di Adriano Sofri
Il Foglio Quotidiano, 5 novembre 2020
Ho avuto una vita piena di sponde e di buche, e di persone diverse. Un giorno che ero in galera, verso il 2003, vennero in visita Denis Verdini e Sandro Bondi, che erano parlamentari per Forza Italia. Bondi, uomo credente, le cui devozioni di superficie sono via via mutate turbinosamente ma lasciando illesa quella di fondo, era più riservato e taciturno, travolto dalla cordialità impetuosa di Verdini.
Attorno al quale si fece un vasto uditorio di detenuti giovani e anziani, italiani e stranieri, conquistati dal racconto di sue avventure giovanili e dalla schiettezza delle sue battute. In galera non circola denaro e per giunta alcuni di noi, io compreso, erano dentro dal tempo della lira, così chiedemmo a Verdini di mostrarci com'era fatto l'euro.
Tirò fuori dal portafoglio una banconota rosa violetto da 500 euro che girò di mano in mano: vedere il primo euro della vita nel taglio più alto, una cerimonia piena di reverenza e quasi di commozione in quel pubblico di diseredati, che del resto comprendeva qualche vero intenditore, ladri, falsari o anche semplici amatori.
La simpatia di Verdini incoraggiava la confidenza, sicché chiamammo la nostra suor Cecilia, curatrice angelica dei bisogni materiali e spirituali dei detenuti più disgraziati, e invitammo Verdini a consegnare a lei la banconota favolosa, in ricordo, e lui aderì prontamente.
Valga, questa piccola posta, come un saluto di uno che era in galera e fu visitato a un visitatore che è andato in galera a tempo quasi scaduto. E risparmino le coscienze linde di scandalizzarsi e di ammonirmi che i 500 euro erano magari il bottino di qualche ruberia e che rapinare una banca non è niente rispetto a fondare una banca, eccetera. Conosco poco le banche, conosco bene la galera.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 5 novembre 2020
Neanche il nuovo decreto svuota le carceri. A fronte di una popolazione carceraria, in Campania, di 6.475 detenuti sono poco meno di 250 quelli che stanno scontando in cella una condanna inferiore a un anno e mezzo di reclusione e se si escludono i detenuti condannati per reati cosiddetti ostativi, si deduce che la platea di possibili beneficiari delle nuove misure contenute nel pacchetto giustizia del Decreto Ristori si riduce sensibilmente. Insomma, la percentuale di chi potrebbe lasciare la cella nelle prossime settimane è troppo bassa per far pensare a una manovra capace di svuotare le carceri ed evitare che l'emergenza sovraffollamento renda più grave la gestione, già difficile, della pandemia.
Non si libereranno quindi, nelle carceri campane, spazi da utilizzare per l'isolamento dei detenuti positivi al Covid. Senza contare che la previsione dell'obbligo dell'utilizzo dei cosiddetti braccialetti elettronici per i detenuti con pene da scontare superiori a sei mesi, in quanto da sempre disponibili in numero ampiamente insufficiente, costituirà un'ulteriore condizione di estrema difficoltà di accesso alla misura e produrrà un significativo allungamento dei tempi per la sua concreta applicazione, tempi del tutto incompatibili con la condizione di emergenza causata dalla pandemia. "Continueranno a esserci problemi, sia in termini di spazi sia in termini di tempi - osserva l'avvocato Sergio Schlitzer, componente della giunta della Camera Penale di Napoli - Queste misure, così come quelle di marzo scorso, non consentiranno di raggiungere l'obiettivo di svuotare le carceri a meno che non si aumenti sensibilmente il limite della pena e si diluiscano i reati ostativi".
Se a marzo, dunque, in concomitanza con il lockdown e la prima ondata della pandemia, c'era stato un calo delle presenze in carcere, "la riduzione è stata conseguenza di provvedimenti adottati dai magistrati di Sorveglianza", osserva l'avvocato Schlitzer. Di qui la posizione dei penalisti napoletani che denunciano "l'inefficacia dell'intervento normativo" e rivolgono a tutte le forze politiche un appello "affinché in sede di conversione del decreto vengano ampliate e mutate le condizioni di accesso alla misura della detenzione domiciliare".
Intanto, prime manovre di svuotamento delle celle sono in atto a Napoli. La presidente del Tribunale di Sorveglianza, Adriana Pangia, nel corso dell'incontro con i penalisti e con i vertici dell'amministrazione penitenziaria campana, ha comunicato che saranno concesse le licenze necessarie a consentire ai detenuti in regime di semilibertà (sono 370 in Campania) di pernottare nelle proprie abitazioni fino al 30 novembre, con un'eventuale proroga fino al 31 dicembre.
In questo modo, le celle normalmente destinate ai detenuti semiliberi negli istituti di Secondigliano, Santa Maria Capua Vetere, Benevento e Salerno verrebbero trasformate in spazi per l'isolamento dei detenuti positivi al Covid. Nel carcere di Poggioreale, il più affollato non solo della Campania ma di tutto il paese, si è arrivati a quota 2.171 detenuti, un numero che rapportato ai poco più di 1.600 da capienza regolamentare non dice molto ma rappresenta un primo passo se paragonato ai 2.200 reclusi che si registravano fino a poche settimane fa.
"Sono diminuiti i nuovi giunti - spiega il garante regionale dei detenuti Samuele Ciambriello - e proprio due giorni fa c'è stato il trasferimento di 50 detenuti da Poggioreale alle carceri di Arienzo ed Eboli".
Non è molto, ma è qualcosa. L'aumento dei contagi nelle carceri preoccupa sempre di più.
E non solo quello. "C'è un altro dato che preoccupa noi garanti - spiega Ciambriello - ed è l'alto numero di persone che non hanno una fissa dimora. Da un dato diffuso dal garante nazionale sono 1.157 i detenuti in tutta Italia che scontano una pena al di sotto di un anno mezzo e non hanno una fissa dimora. In Campania - aggiunge - è il momento di utilizzare le case-alloggio previste per 65 detenuti senza dimora ma è importante che le direzioni delle carceri, le aree educative, cappellani e volontari segnalino i casi altrimenti questi detenuti, che non hanno alcuna protezione sociale, rischiano di rimanere in cella, come detenuti ignoti".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 5 novembre 2020
Quindici detenuti positivi nel carcere di Poggioreale, tre nel carcere di Secondigliano e uno in quello di Benevento, più oltre una settantina di agenti della polizia penitenziaria e una quindicina di operatori socio-sanitari risultati positivi al Covid nelle varie strutture penitenziarie della Campania. E i numeri, con l'aumento dei tamponi eseguiti, sono destinati ad aumentare.
Nel carcere di Poggioreale sono stati finora eseguiti circa un migliaio di tamponi, quattrocento controlli sono stati fatti nella struttura di Secondigliano. Da ieri, inoltre, è partito uno screening ad ampio raggio in base al quale si prevede di eseguire i tamponi a tutti i detenuti e a tutti i dipendenti del carcere di Poggioreale. Stesso discorso per il penitenziario di Secondigliano.
Nei due principali istituti di pena della Campania si prova così a fermare eventuali focolai e a contenere l'ondata della pandemia all'interno delle mura carcerarie, tenuto conto del sovraffollamento e della conseguente carenza di spazi da destinare, all'interno delle carceri stesse, all'isolamento.
"Dalle verifiche sanitarie effettuate, il virus ha già varcato le porte del carcere - si legge in un documento firmato dalla giunta della Camera Penale di Napoli e dal direttivo della onlus Carcere Possibile - e, pur essendo la situazione a oggi ancora sotto controllo, è ormai indispensabile agire con la massima celerità affinché gli istituti possano disporre di spazi da destinare all'isolamento sanitario dei casi sospetti e dei detenuti risultati positivi. Spazi allo stato sostanzialmente assenti, a causa delle gravi condizioni di sovraffollamento in cui si trovano in particolare gli istituti di Poggioreale e Secondigliano".
Il tema degli spazi in carcere diventa così la nuova urgenza, assieme alla necessità di garantire la tutela della salute di chi vive e di chi lavora all'interno degli istituti di pena. Avvocati e garante concordano nel riconoscere alle direzioni dei penitenziari e dei reparti sanitari interni alle carceri gli sforzi compiuti per contenere i contagi e gestire al meglio gli effetti della pandemia che infuria sul mondo, ma si rischia di vanificare questi sforzi se di pari passo non si mettono in campo - e qui il compito è della politica - misure per contenere il flusso di presenze negli istituti di pena.
Attualmente la situazione sanitaria è sotto controllo, i detenuti risultati positivi al Covid nelle carceri cittadine sono asintomatici, tranne uno che si trova ricoverato nel reparto Covid dell'ospedale Cardarelli. I positivi sono in isolamento e tenuti sotto osservazione. Parallelamente sono stati istituiti periodici tavoli tecnici per fare il punto della situazione.
L'attenzione è alta. Il momento è delicato non solo per il mondo fuori ma anche per il mondo del carcere. Pochi giorni fa c'è stato un nuovo incontro tra il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria, la giunta della Camera Penale di Napoli e il direttivo dell'associazione Carcere Possibile.
Al vertice, che ha seguito di alcuni giorni una precedente riunione il cui tema era sempre legato all'emergenza Covid, hanno partecipato anche il presidente del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, il garante dei detenuti della Campania, i direttori dei tre istituti di pena napoletani (Poggioreale, Secondigliano e Pozzuoli), e l'associazione Antigone.
di Dario Paladini
redattoresociale.it, 5 novembre 2020
Lettera del Garante Francesco Maisto ai vertici degli uffici giudiziari perché prendano ogni misura per ridurre il sovraffollamento. Ci sono già 365 detenuti in isolamento sanitario e 81 agenti colpiti da covid. "La situazione milanese si è ulteriormente aggravata".
"La situazione milanese si è ulteriormente aggravata. Nelle carceri crescono il sovraffollamento, i contagi tra gli agenti di polizia penitenziaria, il personale sociosanitario, e ci sono già numeri crescenti di casi tra i detenuti". Francesco Maisto, garante dei detenuti del Comune di Milano, scrive ai vertici degli uffici giudiziari del capoluogo lombardo per lanciare l'allarme sulle condizioni negli istituti penitenziari di San Vittore, Bollate e Opera.
"Al 30 ottobre si registrano 365 detenuti in isolamento sanitario e 81 agenti 'allontanati' per covid -sottolinea Maisto-. A fronte di 2900 posti nei tre Istituti si registrano 3378 presenze". Il sovraffollamento rende tutto più difficile e aumenta il rischio di contagio. "Gli spazi minimi nelle carceri, limitano fortemente l'applicazione dei protocolli sanitari sia per l'isolamento sanitario che i casi di contagio - aggiunge il Garante.
Le pratiche virtuose attuate a S. Vittore con il primo Reparto nazionale covid, additato come benemerito dall'OMS, già non appare sufficiente. Due realtà numeriche considerevoli sono comunque a Milano (San Vittore e Bollate) che funzionano come hub, medicalmente attrezzati per accogliere anche da Istituti vicini".
Il Garante chiede quindi che siano messe in campo tutte quelle misure che possano ridurre il sovraffollamento e che sono già state sperimentate nella fase 1. "Le misure introdotte col Decreto legge (del 28 ottobre 2020, ndr) potranno consentire solo alcuni effetti deflattivi (ad esempio svuotando le sezioni semiliberi o ammessi all'art. 21), ma non sembrano destinate a mutare in modo sensibile il quadro di sovraffollamento penitenziario.
Il contagio, intanto, così come all'esterno, ha un suo ritmo che non è sincronico con le previsioni del decreto legge. Alcune prime ipotesi di emendamenti in sede di conversione del Decreto legge. Stiamo preparando con il Garante nazionale, le rappresentanze del Volontariato al fine di redigere un pacchetto di proposte comuni da portare al Parlamento".
Il tempo stringe e per questo Francesco Maisto chiede che "vengano immediatamente riprese e rafforzate le misure inerenti alla gestione penitenziaria già elaborate nella prima fase della pandemia da Covid19, con particolare riferimento ai detenuti anziani e malati, e a quelli che devono espiare pene di media durata e per reati non gravi".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 novembre 2020
Da giorni non aveva sue notizie. Come se fosse un desaparecidos l'uomo al 41 bis del carcere milanese di Opera, malato terminale, che solo dopo - e solo per puro caso - si è scoperto essere risultato positivo al Covid-19 e per questo ricoverato d'urgenza in ospedale. Katiuscia, la moglie di Antonio Tomaselli (così si chiama l'uomo al carcere duro), ha attraversato giorni di forte preoccupazione e angoscia nel non sapere che fine avesse fatto il marito.
Solo il due novembre ha ricevuto l'informativa della direzione del carcere di Opera, in cui la si informava genericamente che il marito era ricoverato dal 31 ottobre al reparto di medicina protetta dell'Ospedale San Paolo. Il motivo? Nessuno gliel'ha detto in quel momento, né il Dap, né la direzione, né i medici. Silenzio totale. L'angoscia di Katiuscia, d'altronde, è stata più che giustificata visto che a Tomaselli avevano diagnosticato un tumore inoperabile al IV stadio al polmone destro, al polmone sinistro e al surrene, con una speranza di vita di tre anni. Lei, che è anche una infermiera, si dispera, cerca risposte, si informa. Ma nulla, persino gli avvocati si adoperano tramite pec senza ottenere alcuna risposta.
Poi è subentrata la paura, anche a seguito dell'articolo con cui Il Dubbio ha dato notizia di almeno due detenuti positivi al Covid. Sì, quelli al 41 bis di Opera, di cui uno ricoverato in ospedale. A quel punto si è fatto ancor più concreto il già forte presentimento che uno di quelli fosse proprio Tomaselli. Ma il silenzio è rimasto tombale, nonostante si tratti di un ricovero effettuato già da qualche giorno e i familiari abbiano il diritto di sapere cosa accade, soprattutto quando la questione riguarda la salute. Non c'è nessuna norma, per ora, che vieti tale diritto ai familiari dei reclusi al 41 bis. Aggiungiamoci anche che Tomaselli è al carcere duro in custodia cautelare e nemmeno imputato per fatti di sangue. Resta il fatto che il Covid 19, dato assodato, può essere letale per chi presenta particolari patologie. Soprattutto polmonari, come Tomaselli.
Proprio ieri, Katiuscia ha però ricevuto una lettera del marito - datata 29 ottobre - in cui la informava che il giorno prima era risultato positivo al covid, dopo aver avuto sintomi per una settimana. A quel punto le è crollato il mondo addosso: è proprio Tomaselli l'uomo al 41 bis finito in ospedale per via del covid.
Lei che è infermeria e vede casi del genere in prima persona, sa che il ricovero avviene quando i sintomi si fanno più gravi. Ma non solo. Durante la prima ondata, anche per scongiurare questo pericolo, hanno fatto istanza per chiedere gli arresti domiciliari. La Giudice per le indagini preliminari di Catania però l'ha rigettata, anche tenendo conto della reclusione al 41 bis, che teoricamente lo avrebbe protetto dal contagio. Per il Gip, così come tanti altri casi analoghi, non solo Tomaselli è compatibile, ma è anche in un regime carcerario in grado di fronteggiare l'emergenza. Purtroppo, non è stato così. Solo nella tarda serata di ieri è arrivata la comunicazione da parte della direzione, che per la prima volta ha informato la donna che il marito è ricoverato per covid e le sue condizioni si sono aggravate.
Rita Bernardini del Partito Radicale - la quale sulle pagine de Il Dubbio si occupò proprio della vicenda di Tomaselli in virtù del fatto che è un malato terminale - ha mandato un'amara lettera di denuncia a tutte le autorità, ministro della giustizia Alfonso Bonafede compreso. "Solo oggi (4 novembre) - scrive Bernardini - la signora riceve la lettera del marito in cui lui la informa della sua positività al Covid.
Le poste italiane si sa sono lente, ma mai quanto l'amministrazione dello Stato che, mentre scrivo, non ha ancora fatto sapere ai familiari stretti (e agli avvocati) quali siano le condizioni di salute del loro congiunto. Umanità? Rispetto dei diritti fondamentali? Ditemi voi. Forse non ho letto bene la nostra Costituzione, che dovrebbe essere sacra per ogni cittadino e, ancor di più, per ciascun rappresentante dello Stato".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 novembre 2020
Il Covid-19 della seconda ondata non risparmia nessuno nelle carceri. Dopo i detenuti al 41 bis, ora è la volta dei bambini dietro le sbarre. A darne notizia è Bruno Mellano, il garante delle persone private della libertà della regione Piemonte. Al carcere di Torino, in particolar modo all'Icam (Istituto a Custodia Attenuata) interno, sono risultati positivi al covid due bambini e una mamma.
"Appare urgente ed improrogabile la verifica di soluzioni alternative al carcere almeno per le mamme con bambini, nell'attesa di un intervento mirato per la piena applicazione della legge 62/ 2011: realizzazione di una rete di Case Famiglia per mamme in esecuzione penale con figli al seguito", chiede con forza il garante Mellano.
Attualmente, secondo gli ultimi dati del Dap relativi al 30 ottobre, nelle carceri risultano trentuno mamme con ben 33 figli al seguito. Al carcere di Torino ci sono sei bambini, di cui - com'è detto - due risultano positivi al covid.
Ancora una volta il coronavirus scopre la fragilità del sistema, in questo caso la questione irrisolta dei bimbi dietro le sbarre. In una situazione del genere, in piena epidemia da coronavirus, è ancora più intollerabile che i bambini siano costretti a vivere con le madri nelle carceri. Per questo bisogna farli uscire al più presto dalle strutture carcerarie.
D'altronde, in occasione della prima ondata, c'è stata anche una specifica raccomandazione dell'Organizzazione mondiale della sanità di privilegiare l'uscita dal carcere delle persone vulnerabili e in particolare delle donne con bambini. Ed è proprio durante la prima ondata che si è avuta la dimostrazione che le alternative sono possibili. Prima della pandemia, c'erano 11 bambini e 11 mamme all'interno del carcere femminile di Rebibbia.
Con l'esplodere del Covid-19, seguendo le direttive conseguenti all'emergenza, le mamme con figli al di sotto dei 18 mesi sono state trasferite ai domiciliari, una mamma è stata accolta in casa famiglia, altre mamme avevano finito i termini e sono uscite. Per un breve periodo è rimasto in carcere solo un bambino, Edward, perché la mamma ha una lunga pena da scontare. Poi cosa è accaduto? Subito dopo l'apparente fine dell'emergenza, in poco tempo, altre donne con figli sono entrate in carcere. Tutto è tornato come prima, ma i fatti degli scorsi mesi, durante la prima ondata, hanno dimostrato che si potrebbero trovare alternative.
Ma ritornando ai bimbi contagiati dietro le sbarre del carcere "Le Vallette" di Torino, e per quanto riguardo la sola regione Piemonte la morte di un detenuto ultrasettantenne positivo al covid recluso nel carcere di Alessandria, il garante regionale Mellano chiede senza mezzi termini di "provvedere quanto prima a rendere possibile l'esecuzione penale esterna per tutti quelli che già ne hanno diritto e per tutti coloro che rientrano nelle fasce deboli a rischio, ovvero anziani, persone con pluripatologie, diabetici, affetti da problemi polmonari o alle vie respiratorie".
estense.com, 5 novembre 2020
Stando a quanto riportato dai quotidiani, nella notte tra venerdì 30 e sabato 31 ottobre un detenuto della Casa Circondariale di Ferrara avrebbe tentato di togliersi la vita nella cella in cui si trovava da solo. Solo il tempestivo intervento di un Ispettore e due Agenti di Polizia Penitenziaria ha scongiurato il peggio.
Si tratta del secondo tentato suicidio nell'arco dell'ultimo mese per il carcere di Ferrara, poiché già il 3 ottobre scorso il personale di Polizia Penitenziaria aveva salvato la vita ad un altro detenuto, sorpreso mentre tentava di impiccarsi in cella.
Questi dati, specie se rapportati al contesto della piccola realtà ferrarese, destano molta preoccupazione, poiché testimoniano la presenza, nonostante gli sforzi, di ancora troppe criticità nella gestione efficace di situazioni di pericolo, che richiederebbero il riconoscimento dei casi più ad alto rischio mediante l'implementazione di programmi di prevenzione. Costituisce oramai dato acquisito che la riduzione del numero dei suicidi (e l'ambiente carcerario non fa eccezione), passa attraverso l'anticipazione degli interventi al momento in cui si manifestano i primi segnali di disagio e gli eventi potenzialmente stressanti.
Il monitoraggio e l'ascolto costante dei detenuti, mediante la collaborazione sinergica tra le varie figure professionalmente attive nella realtà carceraria, si rivelano utili strumenti per intercettare tempestivamente il malessere ed il disagio connesso all'esperienza detentiva. Si tratta di misure certamente più efficaci dei salvataggi in extremis degli aspiranti suicidi che hanno visto impegnato il personale penitenziario in quest'ultimo periodo, trattandosi di interventi che -
oltre a caratterizzarsi per un considerevole rischio di insuccesso, anche legato a fattori accidentali - possono risultare anche lesivi dell'integrità fisica dei soccorritori stessi, che finiscono spesso per subire lesioni (o aggressioni) durante le manovre di aiuto.
È chiaro che l'emergenza pandemica in corso e le sue connesse limitazioni alla vita di relazione abbiano inciso in maniera ancora più brutale su chi è confinato tra le mura del carcere, enfatizzando le già note carenze degli istituti di pena e, per altro verso, rendendo ancora più difficoltoso l'approntamento di una rete di monitoraggio e sostegno dei detenuti da parte del personale penitenziario. Ecco perché, ancora una volta, si ribadisce comunque l'importanza delle misure alternative alla detenzione, da sempre preziose alleate nella lotta alle criticità connesse al sistema carcerario: sovraffollamento, carenza di organico, inadeguatezze strutturali e dei servizi.
Il Direttivo della Camera Penale Ferrarese
L'Osservatorio Carcere della Camera Penale Ferrarese
di Gianluca Amadori
Il Gazzettino, 5 novembre 2020
Si parla di una decina di positivi al Covid-19 negli uffici della Procura di Venezia e la preoccupazione del personale amministrativo in servizio alla Cittadella della Giustizia di piazzale Roma aumenta di giorno in giorno. Ieri il personale ha deciso di scrivere al presidente Salvatore Laganà per chiedere maggiori misure di sicurezza, in particolare per quanto riguarda il lavoro da svolgersi in udienza, considerato che tutte le aule del nuovo Palazzo di giustizia (salvo una) sono prive di finestre e, di conseguenza, non vi è la possibilità di garantire un adeguato ricambio d'aria nel corso delle molte ore nelle quali si svolgono processi, uno dietro l'altro.
Il presidente del Tribunale è però sceso in campo con un messaggio tranquillizzante: "Nella sede di piazzale Roma del Tribunale ad oggi non mi risultano casi di magistrati o personale di cancelleria risultati positivi al virus - dichiara Laganà - L'unico si è verificato una decina di giorni fa nella sede di Rialto, sono state adottate le misure necessarie, ed è stata fornita la massima informazione a tutti. Ci sono altri dipendenti in malattia, ma il Covid non c'entra".
I casi di coronavirus che preoccupano il personale si sono verificati tra i dipendenti amministrativi della Procura, in particolare quelli in servizio al Registro generale (l'ufficio che ha più contatti con il pubblico), ma vi è anche un magistrato. Nessuno di loro, fortunatamente, versa in condizioni preoccupanti. Alcuni sono asintomatici.
I cancellieri sono preoccupati: lamentano una scarsa informazione e premono affinché venga attuata la disposizione che prevede la possibilità di collocare in smart working metà del personale, in modo da poter lavorare da casa e ridurre il rischio di contagio. Ma le attività lavorative possibili dalla propria abitazione sono poche e il rischio è quello di paralizzare gli uffici giudiziari. Una paralisi che andrebbe ad assommarsi al blocco verificatosi la scorsa primavera, durante il lockdown, che ha lasciato un pesante arretrato da smaltire, con effetti devastanti per la giustizia veneziana. In particolare per quella penale che si svolge necessariamente in presenza.
Per il momento il ministero della Giustizia non ha dato disposizioni più restrittive e, di conseguenza, le udienze proseguono, anche con il nuovo Dpcm che entra in vigore oggi. Nel settore civile, che da tempo ha attivato il processo telematico, il presidente del Tribunale ha raccomandato il ricorso a udienze a distanza in tutti i casi possibili. Ma ciò non si può fare nel penale (dove serve i consenso delle parti) e così, per cercare di ridurre l'affollamento, Laganà ha disposto che le udienze vengano scaglionate per fasce orarie e i processi svolti a porte chiuse.
"Per i processi con molti imputati stiamo pensando di utilizzare spazi più ampi, anche al di fuori del palazzo di Giustizia, come auditorium o sale congressi: stiamo cercando le soluzioni più adatte alle esigenze - anticipa il presidente del Tribunale - Abbiamo già installato 110 barriere in plexiglass per garantire il distanziamento e ne aspettiamo ulteriori 50 per completare il lavoro".
n24tv.it, 5 novembre 2020
"Alla luce dell'evolversi della situazione epidemiologica e delle misure anti-Covid, richiamate nel nuovo Dpcm del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, torna a farsi sentire la necessità per i detenuti della Casa circondariale di Crotone dell'invio di strumenti di protezione individuale: mascherine e gel igienizzante".
A renderlo noto è il Garante comunale detenuti Crotone, Federico Ferraro, che lancia nuovamente un appello "alle Istituzioni tutte, alla cittadinanza, alle realtà economiche locali ed alle associazioni di settore, operative sul nostro territorio, a che si possa far fronte a questa nuova necessità da parte della popolazione carceraria di Crotone".
In primavera l'appello dei detenuti, tramite l'Ufficio del Garante comunale aveva avuto già una prima risposta concreta grazie ad un gruppo di otto donne crotonesi che avevano donato un quantitativo importante di mascherine individuali.
di Andrea Pistore
Corriere del Veneto, 5 novembre 2020
Per la prima volta a Padova è stato applicato il "decreto Willy" per contrastare il degrado urbano, le risse e lo spaccio, che ha preso spunto dal noto omicidio di Colleferro. Il questore Isabella Fusiello ha "daspato" un tunisino di 18 anni dopo il suo arresto del 2 novembre in Galleria San Carlo. Il giovane, noto pusher, avrà il divieto di accesso alle aree esterne e interne del centro commerciale e alle vie adiacenti oltre al parcheggio della Galleria per due anni. Se non dovesse rispettare le indicazioni rischia il carcere fino a 24 mesi e una multa fino a 20mila euro visto l'inasprimento delle pene del nuovo decreto in vigore da pochi giorni.
- Varese. "Tecniche di manutenzione della meccanica ciclistica": i detenuti studiano le due ruote
- Velletri (Rm). I detenuti diventano vignaioli, prodotto un buon vino rosso al carcere
- Firenze. Murales in carcere, il via libera per i detenuti
- "Nessuna causa è persa". Parla Cathy La Torre, l'avvocata che immagina nuovi diritti
- Omofobia, sì della Camera al ddl contro violenza e discriminazioni










