di Giulia Merlo
Il Domani, 5 novembre 2020
La denuncia del Garante. Il virus corre anche nelle carceri, con una percentuale di positività che si avvicina a quella esterna (calcolata rispetto al numero di persone che si sono sottoposte al tampone). I numeri, forniti dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e dall'Autorità garante delle persone detenute, fotografano un quasi raddoppio dei malati rispetto al report del 28 ottobre scorso.
di Liana Milella
La Repubblica, 5 novembre 2020
Bocciati i ricorsi dei magistrati di sorveglianza di Avellino, Sassari e Spoleto che contestavano il decreto del Guardasigilli sull'obbligo di rivedere periodicamente il via libera agli arresti domiciliari. Una misura assunta per decreto dopo la scarcerazione dei boss tra marzo e aprile.
Ha ragione Bonafede. E hanno torto i magistrati - di Avellino, Sassari e Spoleto - che erano ricorsi alla Consulta contro il decreto di maggio firmato dal Guardasigilli dopo i numerosi provvedimenti di altrettanti giudici di sorveglianza che avevano dato il via libera agli arresti domiciliari anche per noti boss mafiosi sulla spinta dell'emergenza Covid. Oltre duecento detenuti in alta sicurezza e quattro anche al 41 bis, avevano lasciato le patrie galere tra marzo e aprile di quest'anno.
di Gaetano Pedullà
La Notizia, 5 novembre 2020
Chi non l'ha fatto è fuori per motivi processuali diversi. Da Giletti informazioni sbagliate. I documenti lo dimostrano. Da giorni ricevo gli insulti di persone che mettono in dubbio la mia correttezza personale e professionale, evidentemente persuase dal processo mediatico che mi è stato fatto nell'ultima trasmissione di Massimo Giletti, Non è l'Arena. In quella sede sono stato accusato di aver fatto "il peggior sfregio al giornalismo", e di questo quanto prima ne riparleremo nelle sedi competenti. Ai miei lettori però ho spiegato subito che rapporti avevo con Buzzi, all'epoca imprenditore di cui non si poteva sospettare l'associazione a delinquere emersa solo successivamente nel processo denominato Mafia Capitale.
di Sabrina Tirabassi
penaledp.it, 5 novembre 2020
Licenze premio straordinarie per i detenuti in regime di semilibertà. Con la fine del periodo estivo, una nuova ondata di contagi sta interessando l'intero pianeta, generando una situazione che giorno dopo giorno è sempre meno gestibile e coinvolge ogni aspetto della società, tra cui l'ambito penitenziario.
Nonostante le diverse e variegate misure adottate da mesi, rimane molto difficile arginare e contenere l'espansione del virus, soprattutto in quei luoghi, come appunto il carcere, in cui il contatto con il "mondo esterno" è un diritto del detenuto, fa parte integrante di quel programma di trattamento finalizzato alla rieducazione e alla risocializzazione e la cui limitazione costituisce indubbiamente "una pena della pena".
di Lorena Puccetti*
cfnews.it, 5 novembre 2020
Il nuovo decreto sicurezza introduce il reato di accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti. Il 22 ottobre 2020 è entrato in vigore il decreto-legge n. 130 il quale, nell'ambito di una serie di disposizioni dal contenuto eterogeneo in tema di immigrazione, protezione internazionale, utilizzo distorto del web e altri provvedimenti, apporta alcuni ritocchi al codice penale fra cui la modifica all'art. 391-bis e l'inserimento dell'art. 391-ter.
Con riguardo all'art. 391-bis c.p., introdotto nel 2009 allo scopo di reprimere le condotte volte a consentire ai detenuti sottoposti alle restrizioni di cui all'41 bis dell'ordinamento penitenziario di comunicare con altri in violazione delle prescrizioni loro imposte, vengono in primo luogo inasprite le pene.
In tal senso, l'art. 8 del decreto sicurezza dispone un aumento sanzionatorio sia per l'ipotesi base sia per quella aggravata, che ricorre quando il reato è commesso da pubblici ufficiali, incaricati di pubblico servizio e soggetti che esercitano la professione forense.
Tali condotte sono ora punite rispettivamente con la reclusione da due a sei anni e da tre a sette anni. Inoltre, il predetto art. 8 stabilisce che la pena prevista per la condotta base, e salvo che il fatto costituisca più grave reato, si applica anche al detenuto sottoposto al carcere duro il quale comunica con altri in elusione delle prescrizioni all'uopo imposte. All'esito di tale innesto legislativo, commette un reato il detenuto soggetto alle restrizioni di cui all'art. 41-bis il quale comunica con altri eludendo le prescrizioni che gli sono state imposte.
Se simili disposizioni trovano una giustificazione nell'esigenza di recidere il collegamento tra i soggetti sottoposti al carcere duro e gli altri componenti dell'associazione criminale, appare invece opinabile l'art. 9 del decreto in esame. Tale norma aggiunge l'art. 391-ter c.p., che prevede una nuova fattispecie delittuosa intitolata "Accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti", applicabile in via residuale rispetto all'art. 391-bis c.p.
Questa ipotesi delittuosa dispone che è punito da uno a quattro anni chiunque indebitamente procura a un detenuto un apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni o comunque consente a costui l'uso indebito dei predetti strumenti o introduce in un istituto penitenziario uno dei predetti strumenti al fine di renderlo disponibile a una persona detenuta. Anche in questo caso, se il reato è commesso da pubblici ufficiali, incaricati di pubblico servizio e soggetti che esercitano la professione forense è prevista una pena aggravata ovvero dai due ai cinque anni di reclusione.
Infine, in maniera speculare rispetto all'art. 391-bis, anche l'art. 391-ter prevede l'applicazione della pena base al detenuto comune che indebitamente riceve o utilizza un apparecchio telefonico o altro dispositivo idoneo ad effettuare comunicazioni. In buona sostanza, ricalcando il previgente art. 391-bis, la nuova norma sanziona espressamente i soggetti che procurano i cellulari ai detenuti comuni mentre, prima di questa novella legislativa, tale condotta poteva essere punibile solo qualora ricorressero i presupposti di altre fattispecie penali come ad esempio, con riguardo agli agenti carcerari, il delitto di corruzione.
Inoltre, l'art. 391-ter rende penalmente rilevante l'utilizzo di cellulari da parte dei detenuti, comportamento che in precedenza, costituendo una violazione delle regole di condotta carcerarie per uso di "oggetto non consentito", dava luogo a una sanzione disciplinare irrogata dall'Amministrazione penitenziaria. A questo proposito va ricordato che nel febbraio 2020 era stato presentato un disegno di legge con la proposta di modifica del regolamento penitenziario volta a consentire ai detenuti comuni di poter telefonare ai familiari una volta al giorno e non più solo una alla settimana.
Tale disegno di legge si riprometteva in primo luogo di alleviare la sensazione di abbandono e di solitudine che affligge i detenuti e di favorire il mantenimento dei legami affettivi in vista del futuro reinserimento sociale. Al contempo, si perseguiva uno scopo pratico ovvero quello di diminuire il traffico di cellulari all'interno delle carceri e il conseguente dispendio di energie necessario alla polizia penitenziaria per la ricerca dei cellulari nascosti dai detenuti. Proprio perché, nella maggior parte dei casi, i detenuti si procurano i cellulari per comunicare più spesso con i familiari e non per servirsene a fini delittuosi. In altri termini, consentire ai detenuti di chiamare quotidianamente anche solo per pochi minuti, poteva essere il modo di far venire meno la necessità di nascondere un cellulare in cella.
L'ultimo decreto-sicurezza, offuscato da una visione puramente afflittiva della pena, non si è limitato a frustrare le aspettative dei detenuti ma ha scelto addirittura di reprimere penalmente comportamenti dovuti alla naturale esigenza di stare in contatto con le persone care. L'utilizzo del cellulare per salutare la moglie o un figlio espone, d'ora in poi, il detenuto comune al rischio di una nuova incriminazione.
Una telefonata allunga la vita, recitava uno spot televisivo, ma in questo caso può allungare il carcere.
*Foro di Vicenza
di Severino Nappi
Corriere del Mezzogiorno, 5 novembre 2020
Ci mancava solo il Covid a complicare ulteriormente la "questione giustizia" in questo Paese. Premesso: la seconda ondata di contagi è stata mal gestita, con un indecoroso minuetto tra Governo centrale e Regioni.
Una situazione che rischia di produrre effetti pure sulla sicurezza e l'ordine pubblico. Sono giorni che, da giurista ma anche da consigliere regionale della Campania, ricevo numerose segnalazioni in merito alle decisioni di alcuni magistrati di non disporre gli arresti per gli autori di reati anche di una certa gravità adottate con la motivazione, per me singolare, di evitare un affollamento delle carceri. "No alle misure cautelari perché affollano gli istituti penitenziari e no agli obblighi di firma perché costringono ad andare in giro": frasi come queste, non solo echeggiano ormai di frequente nelle aule di giustizia, ma in questi termini si è espresso persino il procuratore generale presso la Corte di Cassazione.
Eppure sono indicazioni che, di fatto, costituiscono delle deroghe alle regole, ai precedenti e alla stessa ordinaria "gestione della giustizia" che ciascun magistrato è tenuto a garantire, in nome della legge. Insomma, siccome negli istituti penitenziari vi sarebbe un forte rischio di contagio da Covid per i detenuti, questa sarebbe una buona ragione per evitare di mettere (almeno alcuni) ladri e criminali dietro le sbarre.
Non sono d'accordo. In un'area già "calda" sotto il profilo sociale come la Campania, in particolar modo alcuni quartieri di Napoli, questa deroga - improvvisa e non richiesta - non ce la possiamo proprio permettere. Dobbiamo tener conto della nostra realtà dove, alla pervasività delle organizzazioni criminali, si aggiunge un disagio sociale crescente che sfocia spesso nell'illegalità.
Non lasciare in libertà soggetti che delinquono abitualmente o vivono in un contesto organico alla malavita è dunque una priorità. E comunque, nel nome di un'astratta attività di prevenzione sanitaria, possono mai lasciarsi indifesi i cittadini onesti, esponendoli a nuovi rischi? Alla magistratura non è richiesto di esercitare questa (ennesima!) funzione di supplenza, rispetto a responsabilità che competono alle Istituzioni di governo, in questo caso d'intesa con le autorità sanitarie competenti. Il delicato tema del bilanciamento tra diritto alla salute individuale e pubblica e gli altri diritti costituzionalmente garantiti è materia di confronto istituzionale, e semmai oggetto di dibattito tra giuristi: non può diventare occasione per scorciatoie che producono soltanto un aggravamento delle condizioni di sicurezza sociale.
Non è retorica, nè tantomeno questione politica. È un punto etico per una società complessa come la nostra: non si può derogare ai principi basilari di rispetto della legge perché lo Stato non sa dove mettere chi viene colto a delinquere oppure perché non riesce a contenere l'onda di contagi. Non se lo meritano le forze dell'ordine impegnate tutti i giorni in prima linea tra mille problemi. Non se lo meritano i magistrati che lottano contro la camorra, cercando di scardinarla e di ridurne l'influenza sul territorio. Non se lo meritano i tanti cittadini onesti che non vogliono ritrovarsi per strada potenziali criminali soltanto perché le carceri sono già piene. Troppi hanno la memoria corta in questo Paese. Eppure solo pochi mesi fa, la scarcerazione di circa 500 detenuti macchiatisi di reati di stampo mafioso, adottata in forza di una circolare del Dap assolutamente superficiale, con la "complicità" del grillino ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, ha già arrecato un'ulteriore offesa all'immagine della nostra Giustizia, scatenando una forte ondata di riprovazione sociale che non ci possiamo permettere.
Del resto, il successivo "decretino" varato da questo governo superficiale per rimediare all'errore-orrore, con ogni probabilità cadrà sotto i colpi della Consulta per incostituzionalità. Insomma, regna il caos. Ecco perché mi permetto di chiedere che si ripristini un minimo di ordine. Anche sotto il versante dell'amministrazione della giustizia la situazione emergenziale che stiamo vivendo - a cominciare dalla nostra regione - non si può affrontare con scorciatoie lasciate alla fantasia di interpreti, sia pure in buona fede. Tutti i soggetti coinvolti nella lotta al crimine (spicciolo oppure strutturato) devono sedersi ad un tavolo istituzionale per scegliere le azioni più idonee a fornire le risposte necessarie anche a questo tipo di problematiche. Lo possono e lo devono fare, però, senza arretrare di un solo millimetro rispetto all'affermazione della legalità.
di Simona Musco
Il Dubbio, 5 novembre 2020
Ecco le cifre impegnate da Via Arenula per mettere in sicurezza gli uffici giudiziari. Dai dispositivi di protezione alla sanificazione, passando per assunzioni e digitalizzazione: ecco gli interventi di Bonafede contro il Covid. Venticinque milioni, euro in più, euro in meno, per combattere il coronavirus negli uffici giudiziari.
È questa la cifra messa a disposizione dal ministero della Giustizia, che ha stanziato 24,8 milioni per l'acquisto di mascherine, termoscanner, barriere "parafiato", gel igienizzanti e per interventi di pulizia straordinaria, sanificazione. Ai quali si aggiungono "una decisa spinta sulla digitalizzazione" e assunzioni, sia sul piano amministrativo sia sul piano dell'immissione in ruolo di nuovi magistrati.
La spesa è stata in parte finanziata grazie al "fondo" di 31 milioni ottenuto dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede con il decreto "Rilancio", somme, dunque, aggiuntive rispetto a quelle già nella disponibilità di via Arenula e destinate agli interventi di prevenzione e al potenziamento della digitalizzazione. Il tutto in attesa di una nuova eventuale stretta legata al nuovo dpcm, in attesa della quale il tribunale di Milano ha già pensato di riorganizzarsi, con una "stretta" alle udienze per prevenire i rischi legati all'alto tasso di contagio registrato in Lombardia, nonché all'alto numero di positivi all'interno del Palazzo di giustizia, rafforzando lo smart working, che stando al dpcm dovrà essere "nella percentuale più elevata possibile".
Il ministero, a partire da maggio, ha autorizzato, per gli uffici che ne hanno fatto richiesta, l'acquisto di termoscanner e termocamere per 478mila euro. Per gli acquisti sotto i 5mila euro gli uffici possono procedere autonomamente, potendo usufruire di un fondo pari a 1,7 milioni di euro assegnato alle Corti di Appello e alle Procure Generali, al quale si sommano ulteriori 250mila euro.
Per quanto riguarda la sanificazione dei luoghi, in aggiunta ai contratti già in essere, sono stati autorizzati gli acquisti di disinfettanti chimici e sarà possibile anche disporre pulizie straordinarie fino a 5mila euro in caso di necessità. La spesa complessiva ammonta, in tale campo, a 14,8 milioni di euro, mentre è di sei milioni quella per l'acquisto di materiale igienico- sanitario e dispositivi di protezione individuale. A ciò si aggiungono i due milioni impegnati per l'acquisto di paratie "parafiato" in plexiglass, distanziatori, piantane per gel igienizzante, segnaletica e asciugamani elettrici.
In tema di assunzioni, da febbraio ad oggi sono 1.164 le unità di personale amministrativo in più, di cui 874 già in servizio, ai quali si aggiungeranno, a breve, 290 assistenti giudiziari.
Sul fronte della magistratura, oltre ai 422 magistrati in più negli uffici di primo e secondo grado, è stato preparato un progetto per la creazione di determinazione di una task force di supporto agli uffici del distretto, con 176 magistrati in più. Altro tema quello della digitalizzazione, "uno dei capitoli fondamentali" per via Arenula, che a partire da settembre ha avviato la distribuzione di 16mila pc portatili per consentire al personale amministrativo degli uffici giudiziari di accedere da remoto ai registri di cancelleria.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 5 novembre 2020
"La pandemia in Italia ha portato a "un calo degli omicidi ma il numero delle donne ucciso è rimasto lo stesso". Ha riferito ieri davanti alla commissione Antimafia, Vittorio Rizzi, vicecapo della polizia e al vertice dell'Osservatorio interforze permanente per il monitoraggio e l'analisi sulla criminalità, costituito lo scorso aprile per elaborare strategie di prevenzione e contrasto delle possibili infiltrazioni nel tessuto economico-finanziario nel periodo dell'emergenza.
Nell'analisi, rivolta soprattutto alle strategie per affrontare, in cooperazione con gli altri Paesi, i rischi criminali legati all'emergenza sanitaria, Rizzi ha illustrato i dati, riferendo che quasi tutti sono in diminuzione. Tranne, appunto, i femminicidi. Un fenomeno probabilmente legato alla permanenza forzata in casa, al lockdown e ai divieti di movimento, che hanno fatto esplodere la violenza nelle situazioni più difficili. Un dato che suscita allarme, soprattutto in vista di nuovi divieti e di altre limitazioni agli spostamenti in seguito ai contagi. Al 31 luglio scorso il 70 per cento dei 149 omicidi avvenuti in ambito familiare aveva come vittime donne.
Ma sotto osservazione sono anche i reati in crescita negli altri Paesi durante l'emergenza sanitaria, per stabilire se si tratti di un trend che prima o poi interesserà anche l'Italia. In Francia e negli Usa, ad esempio, gli omicidi sono cresciuti. Scendono, anche se di poco, gli episodi di usura, mentre sono in crescita i reati di traffico e combustione illecita di rifiuti, un fenomeno legato alla maggiore permanenza in casa degli italiani durante la pandemia e alla necessità di smaltimento. E aumentano come era prevedibile e come avvenuto anche oltralpe, i reati commessi on line. Tra gli scenari che meritano attenzione ci sono le "dinamiche del dark web", dove sono state create piattaforme attraverso le quali si organizzano piani criminali. E sono in crescita in Italia, come in tutti i paesi del mondo, i reati commessi on line".
In linea di massima i fenomeni osservati sono analoghi in molte parti del mondo. Tutti gli indici sono in decremento, tranne pochissime fattispecie di reato opposte. L'allarme generale riguarda invece il pericolo del riciclaggio del denaro in attività lecite, un ambito di preoccupazione diffusa è costituito dall'acquisto dei crediti deteriorati, previsto dalla normativa europea, da parte delle mafie. Crediti ceduti dalle banche a 17 centesimi per euro e che possono costituire un'occasione per le organizzazioni criminali "per rilevare in tutta Europa enormi asset patrimoniali di imprenditori che cadono in disgrazia e non sono in grado di pagare".
"Questa non è una minaccia potenziale - precisa Rizzi - ma attuale, concreta e molto sofisticata, perché a quel punto potremmo trovare denaro riciclato nei fondi di investimento. Non ci troveremo più a difenderci da un nemico individuato ma da soggetti che legalmente è intervenuti nell'economia. "C'è il rischio - aggiunge - che questi enormi crediti finiscano nelle mani della criminalità organizzata in modo perfettamente legale".
Rizzi, nel corso dell'audizione, ha auspicato che vi sia una "strettissima cooperazione" in ambito europeo nel contrasto a questo fenomeno. E cita una telefonata intercettata agli atti di un'inchiesta giudiziaria e in cui due ndranghetisti impegnati nel narcotraffico definivano "strani" i loro soci sudamericani in quanto non usavano il bitcoin.
L'obiettivo, dice il prefetto, è realizzare una sorta di osservatorio al livello europeo. Un gruppo covid che esamini i fenomeni criminali, perché anche le infiltrazioni possono diventare pandemiche. Il lavoro è già stato avviato. La condivisione diventa importante, spiega Rizzi, sia per anticipare fenomeni che si presentano altrove prima che nel nostro Paese, sia come nella lotta alle mafie, per cooperare. Il primo caso è stato quello del sentimento diffuso contro le istituzioni, che in alcuni paesi, come in Francia, è maturato in anticipo.
di Valeria Pacelli e Marco Pasciuti
Il Fatto Quotidiano, 5 novembre 2020
Equitalia nel mirino per i risarcimenti che dovevano essere versati dai condannati per i pestaggi nella Diaz. "Nessuno paga". Omissione di atti d'ufficio. È questo il reato per il quale indaga la Procura di Roma nell'ambito di un'inchiesta - finora inedita - che riguarda alcune cartelle esattoriali emesse nei confronti di alcuni degli alti funzionari della Polizia condannati nel processo sui pestaggi e le prove false al G8 di Genova.
L'indagine è alle battute iniziali: lo scorso 28 luglio la Guardia di Finanza, su delega del pm titolare del fascicolo, Rosalia Affinito, ha bussato agli uffici di Equitalia Giustizia. Quel giorno le Fiamme gialle hanno richiesto la documentazione relativa alle cartelle esattoriali emesse per i crediti di giustizia nei confronti di alcuni dei superpoliziotti.
Solo pochi giorni fa Amnesty International aveva espresso "sconcerto" per le recenti promozioni di due funzionari "condannati in via definitiva" per i fatti del G8. Adesso lo scandalo riguarda i risarcimenti, anche se stavolta i fari sono accesi su Equitalia Giustizia. L'obiettivo del pm è capire se vi siano stati ritardi o altri motivi per cui l'ente riscossore in passato non abbia emesso nuove cartelle esattoriali nei confronti dei condannati di Genova, soprattutto alla luce di una imminente prescrizione (nel 2022) dei crediti processuali. Non ci sono indagati.
Per capire la vicenda bisogna tornare al 5 luglio 2012, quando la Cassazione conferma le condanne per 25 persone e stabilisce che i condannati devono ripagare anche le spese legali alle parti civili, i ragazzi massacrati la sera del 21 luglio 2001 nella "macelleria messicana" in cui era stata trasformata a furia di manganellate la scuola Diaz. Gli importi sono stati anticipati, come da legge, dal ministero della Giustizia che poi ha affidato a Equitalia Giustizia il compito di recuperarli.
Come raccontato dal Fatto il 26 maggio, le cartelle sono arrivate, ma i destinatari le hanno contestate lamentando tra le altre cose un "errore di quantificazione": gli importi richiesti dall'ente sono stati calcolati in via solidale, dicono, quando l'articolo 535 del codice di procedura penale (riformulato dalla legge 69 del 2009) stabilisce che la somma deve essere richiesta "pro quota". Un esempio: se la pretesa era di 300 mila euro e c'erano 10 condannati Equitalia chiedeva l'intera cifra a ciascuno di loro (metodo solidale) quando avrebbe dovuto chiederne 30mila a testa (pro quota). Le cartelle emesse nel 2017 cominciano a tornare indietro nel 2018. "Fino a marzo 2019 c'erano state almeno 41 impugnazioni per un totale di 1.034.902,67 euro di credito vantato dallo Stato - spiegava Francesco Cento, ai tempi capo dell'ufficio legale di Equitalia Giustizia.
Finora sono arrivati 25 provvedimenti: un solo ricorso accolto, in 6 casi le cartelle sono state annullate, in 11 sono state sospese e in 8 casi è stata dichiarata cessata materia del contendere perché a pagare era stato il ministero". Non quello della Giustizia, ma dell'interno, a cui Equitalia ha trasmesso le cartelle in quanto responsabile civile per i danni causati dai suoi funzionari. "In pratica il 70% dei provvedimenti risultano favorevoli ai ricorrenti - aggiunge il legale - e il 30% dichiara concluso il giudizio per avvenuto pagamento del Viminale". Eppure il principio era parso chiaro fin dal giudizio vinto il 9 ottobre 2018 da uno dei condannati che aveva presentato ricorso. Il giudice Stefania Salmoria aveva stabilito: "Tale assunto - si legge, in riferimento alla quantificazione che doveva essere fatta pro quota e non in via solidale - trova conferma nella nota ministeriale del 14 luglio 2009, emessa in attuazione della richiamata legge 69/2009".
Concetto ribadito in una circolare del ministero del luglio 2015 e in una nota del capo dell'ufficio recupero crediti della Corte d'appello di Genova, inviata all'ente il 16 gennaio 2017. "Sarebbe bastato annullarle e ricalcolarle, perché anche secondo i giudici il credito restava valido ed esigibile", aggiunge Cento. Che ad aprile è stato licenziato da Equitalia e reintegrato al suo posto il 6 ottobre dal Tribunale di Roma. Ora "gli importi sono stati pagati due volte dai due ministeri e gli unici che non hanno pagato al momento sono i condannati". Che potrebbero non farlo mai: nel luglio 2022 scatta la prescrizione e per restituire le somme già percepite, ricalcolare e riemettere le cartelle servono almeno 15 mesi. Equitalia, il cui Cda è in attesa di nomina, ha tempo fino a dicembre per avviare il procedimento.
Il Sole 24 Ore, 5 novembre 2020
La Corte costituzionale boccia le censure sul decreto scarcerazioni emanate per l'emergenza Covid. In attesa del deposito della sentenza, l'Ufficio stampa della Consulta comunica il contenuto della decisione e fa sapere che i giudici delle leggi, riuniti oggi in camera di consiglio, hanno esaminato le questioni sollevate dal Tribunale di sorveglianza di Sassari e dai Magistrati di sorveglianza di Spoleto e di Avellino sul decreto legge n. 29 del 2020 e sulla legge n.70 del 2020 relative alle scarcerazioni, connesse all'attuale situazione sanitaria, di detenuti condannati per reati di particolare gravità, rigettando i motivi sollevati contro le norme.
La disciplina censurata impone ai giudici di sorveglianza di verificare periodicamente la perdurante sussistenza delle ragioni che giustificano la detenzione domiciliare per motivi di salute. A tal fine, i giudici sono tenuti ad acquisire una serie di documenti e di pareri, in particolare da parte dell'Amministrazione penitenziaria, della Procura nazionale antimafia e della Procura distrettuale antimafia. Una disciplina che secondo la Corte non è in contrasto con il diritto di difesa del condannato né con l'esigenza di tutela della sua salute né, infine, con il principio di separazione tra potere giudiziario e potere legislativo.
- Piccola posta
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