di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 7 novembre 2020
Il lugubre finalismo vendicativo dei giustizialisti suppone che il detenuto debba marcire nella sua cella fino alla morte, negandogli il diritto alla cura. "E' tutto nella legge". Così ha detto l'altra sera il giornalista Luca Telese, discutendo con il direttore di questo giornale durante la trasmissione "Non è l'Arena".
di Errico Novi
Il Dubbio, 7 novembre 2020
Sulla riforma del processo penale, la commissione Giustizia di Montecitorio ha voluto ascoltare anche gli accademici, dopo aver già incassato le critiche dell'Anm e, soprattutto, dell'avvocatura.
Fermatevi, please. O meglio: fermatela. Fermate l'ordalia dei reati. Arginate la bulimia del processo penale. Lo chiedono a gran voce i giuristi. Lo hanno ribadito in un'audizione sul ddl del guardasigilli Alfonso Bonafede, svolta giovedì scorso a Montecitorio, in commissione Giustizia. Da una parte il professore della Scuola superiore Sant'Anna di Pisa Tullio Padovani, tra i massimi padri della scienza processual penalistica italiana, che con impietosa, entomologica puntualità smonta gli auspici deflattivi della riforma.
Dall'altra un costituzionalista che si dichiara preliminarmente portatore di "un'ottica parziale, direi diagonale, sulla materia" come Alfonso Celotto, ordinario all'università Roma Tre, che precede l'intervento di Padovani e di Serena Quattrocolo, professoressa di Diritto processuale penale presso l'università del Piemonte orientale. Ebbene, è proprio il presunto intruso Celotto a tradurre in un accorato appello il senso che in fondo si potrebbe cogliere anche nelle parole degli altri due accademici: "Il punto è che sono state attratte nella sfera del processo penale troppe fattispecie anche minori, per le quali era più che sufficiente un altro genere di sanzione.
Se arriviamo a un milione e mezzo o due milioni di processi, come pure si legge nella relazione introduttiva della riforma, vuol dire che dobbiamo ridurre il numero dei reati, altrimenti non spegneremo mai l'incendio del carico eccessivo". Dobbiamo, in una parola, "depenalizzare".
Celotto: "pene pecuniarie oltre alle multe: che senso ha?" - Ecco, la frase di Celotto, pronunciata con pacatezza, è rimbombata nella Sala del Mappamondo non solo perché a presidiarla c'erano pochissimi deputati, tra i quali il vertice della commissione Mario Perantoni, dei 5 Stelle, con gli altri collegati in videoconferenza. La sala era solenne e vuota. Ma le parole del costituzionalista si sono udite benissimo, e non possono che rievocare il vano tentativo compiuto al tavolo del ministro, quasi due anni fa, da Anm e Unione Camere penali. Furono le rappresentanze di magistrati e avvocati a proporre alcune ipotesi di riforma, solo in parte accolte nel testo varato a inizio 2020 in Consiglio dei ministri, e a sollecitare anche ampi interventi di depenalizzazione. Alla fine l'ipotesi non ha retto alla prova dell'intesa politica e ne sono sopravvissute pochissimi riverberi sul fronte della nuova disciplina delle contravvenzioni, peraltro minuziosamente destrutturata dalle critiche di Padovani.
L'ordinario di Diritto costituzionale a Roma Tre, da giurista di estrazione eterodossa, fa notare cose semplicissime: "Ci sono fattispecie in materia ambientale e urbanistica già sanzionate sul piano amministrativo a cui, per creare un'ulteriore deterrenza, si aggiunge anche la responsabilità penale. Ma anche considerato che poi la sanzione penale è un'ammenda, cioè un'ulteriore sanzione economica, non si spiega il motivo per cui si debbano andare a ingolfare le sezioni penali dei Tribunali. Prima ancora della procedura", è la inevitabile raccomandazione di Celotto, "andrebbe dunque modificato il codice penale. Se io commetto un piccolo abuso edilizio, la sanzione di una forte multa e della demolizione è già molto persuasiva".
Padovani sottopone, senza pietà, i propositi deflattivi ai raggi X - Padovani è il primo processual penalista a essere divenuto accademico dei Lincei. Intanto contesta la cosiddetta "indicazione delle priorità, fra i reati, che dovrebbe essere avanzata dagli uffici di Procura con una serie di consultazioni e criteri, fra cui persino la dotazione di strumentazioni tecnologiche.
Cosa vuol dire, che se in quell'ufficio non ci fossero mezzi abbastanza evoluti per poter contrastare i reati informatici e per questo si decidesse di non inserire quelle fattispecie in cima alla gerarchia dei delitti da perseguire, i criminali informatici sposteranno i propri interessi tutti in quel distretto? Ma è assurdo".
Padovani ha una prosa fiammeggiante che annichilisce i deputati, nessuno dei quali alla fine, osa porgergli quesiti. Si sofferma anche sul "corto circuito che si rischia di creare fra le cosiddette priorità e la neo-introdotta disciplina dei termini per le indagini preliminari, ora presidiati anche da sanzioni disciplinari a carico del pm che non li rispettasse: ci troveremo dunque con magistrati inquirenti che da una parte avranno relegato in fondo alla graduatoria delle urgenze tutta una serie di materie, destinate quindi a finire sul binario morto della prescrizione; dall'altra però ci sono le sanzioni e dunque la necessità di chiudere tutto. Se la storia delle priorità voleva essere una disciplina surrettizia della prescrizione, mi pare che si sia riusciti a creare un meccanismo esplosivo".
Da instancabile sostenitore delle battaglie dei penalisti (categoria di cui pure fa parte), Padovani sollecita il Parlamento ad affrontare casomai "il nodo vero, quello dell'obbligatorietà". Poi però indaga sulle zone grigie della materia, e in particolare sugli interventi, previsti nel ddl penale, relativi alle pene pecuniarie: "Si rischia di perdere l'occasione sulla cosiddetta pena pecuniaria per tassi". Eppure, anche grazie al lavoro svolto dallo stesso Padovani nell'89 come consulente di via Arenula, "un po' di strada si era fatta: per esempio con l'articolo 459 comma 1 bis sul decreto penale.
Dobbiamo arrivare a una vera mutuazione, dal modello portoghese, del meccanismo per cui si sostituisce la pena detentiva con una pecuniaria moltiplicata per il numero di giorni di carcere altrimenti sofferti, ma calibrata in ragione delle reali possibilità economiche del soggetto. Con la riforma attuale", avverte Padovani in commissione Giustizia, "sapete cosa avverrebbe? Che una pena pecuniaria sostitutiva dell'arresto passerebbe da 45mila a 32mila euro: ma a che serve? Sono sempre troppi, per un poveraccio. Bisogna tenere conto di quello che realmente può pagare".
Poche attenuanti, da Padovani, anche per l'articolo 10 della riforma, relativo alle contravvenzioni, in cui il tentativo di rendere la sanzione pecuniaria concorrenziale con quella detentiva gli pare "confuso e non facilmente interpretabile: le norme esistenti sono più vantaggiose. Se si vuole snellire il sistema penale serve altro". Serve l'archiviazione di un totem, quello del panpenalismo. Che invece ancora una volta sembra aver schiacciato sotto i propri piedi gli auspici di chi avrebbe voluto depenalizzare, prima ancora che riformare il processo.
giustizianews24.it, 7 novembre 2020
Siamo ad oltre mille contagi nelle carceri italiane tra detenuti e personale penitenziario, con un trend di crescita spaventoso. Morti tre detenuti. Allo stato attuale nessuna misura di prevenzione per evitare il propagarsi del virus. A dichiaralo è il segretario generale del sindacato di polizia penitenziaria S.PP. Aldo Di Giacomo: "sono tre i detenuti morti nella seconda ondata nelle carceri italiane; uno a Livorno, uno ad Alessandria ed uno a Milano.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 7 novembre 2020
Il pm denuncia le criticità sottaciute di un regime carcerario simile alla tortura. Su questo giornale abbiamo spesso criticato le inchieste e i metodi del pm Henry John Woodcock, che hanno in qualche caso portato all'arresto di persone innocenti sulla base di prove inesistenti (per queste critiche il magistrato ci querelò, ma tutto fu archiviato perché i fatti raccontati erano veri).
di Angela Stella
Il Riformista, 7 novembre 2020
Sulle misure anti-covid dice: "Bene sfoltire le carceri, ma chi è meno pericoloso non deve proprio entrare". Il 41bis? "Un imbuto da cui non si esce, fa bene Woodcock a contestarlo".
Allungare i permessi premio, diminuire gli ingressi in carcere, immettere risorse umane nel sistema: è questa la ricetta di Riccardo De Vito, magistrato di sorveglianza a Sassari e Presidente di Magistratura Democratica, per fronteggiare l'espansione del coronavirus in carcere.
di Viola Giannoli
La Repubblica, 7 novembre 2020
Rinviate dal ministro Bonafede le prove previste a dicembre per l'aggravarsi dell'epidemia. Vanno avanti le interrogazioni in presenza ma le commissioni saltano di continuo per malattia o quarantene. L'accesso alla professione diventa un rebus. Studenti e associazioni: "Prova unica a distanza come per altre categorie per garantire salute e lavoro".
Commissioni decimate, sessioni saltate, scritti rinviati. Quest'anno il cammino per diventare avvocati è un percorso a ostacoli, avvolto nella nebbia. E per i quasi 25mila giovani che ogni anno si presentano alle sessioni di abilitazione la fine del tunnel è ancora lontana. Non solo. Perché tra ritardi e pandemia il rischio è che si crei un imbuto e l'accesso alla professione resti bloccato per un paio di anni.
Per spiegare meglio: gli esami scritti per l'abilitazione forense previsti per il 15, 16 e 17 dicembre sono stati stoppati causa Covid. Una nuova data ancora non c'è, ma la prova si terrà, nel migliore dei casi, la prossima primavera. Ad annunciarlo, dopo il Dpcm che ha provvisoriamente diviso l'Italia in tre e stabilito lo stop a tutti i concorsi ad eccezione di quelli per le professioni sanitarie, è arrivata ieri una comunicazione (attesa da settimane) del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede.
"L'aggravamento della situazione sanitaria e la conseguente necessità di ridurre, quanto più possibile, le occasioni di diffusione del virus impongono il rinvio delle prove scritte degli esami d'avvocato" ha scritto su Facebook. "Mi dispiace dover dare questa comunicazione ai tanti aspiranti avvocati che si apprestano ad affrontare questa importante tappa della vita professionale" ha aggiunto il ministro, giustificando i ritardi nelle comunicazioni con la necessità di prendere "il tempo necessario per vagliare e confrontare tutte le possibili soluzioni (compresa quella di una maggiore parcellizzazione degli esami) che permettessero di evitare lo slittamento". Tuttavia, conclude Bonafede, ""di fronte all'evoluzione del quadro epidemiologico, il rinvio rappresenta purtroppo una scelta obbligata supportata anche dal ministero della Salute".
Anche se il Dpcm sospende le prove, per ora, solo fino al 3 dicembre, il ministro ha voluto chiarire come "le esigenze logistiche e organizzative non consentono di attendere oltre, anche per venire incontro alle esigenze di programmazione di chi deve sostenere l'esame". In molti, infatti, si erano già pre-iscritti, versando la quota di partecipazione, pronti ad affrontare la prova. "Per cercare di ridurre i tempi della procedura - si legge ancora nel post - il Ministero sta già lavorando a tutte le soluzioni organizzative che possano consentire di accelerare la correzione delle prove scritte e diminuire quanto più possibile gli effetti di questo rinvio".
Già perché solitamente tra i test a penna e gli orali passano 7-8 mesi. In questo caso dunque si sovrapporrebbero agli scritti della sessione di Natale 2021. Un bel caos: l'accesso alla professione rischia di fatto di restare impantanato per due anni, facendo perdere tempo prezioso (e reddito) a chi ha terminato da mesi il tirocinio. "Rinviare le prove significa posticipare l'abilitazione dei candidati che concludono la pratica nel corso del 2020 e, a strascico, ritardarne l'iscrizione all'albo che, anche in considerazione delle conseguenze economiche dell'emergenza pandemica, pare suscettibile di rappresentare un significativo pregiudizio per gli aspiranti avvocati" commenta il Consiglio nazionale forense.
Ma non è tutto. Perché se è vero che lo stesso Dpcm e l'annuncio del ministro hanno dato semaforo verde agli orali della scorsa sessione che possono dunque proseguire, anche qui il cammino è tutt'altro che lineare. Chi è stato infatti allo scritto dello scorso dicembre ha iniziato il secondo step dell'esame in ritardo di 15 giorni o addirittura un mese, a inizio ottobre.
Così a Roma, Napoli, Milano, ad esempio. Da allora gli appelli vanno avanti a singhiozzo tra date rinviate, prove ancora non ricalendarizzate, candidati scavalcati, comunicazioni latitanti. Decine di sottocommissioni sono state decimate dal Covid, dalle quarantene, da isolamenti precauzionali, dall'indisponibilità di avvocati o magistrati fragili e dunque impossibilitati a partecipare, dai sostituti che non si trovano. Ancora oggi alla Corte di appello di Roma gli orali sono stati annullati e ai candidati la comunicazione è arrivata con sole tre ore di anticipo.
Tante le voci che, dentro e fuori dal Parlamento, si sono levate per chiedere una prova a distanza. A cominciare dal Consiglio nazionale forense che il 28 ottobre scriveva a Bonafede: "Laddove non sia possibile garantire un corretto esame orale in presenza assicurando il necessario distanziamento dei candidati, impedendo l'accesso agli accompagnatori, calendarizzando l'esame ad orari differenziati, sanificando gli ambienti, si rende necessaria una proroga che autorizzi lo svolgimento della prova orale da remoto oltre a quanto già previsto dal decreto Rilancio". E ancora, le associazioni come Inoltre-Alternativa Progressista, Libera e Giovane Avvocatura, l'Associazione italiana praticanti avvocati, l'Unione praticanti avvocati, Giovane avvocatura e Apra Palermo, che propongono "una soluzione di buon senso" ovvero "l'orale abilitante a distanza, non per facilitare alcunché bensì per garantire ai candidati e alle rispettive famiglie il diritto alla salute e al lavoro".
Aggiunge Alessandra Costantini, praticante avvocato e rappresentante della Lega Giovani: "Ancora una volta la nostra categoria viene penalizzata. Il ministro valuti l'opportunità di svolgere l'esame con modalità differenti e colga l'occasione per una seria e soddisfacente riforma del sistema di abilitazione. Ci vuole rispetto per anni di sacrifici".
Solo ieri il presidente della Commissione centrale ha inviato una lettera ai presidenti delle commissioni per comunicare che "è in corso di valutazione, sul piano normativo, la possibilità di reintrodurre lo svolgimento delle prove di valutazione da remoto". Un caso unico: gli aspiranti legali sono rimasti praticamente i soli, tra le professioni ad accesso regolato da un esame di abilitazione, a conservare le prove in presenza, invece dell'orale unico a distanza come per commercialisti o ingegneri.
di Francesca Sabella
Il Riformista, 7 novembre 2020
Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha deciso: l'esame di avvocato è stato rinviato. Stop alle prove scritte, mentre si svolgeranno le prove orali per i candidati che hanno superato i primi test l'anno scorso. "L'aggravamento della situazione sanitaria - ha scritto il guardasigilli sul suo profilo Facebook - e la conseguente necessità di ridurre, quanto più possibile, le occasioni di diffusione del virus impongono il rinvio delle prove scritte degli esami d'avvocato programmate per il 15, 16 e 17 dicembre".
"Al momento - scrive ancora Bonafede - sembra ragionevole ipotizzare che la prova si possa tenere nella primavera del 2021. Per coloro che hanno superato gli scritti svolti nel 2019, invece, le prove orali proseguiranno perché è possibile, al momento, implementare modalità che garantiscano la sicurezza e la salute dei candidati e dei membri delle commissioni".
A Napoli le problematiche dell'accesso alla professione forense, a cominciare dalle prove d'esame per finire con le successive correzioni, sono da mesi al centro del dibattito. Anche perché il capoluogo partenopeo, l'anno scorso, si aggiudicò la maglia nera: riuscirono a superare la prova scritta solo 1.345 candidati, mentre i bocciati furono 2.456.
Con il 31% di ammessi alla prova orale, Napoli si confermò tra le peggiori d'Italia. E proprio in questi giorni, accantonate le polemiche sulla struttura dell'esame, gli aspiranti avvocati, attraverso petizioni online e lettere al ministro, avevano chiesto di non rinviare la prova per evitare che migliaia di aspiranti avvocati rimanessero nel limbo.
Appresa la notizia del rinvio, i praticanti hanno sottolineato le loro ragioni e le loro richieste. "Chiediamo in modo univoco maggiore specificazione delle date in cui si svolgeranno gli esami e, soprattutto, delle tempistiche legate alla correzione degli elaborati. Ciò al fine di non coinvolgere la sessione di dicembre 2021 che si spera preveda già l'applicazione di una riforma che garantisca il prestigio della professione": la nota, firmata da Claudia Majolo (Upa), Giuseppe Marinaro (Apra-Palermo) e Giordano Bozzanca, attende ora una risposta dal Ministero di via Arenula.
di Giulia Merlo
Il Domani, 7 novembre 2020
È arrivato il momento della verità per l'Associazione nazionale magistrati. Il sindacato delle toghe oggi sceglie l'assetto per i prossimi quattro anni: se con una giunta unitaria con rotazione dei presidenti come in parte è stato dell'ultimo mandato, oppure se tornerà l'uomo forte sostenuto da una maggioranza (come fu il quadriennio di Luca Palamara).
Il Covid ha reso più complicata la scelta: l'assemblea si riunirà sia in presenza che in remoto per chi non può spostarsi dalle zone rosse. Se inedita è la modalità con cui si esprimeranno i 36 eletti, anche gli schieramenti sono ancora incerti. Questi giorni sono stati fitti di riunioni e telefonate incrociate, ma nessuno entrerà in sala già eletto presidente. Per ora, l'unico asse chiaro è quello tra Area, il gruppo dei progressisti, e le toghe centriste di Unicost: il primo è il gruppo più votato con 11 rappresentanti; l'ex corrente di Palamara ne conta 7. Una giunta espressione di tutti e cinque i gruppi è impossibile perché Articolo 101, la lista dei 4 eletti "anti-correntisti", ha fatto sapere che entrerà solo in una giunta che accoglie in blocco il suo programma, compreso il sorteggio per il Csm. Richiesta irricevibile, soprattutto per Area e Unicost. Autonomia e indipendenza, la corrente fondata da Piercamillo Davigo che conta 4 eletti ha scelto la neutralità: ascolterà i programmi e farà l'alleanza sulla base di quello.
"Le nostre priorità sono la gestione dei tribunali durante il Covid e la tutela delle condizioni di lavoro. L'Anm va riformata, rompendo i meccanismi deleteri che la rendono un centro di potere relazionale, come è stato per Palamara", dice uno di loro. Anche i moderati di Magistratura indipendente, con 10 eletti, sono in attesa del confronto ma l'auspicio è quello di una giunta unitaria.
"La speranza è che il dibattito porti a una sintesi tra tutti i gruppi, con una convergenza su un programma comune - dice la segretaria Paola D'Ovidio - non abbiamo preclusioni, ma chiediamo netta discontinuità rispetto al passato, perché l'Anm recuperi la fiducia dei colleghi e torni a occuparsi di ordinamento giudiziario e delle problematiche del settore giustizia".
La presidenza Dal dibattito, dunque, uscirà anche il presidente che meglio incarnerà l'orientamento - unitario o meno-del nuovo comitato direttivo centrale. Nel rispetto dell'esito del voto, anche in una giunta unitaria la prima presidenza spetterebbe ad Area. Il primo degli eletti è il presidente uscente, Luca Poniz, che punterebbe a riconfermarsi al vertice. Ad avversarlo, però, ci sono spinte soprattutto esterne. Nei suoi confronti esiste una forte preclusione da parte di Mi, che ha chiesto discontinuità rispetto al vecchio corso. Proprio da Poniz, infatti, Mi è stata messa all'angolo come corrente più compromessa con lo scandalo Palamara. Anche all'interno di Area, inoltre, il fronte non è compatto e una parte del gruppo è stata critica rispetto alla gestione egemonica dei vertici.
A rendere incerte le sorti dell'elezione è anche il deciso ricambio dei neoeletti nel comitato direttivo centrale. Molti volti nuovi e moltissime donne: per la prima volta sono la metà delle elette, rispecchiando la composizione di genere in magistratura. Proprio questo dato trasversale ai gruppi potrebbe essere un segnale che, vista la mancanza di un nome unitario, i tempi possano essere maturi per una presidenza femminile dopo l'unica, negli anni Novanta, di Elena Paciotti. In questo senso, un nome possibile sarebbe quello della seconda eletta per numero di preferenze, Silvia Albano.
Storica esponente di Magistratura democratica e al secondo mandato in Anm, si è dimessa dalla giunta Poniz in contrasto con la scelta del presidente di non sciogliere il sindacato e convocare elezioni anticipate dopo lo scandalo Palamara. Uno strappo che - in una nota dal titolo "L'Anm di fronte alla sfida dell'unità" dove fa un bilancio dell'attività del sindacato - Albano definisce "sofferto" ma giustificato "dall'impossibilità di dare un contributo utile".
Al netto dell'esito, oggi la nuova Anm post scandalo Palamara sarà formalmente insediata e nel dibattito si definiranno anche i primi orientamenti rispetto alle scelte del ministero della Giustizia: dalla riforma del Csm alla gestione dei tribunali durante la pandemia.
di Maurizio de Giovanni
La Stampa, 7 novembre 2020
Casalnuovo di Napoli: martedì sera Simone Frascogna, 19 anni, viene ucciso a coltellate. Si costituisce un 18enne. La madre: "Non perdono". Potrebbe essere stato vittima di una epurazione interna al gruppo malavitoso al quale apparteneva Benvenuto Gallo, 24 anni, morto ieri all'ospedale Cardarelli di Napoli dove era stato portato con una grave ferita da arma da fuoco alla nuca. Il giovane, con precedenti per spaccio, è stato forse attirato in una trappola e poi colpito dai sicari alla testa, come in un'esecuzione, nel quartiere San Pietro a Patierno.
Immaginiamo che qualcuno, a leggere certe notizie, nel provare un accorato e doloroso senso di angoscia possa in qualche modo avvertire una sensazione se non di sollievo, perlomeno di distanza. Da napoletani sappiamo fin troppo bene che all'immagine della nostra città, per tanti versi meravigliosa e ricchissima di storia, arte, cultura e bla bla bla, si annette sempre più spesso l'immagine di un luogo violento e potenzialmente mortale. Un far west tricolore, una Gomorra infernale dove si spara liberamente e si ammazza gente per strada.
E ci sono altri, anche molto vicini al territorio se non interni allo stesso, che pensano con maligna soddisfazione che a morire ammazzati siano incidentalmente gli stessi che in altre occasioni sono stati a loro volta assassini, o che potrebbero facilmente esserlo. Finché si ammazzano fra di loro, si dice. Uno di meno, si dice. Se lo meritano, si dice.
Chi appartiene alle suddette scuole di pensiero, che ammettiamo sono state disegnate grossolanamente e aderendo a stereotipi informativi che sfiorano ormai il luogo comune, avrà così accolto la notizia della morte di un ragazzo di 24 anni con un colpo di pistola alla nuca, in un quartiere periferico della città. Evento che peraltro segue un'analoga uccisione, stavolta di un 19enne, Simone, a seguito di una banale lite pare per motivi di viabilità.
Da Genova a Caserta - Tutto quadra: il degrado, l'ignoranza, la violenza come forma comportamentale usuale, l'assenza di controllo di un territorio abbandonato da parte delle istituzioni. Lo diciamo con forza: se questa fosse l'unica sede di questo cancro sociale, come peraltro fu definito da un autorevole ministro della Repubblica, proporremmo con forza l'auto-deportazione selettiva e poi una bella spolverata di napalm su questa terra ricca di storia, arte, cultura e bla bla bla. Un'azione incisiva e radicale, per una soluzione definitiva.
Purtroppo, e abbastanza ovviamente, non è così. Lo dice la cronaca recente di questo Paese, con una trentina di episodi trovati all'istante su Google inserendo "violenza tra giovani per futili motivi", e senza voler andare troppo indietro nel tempo. Da Colleferro a Genova, da La Spezia a Massa Carrara, da Diamante a Bastia Umbra, da Caserta a Sesto San Giovanni, da Prato a Legnago: colpi di pistola, certo, ma anche coltellate, sprangate, pugni e calci.
Non sempre ci scappa il morto, e a ben guardare c'è un largo spettro di "futili motivi", spesso influenzati dall'assunzione di sostanze o di alcol, ammesso che si voglia considerare questa triste abitudine alla stregua di un'attenuante della gravità del fenomeno. Tutt'altro che mezzo gaudio questo mal comune, sia chiaro: ed è evidente che un'area così vasta e popolosa, la densità più alta dell'intero continente, costituisce un problema altrettanto vasto non solo per la città e la regione ma per tutto il Paese, e induce a considerazioni sull'assenza dello Stato e sulla dispersione scolastica che annoierebbero i lettori. Sta di fatto però che il fenomeno della violenza tra giovani e dei giovani sembra aver superato ogni livello di guardia, e che non è confinabile a una o altra latitudine o a uno o altro contesto socioeconomico.
Le colpe dei genitori - I ragazzi. I nostri ragazzi. Armati e decisi a usare le armi, determinati a un uso distorto delle arti marziali, ansiosi di procurarsi legioni di followers spostando costantemente in avanti i limiti del proibito, del violento e dell'estremo. Cresciuti a videogiochi di sangue e morte, educati a vincere e altrimenti a essere irrimediabilmente perdenti, abituati a genitori che picchiano gli insegnanti e incitano i figli da bordo campetto a picchiare a loro volta gli avversari, costantemente incensati e protetti da un mondo dal quale restano distanti, privati del senso della comunità o dell'appartenenza, spinti ad apparire e a non essere, i ragazzi di questa generazione abbandonata minacciano di essere i più perduti di sempre.
Non li troverete in piazza a manifestare se non per lanciare sassi contro chiunque. Non li troverete a discutere se non di macchine e moto, non li troverete a innamorarsi se non di tette e culi o di bicipiti tatuati, non ne troverete uno ad aiutare qualche debole. Saranno pronti piuttosto a picchiare barboni, a spaccare vetrine, a bruciare semafori a centosessanta all'ora. E tutto quanto precede non è il solonismo di un anziano nostalgico e conservatore, ma quello che banalmente si può reperire in mezz'ora di Instagram o Tik Tok, volendo soltanto rispettare l'assoluta maggioranza.
Certo, non tutti. Certo, non dovunque. Certo, non i figli o i nipoti di voi che state leggendo, che sono tutti deliziosi ragazzi al di sopra di ogni sospetto. Ma per quanto ci riguarda, se e quando leggiamo di un ragazzo morto o picchiato, ferito o sfregiato a seguito di una notte brava da qualche parte, non ce ne sentiamo mai troppo lontani. Perché a volte basta passare per caso, in certi posti, per trovarsi in mezzo a qualcosa di irreparabile. Per cui, come diceva Hemingway, se senti la campana suonare non chiederti mai per chi suona. Perché suona per te.
di Andreina Baccaro
Corriere di Bologna, 7 novembre 2020
Quattro positivi tra giudici e personale, via alla sanificazione. Pressing per fermarsi. Il Tribunale di via Farini ha adottato tutte le misure sanitarie previste: distanziamento e misura della temperatura, oltre a udienze contingentate. Il virus entra in Tribunale e crea preoccupazione e malumori tra giudici e personale. quattro tra magistrati e amministrativi sono risultati positivi, cresce il pressing per fermarsi. Ma il presidente Caruso spiega: "Non possiamo chiudere, ma non c'è nessun allarme. Sono state prese tutte le misure, ci atteniamo alle disposizioni di Ausl e governo.
Quattro positivi al Covid in pochi giorni preoccupano personale amministrativo e magistrati tra i corridoi del Tribunale di Bologna. Ieri mattina si è diffusa la notizia tra le aule di giustizia della positività di alcuni dipendenti, ma un po' di malcontento circolava da qualche giorno, quando si è saputo di un contagio nella sezione dei gip, la più in sofferenza in termini di spazi. Ieri qualche giudice ha bussato alla presidenza per esprimere preoccupazione, ma nel frattempo il presidente del Tribunale Francesco Maria Caruso ha disposto la sanificazione di tutti gli ambienti del palazzo, che ha chiuso con un'ora circa di anticipo.
Da lunedì le udienze riprenderanno regolarmente. "Non c'è nessun allarme - spiega il presidente - i quattro casi rilevati sono tutti asintomatici tranne uno che però sta bene. Il medico competente per il Tribunale è stato informato e abbiamo fatto tutti i passaggi necessari, ma non possiamo permetterci di chiudere né io posso sospendere le attività perché non siamo in zona rossa". Le udienze andranno avanti con le dovute precauzioni. Il dpcm del 24 ottobre conteneva già nuove misure per i Tribunali e quindi da più di una settimana le udienze civili vengono celebrate da remoto, interrogatori di garanzia e convalide si tengono in videoconferenza, così come la partecipazione degli imputati reclusi in carcere alle udienze. I processi penali sono tornati a porte chiuse. "Ci atteniamo alle disposizioni del governo e dell'Ausl - prosegue Caruso - non possiamo ridurre l'attività ulteriormente. Se la situazione non diventa ingovernabile, finché possiamo il Tribunale resta aperto".
Caruso spiega anche che la preoccupazione tra i dipendenti dipende più che altro dal fatto che chi ha avuto contatti con i colleghi risultati positivi si chiede cosa fare, visto che spesso i cancellieri lavorano in stanze molto piccole. "Ma se sono state adottate le misure di distanziamento, indossati i dispositivi di protezione e arieggiate le stanze non c'è da preoccuparsi. Ad ogni modo abbiamo adottato degli accorgimenti organizzativi per mettere in smartworking per qualche giorno chi è stato a contatto con i positivi".
C'è anche l'idea di trovare un laboratorio privato che faccia tamponi in convenzione per i dipendenti della giustizia, visto che non sono rientrati tra le categorie a rischio sottoposte a screening periodici dalle autorità sanitarie. Il vero problema nella giustizia è la scarsa applicabilità del lavoro agile: per questioni di sicurezza non è possibile accedere ai sistemi e ai fascicoli da casa. "Proprio ieri c'è stata una riunione in Procura sullo smartworking ma non abbiamo ancora raggiunto un accordo perché ci sono molte difficoltà" spiega Nunzia Catena della Funzione pubblica Cgil.
"In Tribunale purtroppo è successo quello che ci si aspettava, ancora troppe persone lavorano in presenza, anche se non c'è resistenza allo smartworking, ma un problema di strumenti. Abbiamo fatto un incontro e non c'erano divergenze, abbiamo trovato disponibilità ad aggiornarci quando arriveranno gli strumenti per l'applicazione dell'accordo nazionale". Il Covid è arrivato prima, ma con 11mila processi penali pendenti e il 30% dell'organico amministrativo scoperto, la situazione è tutt'altro che semplice.
- Napoli. Svuotare le carceri si può: una proposta concreta al ministro Bonafede
- Milano. Covid al 41bis di Opera: altri due ricoverati. Quanti sono i contagiati?
- Le vite al bivio. L'orrore di Casalnuovo e i destini incrociati
- Albano, una donna per ridare forza all'intesa tra Anm e Cnf
- Lecce. Riparazione dei router, il laboratorio tecnologico dei detenuti










