di Marco Imarisio
Corriere della Sera, 5 novembre 2020
Moussa Al-Hassan Diaw, direttore dell'associazione Derad: "Se un sistema non funziona, è sbagliato dare la colpa agli anelli più deboli della catena, come il volontariato". "Internet batte realtà 2-0". E tra gli sconfitti, Sarah ci mette anche se stessa. Non ci sono insegne, non c'è neppure il nome sulla targhetta del citofono. L'ufficio di "Donne senza frontiere" ai confini del quartiere Favoriten è il più anonimo possibile. Non ci sono indicazioni, non ci sono manifesti alle pareti. Anche la porta blindata è poco appariscente, si capisce che è tale solo dall'interno. "Dobbiamo fare molta attenzione", quasi si giustifica la giovane volontaria dell'associazione, una delle più grandi Ong d'Austria, che da ormai otto anni ha sviluppato e gestisce un programma rivolto alle madri di giovani che sembrano aderire al radicalismo islamico. Per dissuaderli, per convincerli a non partire. "Da quando cominci, hai tre mesi di tempo. Se non riesci a convincere il ragazzo entro quel tempo, le sirene del salafismo hanno la meglio. Questo ci dice la nostra esperienza. Bisogna convincerli che il loro posto è qui. Ma non è facile".
Le strade sporche e mal tenute del quartiere con il più alto tasso di criminalità della capitale non sono certo un invito a restare. Pochi mesi fa a Favoriten, che si trova nella zona sud, quasi attaccata alla vecchia città operaia, sono state chiuse due moschee gestite dai Lupi grigi, l'organizzazione turca di estrema destra, e altre due dove risuonavano appelli alla Jihad. "Ma quel ragazzo che ha fatto l'attentato non si è fatto plagiare dagli imam, ma dai messaggi sbagliati sui social. Voleva quelli, li cercava, li ha trovati. Esistono due realtà, ormai. E quando finisce la nostra lezione, noi non possiamo più controllare nulla. Per questo ci rivolgiamo alle madri".
Alla fine, un capro espiatorio ci vuole sempre. Ieri, il ministro dell'Interno Karl Nehammer ha speso i primi due minuti della sua conferenza stampa per dire che i video mandati dalle telecamere di sorveglianza dei locali dimostrano in modo definitivo che Kujtim Fejzulai ha agito da solo. Altri due minuti per aggiungere che i servizi di sicurezza austriaci non hanno gestito bene la segnalazione giunta dalla Slovacchia dopo che l'aspirante terrorista aveva cercato di comprare armi in quel Paese. E il resto del tempo lo ha usato per sottolineare come il giovane austriaco di origine macedone abbia "perfettamente aggirato" il programma di reintegro dei jihadisti nella società austriaca. "Non funzionano quasi mai, quindi rischiano di creare confusione e fare danni ulteriori", ha concluso.
A Vienna, città cattolica con il più alto numero europeo pro capite di Foreign fighters, esistono cinque associazioni che a vario titolo lottano contro il radicalismo islamico. Quella chiamata in causa dal ministro si chiama Derad, nome programmatico, ha sede nel municipio, e ha un compito improbo, perché si occupa solo di estremisti appena usciti dal carcere. Tra il 2015, anno di nascita, e il 2020, ha seguito 155 persone. Moussa Al-Hassan Diaw, il suo direttore, è un professore universitario figlio di immigrati, nato e cresciuto a Favoriten. "Le accuse che ci vengono rivolte sono strumentali, perché nessuno di noi aveva mai presentato Fejzulai come un soggetto pronto al reinserimento nella società. Era in libertà condizionata per i benefici di una legge statale, concessi da un tribunale. Se un sistema non funziona, è sbagliato dare la colpa agli anelli più deboli della catena, come il volontariato".
Le storie a lieto fine pareggiano quelle andate male. Uno su due. "Noi lavoriamo per far accettare una società pluralista e democratica a persone che vengono indottrinate in senso contrario. Cerchiamo di neutralizzare una polarizzazione già avvenuta, per questo il rischio di una recidiva è sempre presente". Mentre parla davanti al palazzo del Comune, due poliziotti in borghese si aggirano discreti nella piazza svuotata dal lockdown in corso. L'Associazione dei musulmani austriaci (Iggo) ha denunciato negli ultimi due anni il taglio ai finanziamenti deciso dal governo per questo tipo di progetti. Sia Diaw che la giovane volontaria di "Donne senza frontiere" vivono da reclusi per le minacce che arrivano in egual misura da sostenitori della Jihad e da ambienti della destra radicale. Entrambi usano spesso la parola Damm, che significa argine. È solo che certe volte anche loro hanno la sensazione che l'argine possa crollare da un momento all'altro.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 5 novembre 2020
Lo scorso febbraio gli americani hanno raggiunto un accordo con i talebani. Ma adesso i colloqui tra governo di Kabul e talebani sono in piena crisi. Questi ultimi rifiutano di firmare il cessate il fuoco. Se sino a qualche giorno fa cresceva l'incertezza sulle possibilità reali di pace con i talebani, adesso è la paura che domina per le strade dei maggiori centri urbani afghani. Il grave blitz terroristico lunedì mattina nel principale campus universitario di Kabul ha rinfocolato l'incubo della crescita di Isis e dei gruppi jihadisti.
Il fantasma della guerra civile degli anni Novanta torna più minaccioso che mai. I morti sono stati almeno 22, i feriti 27, tutti studenti. "I tre terroristi ci hanno sparato uno a uno. Prima miravano a chi cercava di fuggire dalle finestre, poi nel mucchio. Volevano causare il maggior numero di vittime", raccontano i sopravvissuti.
Non è un caso che il segretario generale della Alleanza atlantica, il norvegese Jens Stoltenberg, abbia condannato nello stesso comunicato l'attentato di Vienna e quello di Kabul. Se infatti in Europa rischiamo il ritorno della minaccia jihadista, è proprio in Afghanistan che Isis potrebbe ricostruire quella dimensione territoriale del Califfato che due anni fa perse dopo le sconfitte a Raqqa e lungo la valle dell'Eufrate.
La verità è che il prospettato ritiro di 4.500 soldati americani e 6.100 dei contingenti Nato (tra cui il migliaio di italiani) entro il maggio 2021 rischia di lasciare un Paese profondamente destabilizzato. Isis ha storicamente approfittato del caos negli "Stati falliti". Lo fece nelle violenze dell'Iraq post-invasione americana del 2003 e ancor più nella Siria lacerata dalla "Primavera araba" del 2011. Lo scorso febbraio gli americani hanno raggiunto un accordo con i talebani. Ma adesso i colloqui tra governo afghano e talebani sono in piena crisi. Questi ultimi rifiutano di firmare il cessate il fuoco. E pare non rispettino neppure la clausola fondamentale dell'impegno a negare asilo ad Al Qaeda e a quelle forze che utilizzano l'Afghanistan come base per le loro operazioni all'estero.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 5 novembre 2020
I promotori della manifestazione del 1° novembre nella capitale Minsk l'avevano chiamata "Marcia contro il terrore". Ne avevano tutte le ragioni. Le autorità giudiziarie della Bielorussia hanno deciso di avviare una maxi-inchiesta nei confronti di 231 manifestanti pacifici arrestati nel corso e dopo la marcia. Negli atti si legge che gli indagati hanno preso parte a "un'azione non autorizzata" che "ha causato danni all'infrastruttura cittadina e a un veicolo della polizia" e "ha ostacolato i mezzi del trasporto pubblico e il lavoro delle organizzazioni".
I 231 manifestanti pacifici rischiano ora fino a tre anni di carcere per "organizzazione o preparazione di attività che violano gravemente l'ordine pubblico", ai sensi dell'articolo 342 del codice penale. Amnesty International ha descritto l'iniziativa giudiziaria "del tutto assurda" e "un pericoloso precedente", sollecitando l'immediata archiviazione".
di Massimo Congiu
dirittiglobali.it, 4 novembre 2020
Il carcere diventa non il luogo del recupero previsto dall'Articolo 27 della Costituzione, ma quello della discarica sociale e della disperazione. Nei giorni scorsi, il numero dei suicidi nelle carceri campane è arrivato a nove. Nove casi (sei nel 2019) che impongono una riflessione profonda su quello che succede nei nostri istituti di pena. Ciò è avvenuto con la morte di Salvatore L., un detenuto di 22 anni che lo scorso martedì 20 ottobre si è impiccato nel carcere di Benevento.
di Paolazzurra Polizzotto
ecointernazionale.com, 4 novembre 2020
Mentre le fake news sul carcere aumentano, al grido di "infinite" scarcerazioni, il contagio nelle carceri cresce vertiginosamente. Inefficaci le misure del decreto ristori. Dopo settimane di silenzio da parte del Ministro Alfonso Bonafede, anche per le carceri arrivano le misure anti covid. Fuori sì, ma con il braccialetto elettronico, chi ha una condanna fino a 18 mesi; nessuna concessione a mafiosi e protagonisti delle rivolte di febbraio. Lo annuncia con un post su Facebook il Guardasigilli Alfonso Bonafede, che però subito precisa: "È escluso chi è stato condannato per mafia, terrorismo, corruzione, voto di scambio politico-mafioso, violenza sessuale, maltrattamenti in famiglia e stalking, nonché chi ha subito una sanzione disciplinare, o ha un procedimento disciplinare pendente, per la partecipazione a tumulti o sommosse nelle carceri". Sono questi i punti fondamentali previsti dal decreto legge 137/2020.
di Riccardo Polidoro*
Il Riformista, 4 novembre 2020
La pur prevedibile seconda ondata del virus sta facendo naufragare l'organizzazione sanitaria di molti Paesi, tra i quali l'Italia. In otto mesi di emergenza sono stati emessi decreti "a pioggia" che, soprattutto recentemente, hanno scatenato una "tempesta" di proteste. Si ha l'impressione di una navigazione a vista, dove la rotta viene continuamente modificata, senza attendere gli esiti di quella tracciata in precedenza. E non tanto gli ordini impartiti dal comandante, ma le sue inconsuete "raccomandazioni" fanno temere il peggio. Quando un'imbarcazione è in pericolo, l'indecisione è il male peggiore.
di Angela Stella
Il Riformista, 4 novembre 2020
Secondo i dati del Dap, al 2 novembre erano 395 i detenuti positivi e 424 gli operatori penitenziari: quasi il doppio rispetto al 28 ottobre. Continua l'espansione dei contagi da covid-19 nelle carceri e non si fermano gli attacchi al Garante Mauro Palma da parte della Lega e del Sappe.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 4 novembre 2020
Il procuratore generale della Cassazione si ricorda per la seconda volta che si deve arrestare di meno e scarcerare di più. Le iniziative di Bonafede non bastano: mancano i braccialetti e i tribunali di sorveglianza scoppiano. Nel giro di cinque giorni è raddoppiato il numero di contagiati dal virus Covid-19, detenuti e operatori penitenziari, all'interno delle carceri italiane. I tribunali di sorveglianza, in particolare quello di Milano, sono al collasso.
di Simona Musco
Il Dubbio, 4 novembre 2020
La "lectio" di Patroni Griffi, presidente del Consiglio di Stato. La mancanza di un'udienza in presenza come "frattura rispetto al mondo e al processo", perché i Tribunali "sono anche luoghi di aggregazione e tali devono rimanere".
È questa la riflessione di Filippo Patroni Griffi, presidente del Consiglio di Stato, intervenuto al webinar organizzato dalla Corte di Cassazione lo scorso 28 ottobre sulla tutela dei diritti e organizzazione della giustizia nell'emergenza. Una riflessione lunga e articolata, che partendo dall'analisi della legislazione d'emergenza vira sulla Giustizia e sulla sua smaterializzazione, male necessario in un periodo, come quello attuale, in cui il diritto alla salute risulta fortemente compromesso.
È necessario, dunque, accettare una limitazione al diritto all'oralità, caratteristica tipica del processo, non solo penale, ma anche amministrativo. Un'oralità che la seconda ondata di contagi sta nuovamente compromettendo, con il ritorno, anche se in forma limitata nel penale e più strutturata nel civile e nell'amministrativo, del processo da remoto. Ciò, afferma Patroni Griffi, "indurrà a un rallentamento, l'esperienza ci dice contenuto, dei tempi dei processi, accettabile nel contemperamento con il valore della salute".
Per il presidente del Consiglio di Stato, ciò a cui il legislatore dovrebbe pensare è "un'impostazione unitaria, considerando l'unitarietà della funzione giurisdizionale anche nei sistemi a giurisdizione duale come il nostro e pur nella considerazione delle peculiarità proprie dei vari processi nel panorama delle tutele". Ma ciò che il processo da remoto fa venir meno, aggiunge, è quella che il giurista Giuseppe Chiovenda definiva la relazione di prossimità, trasformandosi, pertanto, in un "non-processo".
Perché il luogo dove si amministra giustizia "sono le aule dei tribunali, dove le udienze sono generalmente aperte al pubblico e la pubblicità non può essere garantita che con le udienze in presenza. Perché fare giurisdizione non è sbrigare una pratica burocratica o offrire servizi online", aggiunge Patroni Griffi, e il processo in presenza serve anche ad evitare "quello che la Presidente emerita della Corte costituzionale, Marta Cartabia, ha definito "il confronto rigido attraverso lo schermo".
Ed ecco, dunque, la necessità di tornare in aula per celebrare i processi in presenza: renderli vivi e, assieme ad essi, rendere vive le aule di giustizia, rendendo "il processo "comune" a giudici e avvocati". Ciò in virtù della "condivisione", motivo per cui "il ritorno alla "normalità" sarà (e dovrà essere) il ritorno alla udienza in presenza".
La proposta di Patroni Griffi, in tal senso, è innovativa: consentire "l'accesso" al pubblico anche da remoto. Il principale problema riscontrato durante l'emergenza ha riguardato la compressione delle facoltà di discussione da parte dell'avvocato, con il rischio di far retrocedere il processo amministrativo "ad una mera procedura di ricorso". In particolare quando, con il decreto "Cura Italia", a marzo scorso, venne introdotto una sorta di "contraddittorio cartolare coatto", attenuato solo dalla possibilità di presentare note di udienza. Una soluzione "non compatibile" con i principi costituzionali del contraddittorio e del diritto di agire in giudizio. Da qui si è arrivati alla "oralità mediata".
Il momento dialettico, afferma Patroni Griffi, è "sicuramente irrinunciabile", non solo per le parti, ma per gli stessi giudici. In emergenza, "pienezza del contraddittorio e pubblicità dell'udienza possono subire delle attenuazioni", purché "tali adattamenti del processo ordinario siano compatibili con il rispetto delle garanzie fondamentali". In tal senso, "l'udienza telematica potrebbe continuare a rappresentare una soluzione temporanea che garantisce il giusto contemperamento degli interessi in gioco".
di Grazia Zuffa
Il Manifesto, 4 novembre 2020
Un importante disegno di legge introduce e regola le relazioni affettive intime delle persone private della libertà personale in carcere. Nel settembre scorso è stato assegnato alla Commissione Giustizia del Senato un importante disegno di legge (n. 1876), che introduce e regola le relazioni affettive intime delle persone detenute in carcere.
- Anm, la sfida di Silvia Albano: una donna al vertice dell'associazione dei magistrati
- G8 di Genova, promossi i due poliziotti delle molotov alla Diaz
- Palamara: "Adesso studio come riformare la giustizia"
- Liberazione condizionale a ergastolano ostativo: è la prima volta
- Napoli. "Ora svuotate le carceri", l'appello della Camera penale










