gazzettadalba.it, 9 novembre 2020
Un complesso in attesa di ristrutturazione, sovraffollato, dove sono state avviate iniziative all'avanguardia: è il carcere Giuseppe Montalto di Alba. Da cinque anni, ad accendere i riflettori è il garante per le persone detenute Alessandro Prandi, il cui mandato scadrà a dicembre. Un ruolo volontario e non retribuito, creato con l'obiettivo di far valere i diritti dei carcerati, oltre a garantire un legame con le istituzioni. Dopo essersi ricandidato per i prossimi cinque anni, Prandi traccia un bilancio della sua esperienza.
Che realtà rappresenta oggi il Montalto, Prandi?
"Dopo i contagi di legionella a inizio 2016, il carcere ha riaperto nell'estate 2017, limitatamente a una sezione da 33 posti, dove in media abbiamo sempre almeno 46 detenuti, a parte i mesi del lockdown. Siamo così diventati il carcere più sovraffollato d'Italia. Gli spazi sono il problema più importante, che limita l'organizzazione delle attività, soprattutto in questo momento. Finalmente, a settembre, è stato pubblicato il bando per lo svolgimento dei lavori da oltre 4 milioni di euro: se verranno portati a termine entro un paio di anni, il Montalto potrà ritornare alla sua capienza originaria: 142 posti".
Dal punto di vista umano, che cosa emerge dai suoi colloqui con i detenuti?
"I colloqui sono la parte più importante del ruolo del garante: dalla riapertura del 2017 a oggi, ho passato in carcere 330 ore, tra incontri, visite e altri impegni. E posso dire che, se non si vive in prima persona la realtà carceraria, non si può comprendere. Dai colloqui ho potuto notare come, al di là del motivo per cui una persona è detenuta, sono tante le fragilità che possono derivare dal contesto da cui si proviene o dalle esperienze vissute. In più casi ho incontrato detenuti con problemi psichiatrici, che avrebbero dovuto seguire percorsi diversi, ma il sistema italiano non è in grado di offrire alternative".
Qual è il rapporto tra il carcere e l'Albese?
"Il Montalto ha grandi potenzialità, come dimostra, ad esempio, il corso di operatore agricolo, con il quale si è realizzato il vino Vale la pena. Importante anche il ruolo dell'associazione di volontariato Arcobaleno, che fornisce aiuti concreti ai detenuti e organizza attività. All'interno, sono un centinaio gli agenti della Polizia penitenziaria, con due educatori. A mio avviso, però, continua a mancare una progettualità. Il passaggio fondamentale sarebbe coinvolgere pienamente il carcere nelle politiche sociali cittadine, considerandolo una realtà che fa parte del territorio: è fondamentale comprendere che investire sul carcere, significa investire in sicurezza. Oggi, quando un detenuto esce dalla struttura, se non ha un contesto familiare di riferimento, si trova da solo, con tutti i problemi connessi al reinserimento: questo aumenta il rischio di recidiva".
Com'è vissuta l'emergenza sanitaria in carcere?
"Dopo un periodo di fermo, sono riprese le attività, a piccoli gruppi, anche se l'accesso dei volontari è ridotto. I colloqui con i familiari sono ammessi, mantenendo anche le videochiamate. A oggi non ci sono stati casi di Covid-19. Ad Alba, però, non è garantito il lavoro esterno ai detenuti, poiché non si riesce a isolare il lavoratore nel momento in cui rientra".
Quali iniziative le piacerebbe vedere realizzate?
"Per esempio, un servizio di trasporto, con una navetta di collegamento con il centro, come accade in tutti gli istituti penitenziari. Inoltre, sarebbe importante migliorare il piazzale, ora abbandonato. Tra i progetti vedrei bene una serie di collaborazioni, come quella tra il piccolo museo interno e gli altri piemontesi, ma anche con il Dipartimento di giurisprudenza dell'Università di Torino, avviando un vero scambio".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 9 novembre 2020
"Risulta essere in grado di percepire l'effetto rieducativo della pena". Tanto basta, secondo i giudici, per riportarlo in carcere. Anche se è un uomo di sessant'anni che pesa quasi trenta chili e da decenni soffre di schizofrenia, anoressia, mutacismo. Anche se di recente è stato dimesso dall'ospedale di Pozzuoli dopo un ricovero presso il dipartimento di salute mentale per atti di lesionismo nei confronti di se stesso e di altri. E anche se, proprio per le sue condizioni di salute, da diciassette anni scontava la condanna in detenzione domiciliare.
Per riportare in carcere Antonio Puglisi, ieri mattina, è stata necessaria l'ambulanza. Perché non si poteva fare diversamente. L'uomo è in condizioni di salute tali da richiedere assistenza continua e da non poter essere autosufficiente. Per condurlo in carcere è stata organizzata un'operazione con auto dei carabinieri e ambulanza. Antonio Puglisi, originario del rione Traiano, con un'accusa di omicidio sulle spalle (un delitto avvenuto nel 1996 nell'ambito di regolamenti di conti fra persone ritenute legate a clan della camorra), è tornato in cella. Destinazione, carcere di Secondigliano.
La decisione è stata adottata dai giudici del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, lo stesso che negli ultimi anni gli aveva rinnovato la possibilità di scontare la condanna in detenzione domiciliare in considerazione dei gravi motivi di salute. Puglisi sta scontando una condanna a 24 anni di carcere, in gran parte già espiata e con un residuo di quattro anni e dieci mesi. "Da 17 anni il mio assistito era in detenzione domiciliare - spiega l'avvocato Giovanna Limpido, difensore di Puglisi - Le sue condizioni di salute, negli anni, non sono cambiate e mi sorprende che una simile decisione arrivi proprio in un momento particolare come questo, con una pandemia in atto e il rischio di contagio altissimo anche all'interno delle strutture carcerarie".
Difatti, una preoccupazione centrale di questi giorni, negli ambienti politici, giudiziari e della sfera penitenziaria, è proprio quella legata alle misure da adottare per limitare il sovraffollamento delle carceri e contenere il rischio Covid all'interno degli istituti di pena, visto che i dati sui contagi sono in costante aumento. In Campania si registrano più di 20 detenuti positivi al Covid e oltre 70 tra agenti della polizia penitenziaria e personale socio-sanitario. Nel resto del Paese la situazione non è meno allarmante: tre detenuti sono morti durante questa seconda ondata della pandemia (uno ad Alessandria, uno a Livorno e uno a Milano), sono stati accertati 1.050 casi di positività al virus tra detenuti e personale penitenziario e sono oltre 1.300 i poliziotti in malattia, in isolamento fiduciario o in attesa di tampone. Numeri che proprio ieri hanno spinto il sindacato di polizia penitenziaria a chiedere interventi per prevenire il propagarsi del virus.
Ma perché Puglisi è tornato in carcere? Perché quest'anno, dopo anni in cui era stata accolta, il Tribunale di Sorveglianza ha rigettato l'istanza per la concessione della detenzione domiciliare. Scrivono i giudici: "Non basta che l'infermità fisica menomi in misura rilevante la salute del soggetto in espiazione di pena ma è necessario che la stessa, oltre a non poter essere adeguatamente curata presso i centri clinici carcerari o con l'eventuale trasferimento del detenuto in ambienti sanitari esterni, raggiunga un livello tale da collidere con il senso di umanità e con il principio di tutela della salute garantiti costituzionalmente". Si parte dal presupposto che "il beneficio invocato può essere giustificato solo con l'impossibilità di praticare le cure necessarie nel corso dell'esecuzione della pena, non già dalla possibilità di praticarle meglio fuori dalla struttura penitenziaria". Di qui la decisione: "Nel caso di specie il collegio ritiene che il quadro patologico riscontrato non comporta l'inconciliabilità con il regime detentivo e per l'altro verso non fa venir meno la pericolosità dell'istante che per le patologie da cui è affetto risulta essere in grado di percepire l'effetto rieducativo della pena".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 9 novembre 2020
Ieri pomeriggio la comunità mondiale dei diritti umani ha tirato un sospiro di sollievo nell'apprendere che Nasrin Sotoudeh, la più nota avvocata iraniana per i diritti umani, aveva ottenuto il rilascio temporaneo. Sotoudeh stava scontando una serie di condanne, per un totale di 17 anni di carcere, solo a causa del suo impegno professionale in favore dei prigionieri di coscienza, dei condannati a morte e ultimamente delle attiviste processate per aver protestato pubblicamente contro l'obbligo d'indossare il velo.
Fiaccata da un lungo sciopero della fame, c'è da sperare che Sotoudeh possa riprendersi e avere accesso a tutte le cure mediche di cui ha bisogno e che, soprattutto, quel rilascio diventi permanente.
Behnam Mahjoubi, 33 anni, appartenente alla comunità sufi dell'Iran, resta invece ancora in stato di detenzione ed è un'altra persona che in carcere non avrebbe mai dovuto entrare. Arrestato insieme ad altre centinaia di manifestanti durante le proteste scoppiate a Teheran il 19 e 20 febbraio 2018 e rilasciato dopo un breve periodo di detenzione, nell'agosto 2019 Mahjoubi è stato condannato a due anni di carcere dalla sezione 26 del Tribunale rivoluzionario di Teheran per "raduno illegale" e "attentato alla sicurezza nazionale".
Da quando nel giugno 2020 ha iniziato a scontare la pena nel carcere di Evin, a Mahjoubi sono state negate le cure per gli attacchi di panico di cui soffre, nonostante i familiari si fossero detti disponibili a fornirli. Sonniferi, solo sonniferi, in carcere non c'era altro. A seguito del peggioramento delle condizioni di salute, anche a causa di una caduta durante un attacco di panico che lo ha reso paralizzato da un lato del corpo, il 27 settembre Mahjoubi è stato trasferito e ricoverato contro la sua volontà presso l'ospedale psichiatrico "Aminabad", nella località di Razi.
In segno di protesta, Mahjoubi ha iniziato uno sciopero della fame. Durante il ricovero (sei giorni e cinque notti), ha subito torture, violenze fisiche e psicologiche e trattamenti medici che lo hanno reso a lungo incosciente.
Rientrato nel carcere di Evin ha iniziato a perdere gradualmente la percezione fisica del suo corpo, a tal punto da non poter più alzare dalla branda. Nonostante le autorità sanitarie abbiano dichiarato che debba essere rilasciato a causa del disturbo di cui soffre e delle preoccupanti condizioni fisiche in cui versa, non compatibili con la detenzione in carcere, per essere adeguatamente curato in una struttura ospedaliera, Mahjoubi resta in prigione.
La Repubblica, 9 novembre 2020
Zaky, 28 anni, arrestato a febbraio con l'accusa di propaganda contro lo Stato, non è stato portato in aula. Il giovane, 28 anni, è in carcere da otto mesi: le accuse contro di lui non sono mai state discusse ma secondo la legge egiziana l'arresto preventivo può essere prolungato fino a due anni. Al termine del quale, spesso, gli imputati vengono tenuti in carcere con una modifica delle accuse: cosa che fa ripartire il calcolo della carcerazione preventiva per altri 2 anni.
Un sistema di "porte scorrevoli" come lo ha definito Human rights watch in un report in cui lo descriveva come il metodo scelto dal governo del presidente Abdel Fatah al Sisi per tenere sotto controllo i dissidenti. Inizialmente detenuto a Mansoura, città di origine della sua famiglia, Patrick è stato spostato al Cairo a marzo: e per mesi, a causa dell'emergenza Covid, non ha potuto incontrare familiari né avvocati. La mamma ha potuto finalmente vederlo soltanto a settembre e lo ha trovato dimagrito e stanco, ma anche determinato a non farsi piegare e desideroso di continuare gli studi in Italia.
di Pio D'Emilia
Il Messaggero, 9 novembre 2020
Il primo incontro risale al lontano 1990. Il camion dal quale conduceva la sua prima, improvvisata campagna elettorale, e sul quale ero salito assieme ad altri colleghi stranieri, si era rotto, e fummo tutti costretti a passare la notte in una locanda isolata alla periferia di Rangoon, la capitale. Parlammo a lungo: lei, Aung San Suu Kyi, ci raccontò tutta la sua vita, l'infanzia accanto al padre Aung San, padre della patria alleatosi con chiunque persino gli invasori giapponesi - gli avesse promesso aiuto nella lotta per la conquista dell'indipendenza, poi rimasto ucciso in un attentato proprio il giorno in cui veniva inaugurato il primo governo nazionale.
La scelta di vivere all'estero, seguendo il marito, studioso di buddismo. Il suo ritorno in patria per assistere la madre, malata. Ed il suo improvviso, imprevisto quanto inevitabile coinvolgimento nella vita politica, dopo i massacri perpetrati dalla giunta militare. "Non è quello che pensavo di fare ci diceva ma è quello che debbo fare". Da allora ci siamo incontrati più volte. Nel novembre 2010, appena liberata, fui il primo giornalista straniero ad intervistarla. Uno degli incontri più emozionanti della mia vita. Poi, improvvisamente, la svolta.
Era il novembre del 2015, esattamente 5 anni fa. Il Paese era alla vigilia delle prime elezioni finalmente libere (beh, quasi: i militari continuano a riservarsi il 25% dei seggi ed il diritto di veto per ogni riforma costituzionale) ed era evidente che lei ed il suo partito, la Nld (nuova lega democratica) avrebbero trionfato. Chiesi e ottenni un'intervista, che si svolse a casa sua. Verso la fine le posi una domanda che forse non si aspettava, ma certamente legittima. Una domanda sul suo collega Liu Xiaobo, lo scrittore cinese insignito del Nobel per la Pace, che stava marcendo, gravemente malato, in carcere (morì, sempre in carcere, un paio di anni dopo).
La signora era appena rientrata dal suo primo, storico viaggio in Cina, durante il quale aveva incontrato anche il presidente cinese Xi Jinping. Ne avevano parlato? Aveva approfittato dell'occasione per chiedere la liberazione del Nobel? Con mio grande stupore lei si irrigidì, tentando di eludere la domanda. Ma a seguito della mia insistenza si alzò in piedi, dicendomi che non era corretto chiederle il contenuto di un incontro privato (!) e che comunque il mio tempo era scaduto. In pratica mi cacciò di casa. Da allora non sono più riuscito a parlarle. E quando tre anni fa, in occasione della visita del Papa e delle critiche internazionali compresa una lunga lettera del Dalai Lama che stava ricevendo per il modo in cui stava gestendo la tragedia dei Rohingya riuscii finalmente a contattarla, mi attaccò il telefono in faccia. Sic transeat gloria mundi.
Per molti anni abbiamo seguito con molta attenzione, apprensione e simpatia le vicende della Birmania (che oggi si chiama Myanmar), il meraviglioso quanto sfortunato e dilaniato Paese del Sud-Est asiatico immortalato da George Orwell nel suo avvincente Burmese Days, Diario Birmano. E questo anche grazie alla figura carismatica di Aung San Suu Kyi, 75 anni, premio Nobel per la Pace, per molti anni simbolo della resistenza contro il Tatmadaw, uno dei regimi militari più lunghi, sanguinari e corrotti della storia, e della lotta per il rispetto dei diritti umani. La sua liberazione nell'oramai lontano 2011, dopo anni di prigione e arresti domiciliari, venne salutata e celebrata in tutto il mondo, Italia compresa.
Una ventina di Paesi e di importanti città, compresa Roma, le concessero la cittadinanza onoraria. Tutte revocate (tranne la nostra, pare, forse sarebbe il caso di farlo) negli ultimi due o tre anni, da quando, a seguito delle elezioni del 2015, la signora è andata al potere grazie ad un discutibile accordo con i militari e da quando si è resa complice, nella migliore delle ipotesi, del genocidio perpetrato nei confronti dei Rohingya, una minoranza etnica di religione musulmana che vive nello stato Arakan-Rakhine e da sempre vittima di pesanti discriminazioni e violente repressioni.
Nell'agosto 2017, a seguito di una violentissima operazione militare, oltre 700 mila persone hanno dovuto abbandonare i loro villaggi, rifugiandosi nel Bangladesh.
Un'operazione per la quale Aung San Suu Kyi ed il suo governo sono attualmente sotto processo presso la Corte Internazionale di Giustizia dell'Aja. L'accusa è gravissima: genocidio. Ma la signora tira dritto per la sua strada. Non solo ha negato tutte le accuse, ma continua a governare assieme ai suoi ex aguzzini, e pur di restare al potere ha ignorato in questi ultimi giorni ogni appello, anche da parte della comunità internazionale, a sospendere il voto.
Voto che si è svolto ieri e che ha confermato la sua grande popolarità, ma che per colpa della pandemia e degli scontri in corso in varie zone del Paese è stato sospeso in oltre 50 città e dal quale molte minoranze non solo i Rohingya sono state escluse. Elezioni apartheid, le ha definite Human Rights Watch, usando un termine che speravamo fosse definitivamente sepolto dopo la fine del regime razzista sudafricano. Alla fine, oltre 3 milioni di cittadini sono stati privati del diritto di voto, con il benestare della Signora Povera Birmania.
modenatoday.it, 9 novembre 2020
Nel tardo pomeriggio di venerdì alcune decine di manifestanti si sono dati appuntamento davanti al carcere di Modena. Una protesta annunciata qualche giorno prima, con l'intento di riaccendere i riflettori sulla tragica rivolta dell'8 marzo e chiedere giustizia per le vittime di quei drammatici fatti, ma anche un cambio di rotta circa la gestione della popolazione carceraria.
Nel volantino che annunciava la mobilitazione si legge infatti: "Sulle reali cause di queste morti, stilare per lo più come 'morti per overdose', cala ben presto un inquietante silenzio. Da allora ad oggi, i detenuti rimasti nel carcere di Modena stanno in celle sovraffollate dentro una sezione chiusa e in pessime condizioni igienico-sanitarie".
Accuse che si sono trasformate quindi in protesta intorno alle 19 di venerdì, con un raduno nel parcheggio di strada Sant'Anna da parte di diverse persone, per lo più appartenenti agli ambienti della sinistra antagonista e anarchici. Oltre ai cori e agli slogan, si sarebbero verificati lanci di oggetti, fumogeni e petardi all'interno del cortile del carcere.
di Paola Fucilieri
Il Giornale, 8 novembre 2020
Un centinaio di detenuti contagiati dal Covid solo nel carcere milanese di San Vittore. Il culmine è stato raggiunto venerdì sera e nella casa circondariale è scattato subito l'allarme. In piazza Filangieri, infatti, c'è un hub, ovvero un reparto attrezzato per la cura del "Covid-19" creato dall'amministrazione penitenziaria presso l'istituto milanese in collaborazione con la Regione Lombardia, fortemente voluto per esigenze sanitarie dal direttore Giacinto Siciliano.
di Giancarlo Caselli
Il Fatto Quotidiano, 8 novembre 2020
"Serve per far confessare", "è delatorio", "i detenuti vessati anche nel vestiario", "non è più un regime eccezionale", etc. Luoghi comuni che fanno il gioco dei garantisti "à la carte" e dei mafiosi. Pubblicando l'intervento di Henry J. Woodcock sul 41bis, Marco Travaglio "immagina" che vi sarà un dibattito sul tema "fra gli addetti ai lavori". In questi anni ho molto scritto dell'argomento e forse ciò mi legittima ad intervenire. Ma ero incerto se farlo e ho deciso di sì soltanto per dovere di coerenza. Perché?
di Liana Miella
La Repubblica, 8 novembre 2020
Oggi forse il voto. La sinistra di Area candida Poniz ma chiede il voto palese perché teme dissensi anche interni. Da Magistratura indipendente però arriva una pressante richiesta di "discontinuità" proprio rispetto all'ex giunta Poniz. Da una parte c'è Bonafede, che va avanti nella sua strategia anti-Covid sulla giustizia. Dall'altra c'è una nuova Anm, che dovrebbe analizzare quei testi, ed è in allarme per le indiscrezioni, ma si presenta pesantemente divisa al primo appuntamento per eleggere il futuro presidente.
Il Messaggero, 8 novembre 2020
Il Covid corre anche nelle carceri. In dieci giorni è triplicato il numero dei detenuti positivi. Se al 28 ottobre erano 150, adesso sono 448. Ancora più alto il contagio tra i poliziotti penitenziari e il personale addetto: in 574 hanno contratto la malattia.
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