di Sarantis Thanopulos
Il Manifesto, 7 novembre 2020
Verità nascoste. La concretezza sta oscurando la nostra vista nel modo di gestire psichicamente e operativamente la pandemia. Invocando la paura contro chi nega di sentirla, si crea un conflitto in cui entrambi i fronti, assecondandola o esorcizzandola, la rendono padrona della nostra vita.
Lo sforzo a contenere la pandemia è, in gran parte, manifestamente improvvisato a livello planetario e impostato, per forza delle cose, su misure piuttosto primitive.
La frammentazione dei dati scientifici, lo scarso coordinamento tra gli esperti (che non coincidono con i virologi, in grado di vedere solo una parte del problema), lo smantellamento della sanità pubblica in quasi tutti i paesi del mondo e la mancanza di strumenti preventivi attendibili (a causa dell'ormai cronica dipendenza della ricerca dalla logica del profitto), impediscono che le misure restrittive seguano una logica rigorosa di selezione dei soggetti da proteggere. Rendono, inoltre, arduo il trattamento delle persone ammalate. La politica, già da tempo impotente di fronte al fenomeno della globalizzazione economica (che l'ha travolta), ed evidentemente spaesata, insegue affannosamente gli eventi, cercando di fronteggiare i danni immediati, ma è incapace di prevedere i danni futuri, sperando che, a tempesta passata, tutto torni come prima.
Nel vuoto di una risposta politica (da non confondere con l'amministrazione dell'esistente) si è insediata la lotta contro il "negazionismo". Il termine "negazionismo" è stato usato, del tutto impropriamente, per designare il "diniego" (in psicoanalisi il rigetto della percezione/evidenza di un fatto reale) nei confronti della Shoah. In realtà, il diniego dello sterminio più aberrante della storia (la soppressione affettivamente indifferente e impersonale di milioni di persone) è un derivato della soppressione dell'umano da parte dei nazisti (che inizia dal loro mondo interno). Di ciò che non deve esistere, non si può registrare la morte. Non l'hanno registrata i carnefici (se non come fatto logistico), non la registrano i loro apologeti. Il reato di "negazionismo" doveva essere definito come "apologia di crimine contro l'umanità". Il fatto che così non è stato misura la nostra difficoltà di vedere oltre la concretezza dei dati.
La concretezza sta oscurando la nostra vista anche nel modo di gestire psichicamente e operativamente la pandemia. Invocando la paura contro chi nega di sentirla, si crea un conflitto in cui entrambi i fronti, assecondandola o esorcizzandola, la rendono padrona della nostra vita. Già la paura fisiologica nei confronti del Covid (che ha un indubbio fondamento reale) supera la sua funzione prudenziale ("attento/a a non"), perché il contagio, l'ammalarsi e l'esito sono imprevedibili. Quando la paura perde il suo legame con la prudenza, che ne fa da contenitore, produce destabilizzazione psichica. Ad essa si aggiunge allora un'angoscia supplementare (riguardante la tenuta del nostro apparato psichico). Se non si fa nulla per ritrovare l'aggancio con la prudenza, le risposte possibili sono due opposti: il compattamento in un assetto difensivo generalizzato nei confronti della realtà e il diniego del pericolo (uno "stabilizzatore" psichico, è risaputo). Entrambe le risposte sono imprudenti.
Sia l'eccesso dell'angoscia di morte, sia l'atteggiamento trasgressivo (che incentivati da un'informazione troppo incalzante e contraddittoria si riflettono l'uno nell'altro) emarginano il pensiero critico e sono un pericolo per la democrazia: portano all'invocazione di poteri forti. La loro contrapposizione che conforma il confronto sul rischio rappresentato dalla pandemia allo scontro fuorviante tra "realisti" e "negazionisti", nasconde un secondo diniego, quello più importante e pericoloso. Il diniego dell'assenza catastrofica di un governo democratico, lungimirante e saggio, del mondo, dell'eclissi della visione globale in una realtà violentemente globalizzata, del vivere intrappolati nella necessità, nello stato d'eccezione prodotto da una logica permanente di emergenza. Per ritrovare la prudenza smarrita bisogna uscire dalla cecità, l'evidenza che nasconde, non fa vedere.
di Mario Bernardi Guardi
Corriere Fiorentino, 7 novembre 2020
Lucca, la storia di come Tobino cercò di trasformare Maggiano in un paese. Follia, disperazione e lacrime. Il manicomio di Maggiano è stato il più antico d'Italia e per decenni ha assomigliato a un carcere. Ma con la direzione dello psichiatra-scrittore Mario Tobino, alla guida di Maggiano dal 1956 al 1958, iniziò una lenta e difficile apertura verso l'esterno, con tanto di festival musicali. A raccontarlo è il libro di testimonianze "Maggiano. Gli anni del cambiamento 1958-1968", a cura di Giovanni Contini e Marco Natalizi.
Il manicomio di Maggiano, il più antico d'Italia, come risultava alla promulgazione della legge 180 nel 1978 - la Basaglia, che chiudeva i manicomi - ha una lunga storia. Inizia nel 1770 quando viene istituito dalla Repubblica di Lucca, termina nel 1999 quando viene chiuso. Nel mezzo lacrime e sangue, la sostanza di cui è impastato il mistero doloroso della follia. Eppure, sosteneva lo scrittore e psichiatra Mario Tobino, che lo diresse dal 1956 al 1958, se si va al di là dell'orrore e della repulsione per il malato "oggetto" e se si azzardano forme di recupero che hanno al centro attenzione, ascolto e amore, al folle può essere restituita la dignità che ogni essere umano merita. Ed è questo il senso delle testimonianze raccolte in Maggiano. Gli anni del cambiamento 1958-1968, a cura di Giovanni Contini e Marco Natalizi, Maria Pacini Fazzi Editore, opera che racconta dieci anni di impegno di medici e infermieri per "umanizzare" il manicomio.
Il libro porta il contrassegno della Fondazione Mario Tobino, che da anni, con pubblicazioni, convegni, visite guidate, si fa attiva custode di un'esperienza diventata ragione di vita per il medico-scrittore che trasformò Maggiano in Magliano consacrandovi la propria materia narrativa.
"Tobino - osserva Marco Natalizi - coltivò la generosa illusione che il fine del manicomio, dei medici, degli infermieri fosse quello di tutelare i diritti dei malati e si prodigò per rendere quel luogo più accogliente, scontrandosi spesso con l'ottusità dei burocrati, come racconta nel suo libro Il manicomio di Pechino". Ma già in altre opere (da Le libere donne di Magliano a Gli ultimi giorni di Magliano), aveva rivelato quella che gli appariva come una terribile condizione carceraria. Ebbene, "Gli anni del cambiamento" evocano di continuo questo scenario, mettendoci di fronte a uno spietato "regime chiuso", che precludeva scambi sociali e uscite verso il mondo esterno. Una "fossa dei serpenti" che spesso ingoiava il matto per tutta la vita. Uno spazio per alienati brutalmente alienante, dove gli unici mezzi per tenere a bada i degenti erano le celle imbottite, il letto di contenzione, la camicia di forza, l'elettroshock, la morfina, la coercizione violenta, le "celle dell'alga" dove agli "agitati" che strappavano vesti e lenzuola venivano date, come coperte, mucchi di alghe seccate. Per decenni Maggiano, al pari di altri manicomi, fu un turbine di deliri e di furie aggressive.
Finché qualcosa cominciò a cambiare e non solo grazie all'avvento degli psicofarmaci. Così, le testimonianze raccolte (con registratori e videocamere) da Isabella Tobino, nipote dello scrittore, e dai curatori, insieme alle lunghe notti del corpo e dello spirito, tra urla terribili e silenzi tombali, raccontano anche il laboratorio del "nuovo". Già con Tobino e poi con Domenico Gherarducci che diresse il manicomio dal 1958 al 1984. Al centro, l'idea dell'"ospedale-paese": il malato deve fare e trovare dentro la struttura manicomiale quello che potrebbe fare e trovare fuori, in "paese", nella società, in mezzo a quelli che non sono malati. In questo modo, mentre si cerca di rimediare alla scarsità e alla mancanza di preparazione degli infermieri, promuovendo corsi di formazione, i degenti cominciano ad aiutare il personale nelle pulizie degli ambienti, vanno in gita (la prima al Santuario di Montenero nel 1959), dormono in camerette con lettini e lenzuola pulite.
Qualcuno di loro si appassiona alla musica che diventa mezzo comunicativo ed espressivo, nasce l'idea di un Festival della Canzone, la cui prima edizione si svolgerà nel 1964, viene aperto un Circolo Sociale Ammalati e comprata una stampatrice elettrica per il periodico La Pantera, redatto e composto dai degenti, viene aperta una "Banchina", un piccolo sportello con macchina da scrivere e schedario, che può essere utilizzato per i depositi dei malati e dei parenti in visita. Non tutto è facile, qualcosa dura, qualcosa no.
Ma è una possibile via d'uscita, prima della 180.
Eppure Tobino fu "contro". Perché? "Per lui, come per Basaglia, veniva prima la persona, poi il paziente - spiega Natalizi - ma le ideologie del tempo strumentalizzarono il pensiero di entrambi, così di Tobino fecero un 'conservatore' e di Basaglia un 'innovatore'.
Il fatto è che Tobino non voleva che i manicomi fossero chiusi: l'Italia non era ancora pronta per un simile passo, non c'erano strutture alternative, e lui temeva per i suoi malati cronici, quelli che nessuno voleva". Infatti per loro, la "casa", paradossalmente ma non troppo, restava il manicomio di Maggiano.
di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 7 novembre 2020
"Un'altra storia comincia qui" di Marta Cartabia e Adolfo Ceretti, per Bompiani. L'"igiene del linguaggio" attraverso i pensieri di Carlo Maria Martini. Un'opera quanto mai necessaria in un momento storico nel quale la lingua dell'odio e della brutalità ha investito anche il pianeta del carcere.
La questione della pena, per sua natura complessa, va sottratta a scontati stereotipi interpretativi. Reato e pena vanno indagati senza le certezze apodittiche di chi confonde il reato con il reo e la pena con la vendetta. Per comprendere fino in fondo l'antropologia del crimine e del carcere è necessario investire nel dialogo tra campi epistemologici diversi.
Marta Cartabia, la prima presidente donna della Corte Costituzionale in Italia, e Adolfo Ceretti, criminologo e studioso di giustizia riparativa da decenni, in Un'altra storia inizia qui (Bompiani, pp. 128, euro 10), attraverso le parole e i pensieri di Carlo Maria Martini, ci regalano un'opera di igiene e mitezza di linguaggio, quanto mai necessaria in un momento storico nel quale la lingua dell'odio e della brutalità ha investito anche il pianeta del carcere. Si pensi ad espressioni incostituzionali e violente come "marcire in galera" o "buttare la chiave" che hanno monopolizzato il dibattito pubblico con incursioni finanche istituzionali.
Nell'ambito del libro si possono selezionare quattro parole chiave - crudeltà, dignità, visita, riconciliazione - essenziali nel pensiero degli autori, nonché fulcro dell'idea di giustizia del cardinale Carlo Maria Martini. Parole, che nel libro sono trattate con delicatezza e profondità di scrittura, nella consapevolezza che la giustizia non sia qualcosa per soli tribunali o prigioni, ma che sia parte della vita e della comunità.
Crudeltà: al diritto penale va restituito quel suo originario scopo diretto a minimizzare la violenza dei delitti e la crudeltà delle pene. "Di fronte alla delinquenza e al crimine, è necessario reagire, opponendosi al male, senza per altro compiere altri mali e altre violenze" (Martini, 2001).
Non di rado si intravede nella società una sorta di indifferenza o compiacimento di fronte alla sofferenza del carcerato. Augurare a una persona, chiunque sia, di marcire in galera significa sperare che vada in putrefazione, che subisca un irrimediabile decadimento fisico e psichico. Alla crudeltà delle pene si contrappone quella dolcezza di cui scrisse oltre 250 anni addietro Cesare Beccaria.
Dignità: il diritto internazionale proibisce la tortura e tutte le pene o i trattamenti disumani e degradanti. La crudeltà fa parte dunque dello stesso campo giuridico e semantico della degradazione e della disumanità. L'umanità, recuperando il pensiero kantiano, non è altro che la dignità umana. Quest'ultima ha una sua definizione di carattere negativo: l'individuo non deve essere mai degradato a cosa; è sempre fine, mai mezzo. Le Corti supreme hanno usato il grimaldello della dignità umana per porre limiti agli arbitrii punitivi. Nel nome della dignità umana, come ricorda Marta Cartabia, la nostra Corte Costituzionale ha organizzato un viaggio di conoscenza e testimonianza nelle carceri italiane.
Visita: la pena non è solo quella raccontata nei codici ma anche quella che si percepisce attraverso i propri occhi, sentendo gli odori e ascoltando i silenzi o i rumori del carcere. "Venendo a Milano, ho voluto iniziare la visita pastorale alla città e alla diocesi cominciando proprio dal carcere di san Vittore...Mi urgevano e mi urgono dentro le parole di Gesù: ero in carcere e mi avete visitato" (Martini, 2003). Bisogna aver visto per poter capire cos'è la pena del carcere, come ci ha insegnato Pietro Calamandrei.
Infine, riconciliazione. La giustizia per gli autori deve contribuire alla riconquista della solidarietà perduta. Il carcere, pur nella sua inevitabile residuale necessità, non riesce a ricomporre le fratture, anzi le alimenta, le riproduce su più ampia scala. La riconciliazione, secondo Carlo Maria Martini, serve ad evitare che si confonda in eterno il reo con il suo reato. In un altro intenso volume autobiografico "Il Diavolo mi accarezza i capelli. Memoria di un criminologo" (Il Saggiatore) Adolfo Ceretti e Niccolò Nisivoccia ci aiutano a entrare nella filosofia e nella pratica della mediazione, quale risposta nonviolenta ai traumi prodotti dal delitto. Speriamo, dunque, che un'altra giustizia ricominci a partire dalle parole stesse di Cartabia e Ceretti.
di Carlo Lania
Il Manifesti, 7 novembre 2020
Il piano, approvato dalla Francia, messo a punto dal Viminale anche in funzione antiterrorismo. Brigate italo-francesi ai confini. Navi e aerei italiani posizionati nelle acque di fronte alla Tunisia per intercettare i barchini con i migranti. L'idea è stata messa a punto dal Viminale e illustrata ieri dalla ministra Luciana Lamorgese al collega francese Gerald Darmanin, che ha fatto tappa a Roma prima di partire per un viaggio nei Paesi del Maghreb.
Se Tunisi darà il via libera, i nostri mezzi sosteranno in acque internazionali e avranno il compito di intercettare i natanti che partono dal Paese nordafricano diretti verso l'Italia, segnalandoli alle autorità tunisine che si muoveranno per bloccarli e riportarli indietro. Di fatto la Guardia costiera tunisina è chiamata a fare lo stesso lavoro che da anni svolge la cosiddetta Guardia costiera libica con i disperati che partono da quel Paese. In questo modo l'Italia e l'Europa potranno affermare di non effettuare i respingimenti vietati dal diritto internazionale, avendo delegato ad altri il compito di riportare indietro i migranti.
A peggiorare le cose, c'è poi il fatto che il nuovo piano viene giustificato anche con la necessità di fermare eventuali terroristi diretti in Europa, specie dopo i recenti attentati di Nizza (l'autore della strage alla Basilica di Notre Dame era sbarcato a Lampedusa lo scorso mese di settembre) e Vienna. Misure che però, ancora una volta, rischiano di colpire solo chi cerca un futuro migliore, visto che chi è intenzionato a portare il terrore in una capitale europea spesso non ha neanche bisogno di attraversare il Mediterraneo. E' stato lo stesso Darmanin ad ammettere infatti come il più delle volte il pericolo lo abbiamo già in casa: "Su trenta terroristi che hanno colpito negli ultimi anni, 22 erano francesi", ha spiegato il ministro.
Ancora una volta l'Europa mette quindi assieme l'immigrazione irregolare con il terrorismo, un'equazione che già in passato ha dimostrato di non funzionare. Il compito di spiegare al governo tunisino il piano italiano (fatto proprio anche da Parigi) spetta proprio a Darmanin volato nel pomeriggio nel Paese nordafricano dove ha incontrato il presidente Kais Saied.
Alla Tunisia, ma anche all'Algeria, dove arriverà oggi, il ministro chiede maggiore collaborazione per il rimpatrio di una serie di soggetti radicalizzati, ma anche un via libera politico che permetterebbe alle navi e agli aerei italiani di collaborare in maniera più stretta con la marina tunisina. In cambio, va da sé, c'è la promessa di aiuti europei all'economia tunisina messa ulteriormente in difficoltà dalla pandemia di Coronavirus. Aiuti che Bruxelles vorrebbe negoziare con i Paesi di origine dei migranti in cambio di una maggiore collaborazione nei rimpatri. "Serve una road map che negozi gli accordi di riammissione con i principali Paesi africani che ancora che ancora non si sono attivati", ha spiegato Lamorgese al temine del vertice con Darmanin.
La collaborazione tra Italia e Francia nel controllo delle frontiere non riguarda però solo quelle marittime. Presto partirà infatti una sperimentazione di sei mesi durante i quali Brigate miste formate da poliziotti italiani e francesi controlleranno i confini tra i due Paesi con l'apertura a Bardonecchia di un ufficio della polizia di frontiera. "Non si chiudono le frontiere", ha voluto specificare Darmanin. "La libera circolazione, gli scambi commerciali sono garantiti, la lotta è contro il terrorismo e l'immigrazione clandestina".
Tutto questo in attesa di una revisione di Schengen come chiesto nei giorni scorsi dal presidente Macron e che a Bruxelles hanno già inserito nel calendario dei lavori dell'Unione. L'appuntamento è fissato per i primi di dicembre quando la Commissione europea lancerà il primo forum per rimettere mano al trattato sulla libera circolazione.
Intanto su tutte le rotte marine si continua a viaggiare e purtroppo anche a morire. Stando a quanto denunciato dalle organizzazioni umanitarie circa 800 persone sono morte in una settimana tentando di raggiungere la Spagna, mentre nel Mediterraneo centrale continuano gli sbarchi sull'isola di Lampedusa. Ieri sono arrivati in tutto 206 migranti, tutti trasferiti nell'hotspot di contrada Imbriacola di nuovo sovraffollato con 1.306 persone.
La Repubblica, 7 novembre 2020
La 31enne Loujain al-Hathloul è in isolamento e in sciopero della fame. Le sue condizioni di salute sono allo stremo. Le autorità negano contatti con la famiglia. Il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti delle donne (Cedaw) lancia l'allarme per il peggioramento progressivo delle condizioni di salute dell'attivista saudita Loujain al-Hathloul, in sciopero della fame per protesta contro le condizioni carcerarie. La 31enne, in prima fila nella lotta per i diritti delle donne e per il diritto alla guida nel regno wahhabita, ha iniziato a rifiutare il cibo il mese scorso, denunciando le restrizioni e gli abusi cui è oggetto nella cella nella quale è rinchiusa. Rilanciando il suo caso, il Comitato Onu si rivolge in modo diretto a re Salman invocandone il rilascio immediato.
Elettroshock, frustate e abusi sessuali. Loujain al-Hathloul si è battuta in prima persona nelle Campagne per l'abolizione delle medievali restrizioni delle libertà delle donne in Arabia Saudita ed è stata arrestata dalle autorità saudite per aver violato le norme inerenti alla sicurezza nazionale, nel contesto di una più ampia operazione per reprimere i movimenti attivisti, soprattutto quelli femminili. Secondo quanto raccontano i parenti di Loujain, lei è stata costretta in regime di isolamento per tre mesi, ed è stata oggetto di elettroshock, frustate e abusi sessuali. I suoi carcerieri le avrebbero addirittura offerto la possibilità di uscire dal carcere se avesse dichiarato di non aver subito torture.
Il governo saudita respinge le accuse. Le autorità negano ogni accusa. Intanto, fra i capi d'imputazione emersi c'è quello di aver chiesto la fine della tutela maschile, di aver contattato organizzazioni internazionali e diplomatici Onu e stranieri. E comunque, pur restando in carcere, finora i giudici non hanno emesso una sentenza di condanna. Il 26 ottobre Loujain al-Hathloul ha iniziato lo sciopero della fame per le restrizioni subite, fra cui il divieto di poter comunicare in modo regolare con la famiglia. "Non può sopravvivere in prigione - dice la sorella Lina alla Bbc - senza sapere cosa ne sarà del suo domani. "Non sa - aggiunge - quando potrà ricevere la prossima visita... se domani o fra un anno. Mia sorella è risoluta e dice: preferisco morire, se non ho idea di quanto posso rivedere i miei genitori regolarmente".
Il richiamo severo delle Nazioni Unite. Il Comitato Onu sull'eliminazione delle discriminazioni contro le donne è composto da 23 esperti indipendenti da tutto il mondo e lancia un severo richiamo sulle condizioni di salute fisiche e mentali di Hathloul. In una nota si legge un invito perentorio alle autorità saudite di "proteggere i suoi diritti alla vita, alla salute, alla libertà e la sicurezza delle persone, in ogni frangente e circostanza, rispettando le sue libertà di coscienza ed espressione, incluso lo sciopero della fame". Infine, il comitato si è appellato direttamente al monarca Salman perché utilizzi i suoi poteri e le prerogative reali per garantire il rilascio di Loujain al-Hathloul, in vista della Giornata internazionale dei difensori dei diritti umani delle donne.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 7 novembre 2020
Israele ha accettato di liberare il prigioniero palestinese che ha digiunato per 103 giorni contro gli arresti "amministrativi". Cresce nel frattempo la condanna internazionale per la distruzione del villaggio di Hamsa al Fouqa. Fu categorico Maher al Akhras a fine luglio, quando venne arrestato dall'esercito israeliano e messo in "detenzione amministrativa" per quattro mesi senza processo e senza conoscere le accuse mosse nei suoi confronti.
"Ho due sole possibilità" disse "tornare dalla mia famiglia o lasciarmi morire". Ieri, dopo 103 giorni di sciopero della fame che lo hanno portato vicino alla morte, il 49enne palestinese del villaggio Silat al-Dhahr ha vinto la sua battaglia: presto tornerà a casa. Le autorità israeliane hanno accettato di rilasciarlo il 26 novembre, alla scadenza dei quattro mesi di carcere, e di non rinnovare la detenzione.
Da parte sua Al Akhras, in condizioni critiche, tornerà a nutrirsi restando ricoverato nell'ospedale Kaplan di Rehovot. Sui social migliaia di palestinesi e stranieri hanno celebrato l'annuncio della scarcerazione a fine mese. In sostegno del prigioniero erano scese varie organizzazioni internazionali e qualche giorno fa anche l'Onu. Dal letto dell'ospedale al Akhras ha rivolto un saluto speciale alla famiglia, al suo avvocato Ahlam Haddad, ai prigionieri politici palestinesi e ha ringraziato le organizzazioni arabe ed ebraiche che si sono impegnate per la sua scarcerazione.
I servizi di sicurezza di Israele accusano Al Akhras di essere un militante del Jihad Islami ma non hanno prodotto alcuna prova a sostegno di questo. E, come è avvenuto per altre migliaia di palestinesi dal 1967 ad oggi, hanno chiesto ad una corte militare di mettere Al Akhras in carcere, senza processo, ed esposto ad un rinnovo automatico della detenzione.
Peraltro il 25 ottobre la Corte suprema israeliana non era andata oltre il congelamento del provvedimento, lasciando la sorte del prigioniero nelle mani delle autorità militari. La prospettiva di ampie proteste palestinesi in caso di morte del detenuto è stata con ogni probabilità la ragione che ha spinto Israele ad accettare un accordo. Al Akhras non è il primo palestinese che fa lo sciopero della fame contro la detenzione amministrativa. Negli ultimi anni la protesta si è intensificata ma le autorità israeliane non rinunciano a questa sorta di "custodia cautelare" a tempo indeterminato introdotta durante il Mandato britannico sulla Palestina.
Si intensificano nel frattempo le condanne internazionali, tra cui quella dell'Ue, per la distruzione martedì del villaggio di Hamsa al Fouqa, nel nord della Valle del Giordano. I palestinesi parlano di "blitz" compiuto dall'esercito israeliano approfittando dell'attenzione generale rivolta alle presidenziali Usa. Più di 70 palestinesi sono rimasti senza casa e vivono ora in tende messe a disposizione dalla Croce Rossa.
Il Cogat, la sezione dell'esercito israeliano responsabile degli affari civili, spiega che sono state distrutte strutture "costruite illegalmente in un'area di addestramento militare". Ma il centro per i diritti umani B'Tselem denuncia che le zone per le manovre militari e altre misure impediscono totalmente ai palestinesi di costruire in Area C, il 60% della Cisgiordania che gli Accordi di Oslo assegnarono provvisoriamente al controllo di Israele in attesa di un accordo territoriale definitivo che non è mai arrivato. Quest'anno 798 civili palestinesi sono rimasti senza casa per le demolizioni compiute in Cisgiordania.
di Christian Dalenz
Il Dubbio, 7 novembre 2020
Fernando Molina è un giornalista e scrittore boliviano. Ha scritto diversi libri sulla storia della Bolivia e ha un blog sul quotidiano La Razón dove ha spesso descritto con dovizia di particolari i modi in cui si vive il razzismo nel suo Paese. Inoltre, è corrispondente per il giornale spagnolo El País. Un curriculum perfetto per aiutarci a capire cosa è successo in Bolivia sia durante gli anni di governo di Evo Morales che nell'ultimo anno, tra la caduta di Morales, il governo di Jeanine Añez e la vittoria di Luis Arce (ex ministro dell'Economia proprio con il leader indigeno e il Mas, il loro partito, al potere).
Qual è la sua opinione rispetto al risultato elettorale? Si poteva davvero prevedere una vittoria tanto schiacciante di Luis Arce o si tratta di una totale sorpresa?
Sapevamo che Arce avrebbe vinto, ma nessuno si immaginava una vittoria con il 26% di distacco dal secondo arrivato. Questa sorpresa si deve all'effetto combinato di sondaggi molto imprecisi e del "voto occulto" di massa da parte di simpatizzanti del Mas che avevano paura di mostrare la propria adesione al partito, visto l'attacco mediatico e la persecuzione giudiziaria subita da parte del governo di Jeanine Añez.
Che ne pensa dei 14 anni di governo di Evo Morales?
È stato un processo di grandi trasformazioni sociali dovute alla grande abbondanza di eccedenti economici. Le infrastrutture del Paese si sono fortemente ampliate. Il mercato interno si è moltiplicato. Il commercio e le costruzioni hanno dato lavoro alla maggior parte dei boliviani, e ciò si è tradotto in salari più alti e minori diseguaglianze. La maggiore capacità di acquisto, sommata alla stabilità finanziaria dovuta al cambio fisso con il dollaro, hanno portato maggiore benessere sociale. È diminuita la povertà. Tutto questo è successo mentre il rafforzamento dello Stato non arrivava a influenzare strutturalmente la grande e, ancora meno, la piccola e media proprietà privata. Questo processo espansivo, per molti versi incontrollabile da parte del governo, è sfociato anche in sprechi di risorse pubbliche, eccessiva crescita della spesa pubblica, corruzione e "malattia olandese" [la caduta della produzione manifatturiera unita allo sfruttamento delle risorse naturali, ndr]. Nel campo politico ha alimentato il caudillismo e il corporativismo, tradizionali nella società boliviana. Evo Morales, che già aveva una certa predisposizione personale alla megalomania, è finito per essere il "padre" imprescindibile del Mas. Le organizzazioni sociali sono diventate un sistema di reti clientelari complesse e sordide. Tutto questo ha generato la disponibilità del popolo a cambiare leader.
Morales nel 2019 ha davvero vinto attraverso una frode elettorale?
Non lo so. Sono sicuro che ci fu un'intenzione fraudolenta da parte dei membri del tribunale elettorale, i quali ordinarono la sospensione improvvisa e ingiustificata della trasmissione rapida di dati, ma non so se questo abbia implicato l'alterazione degli stessi; ovvero, se l'intenzione si sia anche convertita in azione. Non c'è ancora chiarezza, sebbene esistano una quantità davvero sospetta di irregolarità.
Che ne pensa invece dell'anno di governo di Jeanine Añez?
È stata una controrivoluzione restauratrice dei vecchi privilegi dell'élite tradizionale del Paese, sia sociale che politica, che era stata messa fuori dal potere nel processo diretto da Morales. Una controrivoluzione che non è arrivata a consolidarsi e creare egemonia perché, a causa delle condizioni internazionali vigenti, ha dovuto reinserirsi in un processo elettorale e perché ha disperso la disponibilità di tutte le classi sociali a un cambiamento. È entrata perciò in un ripiegamento, ma può tornare ad attivarsi a partire dalle difficoltà e dagli errori di Arce".
Lei ha scritto in passato che da sempre si vive in Bolivia una "guerra civile strisciante". Come mai?
Le basi per una guerra civile sono poste dalla disputa per gli eccedenti economici e per il potere tra un'élite e una contro- élite che si escludono mutualmente, e che rappresentano se stesse autoritariamente come le uniche destinate a governare. Un atteggiamento alimenta l'altro ed entrambi, escludendo il rivale, impediscono la costruzione della democrazia. Spingono la politica a spostarsi sul suo lato più sinistro e crudo: il potere senza compromessi. Il Mas si pone come unico governo legittimo a causa della visione di sé stesso come unico partito che vuole la giustizia sociale e per la sua concezione della democrazia come strumento della maggioranza. L'élite tradizionale si pone come l'unico governo legittimo attraverso la sua ideologia meritocratica e il suo razzismo, che la portano così a disprezzare il capitale politico degli indigeni.
Lei ha scritto molti articoli sul tema del razzismo in Bolivia. Può spiegare al lettore italiano quanto le discriminazioni razziste siano profonde nel Paese oggi?
Sono molto gravi. Il razzismo si produce nella vita quotidiana e assume le forme della segregazione (in quanto esistono sfere dell'attività sociale irraggiungibili per gli indigeni) e della discriminazione in tutte le relazioni interrazziali. L'idea di fondo è che gli indigeni abbiano minore valore sociale. Il razzismo inoltre è strutturale, perché di fatto esiste il "primato bianco" in tutte le posizioni di classe più profittevoli, nell'educazione e, prima del Mas, nella politica.
Il razzismo in politica assume la falsa cornice della meritocrazia, cioè del governo dei più educati, tra i quali non si includono mai gli indigeni. Si esprime anche con l'odio per il Mas, che di fatto è in parte anche odio per le basi indigene di questo partito. Vediamo per esempio la dichiarazione del presidente del Comitato Civico Pro Santa Cruz, Romulo Calvo, contro i contadini che hanno bloccato le strade ad agosto. Calvo disse che i contadini erano "bestie umane".
Ripeté così la descrizione razzista più antica che possa aver mai ricevuto un indigeno americano, dato che Colombo descrisse le genti della Antille come "bestiali". Criticato da La Paz, Calvo spiegò che "bestia" significa "senza ragionevolezza", e che i contadini a cui aveva alluso non ce l'avevano. Ma Calvo non è stato criticato a Santa Cruz e non ha dovuto ritrattare. Questo episodio fa capire che quello che ha detto è tollerato dall'élite della sua regione, che di solito non esprime il proprio razzismo così apertamente e lo fa piuttosto nelle relazioni quotidiane con i collas, gli immigrati che arrivano a Santa Cruz dalle terre alte nell'occidente del Paese.
di Henry John Woodcock
Il Fatto Quotidiano, 6 novembre 2020
Alcuni recenti casi riguardanti in particolare anziani detenuti, qualcuno dei quali dietro le sbarre da decenni, hanno riaperto - e rischiano di infiammare, sia pure di tangente - il dibattito sulla umanità del 41bis, espressione ricorrentemente usata per indicare il complesso di restrizioni e deroghe al regime carcerario ordinario, specificamente previsto per soggetti considerati particolarmente pericolosi dall'articolo 41bis (appunto) dell'Ordinamento penitenziario.
di Giusy Santella
mardeisargassi.it, 6 novembre 2020
La pandemia imperversa in tutta Italia, i numeri dei contagi crescono molto più velocemente di quanto ci si aspettasse, le misure governative rincorrono il virus, raggiungendolo nella maggior parte dei casi quando ha già fatto danni e si avvia a fare i prossimi. Nuovamente, è necessario porre una particolare attenzione ai luoghi di privazione della libertà, dove la diffusione del Covid può essere facilitata dalla promiscuità cui i detenuti sono sottoposti e dal mancato rispetto delle condizioni igienico-sanitarie troppo spesso riscontrato, rischiando di appesantire i sistemi territoriali già gravemente affaticati.
di Massimo Malpica
Il Giornale, 6 novembre 2020
Il Guardasigilli non sceglie un magistrato per un delicato ruolo al Dap. È un errore in buona fede, uno sgarbo alle toghe o una mossa strategica? Pare che il Guardasigilli a Cinque Stelle Roberto Bonafede sia incline a prendere decisioni controverse, e anche l'ultima nomina del ministero di via Arenula non sembra sottrarsi a questa regola.
- La giustizia riparativa supera la logica della repressione
- I proclami che ledono l'autorevolezza della magistratura
- Anm. Poniz fuori dai giochi, in pole position Silvia Albano
- Bonafede: "Rinviare le prove scritte degli esami da avvocato"
- Giubilo per la Consulta, ma sono a rischio i malati all'ergastolo e al 41bis










