di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 6 novembre 2020
C'è tempo fino al 30 novembre - in sintonia con quanto stabilito da Papa Francesco che, a causa della pandemia Covid-19 per evitare assembramenti nei cimiteri, ha prorogato per tutto il mese di novembre le indulgenze plenarie per i fedeli defunti che si ottengono visitando i cimiteri - per portare un fi ore "speciale" sulle tombe nei nostri cari.
Si tratta dei crisantemi coltivati nel vivaio del carcere torinese "Lorusso e Cutugno": acquistandoli si può contribuite a sostenere un progetto di riscatto per i ristretti della Casa Circondariale delle Vallette curato dalla cooperativa Ecosol che gestisce "Terra e Aria Vivaio di Orizzonti" all'interno del penitenziario. "In occasione del 2 novembre e per tutto il mese" spiega Valentina De Luca, responsabile del progetto, nato grazie all'esperienza della cooperativa Ecosol scs e la Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri Onlus impegnata nella formazione professionale all'interno degli Istituti Penitenziari del Piemonte, "vendiamo i fiori coltivati dietro i cancelli del 'Lorusso e Cutugno.
Si tratta di vasi (21 cm. di diametro) di crisantemi gialli, bianchi, arancio, porpora e rosa coltivati da un gruppo di detenuti che seguono un corso di formazione coltivando all'interno del carcere piante da appartamento o da esterni, adatte a tutte le esigenze. In occasione della Commemorazione dei defunti abbiamo avuto numerose richieste ma ci sono ancora molte piante disponibili per chi non si è ancora recato alla tomba dei propri cari".
I vasi costano 5 euro ciascuno: si possono prenotare inviando una mail a
Ma nel vivaio del carcere torinese non si coltivano solo crisantemi: il percorso formativo a cui partecipano gruppi di 20 detenuti seguiti da 6 insegnanti della Casa di carità Arti e Mestieri, coordinati dagli operatori della Ecosol, prevede lavori di giardinaggio nel vivaio interno al carcere presente dagli anni 70 e fatto rinascere qualche anno fa dalla cooperativa che ha messo a punto un percorso di avviamento al lavoro per i ristretti con un valore sociale e terapeutico.
"I reclusi che partecipano al progetto che prevede 200 ore di stage" prosegue Valentina De Luca "imparano il mestiere di giardiniere, vivaista e della riproduzione e coltivazione di piante che può poi, una volta scontata la pena, diventare un'occupazione anche già durante il periodo di detenzione tramite le misure alternative previste dall'articolo 21.
Alcuni ex detenuti sono stati assunti dalla nostra cooperativa e tutti, durante lo stage fanno un'esperienza di lavoro completa: spesso veniamo chiamati ad allestire le decorazioni floreali per diverse fi ere e convegni cittadini, un'occasione che permette ai ristretti di uscire dal carcere con un permesso speciale per misurarsi professionalmente in un "lavoro vero", non solo nel vivaio o nella serra interna al penitenziario".
La responsabile del progetto informa che da 4 anni nel vivaio allestito nel blocco C, vicino alla caffetteria del penitenziario, si coltiva lo zafferano e il luppolo, produzioni a cui hanno preso parte anche alcune detenute. Acquistare le piante prodotte nel vivaio del carcere torinese contribuisce a finanziare i corsi per i detenuti e soprattutto a dare una speranza di occupazione a fine pena per chi desidera reinserirsi nella società "all'onore del mondo": un fiore in questo caso può davvero cambiare una vita. Per saperne di più www.terraearia.org.
di Angela Stella
Il Riformista, 6 novembre 2020
"Solo danni collaterali" del romanziere Pier Bruno Cosso (Marlin Editore, pp. 208, 14,90 euro) racconta la vicenda, ispirata a una storia vera ma con l'uso di nomi di fantasia, "di un onesto medico di famiglia vittima di un magistrato in delirio di onnipotenza". Siamo a Sassari, in un tranquillo sabato mattina: è l'alba e il protagonista, il dottor Enrico Campanedda è ancora a letto con la moglie, mentre la figlia dorme nell'altra stanza. All'improvviso rumori forti arrivano dalla strada, motori di auto al massimo stridono davanti al suo portone, qualcuno si attacca in modo maleducato al campanello.
Quel sabato si trasformerà da porto sicuro in un incubo: carabinieri armati di mitra irrompono nell'appartamento per una lunga perquisizione, senza dare spiegazioni e senza mostrare rispetto per le persone e gli oggetti. "Le conviene collaborare" gli dice subito il maresciallo, "lei ha già fatto processo e condanna" gli urla Campanedda. Mentre l'indagato viene trasferito in caserma, la Procura sta già tenendo una conferenza stampa.
Il capitano dei carabinieri che accoglie Campanedda per notificargli l'avviso di garanzia con l'accusa di esercizio abusivo della professione lo illumina così: "Il giorno migliore per fare un'importante azione di polizia giudiziaria è il sabato, in modo che poi se ne parli nei giornali di domenica con il massimo risalto. È una fissazione del magistrato Ferdinando Ferdinando che ha curato le indagini".
Proprio in quel momento il pm entra nella stanza, mentre il protagonista è frastornato da tutto quello che sta accadendo: "La conferenza stampa è andata benissimo, adesso le redazioni avranno tutto il tempo per trovare il giusto spazio sui giornali". Campanedda finisce ai domiciliari: "privato della libertà per molti mesi, del lavoro, dello stipendio, e infine degli affetti familiari, il medico, aiutato da un'amica giornalista, si lancia in un'indagine serrata per comprendere l'origine delle accuse infondate di cui è fatto oggetto".
Si scoprirà, attraverso una trama avvincente tipica di un thriller, un vero e proprio complotto ai danni di Campanedda, ordito da alcuni personaggi insospettabili. Il magistrato, pur se l'inchiesta verrà smontata, otterrà una promozione: il desiderio del protagonista, scagionato perché "il fatto non sussiste", è quello di portarlo in giudizio in base alla norma sulla responsabilità civile dei magistrati ma il suo stesso avvocato gli sconsiglia di intraprendere quella strada: "Accusare un magistrato è pericoloso e inutile, un giudice darebbe fuoco alla sua toga prima di sentenziare contro un collega".
Il libro verrà presentato sabato 7 novembre alle ore 18:00 sulla pagina Facebook della casa editrice e dell'associazione "Yairaiha Onlus", che si occupa dei diritti dei detenuti: parteciperanno, con l'autore, l'avvocato e membro del direttivo di Nessuno Tocchi Caino Simona Giannetti, Sandra Berardi e Giusy Torre di "Yairaiha Onlus". Modererà un nostro giornalista.
di Federico Capurso
La Stampa, 6 novembre 2020
Mai così tante vittime da maggio. Il ministro a chi contesta i lockdown: "Surreale, ignorano la gravità dei dati". Criticano i dati, contestano i criteri, annunciano ricorsi. Insomma, non ne vogliono sapere i governatori di Lombardia, Piemonte e Calabria, di essere imbrigliati dall'ultimo Dpcm nella zona rossa. Scatta oggi per loro il primo giorno di lockdown soft, ma già nelle prossime ore, probabilmente sabato, con l'arrivo del nuovo report settimanale dell'Istituto superiore di sanità, altre regioni potrebbero veder aggiornata, e in peggio, la loro classifica.
Nel mirino, secondo i tecnici che lavorano a stretto contatto con il ministero della Salute, ci sono Campania, Veneto, Liguria e Toscana, che potrebbero veder cambiato il colore del proprio territorio da giallo ad arancione. Non confortano i dati di ieri: 34.505 i nuovi casi di contagio su 219.884 tamponi, con 445 morti e 99 nuovi pazienti in terapia intensiva, che portano il totale a 2.391. A livello regionale, poi, è ancora una volta la Lombardia a far segnare il maggior incremento con 8.822 casi, seguita da Campania (+3.888), Veneto (3.264) e Piemonte (3.171).
Il governatore lombardo Attilio Fontana, in mattinata, sembra arrendersi all'inevitabile zona rossa, ma tra i suoi colleghi molti puntano ancora il dito contro i dati che hanno determinato le zone rosse e arancioni: "Difficili da decifrare", dicono alcuni, "discriminatori", accusano altri. E soprattutto "vecchi", perché risalenti alla scorsa settimana.
Motivi sufficienti, per il presidente in pectore della Calabria Nino Spirlì, per impugnare il provvedimento. Sono le Regioni, però, a fornire quei dati. E nella cabina di regia che elabora quei 21 parametri, decisi mesi fa insieme ai presidenti di regione, ci sono tre rappresentanti indicati dalle stesse Regioni. Il fatto poi che i dati siano vecchi è "inevitabile" ribatte il presidente dell'Iss Silvio Brusaferro, perché c'è un "tempo necessario per stabilizzarli". Ma sono "condivisi e validati da 24 settimane con le regioni". Dunque, se non erano "scaduti" prima, non lo sono neanche ora.
A difendere le scelte dell'ultimo Dpcm intervengono anche ministri e membri della maggioranza. "È surreale", sferza il ministro della Salute Roberto Speranza, "che alcuni governatori anziché assumersi la loro parte di responsabilità, fingano di ignorare la gravità dei dati che riguardano i loro territori". Ancora più duro il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: "Alcune Regioni, cambiando idea sulle misure da adottare, stanno offrendo uno spettacolo indecoroso".
Il governo scende in trincea, ma il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia, dopo le stoccate dei suoi colleghi, chiede di abbassare i toni: "Non possiamo permetterci divisioni", dice dopo una Conferenza Stato-regioni tutt'altro che serena. D'altra parte è vero - come sottolineano durante la Conferenza i governatori di centrodestra, spalleggiati da Salvini - che in una condizione di caos come quella che stanno affrontando ospedali e Asl, la raccolta dei dati diventa complicata.
Ad ammetterlo è anche il direttore Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza: "La Val d'Aosta ha difficoltà e in Campania potrebbe esserci un certo ritardo, come in altre Regioni". Così, tra mezza ragione da una parte e mezza dall'altra, proseguono le tensioni. Ma tanto è il trambusto che all'interno del governo torna a riaffacciarsi con forza l'idea di intervenire sulle competenze delle regioni, con una modifica del titolo V della Costituzione, quando l'emergenza sarà alle spalle e la polvere delle polemiche, forse, si sarà posata.
di Gioacchino Amato
La Repubblica, 6 novembre 2020
Il giornalista ha presentato al Festival letterature migranti il libro "Morte di un ragazzo italiano", che è un'orazione funebre per il cooperante palermitano ucciso due volte. "Il mio libro non è un saggio, è un'orazione funebre in memoria di un eroe negato. Un ragazzo che, in un Paese e in un mondo nei quali chiunque diventa un eroe, è stato dimenticato, cancellato dalla memoria. Mentre lui sì che era un vero eroe". Domenico Quirico non usa giri di parole e sembra ridare persino il loro valore a parole spesso usurate perché spese troppo facilmente. L'inviato di guerra del quotidiano La Stampa ha presentato al Festival delle letterature migranti il suo "Morte di un ragazzo italiano" dedicato all'uccisione del cooperante palermitano Giovanni Lo Porto avvenuta nel 2015 al confine fra Afghanistan e Pakistan durante il bombardamento di un drone degli Stati Uniti. Lo Porto era stato rapito a Multan nel gennaio del 2012 mentre lavorava con la Ong tedesca Welt Hunger Hilf nella città pakistana. Rapito come lo era stato Quirico, prima per due giorni in Libia nell'estate del 2011 e poi in Siria nell'aprile del 2013.
A elencare brevemente questi fatti e le date sembra che il suo interesse per la storia di Lo Porto nasca subito dopo il suo rilascio...
"Iniziai a sentire la madre telefonicamente, durante il suo sequestro. Non avevo possibilità concrete di potere intervenire in qualche modo. Ma andai a trovarla, in fondo il fatto stesso che io fossi tornato vivo dava la speranza che anche suo figlio si potesse salvare. Ci fu un fitto colloquio fra noi fino a quando arrivò la tragedia, nel senso proprio di tragedia greca: il rapito che non viene ucciso dai suoi rapitori ma da chi avrebbe dovuto salvarlo. E fu il momento della rabbia, perché di tutto si può parlare tranne che di una fatalità".
Lei parla di omicidio, con un reo confesso, che è il presidente Barack Obama. Una esagerazione voluta?
"Semplicemente la verità. Soprattutto dopo l'11 settembre c'è una logica nell'azione dei governi americani che considera certe cose più importanti di altre, la logica della "sicurezza collettiva" per la quale per ammazzare i terroristi di Al Qaeda vale la pena che altri periscano. Una logica infame perché nessuno può decidere chi può essere sacrificato. Nessuno può essere sacrificato. A questa logica si sposa la tecnica del bombardamento con il drone che ancor di più dei normali bombardamenti accetta implicitamente le vittime civili. Se accetti questa logica come uomo politico di un paese democratico ne accetti la responsabilità e quindi sei colpevole. Non sei sopra il diritto e il diritto. Per il diritto, Obama è il colpevole dell'omicidio di Lo Porto".
Con questa teoria anche l'ex ministro degli esteri Matteo Salvini è colpevole di sequestro di persona per il caso dei migranti trattenuti nella "Gregoretti"?
"Con le dovute differenze fra reati, il principio è lo stesso. Non ci si può far forti di una logica superiore al diritto per violarlo. Perché così non c'è più lo stato democratico".
Nel caso Lo Porto lei indica anche i "complici" del presidente degli Stati Uniti. Ci spiega?
"Ci sono una serie di punti oscuri in tutta la vicenda ma soprattutto gli Usa hanno liquidato tutto con un tweet, un "ci dispiace" e un risarcimento. Il nostro Paese non ha fatto nulla per saperne di più. Per capire cosa è successo, se si sapeva che c'era il rischio di uccidere civili e in particolare gli ostaggi. Per questo scrivo che Giovanni è stato ucciso due volte, dagli americani e dal suo Paese. Se la stessa cosa l'avesse fatta Trump credo che almeno una parte degli italiani avrebbe fatto chiasso su questa vicenda ma con Obama nulla. E così è scattata la censura, consapevole e inconsapevole".
Censura sul comportamento degli Usa?
"Non solo sugli Usa e l'uccisione di Lo Porto ma anche su di lui. Anche noi giornalisti non abbiamo fatto molto per mettere in luce la figura di questa madre che voleva giustizia per un figlio che era andato lì per lavorare, per aiutare gli altri. Con altri genitori di rapiti e di uccisi ci siamo comportati diversamente, forse perché "funzionavano" di più in televisione e sui giornali. Lui sarebbe stato l'eroe perfetto ma non c'era, non c'era più. I familiari e il contesto non sono stati considerati buoni per una narrazione: non "bucavano lo schermo". E anche la stessa sua città, i ragazzi delle scuole palermitane mi hanno sorpreso per l'indifferenza verso questo loro eroe".
Continua a ripetere "eroe"...
"Lui è un giovane che si è costruito da solo, ha studiato per potere aiutare in modo professionale gli altri in luoghi del mondo terribili. Si è riscattato dalle sue origini. È una storia straordinaria, un eroe moderno da portare da esempio ai ragazzi".
In Libia adesso sono prigionieri anche 18 pescatori siciliani...
"Di rapimenti di pescatori ce ne sono stati tanti, finivano in piccole notiziole e i sequestri finivano in pochi giorni. Qui c'è qualcosa di diverso, molto diverso e dietro c'è anche la nostra inconsistente politica estera che ha scontentato sia il "nostro amico" al Serraj che il generale Haftar che sono tutt'altro che politici. Gheddafi in fondo lo era, loro sono due criminali con i quali noi facciamo affari e intratteniamo colloqui diplomatici. Temo che i pescatori siano diventati una delle garanzie per Haftar adesso che ha i suoi problemi con i suoi Paesi sponsor".
Lei è stato rapito due volte, che effetto le fa sentire parlare di lockdown, di diventare prigionieri nelle proprie case per un virus?
"Noi qui ci dimentichiamo che in alcune parti del mondo si muore per il morso di un cane, per un morbillo, per Ebola. Ma questo virus alimenta la paura collettiva e questo può favorire la tentazione di cedere parte della propria libertà a chi prometterà di liberarci dalla paura. E quando ci sarà un vaccino la sua distribuzione riproporrà le diseguaglianze del mondo".
di Francesco Grignetti
La Stampa, 6 novembre 2020
Tre i fronti aperti: terrorismo, controlli anti-Covid e ordine pubblico. Il report: l'isolamento incide sulla devianza. Lo scenario peggiore. Si potrebbe definire la tempesta perfetta. Sulle forze di polizia si sta per abbattere una molteplicità di emergenze: terrorismo, controlli anti-Covid, ordine pubblico. Tre fronti che si sono aperti tutti assieme di colpo. E quindi al Dipartimento di Ps si sente dire: "Sarà molto peggio di marzo".
A marzo, infatti, pur con tanti mugugni, gli italiani si sono adeguati alle ordinanze sanitarie, anche le più restrittive. Stavolta, no. Stavolta si arriva alla seconda ondata con animo molto diverso. I segnali ci sono stati. Tante aggressioni di giovani a singole pattuglie che cercavano di far rispettare gli obblighi di mascherina e distanziamento. La Direzione centrale della polizia criminale ha realizzato un report proprio sul fenomeno della devianza in epoca di Coronavirus: "Solitudine e blocco emotivo - scrivono - sono tra gli effetti collaterali che hanno colpito principalmente i giovani. L'isolamento, in particolare, incide sulla devianza minorile". Poi però sono venute le rivolte violente, a Napoli come a Roma, Torino, Milano, Firenze. E ora si torna ai lockdown, sia pure differenziati per regioni.
Perciò la polizia è preoccupata. Tanti i fronti, tante le tensioni. E il personale è poco, stanco, sotto pressione da mesi. Come se tutto ciò non bastasse, il terrorismo islamista rialza la testa. il Capo della polizia, il prefetto Franco Gabrielli, ha appena diramato una circolare che invita i questori ad aumentare i controlli per i siti a rischio di attentato. E questa ripresa del terrorismo "davvero non ci voleva - si fa notare - perché distoglie forze".
Forze che dovranno far rispettare i nuovi divieti, quali il coprifuoco nazionale, il blocco alla circolazione nelle regioni rosse, o la chiusura anticipata di bar e ristoranti. C'è comunque la massima attenzione a ogni segno premonitore: è stato appena accompagnato a casa sua un egiziano d i 43 anni, residente in Italia dal 1999, che in carcere aveva confidato a un compagno di cella che avrebbe voluto imitare Anis Amri e compiere una strage tra i mercatini di Natale.
Di questo intreccio venefico, cioè terrorismo islamista più ordine pubblico più immigrazione clandestina, ha parlato la ministra dell'Interno, Luciana Lamorgese, al comitato parlamentare sulla sicurezza. Ha spiegato perché c'è allarme, ma non è stato innalzato il livello di sicurezza. I casi di Nizza e di Vienna vengono tenuti ben distinti.
Non ci sarebbe un piano di attacco all'Europa, bensì emulazione. Occorre poi fare di più per frenare le partenze dalla Tunisia, sia per una gestione più razionale degli sbarchi in epoca di pandemia, sia per meglio studiare i profili di chi sbarca sulle nostre coste ed evitare che sfugga qualche potenziale terrorista, ma senza la collaborazione del governo tunisino c'è poco da fare. E proprio per esercitare pressioni congiuntamente su Tunisi, oggi arriva a Roma il ministro francese dell'Interno, Gèrald Darmanin.
di Fulvio Paloscia
La Repubblica, 6 novembre 2020
Il 6 marzo del 2016 l'Italia è scossa dalla morte di un ragazzo romano, Luca Varani, ucciso dopo una notte di violenze e sevizie inferte da altri due giovani, Manuel Foffo e Marco Prato, rei confessi. Il corpo senza vita di Varani viene trovato in un appartamento di via Giordani, nel Collatino, quartiere dormitorio di una capitale in putrefazione, dilaniata dall'invasione di topi e da Mafia capitale. Ma cosa ha portato a quell'omicidio a sfondo omosessuale? Cosa è accaduto nelle teste dei due assassini? Quanto la morte di Varani ha che fare con con i segni e i simboli sempre più storti della modernità, con la crisi identitaria che sembra essere uno dei tormenti delle nuove generazioni?
Ne "La città dei vivi" (Einaudi), lo scrittore barese Nicola Lagioia (a sei anni da La ferocia, premio Strega) ricostruisce il percorso e il retroscena facendo suo il romanzo d'inchiesta che dal Capote di A sangue freddo ci conduce a Carrère, a Cercas, ai grandi della non-fiction (ma anche a Compulsion di Meyer Levin).
Roma, fin dal titolo, è la coprotagonista del romanzo. In qualche modo, è anche complice di Foffo e Prato?
"È il contesto di un delitto che, altrove, sarebbe stato diverso, proprio come non è immaginabile Jack lo Squartatore fuori da Londra. La bellezza e la deriva di Roma ormai s'intrecciano fino a confondersi, ma è anche una città bifronte: invivibile e traboccante vita, dominata da un cinismo scoraggiante per chi non vuole lasciarsi vivere (qualunque cosa tu voglia fare non vale la pena d'essere fatta) e la cui eternità la fa essere consapevole che tutto passa, tutto è transitorio. Cosa saggia, in un mondo che rimuove l'impermanenza. Ma Roma è anche la città dove le classi sociali sono sempre state permeabili: dalle mogli degli imperatori che si prostituivano nella suburra a Marcello e i suoi amici che, nel film La dolce vita, svanivano nella notte per ritrovarsi in una borgata o in un palazzo nobiliare. "Roma è una giungla tiepida in cui ci si può nascondere" diceva Mastroianni nel film di Fellini; oggi è diventata ribollente, le liane putrefatte ci cadono addosso e il sentimento di libertà è affrancamento dai doveri".
La permeabilità sociale connota anche il delitto Pasolini, avvenuto in ben altri tempi...
"Credo che sia più forte la tentazione di trovare collegamenti tra l'omicidio di Varani e il delitto del Circeo. In quel caso agiatissimi rampolli pariolini si accanirono su due figlie del popolo, ma fu proprio Pasolini a scombinare le carte mettendo in luce come i due strati sociali non fossero poi così diversi: il borgataro aspira a essere figlio di papà. Anche le parti in causa del delitto Varani provengono da classi sociali diverse; mentre però i massacratori del Circeo erano ben determinati nel compimento dell'azione malvagia, Foffo e Prato si descrivono come soverchiati da una forza superiore che li spinse a compiere un gesto impensabile. Se negli assassini del Circeo c'era un farneticante delirio di onnipotenza, nel caso Varani ci sono fragilità e debolezza. Per questo, penso sia un forte segno dei nostri tempi".
La letteratura riscatta la cronaca nera dai meccanismi di gossip televisivo in cui si è incagliata, restituendole la sua forza simbolica?
"Oggi nessun essere umano è all'altezza di un evento tragico. Perché la tragedia contiene un elemento che nascondiamo sotto il tappeto: l'irreversibilità della vita. Essere soli di fronte all'irreversibile ci è insostenibile, quindi rimuoviamo il senso del tragico. La letteratura invece rimette la tragedia al centro della cronaca nera, e quindi anche la complessità. Perché la letteratura non giudica, ma è un'istruttoria mai finalizzata ai gradi di giustizia, risponde alle domande con altre domande e soprattutto comprende, togliendo dall'eccezionalità sia il carnefice che la vittima, per ricondurli a qualcosa di molto vicino a noi. Sì, a noi che, è comprensibile, allontaniamo i carnefici definendoli mostri oppure diamo alle vittime una natura fantasmatica, terrorizzati dall'essere prima o poi gli uni o gli altri. Però gli omicidi non sono interessanti per morbosità, ma perché gettano luce sui nostri meccanismi più profondi, sul nostro rapporto con l'istinto di prevaricazione, su quanto non siamo ancora riusciti a svincolarci dallo stato di natura".
di Alessandra Briganti
Il Manifesto, 6 novembre 2020
La storia. La Corte dell'Aja conferma le accuse di crimini di guerra e contro l'umanità per il presidente del Kosovo Hashim Thaqi, che si dimette. Venne legittimato dalla guerra "umanitaria" del 1999. Era il 29 aprile 1999 quando il manifesto pubblicava una prima pagina bianca con in calce una frase: i bambini non ci guardano. Le bombe della Nato piovevano dai cieli della Serbia da poco più di un mese. Era la denuncia forte e solitaria pensata da Luigi Pintor contro una guerra mascherata da intervento umanitario - con tanti"effetti collaterali" vale a dire stragi di civili - che avrebbe segnato la storia degli Stati sorti dalle ceneri dell'ex Jugoslavia.
Ieri dopo più di vent'anni su quella pagina bianca è stata scritta una parola a lungo invocata: giustizia. Giustizia per i crimini di guerra e contro l'umanità di cui è accusato il presidente del Kosovo ed ex comandante dell'Esercito di Liberazione Nazionale (Uck) Hashim Thaqi (Il Serpente). La Corte speciale istituita per indagare i crimini commessi dall'Uck durante e dopo il conflitto del 1999 ha infatti confermato le accuse a suo carico: omicidi, sparizione forzata di persone, persecuzione e tortura, crimini perpetrati contro oppositori politici, albanesi kosovari, serbi, rom e di altre etnie.
A dare notizia della conferma dell'incriminazione all'Aja è stato lo stesso Thaqi che in una breve conferenza stampa ha poi annunciato le dimissioni con effetto immediato e invitato i cittadini a mantenere la calma e a non rispondere a eventuali provocazioni. Sempre nella mattinata di ieri era arrivata la conferma dell'incriminazione del braccio destro di Thaqi, Kadri Veseli, ex presidente del parlamento del Kosovo, che ha rassegnato le dimissioni dalla carica di presidente del Pdk, il principale partito d'opposizione nel Paese. Nel pomeriggio Thaqi e Veseli sono stati trasferiti all'Aja con un aereo speciale decollato dall'aeroporto internazionale di Pristina.
A inchiodare le due personalità politiche più rilevanti della storia recente del Kosovo era stato il rapporto redatto nel 2011 dal senatore svizzero Dick Marty su mandato del Consiglio d'Europa. Il rapporto risultato di due anni di indagini, indicava il padrino del gruppo di Drenica, così veniva chiamato Thaqi nel rapporto, ed altri ex guerriglieri dell'Uck quali responsabili o mandanti di "una serie di omicidi, incarcerazioni, aggressioni e interrogatori in diverse regioni del Kosovo e nello specifico (...) durante le operazioni condotte dall'Uck in territorio albanese negli anni 1998-2000". Tra le accuse più gravi, anche quella di traffico di organi che passava dalla clinica di Fushe Kruje, la cosiddetta "casa gialla", in Albania, una storia denunciata precedentemente anche da Carla del Ponte, la ex procuratrice del Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia nel suo importante libro di denuncia La caccia. Io e i criminali di guerra.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e ciò che prima sembrava impensabile, ora non lo è più. Nell'ultimo anno si è assistito a un'accelerazione delle indagini da parte della Corte speciale che ha portato all'incriminazione di diversi ex guerriglieri dell'Uck, tra cui Sali Mustafa, ex capo dei servizi segreti del Kosovo, Jakup Krasniqi e Rexhep Selhimi, questi ultimi due arrestati mercoledì a Pristina e trasferiti all'Aja.
Eppure l'operato del Tribunale speciale rischia di essere invalidato dalle intimidazioni verso i testimoni, come già accaduto in passato e come lascerebbe intendere la fuga di notizie riservate avvenuta a inizi settembre. Quattromila documenti riservati della Corte sono stati infatti recapitati all'associazione dei veterani dell'Uck, fascicoli contenenti tra l'altro anche i nomi dei testimoni protetti. Un attacco alla Corte che ha portato all'arresto di Hysni Gucati e Nasim Haradinaj, rispettivamente presidente e vicepresidente dell'associazione dei veterani di guerra dell'Uck, che dovranno rispondere di reati contro la giustizia. La stessa Corte poi ha denunciato a più riprese la "campagna segreta" condotta da Thaqi e Veseli per sabotarne il lavoro e assicurarsi così l'impunità, non ultimo il tentativo delle settimane scorse del presidente del Kosovo di emendare la legge che istituisce il Tribunale.
Ancor più spinosi sono i risvolti politici della vicenda giudiziaria. È come se ci si trovasse di fronte a un cortocircuito della Storia con un'Europa che in parte ha partecipato a quella guerra sciagurata e che oggi invece smentisce il proprio passato affermando il pieno sostegno al Tribunale e dicendosi soddisfatta del fatto che Thaqi abbia accettato di cooperare con la giustizia. Quella stessa Europa che oggi chiede a un Kosovo sempre più isolato di scendere a compromessi con la Serbia, imponendogli l'istituzione dell'associazione dei comuni a maggioranza serba, finora rimasta lettera morta per il timore delle autorità di Pristina che vedono in quel compromesso un cavallo di Troia del nemico serbo per rendere ingovernabile il Paese.
E cosa dire dell'Alleanza atlantica che proprio con la guerra in Kosovo ha mutato pelle proprio durante i radi "umanitari" trasformandosi da alleanza difensiva a potenza offensiva, e che ora rischia sempre nei Balcani di mostrare la profondità della crisi che sta attraversando. E che dire degli Usa, che in Kosovo hanno edificato la più grande base militare d'Europa a Camp Bondsteel, e che con tutti i presidenti degli ultimi 20 anni ha sostenuto l'indipendenza del Kosovo e legittimato Hashim Thaqi. Intanto la pax americana auspicata da Trump negli anni della sua amministrazione è naufragata miseramente e ha contribuito al contrario ad esacerbare ancora di più tensioni mai sopite nell'area, ridando fiato e lustro a nazionalismi che ci illudevamo di vedere sepolti.
di Marco Boccitto
Il Manifesto, 6 novembre 2020
Precipita la crisi nel Tigray. "Sovranità nazionale minacciata", il premier sceglie l'opzione militare per regolare i conti con il Tplf. I colpi di artiglieria pesante che ieri mattina risuonavano al confine tra l'Amhara e il Tigray, nel nord dell'Etiopia, hanno fatto eco alle dichiarazioni rese in tv la sera prima dal primo ministro etiope Abiy Ahmed, secondo il quale l'operazione militare avviata mercoledì contro le forze del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), in risposta all'attacco contro una base dell'esercito federale a Dalsash che ha provocato "molti martiri, feriti e danni", sta avendo "successo". Quindi prosegue e anzi è destinata ad estendersi, ha detto il premier, a dispetto dei timori diffusi che l'escalation possa presentare un conto pesante di vittime, oltre che un'imprevista ondata di profughi. "La linea rossa è stata superata" ha detto Ahmed, senza aggiungere dettagli sui combattimenti in corso e riservandosi di fornire tutte le informazioni una volta che l'operazione sarà conclusa.
Il governatore del Tigray Debretsion Gebremichael, che ieri ha dichiarato lo "stato di guerra", denuncia viceversa l'"aggressione congiunta" dell'esercito federale e delle forze speciali della confinante regione Amhara. Ma al tempo stesso ostenta una bellicosa sicurezza: "La popolazione tigrina non dovrebbe essere attaccata nel Tigray. Ora siamo bene armati, forse meglio di loro". Gli scontri hanno coinvolto anche la capitale tigrina, Mekelle, alla cui periferia si trova in effetti la sede del Comando nord dell'esercito federale, con il deposito d'armi meglio fornito della regione. Ieri le forze speciali locali mantenevano il controllo della struttura.
Fin qui gli sviluppi drammatici e in evoluzione di una crisi che ha origini lontane e cause scatenanti più recenti. Lo strappo dello scorso settembre, quando in Tigray si sono svolte le elezioni regionali a dispetto della decisione presa dal governo centrale di Addis Abeba di rimandare il voto per l'emergenza Covid, ha segnato un punto di non ritorno.
E così Ahmed, cui è stato assegnato lo scorso anno il Nobel per la pace grazie al modo brillante con cui ha chiuso l'annoso conflitto con l'Eritrea, non ha esitato a indossare la mimetica per regolare i conti con il Tplf. Ovvero per "difendere la sovranità nazionale e la pace". In questo il premier etiope ha l'appoggio degli altri stati della federazione: a cominciare dalla "sua" Oromia, il cui presidente, Shemelis Abdissa, nell'esprimere pieno sostegno alla risposta militare del premier è tornato ad accusare il Tplf di armare le frange più estreme del Fronte di liberazione oromo (Olf), rilanciando la teoria di un'alleanza tra forze storicamente nemiche al fine di destabilizzare il paese, alimentare gli scontri interetnici e bloccare la spinta riformatrice di Ahmed. Denuncia che ha ripreso vigore dopo i sanguinosi scontri seguiti all'omicidio, nel giugno scorso, del celebre cantante oromo Hachalu Hundessa.
La pressione internazionale più energica per ora arriva dal Dipartimento di stato Usa: in pieno pandemonio elettorale Mike Pompeo ha trovato il tempo di esprimere tristezza per le vittime e invocare una tregua. Addis Abeba resta un alleato strategico di Washington sullo scacchiere africano. Ma la recente uscita di Trump sulla Diga della Rinascita etiope - è di ieri l'ennesimo fallimento delle trattative in corso sulla mega infrastruttura che dovrebbe risolvere i problemi energetici dell'Etiopa ma è vista dall'Egitto come una minaccia alla sua produzione agricola -, l'idea della Casa bianca secondo cui al Sisi potrebbe perdere la pazienza e bombardare la diga sul Nilo Azzurro, hanno raffreddato parecchio i rapporti. Anche per questo Ahmed tira dritto.
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 6 novembre 2020
Lo scrittore, 83 anni, ha denunciato le violenze del suo popolo sugli armeni. Era atteso a ottobre a un evento internazionale, poi annullato e rinviato al 4 dicembre.
Che fine ha fatto Akram Aylisli che sei anni fa fu candidato al Nobel per la pace come una sorta di "Sakharov dei Balcani"? Hanno provato in tanti, da quando un mese fa è riesplosa la sanguinosa guerra nel Nagorno-Karabakh, a cercare un contatto col grande scrittore azero accusato dai suoi compatrioti nazionalisti d'aver "tradito" l'Azerbaigian narrando la decimazione di un secolo fa degli armeni nel suo villaggio d'origine, Ajlis, in quella che oggi è la Repubblica autonoma di Naxcivan, l'exclave azera stretta tra l'Iran, l'Armenia e la Turchia.
Niente da fare. Vaghe rassicurazioni. Pare che... Forse... Probabilmente... L'ultima traccia, anzi, ha lasciato nuovi dubbi. Il 16 ottobre scorso infatti, dopo anni di silenzi, l'ottantatreenne e malandato autore di Sogni di pietra, pubblicato la prima volta in Occidente nel 2015 da Guerini, avrebbe dovuto partecipare, sia pure in remoto da Baku, la capitale azera dove vive come fosse in domicilio coatto, alla presentazione di Farewell, Aylis, Addio Aylis, la trilogia uscita due anni fa negli Stati Uniti. Trilogia che comprende appunto, con Yemen e Un fantastico ingorgo, il bellissimo Stone Dreams tradotto dalla poetessa Katherine E. Young.
Era tutto pronto, all'Harriman Institute della Columbia University, che aveva organizzato l'evento con l'Institute for the Study of Human Rights e la Pen International, l'associazione di poets (poeti), essayists (saggisti) e novelists (romanzieri) fondata nel 1922 per proteggere gli scrittori di tutto il mondo. Titolo dell'evento: "Libri in fiamme: Akram Aylisli, letteratura e diritti umani nell'Azerbaigian di oggi". All'ultimo istante, stop: tutto annullato. Rinviato al 4 dicembre. C'è da sperarci?
Ma partiamo dall'inizio. Akram Najaf oglu Naibov noto come Akram Aylisli, riassume la Pen in un'appassionata difesa del 2019, è "un drammaturgo, romanziere e traduttore considerato per decenni uno degli scrittori più apprezzati dell'Azerbaigian. I suoi libri erano letti nelle scuole e nel '98 aveva ricevuto il titolo ufficiale di Scrittore del Popolo, oltre a due dei più alti premi statali. Dal 2005 al 2010 era stato inoltre deputato al Parlamento azero".
Tutto precipitò nel 2012. Quando lo scrittore decise di tirar fuori dal cassetto dove stava da anni il manoscritto di quel romanzo, Sogni di pietra, dove affrontava il tormentato rapporto tra la sua anima azera e il senso di colpa per gli armeni uccisi negli eccidi del 1919 nel paese natale da cui aveva tratto il suo stesso nome, Aylis, che gli armeni chiamavano Verin Agulis e che fino alla pulizia etnica seguita al caos della Rivoluzione d'Ottobre aveva una fortissima presenza armena, testimoniata tra l'altro dal monastero di San Tommaso fondato nel I secolo, pare, da san Bartolomeo apostolo.
A scuoterlo fu l'indignazione per il trionfale ritorno in patria (folla all'aeroporto, banda musicale, omaggi floreali, grazia presidenziale, nomina a "uomo dell'anno") d'un ufficiale azero, Ramil Safarov, condannato all'ergastolo in Ungheria per aver decapitato a colpi d'accetta, durante un master Nato, un pari grado armeno che dormiva. "Ero sotto choc - avrebbe raccontato -. Speravo di risparmiare alla mia gente l'immagine di un popolo di tagliagole". Scelse dunque di pubblicare Daş yuxular (Sogni di pietra) non in patria ma sulla rivista russa "Druzhba Narodov". Convinto, spiegherà al "New York Times", di poter così "conquistare un'audience un po' più aperta".
Macché. Appena se ne accorsero in Azerbaigian scoppiò il finimondo. Il presidente Ilham Aliyev accusò Aylisli di "deliberata distorsione della storia dell'Azerbaigian", gli revocò il titolo di Scrittore del Popolo, gli tolse la pensione concessa come autore illustre.
La moglie e il figlio furono licenziati. Il National Drama Theatre di Baku cancellò i suoi lavori. Centinaia di manifestanti bruciarono in piazza a Gjandža, la seconda città azera, i suoi libri prima amatissimi. Il presidente del Consiglio del Caucaso islamico lo dichiarò "apostata". Alcuni deputati proposero di fargli un'analisi del Dna per accertare se fosse "geneticamente" armeno. E il leader del partito nazionalista Muasir Musavat offrì 13 mila dollari a chiunque gli avesse mozzato un orecchio.
"Se si accendesse almeno una candela per ogni armeno ucciso violentemente, la luce di queste candele sarebbe più viva di quella della luna", si legge in Sogni di pietra. Sperava di spingere tutti a una riflessione: non gli è mai stato perdonato. Tanto più che Heydar Aliyev, già capo del Kgb azero, pluridecorato all'Ordine di Lenin, ultimo rais comunista dal lontano 1969, primo presidente nazionalista dal '91 e padre dell'attuale autocrate al potere, era nato lì, a Naxcivan, la capitale dell'omonima enclave azera, vicino all'antica Aylis. Insomma: per la famiglia al potere era un dito nell'occhio.
A fine marzo del 2016, qualche lettore ricorderà, Akram Aylisli fu bloccato all'aeroporto di Baku mentre stava per imbarcarsi verso Venezia, dov'era invitato al festival letterario "Incroci di civiltà". Dissero che aveva picchiato (lui: un ottantenne!) un giovane poliziotto. Arrestato, ricondotto a casa, ridotto a una sorta di domicilio coatto in attesa del processo, resta di lui il discorso che avrebbe voluto leggere nella città serenissima, storica patria di tanti senzapatria.
Discorso pubblicato da "Index on Censorship" (la prestigiosa rivista londinese per la difesa della libertà d'espressione su cui hanno scritto Arthur Miller, Nadine Gordimer, Samuel Beckett, Mario Vargas Llosa...) dove attaccava quelli che "si nascondono dietro le cosiddette visioni nazionali e se la cavano seminando semi di odio tra popoli e nazioni che non molto tempo fa vivevano insieme in pace".
E se la prendeva con quanti "hanno l'audacia di proclamarsi gli unici portatori di verità e i veri e propri campioni della felicità nazionale". Per rivendicare, da azero: "Col mio libro ho salvato molti armeni dall'odio verso il mio popolo. Ho capito che in questo sanguinoso conflitto né gli armeni né noi dobbiamo incolpare le persone che non farebbero mai la guerra senza le interferenze della politica. E ho trovato conferma che mentre le nostre nazioni sono buone da sole, insieme sono magnifiche".
Un'apertura che sperava fosse raccolta, come nota nella prefazione a Farewell, Aylis il saggista americano Joshua Kucera, da scrittori armeni che riconoscessero a loro volta errori e crimini contro gli azeri. "Richiesta ignorata. L'Armenia non è più pronta a esaminare le proprie colpe di quanto lo sia l'Azerbaigian". Peggio: accolse Sogni di pietra solo come una prova delle proprie ragioni. Mollando lo scrittore azero nella sua solitudine col passare degli anni sempre più amara. Tanto più in un Paese scivolato nel 2019 al 168º posto (su 180) nella classifica mondiale sulla libertà di stampa di Reporters sans frontières.
Ecco, nell'appello firmato da Pen Russia e intellettuali americani ed europei perché il Nobel per la pace 2014 fosse dato a lui, con un richiamo a "uomini rari" quali Martin Luther King e Andrej Sacharov capaci di "abbattere i muri che dividono le nazioni", c'era appunto la volontà di rompere quella solitudine: "Solo la voce di figure onorate può incoraggiare entrambe le nazioni a perdonarsi a vicenda per raggiungere infine un accordo. Il signor Aylisli ha avuto il coraggio di essere il primo a fare questo passo e tendere la mano".
di Luisiana Gaita
Il Fatto Quotidiano, 5 novembre 2020
Il "pacchetto giustizia", che ha trovato spazio nel Decreto Ristori, prevede fino al 31 dicembre 2020 la possibilità della detenzione domiciliare per chi ha una pena da scontare (anche come parte di pena maggiore) non superiore a diciotto mesi. Molti però non possono usufruire di questo diritto perché non hanno un posto dove andare.
Quattrocento detenuti nelle carceri italiane hanno contratto il Covid-19, così come altrettanti agenti di polizia penitenziaria. E se il 'pacchetto giustizia', che ha trovato spazio nel decreto Ristori, prevede fino al 31 dicembre 2020 la possibilità della detenzione domiciliare per i detenuti la cui pena da scontare (anche come parte di pena maggiore) non sia superiore a diciotto mesi, è anche vero che c'è chi, pur avendone diritto, si trova in condizione di non poter usufruire di questa possibilità.
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