osservazioni: valutare meglio la circostanza del trattamento dei dati personali nei casi in cui il cittadino può intervenire personalmente; valutare la formazione di metadati prodotti (e conservati) dalla stessa piattaforma; che occorrerebbe studiare un meccanismo di identificazione e autenticazione della parte e, nel mentre, occorre che il link per l'accesso alla video udienza fosse strettamente personalizzato e non cedibile a terzi; le necessità di prevedere la informativa per il trattamento dei dati; l'inefficacia di effettuare la sottoscrizione del verbale d'udienza da parte di giudici e segretario don SPID ma con firma digitale (come avviene per tutti i comuni mortali, in effetti, quando occorre dare valore legale ad un documento!).
Processo amministrativo: dal 9 novembre trattazione scritta salvo... È quello che ha dimostrato maggiore resilienza, anche per la reattività dimostrata dalla produzione di Linee guide man mano che il legislatore interveniva con la normazione d'emergenza. L'art. 4 del decreto legge n. 28/2020, convertito con modificazioni dalla Legge 25 giugno 2020, n. 70, aveva disposto che, nel processo amministrativo telematico, fino al 31 luglio 2020, poteva essere chiesta la discussione orale ovvero disposta d'ufficio, mediante collegamento da remoto. Sul sito è stata predisposta una sezione con le istruzioni sulla strumentazione operativa, sul funzionamento di Microsofts teams e anche un approfondimento compilazione nuovi moduli di deposito ricorso e atto.
Ora il decreto Ristori estende la possibilità per le parti con istanza congiunta (altrimenti decide il giudice) di richiedere la discussione orale da remoto per tutte le udienze pubbliche che si svolgono dal 9 novembre 2020 al 31 gennaio 2021. Durante il periodo, salvo le parti abbiamo chiesto la trattazione orale da remoto, gli affari in trattazione passano in decisione, senza discussione orale, sulla base degli atti depositati, ferma restando la possibilità di definizione del giudizio ai sensi dell'articolo 60 del codice del processo amministrativo, omesso ogni avviso. Il giudice delibera in camera di consiglio, se necessario avvalendosi di collegamenti da remoto. Restano fermi i poteri presidenziali di rinvio degli affari e di modifica della composizione del collegio.
Per le udienze pubbliche e le camere di consiglio che si svolgono tra il 9 e il 20 novembre 2020, l'istanza di discussione orale, di cui al quarto periodo dell'articolo 4 del decreto-legge n. 28 del 2020, può essere presentata fino a cinque giorni liberi prima dell'udienza pubblica o camerale.
Debito finanziario e debito giudiziario - Di certo, a causa del Covid 19 ma non solo, oltre il debito finanziario l'Italia si ritroverà sulle spalle un debito "giudiziario", ordinario e tributario, senz'altro; forse meno consistente quello giudiziario amministrativo.
Carichi pendenti che potrebbe trascinare giù il sistema economico insieme allo stop dell'economia. Avv4.0 ha cercato di stimare l'entità del debito, chiedendo alle diverse amministrazioni i dati dei processi da marzo a ottobre 2020. Non ha risposto il ministero della Giustizia. Per il settore tributario abbiamo consultato le rilevazioni trimestrali del Ministero dell'Economia. Partiamo da questi. I rinvii tributari. Per iniziare a prefigurare scenari, basti pensare che a marzo 2020 (in piena fase I) i giudici tributari hanno adottato 19mila600 decreto di rinvio delle udienze; decreti che sono diventato 30mila400 da aprile a giugno (ultimi dati disponibili). Insomma oltre 50mila rinvii in 8 mesi.
di Sergio Rizzo
La Repubblica, 9 novembre 2020
Il ministro Bonafede ha istituito l'ennesima commissione, dimenticando che da oltre tre anni giace in qualche cassetto una relazione di Alpa (mentore del premier) sul taglio del contenzioso.
Tre milioni, 287 mila 116. Ecco il numero delle cause civili che risultavano pendenti nel primo trimestre di quest'anno, praticamente all'inizio della pandemia che poi avrebbe bloccato quasi del tutto i tribunali. Quel numero dice che un italiano su 18, neonati compresi, oggi ha in atto una lite in sede civile. Rapporto che di civile ha decisamente poco.
Ce lo ricorda continuamente la Commissione europea, sottolineando che solo Cipro ha una giustizia civile più lenta e complicata. Con le inevitabili e gravi conseguenze del caso, a cominciare dal formidabile effetto dissuasivo nei confronti degli investimenti esteri. Lo sanno da decenni anche le pietre, e da sempre non c'è stato governo che non abbia promesso di togliere la sabbia dagli ingranaggi. Solo per restare nell'attuale millennio, "una rivoluzione nella giustizia civile", annunciò il ministro della giustizia Piero Fassino nel 2000.
Ma poco rivoluzionaria, se nel 2003 il suo successore, il leghista Roberto Castelli, annunciava un'altra e ben più decisiva riforma che "inciderà concretamente sui tempi lunghi della giustizia italiana, contribuendo a smaltire l'enorme arretrato".
Arretrato che, per inciso, da allora aumentò di oltre un milione di cause nei successivi sei anni. Tanto che il ministro Clemente Mastella dovette dare pubblicamente ragione al governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, indignato per la situazione della giustizia civile in Italia Così come Angelino Alfano. Il quale, nel 2008, non esitò a confermarne lo "stato di gravità", mentre il capo dello Stato (e della magistratura) Giorgio Napolitano denunciava: "Attualmente è un ostacolo non da poco agli investimenti esteri".
Toccò nel 2013 alla ministra della Giustizia Anna Maria Cancellieri comunicare la decisione di aver deciso "una terapia d'urto", con il decreto "del fare" che secondo il premier dell'epoca Enrico Letta sarebbe stato "rivoluzionario" per la giustizia civile. Mai però come la rivoluzione che aveva in mente Matteo Renzi, e che fece passare in Parlamento con la fiducia.
Ma anche in questo caso il termine "rivoluzione" sembrò un tantino ridondante. Il 22 luglio del 2016 l'ufficio parlamentare di bilancio di Giuseppe Pisauro giudicò infatti i miglioramenti introdotti negli armi "parziali e troppo timidi". Formula elegante per dire che fino a quel momento era stata solo una sequenza di flop. Il motivo è presto detto. A dispetto delle promesse, la politica non si è mai davvero impegnata per risolvere il problema.
Le cause, ovviamente, sono varie. Le lobby remano contro, le burocrazie pure, gli organici sono ridotti, le strutture fatiscenti, le procedure assurde. E le responsabilità sono anche molto diverse. Ma la verità è che non c'è mai stata la determinazione e la lucidità necessaria: altrimenti dopo tanti anni e innumerevoli promesse non saremmo ancora qui a parlarne. Come sta a dimostrare la storia incredibile che raccontiamo di seguito.
Il 7 marzo del 2016 il governo di Matteo Renzi ha appena compiuto due anni e la rivoluzione della giustizia civile non sta evidentemente ancora dispiegando i suoi effetti. Quel giorno il ministro della giustizia Andrea Orlando decide di istituire una commissione, testuale, "per l'elaborazione di ipotesi di organica disciplina e riforma degli strumenti di degiurisdizionalizzazione, con particolare riguardo alla mediazione, alla negoziazione assistita e all'arbitrato".
Traduzione: sfoltire quanto più possibile il contenzioso che intasa i Tribunali civili. E a chi affida la commissione? A un principe del foro che risponde al nome di Guido Alpa, mentore e socio di studio dell'avvocato Giuseppe Conte, futuro presidente del Consiglio che in quel momento occupa un posto da laico nel consiglio di presidenza della giustizia amministrativa per nomina del M5S: sponsor Alfonso Bonafede, ossia il futuro ministro della Giustizia nel governo Conte. Dopo nove mesi di lavoro a gennaio del 2017 Alpa spedisce a Orlando la relazione con le proposte per tagliare le liti civili. Ma è un momentaccio.
Il ministro della Giustizia è impegnato nella battaglia con Renzi per la corsa alla segreteria del Pd ed è forse un po' distratto. Di sicuro, però, le alte burocrazie ministeriali non fanno salti di gioia a vedersi scavalcate da un Alpa qualsiasi, e certo non hanno alcun interesse a spingere la cosa. Così la relazione finisce in un cassetto. Dove rimane fino allo sbarco di Conte a palazzo Chigi e di Bonafede al ministero di via Arenula.
A quel punto logica vorrebbe che saltasse subito fuori. Invece no. Nemmeno con l'arrivo del ministro a Cinque stelle, che ha spinto il socio di Alpa prima a Palazzo Spada e poi a Palazzo Chigi, il documento viene riesumato. Anzi, in previsione c'è pure un bello schiaffone per il principe del foro. Il 23 dicembre 2019 Bonafede istituisce per decreto un'altra commissione, battezzata "Tavolo tecnico sulle procedure stragiudiziali in ambito civile e commerciale".
Un comunicato del ministero spiega che "si tratta di un tavolo che nasce per una ricognizione approfondita e sistematica delle procedure stragiudiziali esistenti con l'obiettivo di ridurre il contenzioso giudiziario e potenziare l'accesso alla giustizia per tutti i cittadini".
Le parole sono un po' diverse, ma il succo non cambia: è di fatto lo stesso lavoro che era stato affidato da Orlando a Guido Alpa. Stavolta presidente della nuova commissione è un consigliere del ministro, l'avvocato Pietro Gancitano. E i lavori sono materialmente coordinati da Paola Lucarelli, professoressa di diritto commerciale all'università di Firenze, la stessa dove ha studiato Gancitano. Si parte il 21 gennaio 2020 e il primo atto del cosiddetto "Tavolo" è la pubblicazione del "Manifesto della Giustizia complementare alla giurisdizione".
Nel frattempo siamo però giunti al 28 marzo, il coronavirus impazza con l'Italia in pieno lockdown. I componenti del "Tavolo" chiedono allora una proroga della scadenza, prevista per la fine di giugno. Ma da quell'orecchio l'ufficio legislativo del ministero non ci sente. E anche questo tentativo naufraga nelle secche della burocrazia ministeriale, mentre del ministro si perdono le tracce. Agli atti resta l'ennesima relazione e una interrogazione parlamentare presentata in Senato da Donatella Conzatti, commercialista eletta con Forza Italia e poi passata a Italia viva. Oltre, naturalmente, ad altri quattro anni (e un po' di soldi pubblici) buttati via.
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