di Viviana Lanza
Il Riformista, 7 novembre 2020
"L'inefficacia delle misure adottate è tanto più grave se si considerano gli straordinari provvedimenti a tutela della salute pubblica adottati dal Governo, salute rispetto alla quale le persone detenute risultano evidentemente figlie, sacrificabili, di un dio minore". I presidenti della Camera penale di Napoli e del Carcere Possibile scrivono al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Denunciano i rischi della pandemia all'interno delle carceri campane e propongono quattro modifiche al testo del decreto Ristori. Partendo da una premessa: le misure contenute nel pacchetto giustizia varato dall'Esecutivo non bastano.
Il limite di pena assai contenuto e le numerose ipotesi ostative alla concessione della detenzione domiciliare, previsti attualmente, impediscono di raggiungere la sensibile e celere diminuzione delle presenze nelle carceri campane che servirebbe invece per disporre di quegli spazi (oggi assenti) da destinare all'isolamento sanitario dei casi sospetti e dei detenuti positivi al virus. Sulla carta, in Campania, bisognerebbe far uscire dalle celle circa 800 detenuti, ma con le attuali misure previste dal decreto non si arriverà a 200.
"Senza contare - scrivono gli avvocati Ermanno Carnevale e Anna Maria Ziccardi, rispettivamente presidenti di Camera penale e della Onlus Carcere Possibile - che la cronica indisponibilità dei braccialetti elettronici rallenterà notevolmente l'efficacia del provvedimento anche per quei pochi che potranno usufruirne".
"Il drammatico pericolo di un'ulteriore diffusione del contagio - sottolineano - desta elevatissima preoccupazione nella stessa amministrazione penitenziaria, e ciò non solo per le evidenti condizioni di promiscuità in cui vivono i reclusi, ma anche a causa delle particolari condizioni di sovraffollamento che caratterizzano nuovamente gli istituti di detenzione, che, con riferimento a quelli della città di Napoli, vedono ristrette complessivamente più di 3.500 persone a fronte di una capienza di soli 2.700 posti. Tale condizione, peraltro aggravata da una temporanea ma significativa riduzione del personale di polizia penitenziaria dovuta proprio all'emergenza sanitaria, richiede l'immediata adozione di misure normative".
Perciò i penalisti al ministro chiedono di attuare, in sede di conversione del decreto, quattro modifiche. Quali? Estendere l'applicazione della detenzione domiciliare ai detenuti con un residuo di pena fino a 2 anni (e non ai 18 mesi previsti); evitare che l'ostatività riguardi anche reati già espiati in caso di cumulo di condanne, eliminando la previsione che impone l'obbligo del braccialetto elettronico; riconoscere la possibilità di concedere i permessi anche in deroga ai limiti temporali previsti dalla normativa, per i condannati ai quali siano stati già concessi i permessi o (quindi, in alternativa e non più in aggiunta come previsto inizialmente nel decreto) che siano stati già assegnati al lavoro all'esterno.
Inoltre, reintrodurre l'istituto della liberazione anticipata speciale, misura emergenziale che nel 2014 fu adottata per svuotare le carceri e che prevede una detrazione di pena maggiore rispetto a quella prevista dalla liberazione anticipata ordinaria. "Confidiamo - concludono i penalisti - che tali ragionevoli proposte, proprio perché formulate in ossequio ai principi costituzionali posti a tutela anche della salute di coloro che sono affidati alla custodia e responsabilità dello Stato, trovino il giusto accoglimento". Cosa risponderà il ministro?
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 7 novembre 2020
Sono finiti in ospedale, positivi al Covid, altri due detenuti al 41bis del carcere milanese di Opera. Uno di 59 anni e un altro quasi ottantenne e con molte patologie. La vicenda del recluso al 41bis di 59 anni ce la racconta la figlia che non ha avuto notizie del padre dal 27 ottobre. "Solo ieri (5 novembre ndr) - racconta a Il Dubbio -, chiama il nostro avvocato dicendo che il carcere le aveva mandato una e- mail con scritto che mio padre è stato ricoverato.
Abbiamo fatto tante chiamate per sapere ma purtroppo è stato tempo speso invano. Nessuno che parla, nessuno che ti dice niente. Solo nel tardo pomeriggio arriva un'ulteriore e- mail dal carcere con scritto che mio padre ha il Covid ed è ricoverato in terapia intensiva". Una storia che si ripete. Una prima informativa generica e, solo dopo sollecitazioni, arriva la risposta con completezza.
L'altra vicenda invece riguarda il recluso al 41bis quasi ottantenne. Proprio 10 giorni fa si è visto respingere dal tribunale di sorveglianza l'istanza per il differimento pena, sottolineando il fatto che il Coronavirus non era penetrato in carcere e che comunque i detenuti al 41bis sono isolati e quindi protetti. Ma tempo qualche giorno, come ha rivelato Il Dubbio, il virus è entrato eccome al carcere duro.
In questo caso parliamo di Salvatore Genovese, 78enne al 41bis fin dal 1999, cardiopatico, diabetico, già operato di tumore, sordo e con i polmoni devastati da innumerevoli polmoniti pregresse. Solo giovedì scorso, 5 novembre, il suo legale Francesco Paolo Di Fresco ha appreso tramite una informativa della direzione, che martedì Genovese è stato ricoverato presso il reparto di medicina protetta del San Paolo di Milano. Ma, come è già accaduto con i familiari di Antonio Tomaselli (l'altro detenuto al 41bis, malato terminale), non si è specificato il motivo.
L'avvocato Di Fresco ha quindi subito mandato una pec urgente per avere spiegazioni visto la genericità dell'informativa. Il giorno stesso, la direzione ha risposto, ma questa volta spiegando il motivo del ricovero: "(...) si comunica alla S. V. che il detenuto indicato in oggetto, in data 03.11.2020 è stato ricoverato presso l'Ospedale San Paolo "Divisione di Medicina Protetta" di Milano, in quanto risultato essere positivo alla Sars- Covid 19, attualmente ricoverato nel reparto ordinario con un quadro clinico stabile che allo stato non richiede l'ausilio di respiratori artificiali".
Come detto, l'avvocato di Genovese ha fatto istanza per chiedere il differimento della pena in ragione delle condizioni di salute compromesse e delle potenziali complicanze che derivano dalla diffusione della pandemia da Covid 19, trattandosi appunto di "soggetto a rischio" alla stregua delle informazioni fornite dall'Oms, sia per l'età avanzata, sia per le concomitanti patologie. In effetti, da quanto risulta dall'ultima relazione sanitaria, l'uomo è affetto da numerosissime patologie. Ma nello stesso tempo, a detta del magistrato di sorveglianza che aveva rigettato l'istanza precedente, le patologie non potevano rientrare nello spettro indicato dall'Oms, anche perché "apparivano adeguatamente monitorate presso la struttura carceraria".
Ma non solo. Il tribunale di sorveglianza che dieci giorni fa ha rigettato l'istanza, ha ricordato quanto ha osservato il magistrato di sorveglianza. Ovvero, il giudice scrive che "il regime detentivo speciale cui è sottoposto il detenuto (non condividendo la camera detentiva con alcun altro detenuto e non avendo occasioni di promiscuità con altri detenuti), garantiva uno stato di permanenza in carcere connotato da grande isolamento e tale da rendere molto ridotti i contagi con gli altri detenuti, solo in gruppi di socialità ristretti e per poche ore al giorno".
Ma tempo qualche giorno, i fatti smentiscono la certezza cristallizzata dal tribunale di sorveglianza: il virus è entrato nei 41bis, infettando anche Genovese poi ricoverato d'urgenza per monitorarlo visto le sue patologie pregresse.
Rimane però il buco nero della mancata tempestiva informazione. Ricordiamo che Antonio Tomaselli attualmente lotta tra la vita e la morte, ed è l'altro detenuto al 41bis del carcere di Opera che è malato terminale e ha contratto il virus. Da giorni la moglie non aveva sue notizie. Solo dopo - e solo per puro caso - si è scoperto essere risultato positivo al Covid 19 e per questo ricoverato d'urgenza in ospedale.
Katiuscia, la moglie di Antonio Tomaselli ha attraversato giorni di forte preoccupazione e angoscia nel non sapere che fine avesse fatto il marito. Ricordiamo che è comunque in 41bis, anche se è in terapia intensiva. Lei e i figli, non possono andare a trovarlo. Per questo ora il legale ha avanzato una istanza al Gup per i domiciliari ospedalieri.
Ma tutto è confuso, generando preoccupazione e angoscia. Rita Bernardini del Partito Radicale e presidente di Nessuno Tocchi Caino che, contatta da Il Dubbio, tuona: "Figuriamoci se il Covid 19 possa fermarsi ai cancelli degli istituti penitenziari checché ne dica Travaglio secondo il quale con il Covid stare in carcere è molto più sicuro che stare fuori.
Chi glielo dice ora a Travaglio che il temibile virus è entrato persino al 41bis, cioè al carcere duro, il luogo più isolato esistente in Italia? E poiché in quel regime di detenzione anticostituzionale ci sono moltissimi detenuti anziani ed affetti da gravissime patologie, ecco che prendersi il Covid lì equivale ad una sentenza di morte!".
di Antonio Mattone
Il Mattino, 7 novembre 2020
Non si può perdere la vita così. È la scritta che compare sul luogo dove la sera del 3 novembre è stato ucciso Simone Frascogna. Non si può morire a diciannove anni per uno sguardo di troppo o una precedenza non data. La vita sembra davvero valere poco.
"Tu non sai a chi appartengo!" avrebbe detto l'assassino. Anche lui giovane, appena diciottenne, individuato grazie alle immagini della videosorveglianza, sembra avere legami di parentela con esponenti della malavita della zona. E dopo essere venuto alle mani con la vittima, che esperto di arti marziali stava avendo la meglio, ha estratto una lama e lo ha ferito mortalmente con quattro coltellate.
Simone invece apparteneva a una famiglia di lavoratori e viveva a Licignano, una località nel comune di Casalnuovo, un insediamento di case nato dopo il terremoto. Una periferia cresciuta in fretta e dimenticata altrettanto in fretta, come tanti agglomerati venuti su con l'edilizia post sismica, senza alcuna connessione con i centri urbani.
Periferie caratterizzate da un processo di marginalizzazione dove si va smarrendo l'identità comune. Qui la scuola è in difficoltà, i partiti e il sindacato più deboli se non inesistenti e la chiesa è meno forte. In contesti del genere, privi di solidi punti di riferimento, l'integrazione diventa difficile ed è facile perdersi.
Tuttavia Simone Frascogna era un ragazzo che non si era perso e non era entrato negli ingranaggi della criminalità. Frequentava il quinto anno dell'Itc Isis Europa ed era appassionato di brazilian Jiu jitsu, un'arte marziale di autodifesa. Aveva molti amici e nel suo profilo Facebook si faceva ritrarre spesso accanto al padre, a cui era molto legato. Chi lo ha conosciuto nella palestra sportiva che frequentava da alcuni anni, lo ricorda entrare in punta di piedi con il suo sorriso timido, accennando a un saluto discreto per evitare di disturbare. Un giovane gentile e sempre disponibile per gli altri, che arrivava presto in palestra per pulire il tatami dove si dovevano esibire i bambini. E che d'estate andava a fare il cameriere per potersi comprare i nuovi attrezzi sportivi da utilizzare per il nuovo anno.
Quella sera il suo destino si è incrociato per caso con quello del suo assassino e dei suoi complici. Erano in tre ad aggredire Simone e tutto è accaduto in meno di un minuto. Un copione che si è ripetuto troppe volte a Napoli e nell'hinterland partenopeo.
Viene da chiedersi cosa spinge ragazzi violenti ad accanirsi privi di scrupoli e con tanta brutalità su una persona disarmata. Cosa possa passare per la testa quando si tira dalla tasca un coltello pronti a colpire mortalmente. Sono domande a cui è difficile trovare delle risposte plausibili. Probabilmente si tratta di giovanissimi in cerca di identità e di considerazione che cercano di emergere attraverso azioni e appartenenze perverse. Così per gioco, sfida, noia, rabbia o vuoto scaricano un arsenale di violenza suchi capita sotto tiro.
Appartenere poi ad una certa "famiglia" determina in modo prestabilito un destino da cui è molto difficile sottrarsi. Così come deve essere stato per colui che è stato arrestato per l'omicidio di Simone.
In un video postato su Tik Tok, l'ultimo social di tendenza, si possono vedere le sue imprese in sella ad una grossa moto con una canzone in sottofondo le cui parole sono tutto un programma: "Criminale dint' all'anema mica pe' scelta, so' stato crisciuto 'a 'na setta 'int' a 'stu deserto".
Giovani criminali e boss del futuro che scorrazzano impunemente per le strade anonime della periferia senza che nessuno li fermi.
Quella della violenza giovanile è una realtà complessa, tuttavia il mondo della politica e le agenzie educative sembrano impotenti e rassegnate e hanno rinunciato a parlare a questa generazione. Durante la scorsa campagna elettorale non abbiamo visto molti dibattiti sul tema. Nessuna proposta, né alcun allarme lanciato per fermare il diffondersi della violenza criminale.
Qualche settimana fa, proprio ad alcune centinaia di metri da dove è stato ucciso Simone, ho incontrato il figlio di un camorrista che mi ha raccontato la fatica e l'orgoglio di aver intrapreso una strada totalmente diversa da quella del padre. Casalnuovo è anche questo. Un territorio difficile dove i giovani spesso si trovano da soli di fronte ad un bivio e devono scegliere se percorrere una strada fatta di violenza e guadagni facili o se mangiare pane e fatica. E basta un niente per decidere se andare da una parte o dall'altra.
di Errico Novi
Il Dubbio, 7 novembre 2020
Oggi il "parlamentino" delle toghe elegge il nuovo presidente: la difficile sfida della giudice di area. È difficile fare previsioni. Sarà una riunione tesa, tutta condotta sul filo di una tensione che può spezzarsi e deragliare nel frazionismo. Oggi, tanto per intenderci, il neoeletto direttivo dell'Anm si insedierà e potrebbe subito trovarsi sull'orlo di una scissione.
Area vanta una non-maggioranza. I propri "seggi", 11, si sommeranno ai 7 di Unicost: in tutto fanno 18 sui 36 del "parlamentino". Parità assoluta, e possibilità di eleggere il nuovo presidente sospesa alle decisioni dei 4 eletti di Autonomia e indipendenza, la componente di Davigo ormai priva del leader. Dall'altra parte il blocco formato da Magistratura indipendente, uscita bene dal voto dello scorso 20 ottobre: oltre 1600 voti, un centinaio in meno di quelli di Area, e staccata di un solo seggio dal gruppo progressista: 10 eletti. "Mi" è arricchita dalla presenza dei magistrati di Movimento per la Costituzione, con i quali ha fatto lista unica. Ci sono inoltre i 4 seggi di Articolo 101, il gruppo antisistema e anti-correnti, poco incline a coalizzarsi con chicchessia.
Come se ne esce? Dipende dai davighiani, sì, ma dipende anche dai nomi messi in campo. E il più serio e plausibile individuato nelle silenziose trattative delle ultime due settimane e mezza è quello di Silvia Albano.
Eletta con Area, e con moltissimi voti, superata solo dal presidente uscente Luca Poniz - che "Mi" non intende rivedere al vertice dell'Associazione. Ce la farà Albano, giudice civile a Roma, e soprattutto, espressione autentica dell'anima più culturalmente impegnata di Area, ossia Magistratura democratica? Lei ha presentato una piattaforma implicita in un articolo pubblicato alcuni giorni fa su Questione giustizia, la rivista di "Md", intitolato come una mano tesa: "L'Associazione Nazionale Magistrati di fronte alla sfida dell'unità". Ma tra gli argomenti in suo favore, ce n'è uno che, imprevedibilmente, potrebbe sciogliere il ghiaccio di "Mi" persino più che i dilemmi di Autonomia e indipendenza: la consolidata sintonia col mondo dell'avvocatura. L'idea, coltivata da Albano, del dialogo necessario con la professione forense.
Nell'aprile 2017 la giudice è stata, insieme con l'allora presidente Eugenio Albamonte, la prima rappresentante di una giunta Anm a intervenire a un plenum del Cnf. Fu un evento straordinario. E forte. Vi si posero parte dei pilastri sui quali si regge oggi l'aspirazione dell'avvocatura al riconoscimento costituzionale. Perché di quell'incontro con l'istituzione forense, i due dirigenti dell'Associazione magistrati condivisero la prospettiva: se l'avvocato è in Costituzione non indebolisce ma casomai rafforza anche l'indipendenza dei magistrati, perché dell'ordine giudiziario diventa in modo ancora più chiaro la sola vera controparte.
La professione forense verrebbe cioè riconosciuta nella propria funzione di coprotagonista della giurisdizione, e allontanerebbe soprattutto il rischio di insidie, da parte della politica, per l'autonomia della giurisdizione stessa. Un disegno chiaro. Ora, non si può escludere possa essere anche questo il granello di sabbia in grado di scardinare l'ingranaggio che separa la visione solidaristica e protettiva di "Mi" da quella "politica" e impegnata di Area. Perché sul fatto di dover respingere l'ingerenza del potere politico, sono tutti e due d'accordo.
Anzi, ogni tanto è "Mi" che accusa Area di indulgere in un collateralismo coi partiti di centrosinistra. Dietro l'angolo in realtà ci sono le pretese del governo di assoggettare i magistrati alle sanzioni per "tardività", inserite nel ddl penale. Una Anm battagliera e convinta nel dire no a tale ipotesi potrebbe ritrovarsi davvero unita. E la prima donna presidente dell'Anm 26 anni dopo Elena Paciotti potrebbe essere il segreto per un esito in apparenza irraggiungibile.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 7 novembre 2020
E' iniziata lunedì scorso nel carcere di Lecce l'attività del laboratorio per la riparazione di router in uso ai clienti della Linkem, società italiana che opera nel settore delle telecomunicazioni. Sono in tutto tredici i detenuti assunti a tempo indeterminato, di cui due impiegati all'esterno in punti di raccordo che la società ha nei territori di Lecce e Taranto.
L'avvio del progetto, sperimentale e senza oneri per l'Amministrazione, è stato preceduto da tre mesi di corso retribuito per i detenuti individuati dall'Area trattamentale dell'Istituto che sono stati formati anche come installatori di antenne, campo che offre notevoli opportunità d'inserimento lavorativo al termine della pena. Le apparecchiature sono state installate in uno dei locali della casa circondariale pugliese dopo la valutazione sull'impatto elettromagnetico dei sistemi radianti effettuata dall'Agenzia regionale per la protezione ambientale e nel rispetto di tutti i protocolli di sicurezza.
La Direzione della casa circondariale e il Comando di Polizia Penitenziaria hanno anche avviato con lo stesso partner privato, e in particolare con il supporto del team dell'amministratore delegato Davide Rota, l'iniziativa "Comunico" per la realizzazione di una sala interattiva Skype.
Secondo quanto previsto dal progetto, saranno i dipendenti del laboratorio a occuparsi dell'allestimento tecnico del locale per realizzare un servizio utile all'intera comunità carceraria. Una volta attive, infatti, le dieci postazioni a controllo unificato offriranno non solo maggiori opportunità di colloqui online per i detenuti ma anche servizi integrati che renderanno più semplice ed efficiente il lavoro del al personale di Polizia Penitenziaria addetto al settore.
gnewsonline.it, 7 novembre 2020
Più di un milione di mascherine chirurgiche del progetto #Ricuciamo, realizzate da detenuti nello stabilimento di produzione interno alla Casa di Reclusione di Milano Bollate, saranno distribuite oggi ai Provveditorati regionali dell'amministrazione penitenziaria (Prap) e, da qui, agli istituti penitenziari di tutta Italia. La fornitura consentirà di coprire il fabbisogno di mascherine per circa un mese per le 39.849 unità di personale del Dap: 35.785 appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria e 4.064 al Comparto funzioni centrali e dirigenti.
La ripartizione è stata effettuata in proporzione al personale assegnato a ciascun Provveditorato: 107.750 mascherine arriveranno al Prap della Lombardia, 75.000 a quello di Emilia Romagna e Marche, 65.950 in Triveneto (Veneto, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia), 102.700 in Piemonte Liguria e Valle d'Aosta, 83.100 in Toscana e Umbria, 186.500 nel Lazio Abruzzo e Molise, 68.300 in Puglia e Basilicata, 115.450 in Campania, 46.450 in Calabria, 108.050 in Sicilia e 105.000 in Sardegna.
La distribuzione vedrà impegnati gli uomini del Servizio approvvigionamento e distribuzione armamento e vestiario (Sadav), di stanza a Roma Rebibbia. La prossima settimana sarà distribuita un'altra fornitura da un milione di mascherine: 500mila arriveranno dallo stabilimento all'interno del penitenziario di Roma-Rebibbia, altrettante giungeranno invece da quello di Salerno.
di Giuliano Santoro
Il Manifesto, 7 novembre 2020
"La città dei vivi", l'ultimo romanzo di non-fiction di Nicola Lagioia, pubblicato da Einaudi. Nello sperdimento della metropoli, il clima malato in cui è maturato l'omicidio Varani. "Qui siamo tutte buone famiglie. Il problema so' i figli", dice Valter Foffo. Quando si fa sfuggire queste parole, suo figlio Manuel è in carcere per omicidio assieme a Marco Prato. Il delitto è avvenuto nel suo appartamento romano, al decimo piano di un palazzo piccolo borghese al Collatino. I due hanno ucciso dopo giorni passati insieme a sniffare cocaina.
La vittima si chiama Luca Varani. Lavora per poche centinaia di euro al mese da un carrozziere, è figlio di venditori ambulanti di dolciumi. Ha attraversato la città all'alba del terzo giorno di reclusione tossica per raggiungere la tana in cui Foffo e Prato si sono chiusi a progettare futuri deliranti. Varani si è mosso dalla periferia settentrionale verso quella orientale, attirato dalla promessa di quattrini, forse in cambio di sesso. A quel caso di cronaca nera, Nicola Lagioia ha dedicato il romanzo non-fiction La città dei vivi (Einaudi, pp. 472, euro 22). Siamo a Roma, nell'Italia che alla fine dell'inverno 2016 si affaccia alla grande transizione politica che condurrà al tracollo di tutti i partiti. L'esito corrisponde al clima del quale l'omicidio Varani, per come emerge dalla narrazione di Lagioia, è una spia potentissima. Traspare l'assoluta mancanza di coscienza di classe. Tutti gli attori di questa storia appaiono spaesati, privi di consapevolezza del proprio ruolo e defraudati da ogni prospettiva.
Il paese di "buone famiglie" si pone il "problema" dei figli che cercano di diventare adulti negli anni che seguono la crisi finanziaria. Foffo è figlio di un piccolo imprenditore. Sogna di sfondare con una "start up" che assomiglia sempre più a un rimpianto. Prato, il cui padre è un manager culturale, organizza serate e aperitivi: la disperazione lo divora mentre lavora mostrandosi entusiasta. Sono sperduti nella metropoli, sono il simbolo del collasso della creative class, del progressivo sbriciolarsi del secondo anello della città globale, quello che secondo gli analisti avrebbe dovuto collocarsi a ridosso delle residenze delle élite del centro storico per fornire servizi e attestarsi nell'anello metropolitano che precede la periferia. Il centro di Roma è ormai da qualche anno una città di cartone, set per turisti e contenitore di affittacamere in balia di allibratori digitali e visitatori mordi-e-fuggi: la pandemia ha poi mostrato tutta la fragilità di questo modello economico. Foffo e Prato percepiscono l'orlo del burrone. "Ci sentivamo in fondo mediocri, stupidi, pavidi e inessenziali, nel crepuscolo di un'epoca che aveva promesso di farci ricchi, intelligenti, coraggiosi", scrive Lagioia. È in questa allarmante zona grigia (tra centro e periferia, tra vita e morte, tra romanzo e fiction) che si dipana La città dei vivi.
Implodono i confini tra il centro che bazzicano i due assassini e la periferia dalla quale proviene Varani. Questa volta gli assassini sono i borghesi, spaventati guerrieri della concorrenza abituati come tutti a consumare la droga performativa per eccellenza per darsi un tono da vincenti o per trovare il coraggio di oltrepassare i confini dei generi. Il "ragazzo di vita" è la vittima. Prato agli inquirenti racconta chiaramente che Varani è stato scelto per la sua condizione di ricattabile: "Pensavo che Luca per soldi avrebbe fatto qualunque cosa. Ero a conoscenza della sua situazione economica". Per vivere un'esperienza che la sentenza di condanna a Foffo definisce "oltre ogni limite", i due uccidono un "debole", ristabilendo nella forma più estrema i confini, le coordinate e le differenze di classe.
"A Roma le barriere sociali, anagrafiche, le discrepanze estetiche, potevano crollare in un istante", scrive l'autore. Ripercorrendo la strada che dall'Esquilino scende lungo la via Casilina e conduce a Tor Pignattara e da lì alla città infinita fino ai Castelli, Lagioia racconta in prima persona la sua angoscia. Più avanti annota che "una marea di nuovi poveri, scasati, disagiati, premeva inquieta dalle periferie". Il male però è alle sue spalle, dalle zone centrali dalle quale proviene. Non sono le "periferie", a patto che esistano ancora, ad accerchiare la città e travolgerla nel caos. Perché questa è la storia di un buco nero, di una voragine che dalle zone esclusive delle mura storiche ingoia il resto delle forme di vita.
Gazzetta del Sud, 7 novembre 2020
Entrare in un carcere "difficile" e provare a far raccontare lo "tsunami" Covid a un gruppo di detenuti, tra lunghi corridoi opachi e pareti chiazzate d'intonaco. C'è riuscita l'equipe dell'articolazione per la Tutela della salute mentale del carcere di Barcellona Pozzo con "Forse perché eravamo gli ultimi", cortometraggio che parteciperà al concorso nazionale "Menti in corto" promosso dalla Comunità Terapeutica Assistita di Calatafimi.
Il progetto, presentato in conferenza stampa dalla direttrice del carcere Nunziella Di Fazio, è il un punto di arrivo di un percorso annuale portato avanti dal personale della Casa circondariale che punta alla promozione dell'introspezione e del benessere psico-sociale dei detenuti. Catapultati davanti e dietro una telecamera, sedici ristretti del "Madia" hanno risposto al tema del bando "2020: anno bisesto, anno funesto?" raccontando cosa potrebbe accadere in un ex manicomio abbandonato ai pochi uomini sopravvissuti alla pandemia del funesto 2020 e cercando di proporre riflessioni più profonde sul senso dell'umanità, sulla necessità di combattere l'isolamento e l'alienazione. "E' stata un'occasione unica - ha sottolineato Nunziella Di Fazio, direttrice della Casa circondariale che a breve concluderà la sua esperienza al carcere di Barcellona - frutto di un percorso artistico-riabilitativo che ha coinvolto sedici detenuti, diventati sceneggiatori, interpreti e tecnici di un originalissimo e toccante cortometraggio".
"Noi siamo il doppio errore, e forse perché noi siamo ultimi, tocca a noi ricominciare l'umanità" spiegano i protagonisti all'interno del corto che è un inno "a tornare a giocare e credere alle cicogne, al coraggio di vincere la malattia, alla pazienza in periodi di burrasca per mangiare di nuovo il miele senza mosche, a ringraziare Dio, a rifare tutto e farlo bene".
Mentre tutt'intorno il mondo al di fuori della casa circondariale di Barcellona rimaneva chiuso in casa, i sedici detenuti coinvolti nel progetto hanno avuto l'occasione di vivere una tensione verso l'esterno, la possibilità di tuffarsi in un mondo diverso. "Forse perché eravamo gli ultimi" non è solo l'unica produzione siciliana in concorso, ma è anche l'unico corto, a livello nazionale, in cui sono stati coinvolti i detenuti di una struttura carceraria. Sotto il coordinamento della psichiatra Francesca Cordova e dei tecnici riabilitativi Valeria Schilirò e Paolo Federico, la regia è stata affidata a Salvo Presti, mentre la fotografia e l'editing a Emanuele Torre.
La Comunità Terapeutica Assistita di Calatafimi renderà presto visibili tutti i contributi delle realtà che hanno partecipato al concorso, per raccogliere il giudizio di giuria tecnica, di una giuria popolare e mediatica, attraverso la diffusione dei lavori sulle pagine Facebook e Instagram "Menti in Corto"
Ristretti Orizzonti, 7 novembre 2020
I detenuti dell'associazione Catena in Movimento del carcere di Bollate, in collaborazione con l'Associazione Milano Positiva, raccolgono alimenti a favore di 40 famiglie bisognose del Comune di Milano. Appuntamento sabato 7 novembre alle ore 15.30 presso la Chiesa di San Gabriele Arcangelo in Mater Dei di via Termopili 7.
Presente anche Laura Specchio, Presidente Commissione Politiche per il Lavoro, Sviluppo Economico, Attività produttive, Commercio, Risorse Umane, Moda e Design e Capo Gruppo Gruppo Consiliare Alleanza Civica per Milano.
Un gesto di solidarietà che unisce chi sta dentro con chi sta fuori: questo lo spirito dell'iniziativa "Insieme abbattiamo l'indifferenza" che coinvolge i detenuti dell'Associazione del Carcere di Bollate Catena in Movimento e Milano Positiva, associazione di Promozione Sociale attiva principalmente sul territorio del Municipio 2 che si è attivata per fare da tramite tra l'azione promossa dal Carcere e le famiglie in difficoltà, riuscendo a dialogare con enti del territorio ossia la chiesa di San Gabriele Arcangelo in Mater Dei.
Da sempre attenta alle esigenze dei più bisognosi, da sempre attenta a mettere in luce i problemi legati alla disabilità e alla sicurezza, Milano Positiva APS, durante il lockdown, rendendosi conto che il problema della reperibilità alimentare fosse divenuto un'emergenza, ha cominciato a collaborare con Pane Quotidiano e Banco Alimentare per raccogliere e distribuire derrate alimentari.
Quaranta famiglie bisognose, in forte aumento a causa del disagio economico provocato dalla pandemia e dalle misure predisposte per contenerla, riceveranno sabato un pacco alimentare risultato della donazione da parte dei detenuti di Bollate.
Gli alimenti arrivano da uno scambio nato all'interno del Carcere quando, in occasione del primo lockdown, i detenuti che lavorano per l'Associazione Catena in Movimento hanno confezionato mascherine - oltre 10.000 - per la popolazione carceraria e non solo. Per sdebitarsi con i compagni, i detenuti che hanno ricevuto le mascherine hanno raccolto generi alimentari che poi hanno deciso di donare a chi, fuori, ne ha bisogno.
Ispirati dai concetti posti alla base della "Giustizia riparativa" e dalle parole di Papa Francesco e del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella secondo cui "La vera pandemia è l'indifferenza", e che, ora più che mai, invocano l'unione e la coesione di tutti per affrontare il dramma che il pianeta intero sta vivendo, i detenuti coinvolti in questo progetto sono riusciti a valorizzare il loro tempo raccogliendo quasi 100 kg di generi alimentari da devolvere alle famiglie. Con il supporto dell'Associazione Milano Positiva che dice: "l'attività con il carcere di Bollate apre le porte ad una collaborazione che si spera possa essere sempre più proficua", i detenuti hanno dato vita al Banco Alimentare "Insieme abbattiamo l'indifferenza", una sorta di mutuo soccorso che abbatte le barriere tra "dentro" e "fuori".
di Paolo Lepri
Corriere della Sera, 7 novembre 2020
L'europarlamentare finlandese co-relatore dell'accordo sul meccanismo che permetterà di sospendere i finanziamenti comunitari agli Stati che violano i diritti fondamentali: "Non siano scesi a compromessi sui valori". Il suo partito aderisce al Ppe, di cui fa parte, anche se "sospeso", Fidesz di Viktor Orbán. Una contraddizione da risolvere.
"Non siamo scesi a compromessi sui valori", ha commentato soddisfatto il finlandese Petri Sarvamaa, popolare, co-relatore del Parlamento europeo (insieme alla socialista spagnola Eider Gardiazabal Rubial) nel negoziato sul meccanismo che permetterà di sospendere i finanziamenti comunitari agli Stati che violano quei diritti fondamentali (come l'indipendenza del potere giudiziario) alla base della nostra casa comune. L'accordo dovrà essere ratificato a maggioranza qualificata dai Paesi membri. Una buona notizia, in questo anno terribile.
"L'Ue non solo sarà in grado di interrompere i fondi quando i principi dello Stato di diritto sono già violati, ma anche - ha spiegato Sarvamaa - nei casi in cui è evidente che decisioni recenti di un governo rappresentano un rischio futuro per le nostre finanze". Le reazioni rabbiose di Ungheria e Polonia non si sono fatte attendere. Ma, come scrive su Twitter il sessantenne ex giornalista finlandese, "l'Unione non è un bancomat per gli autocrati".
Di totalitarismi Sarvamaa ne sa qualcosa, visto che la famiglia del padre è fuggita in Finlandia dalla Russia all'epoca della rivoluzione. Durante la giovinezza qualche occupazione saltuaria (cameriere al ristorante dell'aeroporto di Helsinki e maschera in un cinema-teatro), gli studi di scienze politiche e poi il lavoro nella radiotelevisione pubblica Yle. A Strasburgo è arrivato nelle liste del Partito di Coalizione Nazionale, vecchia e non gloriosissima formazione politica liberal-conservatrice che aderisce ai Popolari europei.
Ma quanto durerà ancora, venendo proprio al Ppe, la sgradevole telenovela della presenza al suo interno (attualmente "sospesa") dei sovranisti autoritari di Fidesz al comando del premier ungherese Viktor Orbán? Tutto ciò non fa bene alla credibilità di questa grande "famiglia politica" europea. Proprio quanto è accaduto nei giorni scorsi nel negoziato sulle violazioni dello Stato di diritto lo conferma. Si tratta di una evidente contraddizione. Va detto che il partito di Sarvamaa è uno dei tredici firmatari della inascoltata lettera in cui si chiedeva l'espulsione della falange di Orbán. Ora è arrivato per tutti il momento di scegliere.
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