di Gianluca Di Feo
La Repubblica, 4 novembre 2020
L'attentatore di Vienna è uno dei tanti ragazzini sedotti in Austria dallo Stato Islamico. Figli delle guerre balcaniche, rimasti ai margini della società, hanno scelto di dare la vita per il Califfato. Ecco le loro storie. Kujtim, che a diciassette anni è stato arrestato per terrorismo ed è morto ieri sparando tra le strade di Vienna. Merktan, che a soli quattordici anni voleva far saltare in aria la stazione centrale della capitale asburgica. Samra e Sabina, occhi chiarissimi e lunghi capelli biondi, che a meno di sedici anni sono andate a Raqqa per "servire Allah e morire per lui".
All'indomani della strage l'Austria si trova a fare i conti con i millennial del jihad cresciuti nelle sue città. Lo Stato islamico li ha sedotti e trascinati al suo servizio, come il moderno pifferaio magico di Hamelin. A Mosul li chiamavano "i cuccioli del leone", esaltando l'animale che per Maometto incarnava la forza. A Vienna invece le leggi dello stato di diritto non sono riuscite a salvare questi giovani dal diventare la carne da cannone dell'Isis.
Kujtim, Samra, Sabina e Mektan sono figli delle guerre balcaniche e della povertà. Sono nati in Austria o ci sono arrivati da piccoli, inseriti nel sistema scolastico ma mai integrati nella società. Sono rimasti ai margini e sono caduti in pasto alla propaganda del Califfato. L'epicentro è Sankt Polten, la cittadina dove già nella notte si sono concentrate le ricerche della polizia, con perquisizioni e fermi. Un tempo cuore della valle dei monasteri, negli ultimi vent'anni ha visto innalzarsi i minareti di tre moschee: una riservata ai profughi bosniaci, una per gli immigrati albanesi, la terza per i turchi. Gli unici punti di riferimento per una comunità senza più patria, né radici. Abilmente sfruttati dai reclutatori dello Stato islamico.
Kujtim Fejzulai, che i compagni di lingua tedesca chiamavano Kurtin, era nato a Vienna nel 2000. I genitori di etnia albanese venivano dalla Macedonia del Nord. Un'infanzia senza particolari problemi, poi verso i sedici anni comincia a frequentare assiduamente una scuola coranica. A diciott'anni lo arrestano in un aeroporto della Turchia: era in viaggio per raggiungere il Califfato. Estradato e processato, lo condannano a 22 mesi di carcere. Esce dopo un anno, con la condizionale e l'obbligo di frequentare un corso di "de-radicalizzazione". "Veniva da una famiglia assolutamente normale. Per me si tratta di un giovane che è finito in un giro di amici sbagliati", ha dichiarato il suo avvocato Nikolaus Rast, un legale molto noto in Austria: "Se non avesse frequentato la moschea e avesse fatto per esempio boxe, sarebbe diventato un pugile. Non avrei mai ritenuto possibile che commettesse un attentato". Proprio la denuncia dei genitori sulla sua scomparsa aveva determinato l'arresto in Turchia: questi ragazzi hanno seguito il percorso che si erano scelti, cercando un'identità nella violenza islamista.
In carcere Kujtim ha fatto tanta palestra, gonfiando i bicipiti; forse, come spesso accade nelle prigioni europee, ha estremizzato ancora di più il suo credo violento. E una volta in libertà, invece delle lezioni sui valori della Costituzione austriaca, si è dedicato a tempo pieno a preparare il suo attacco.
Qualcuno lo ha addestrato a usare un kalashnikov. In un poligono o in un centro di softair, gli hanno insegnato i rudimenti del combattimento urbano: restare sempre in movimento, per offrire un bersaglio difficile agli avversari, poi quando serve fermarsi e sparare. Le tattiche che ha utilizzato per scatenare il terrore nelle strade di Vienna.
Il vero problema è che qualcuno gli ha fornito anche le armi. Un Ak-47, una pistola, centinaia di proiettili. Negli ultimi tre anni nessuno degli attentatori in azione in Francia, Germania e Belgio era più riuscito a procurarsi dei fucili mitragliatori. Le indagini ricostruiranno l'origine del kalashnikov: se proveniva dal mercato legale europeo, dove sono venduti per la caccia e il tiro sportivo e dove si erano riforniti gli stragisti di Charlie Hebdo e del Bataclan. O se invece è partito dagli arsenali accumulati nei Balcani, l'incubo peggiore dei servizi di sicurezza occidentali: lì ci sono giacimenti di ordigni letali e reti logistiche pronti a trasferirli ovunque, l'Eldorado del jihad.
La storia di Kujtim ricorda quella del coetaneo Merktan G., arrivato a sei anni a Sankt Polken dalla Turchia. Anche nel suo caso, il primo reclutatore è rimasto sconosciuto: si ritiene che fosse un predicatore itinerante, transitato da una delle moschee della città. Merktan è stato arrestato a scuola, nell'ottobre 2014, con l'accusa di volere far saltare in aria la stazione centrale di Vienna. Aveva soltanto quattordici anni. Il telefonino e il computer sono zeppi di video di propaganda jihadista: immagini sanguinarie di esecuzioni e battaglie condotte dalle bandiere nere. Pure la console della Playstation pullulava di materiali islamisti: un particolare che all'epoca non insospettii gli investigatori. Più tardi si è scoperto che le chat dei videogiochi venivano usate per le comunicazioni dell'Isis: l'attacco del Bataclan è stato organizzato sfruttando questo canale.
Lo studente jihadista ammette di volere realizzare un attentato, anche se il suo avvocato cerca di minimizzare: "Aveva solo l'idea di farlo, nulla di concreto". Secondo i giornali, per la sua missione gli era stato promesso un premio di 25 mila euro. Vista la giovane età, viene rilasciato in attesa di processo con l'obbligo di recarsi tutti i giorni alla polizia. A gennaio 2015 scappa e si mette in marcia per il Califfato: assieme a lui c'è un amico dodicenne. Vengono bloccati e questa volta Kujtim finisce in cella. Il processo si apre nel maggio 2015. Il massimo della pena prevista dal codice minorile è di cinque anni, lui se la cava con la condanna a ventidue mesi: dodici in cella, in resto di riabilitazione. Di cui non si conoscono gli esiti.
Tra le duecento persone che dall'Austria hanno scelto di raggiungere per lo Stato Islamico la maggioranza erano millennial. Samra Kesinovic e Sabina Selimovic, di 15 e 17 anni, nell'aprile 2015 hanno mandato un messaggio video alle loro famiglie: "Smettete di cercarci. Siamo venute a servire Allah e morire per lui".
A Vienna vivevano come normali teenager, scambiandosi selfie in cui valorizzavano gli occhi azzurri e i capelli alla moda. A Raqqa hanno fatto da testimonial dell'Isis, posando in mimetica e capo velato davanti a schiere di combattenti in tuta nera. "Qui ci possiamo sentire veramente libere, possiamo praticare la nostra religione. In Austria non era possibile", hanno ripetuto in più interviste.
Secondo l'intelligence europea, il pifferaio magico che ha trascinato questi ragazzi in Siria e in Iraq si chiama Mohammed Mahmoud, uno dei registi della propaganda del Califfato. Emigrato in Austria con la famiglia dall'Egitto, nel 2007 è stato arrestato per avere diffuso proclami inneggianti ad Al Qaeda. Dopo la condanna a quattro anni, è rimasto a lungo a predicare nelle moschee del Paese. I servizi segreti tedeschi ritengono che sia uno degli ideologi che hanno partorito il concetto di Stato Islamico. Nella primavera del 2014 parte per la Siria ma viene arrestato dalla Turchia: invece di estradarlo in Austria, misteriosamente ottiene il rilascio e ricompare a Raqqa. Lì giura fedeltà ad Al Baghdadi e sposa Ahlam Al-Nasr, la "poetessa dell'Isis".
Dall'autunno 2014 comincia a inondare il web di video in tedesco. Tuta mimetica e kalashnikov a tracolla, nel primo brucia il passaporto austriaco. Di settimana in settimana, le immagini si fanno più cruente: in una delle sue prediche è circondato di corpi decapitati. Al suo fianco compare un rapper ventenne, un ghanese cresciuto a Berlino: Denis Cuspert, in arte Deso Dogg.
Convertito nel 2010, da Raqqa diffonde filmati in cui partecipa all'esecuzione di prigionieri e poi solleva le teste amputate: "Questa è la fine che fanno i nemici dell'Isis". Sempre in tedesco, sempre per conquistare giovani reclute in Austria e Germania. Si ritiene che alla fine del 2018, quando le sorti del Califfato cominciano a segnare disfatta, Mahmoud abbia avuto uno scontro con i suoi capi. Secondo un comunicato dell'Isis, sarebbe morto nel bombardamento di un campo di prigionia. Impossibile averne certezza. Le ultime notizie sul rapper tedesco lo danno in fuga: una foto lo ritrae ancora in armi, ancora pronto a uccidere e a convincere ad uccidere. Samra e Sabina invece sono sopravvissute alla guerra. Hanno sposato dei miliziani ceceni e sono diventate madri. Adesso sono detenute in un campo di concentramento sotto sorveglianza curda e, secondo i media, hanno minacciato causa al governo austriaco per potere tornare a Vienna. Senza però mostrare il minimo rimorso per le loro azioni.
Il Manifesto, 4 novembre 2020
Durante l'audizione sul nuovo Decreto immigrazione. Il Carroccio: "Presenteremo un emendamento per cancellare il suo ruolo". Leghisti scatenati contro il Garante nazionale per i detenuti Mauro Palma, colpevole solo di aver sottolineato alcune criticità del decreto immigrazione all'esame della commissione Affari costituzionali della Camera.
Nel mirino di Palma non sono finite solo alcune parti riguardanti i migranti che arrivano in Italia, ma anche la parte penale del provvedimento e in particolare le nuove misure di contrasto alla possibilità di introdurre cellulari nelle carceri.
Parole che hanno scatenato la reazione del capogruppo del Carroccio nella commissione, Igor Iezzi, che ha annunciato un emendamento per cancellare la figura del Garante: "Palma ancora una volta si schiera dalla parte dei delinquenti contro i cittadini che rispettano la legge e contro gli agenti di Polizia penitenziaria", ha tuonato il leghista.
In realtà le osservazioni avanzate dal Garante al provvedimento che sostituisce i decreti sicurezza di Matteo Salvini hanno riguardato soprattutto l'opportunità di stabilire misure restrittive nelle comunicazioni - anche grazie ai cellulari - dei detenuti con l'eterno senza fare alcuna distinzione. Questa comunicazione, ha spiegato, "può avere due profili: o del reato criminale oppure delle relazioni affettive.
Credo che questa norma vada introdotta solo dopo aver potenziato le possibilità di comunicazione con i propri familiari. Qui non parliamo solo di alta sicurezza, ma di tutti i detenuti. Molte delle conversazioni sono relative all'ambito familiare", ha proseguito Palma suggerendo di cancellare la norma in questione dal decreto e di "posporla a quando l'amministrazione sarà in grado di fornire strumenti per facilitare la comunicazione tra detenuti e loro familiari".
Il garante si è poi soffermato sui alcuni degli articoli del decreto che riguardano più direttamente l'immigrazione e in particolare le strutture nelle quali dovrebbero essere trattenute le persone in attesa di essere identificate.
"Rimane un punto dolente" come lo era nei decreti salviniani, ha spiegato Palma. "Manca un elenco definitivo dei luoghi cosiddetti idonei al trattenimento dei migranti. Noi non abbiamo un elenco di quali sono. Quindi chiediamo che di questi locali ci sia una definizione precisa e dei registri di presenza ben definiti". Con in più la possibilità per quanti si ritroveranno rinchiusi in queste nuove strutture, di presentare reclamo al Garante, possibilità prevista oggi solo per i migranti che si trovano negli hotspot.
In difesa di Palma si è schierato il Pd: "Il tentativo di delegittimare la figura del Garante denuncia un atteggiamento irrispettoso dei diritti delle persone detenute e trascura l'importante lavoro di tutela della legalità svolto da Palma", ha commentato il capogruppo dei senatori dem Franco Mirabelli. "Attaccarlo nel momento in cui è impegnato ad affrontare il tema dei contagi nelle carceri e nelle Rsa è l'ennesima dimostrazione che la Lega è capace solo di fare propaganda e no è interessata a risolvere i problemi".
di Errico Novi
Il Dubbio, 4 novembre 2020
Parla il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick: "I divieti anti-covid sono legittimi per decreto legge, non con i Dpcm". Non serba acredine verso l'onorevole Borghi, "non foss'altro perché è anche lui un collega e si è per giunta laureato alla Cattolica come il sottoscritto". Il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick viene importunato dal Dubbio sulla boutade iperbolica del deputato leghista, fiduciario di Salvini per l'economia: "Il diritto al lavoro", ha detto l'altro ieri Borghi, "dovrebbe essere prioritario persino rispetto al diritto alla salute: viene anche prima, nella sequenza di articoli della Costituzione".
Paradosso o cantonata non ha importanza: da lei, presidente Flick, ci si poteva aspettare una bella bacchettata sulle dita...
"E invece l'onorevole autore di quella frase ha il dovere di conoscere la sua materia, che mi pare sia l'economia, ma non l'obbligo di competenza sulle sentenze della Corte costituzionale. Gli economisti non sono tenuti a conoscere le pronunce con cui la Consulta scioglie il presunto conflitto fra i principi nell'equilibrio tra i diversi interessi, nel necessario bilanciamento che non consente la "tirannia di un diritto sull'altro".
Però Flick, cortesia a parte, va oltre. Approfitta del caso per evocare una splendida verità della nostra Carta: "La gerarchia, se c'è, non si riflette nell'ordine degli articoli ma nelle diverse garanzie poste a presidio dei diversi principi".
Cioè, ci sono "beni" che la Costituzione tutela di più?
Come accennato, la Consulta, con due pronunce sull'Ilva, ha ribadito che non può esserci alcuna tirannide esercitata da qualche diritto sugli altri. È vero che il diritto alla salute è il solo al quale i costituenti abbiano accostato l'aggettivo "fondamentale". Allo stesso modo è vero che esiste un'altra distinzione, che riguarda i diversi limiti previsti per la libertà personale da un lato e per libertà come quella di circolazione dell'altro. Ebbene, la limitazione della libertà personale è presidiata da una duplice garanzia: la legge e il giudice verifica se vi siano le condizioni per applicarla in concreto.
Quindi la libertà di circolazione, per esempio, può essere sottoposta a compressioni più disinvolte, come avviene a causa del covid?
Un momento: non ci sarà la garanzia del giudice, ma quella della legge sì. Mentre nella contingenza attuale siamo di fronte a limitazioni sistematicamente imposte, e in un primo momento sanzionate, non per legge ma con provvedimenti regolatòri del governo, a volte difficilmente comprensibili. E invece la possibilità di comprendere le norme è essenziale per la democrazia, oltre che per giustificare un'eventuale sanzione.
I Dpcm?
I Dpcm appunto. Siamo ai confini della Costituzione. Si può limitare la libertà, anche in nome del fondamentale diritto alla salute, ma a condizione che le limitazioni avvengano attraverso un provvedimento avente forza di legge.
Un decreto legge?
Certo. Un provvedimento che, seppur assunto in via emergenziale dal governo, deve essere sottoposto al controllo del Parlamento, e non in modo soltanto formale.
Presidente Flick, non è la prima volta che contesta la plausibilità dei Dpcm come strumento di limitazione delle libertà. Però lei dice che il discorso si incrocia eccome con la cosiddetta gerarchia dei principi costituzionali. Ci spiega perché?
Lei usa la parola gerarchia. Io no. È bene ricordare, soprattutto da parte di un tecnico della materia, cosa c'è scritto in due importanti pronunce della Corte costituzionale. Entrambe riguardanti l'Ilva di Taranto. La prima è la sentenza numero 85 del 2013. Contiene innanzitutto un elemento chiarificatore sul diritto al lavoro: si configura il lavoro con riferimento all'opportunità che lo Stato deve adoperarsi a favorire con tutti gli sforzi possibili. Non nel senso che si debba provvedere a procurare a ciascun cittadino un certo lavoro anziché un altro, ma in termini di massimo impegno a creare le condizioni che determinano occasioni di lavoro per tutti. Insieme con una pronuncia più recente, del 2018, la sentenza del 2013 ricorda però che nessun diritto costituzionalmente tutelato può essere tirannico rispetto agli altri. Va sempre conseguito il miglior bilanciamento possibile fra i diversi beni giuridici richiamati nella Carta, che possono anche essere diversi tra loro. Non in conflitto: nel senso che il potere legislativo, il potere esecutivo, il giudice, devono trovare sempre l'equilibrio in grado di risolvere il potenziale conflitto in un ragionevole contemperamento degli interessi. Ciascuno per la parte di sua competenza.
Inutile dire che col bilanciamento non c'entra nulla l'ordine sequenziale degli articoli della Carta...
Ha ragione, non foss'altro perché il diritto al lavoro, inteso nel senso ricordato dalle sentenze costituzionali, ricorre non solo nell'articolo 4, come diritto e dovere, ma anche più avanti, negli articoli 35 e seguenti. All'articolo 36 per esempio, si precisa che al lavoratore spetta sempre una retribuzione in grado di assicura- re un'esistenza dignitosa a lui e alla sua famiglia. Ma ripeto, immagino che con la frase sull'ordine degli articoli si volesse dare enfasi a un certo discorso.
Borghi voleva sostenere che le limitazioni imposte per ragioni sanitarie non possono prevaricare il diritto al lavoro...
La salute, tutelata all'articolo 32, è come detto il solo bene giuridico che la Costituzione qualifichi al punto da definirlo "fondamentale". Diritto alla salute che si concretizza anche nel divieto di sottoporre una persona a trattamenti sanitari contro la sua volontà. Ma il diritto alla salute va inteso anche nel senso che il bene di ciascuno deve specchiarsi nel diritto alla salute di ciascun altro. Il che può anche tradursi in limitazioni della libertà. Come la vaccinazione o l'obbligo di indossare la mascherina, in quanto espressioni del dovere inderogabile di solidarietà sociale.
Ecco: allora le limitazioni anti contagio sono legittime?
Qui ci soccorre la distinzione di cui pure ho fatto cenno all'inizio. C'è da una parte la libertà personale, la prima libertà, a cui la Costituzione assegna una doppia garanzia: può essere limitata solo sulla base di norme stabilite per legge e, in più, solo quando vi sia il provvedimento di un giudice. Il secondo presupposto è indispensabile: il giudice deve verificare che nel caso specifico ricorrano effettivamente le condizioni previste da una legge per limitare la libertà personale. Riguardo le limitazioni di altre libertà, come quella di circolazione, sancita all'articolo 16, non c'è bisogno che un giudice si pronunci ma c'è comunque bisogno di una legge. E tale legge, afferma proprio l'articolo 16, può introdurre limiti solo per ragioni di sicurezza o, guarda un po', di sanità.
Vuol dire che le restrizioni anti covid vanno introdotte solo con atti aventi forza di legge oppure sono fuori dalla Costituzione?
Evidentemente non si può andare contro la Costituzione. Se da essa discende una riduzione di libertà di circolazione per cause di sanità o sicurezza possibile solo se introdotta per legge, c'è poco da fare: vista l'urgenza di casi come la drammatica pandemia in cui siamo, si deve ricorrere allo strumento previsto dalla Costituzione per legiferare in condizioni di necessità e urgenza, cioè il decreto legge. Semplice.
Le obietteranno: se dobbiamo modificare ogni settimana quelle restrizioni, il ricorso a decreti legge seriali paralizzerebbe il Parlamento e le restrizioni stesse...
No, mi spiace. Se non si distorce lo strumento normativo, se in fase di conversione non si introducono milioni di postille e di modifiche, sarà un impegno sì gravoso, ma tollerabile. Facciamolo pure lavorare, il Parlamento. La democrazia lo prevede. Il punto casomai è un altro.
Quale altro?
La zona grigia fra libertà personale e libertà di circolazione. Attenti. Non si può arrivare a proibire che all'interno di un domicilio si siedano a tavola più di 6 commensali. Né si può pretendere che quei commensali siano tutti uniti da un legame stretto, qualunque cosa questo significhi. Sarebbe una limitazione della libertà personale. Servirebbe dunque non solo una legge ma anche un giudice che emetta un provvedimento. Vede, limitare la libertà personale significa sottoporre un individuo al pieno potere dell'altro. Entra in gioco un'infrazione della dignità della singola persona. Ecco perché la Carta richiede la doppia garanzia sopra ricordata. Si tratta di realizzare un atto coercitivo. La libertà di movimento invece non chiama in causa la dignità, perché la sua limitazione può dare luogo a un obbligo, non a una coercizione nei confronti del singolo individuo. Se chiudo una strada o un'area del territorio nazionale, impongo una restrizione a una molteplicità di soggetti. La dignità personale dunque non è chiamata in causa. Ma allo stesso modo non si può adottare un atto coercitivo per far osservare il divieto di circolazione. Non c'è un giudice, dietro, ad autorizzarlo. Però mi lasci evocare un'ultima amnesia.
Ce ne sono davvero troppe...
Riguarda i detenuti. In un contesto in cui imponiamo restrizioni per impedire il contatto fra le persone, costringiamo in una condizione opposta la sola categoria dei reclusi. Costretti all'assembramento, se così si può dire. Siamo ai limiti del costituzionalmente tollerabile, come ricordo in un libro da poco alle stampe. E siamo stati finora fortunati. Ci è andata bene. Di contagi nelle carceri ce ne sono stati pochi. Ma non sfidiamo oltre il destino, per piacere.
bonculture.it, 4 novembre 2020
Alcune mamme detenute nella Casa circondariale Borgo San Nicola di Lecce sono le protagoniste di "Filastrocca delle mani", nata da un laboratorio curato dall'associazione Fermenti Lattici per Storie cucite a mano, progetto triennale selezionato dall'impresa sociale Con i Bambini, nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, che coinvolge anche le città di Moncalieri e Roma.
Gli incontri sono stati ideati con lo scopo di preservare il legame genitoriale anche in questi tempi difficili in cui genitori e figli sono, purtroppo, distanti. Questa "Filastrocca delle mani" insegna quali sono i comportamenti da adottare per proteggerci dal Covid19 e lo fa con le parole e i gesti premurosi delle mamme e con quel carico d'amore che resta inalterato anche quando si è lontani. Grazie a Storie cucite a mano, l'associazione Fermenti Lattici ha proseguito il lavoro già avviato nel carcere di Lecce con il progetto "Giallo, rosso e blu - I bambini colorano Borgo San Nicola" sostenuto da "Infanzia Prima", promosso da Compagnia di San Paolo, Fondazione Cariplo e Fondazione con il Sud, e grazie alla collaborazione e al sostegno con il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Puglia.
Attraverso attività ed eventi, da alcuni anni vengono coinvolti in maniera attiva bambini, genitori detenuti e liberi, accompagnatori. La Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti (Roma, 6 settembre 2016 - Ministero di Giustizia), alla quale il progetto aderisce, riconosce formalmente il diritto dei minori alla continuità del proprio legame affettivo con il proprio genitore detenuto e, al contempo, ribadisce il diritto alla genitorialità dei detenuti.
La condizione di svantaggio, che a Lecce riguarda circa 250 bambini che non hanno la possibilità di instaurare un rapporto quotidiano con il genitore, costruire ricordi e condividere un'esperienza gratificante con la propria famiglia, è ancora più complessa da qualche mese a causa della pandemia da Covid19. Al momento tutte le attività previste in carcere da Storie cucite a mano sono state sospese in presenza e rimodulate in versione "online" come lo sportello d'ascolto psicologico a cura di Psy Psicologia e Psicoterapia cognitiva integrata e i laboratori che coinvolgono minori e detenuti.
Il progetto Storie Cucite a Mano - coordinato dalla Cooperativa Sociale Educazione Progetto di Torino (capofila), dall'Associazione 21 luglio Onlus di Roma e da Fermenti Lattici di Lecce, con il monitoraggio della Fondazione Emanuela Zancan e la comunicazione a cura della Cooperativa Coolclub - è stato selezionato da Con i Bambini nell'ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e coinvolge numerosi partner nei vari territori.
Oltre alle amministrazioni comunali di Moncalieri e Lecce e all'Unione dei Comuni di Moncalieri, Trofarello e La Loggia, il progetto vede tra i partner Associazione Teatrulla, Cooperativa Sociale Pier Giorgio Frassati, Istituto Comprensivo Statale "Santa Maria" (Moncalieri), ABCittà società cooperativa sociale onlus, Associazione Garofoli/Nexus, Digiconsum, Istituto Comprensivo Giovanni Palombini, Fondazione per l'educazione finanziaria e al risparmio, In.F.O.L Innovazione formazione orientamento e lavoro (Roma), Casa Circondariale "Borgo San Nicola" di Lecce, ABCittà, Istituto Comprensivo "P. Stomeo - G. Zimbalo", Principio Attivo Teatro, Psy Psicologia e Psicoterapia cognitiva integrata (Lecce).
Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile nasce da un'intesa tra le Fondazioni di origine bancaria rappresentate da Acri, il Forum Nazionale del Terzo Settore e il Governo. Sostiene interventi finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori.
Per attuare i programmi del Fondo, a giugno 2016 è nata l'impresa sociale Con i Bambini, organizzazione senza scopo di lucro interamente partecipata dalla Fondazione Con il Sud. Info su www.conibambini.org.
di Massimiliano Minervini
gnewsonline.it, 4 novembre 2020
L'attività fisica con fini trattamentali è lo scopo del progetto "Tutti in forma", promosso dalla casa circondariale di Ascoli Piceno. Per alcuni giorni a settimana i detenuti possono allenarsi, rigenerando fisico e mente, con il coordinamento di istruttori qualificati.
"L'iniziativa prende il via da un accordo con il Centro Sportivo Italiano - spiega Eleonora Consoli, direttrice dell'istituto di pena - con cui è stata stipulata una convenzione. Un istruttore del C.S.I. si reca presso la nostra struttura due volte a settimana. All'interno del campo sportivo vengono svolti gli incontri con i detenuti".
Il programma di allenamenti sta riscuotendo successo. "I detenuti - afferma la direttrice - che partecipano alle attività sono circa quaranta e gli incontri durano almeno un'ora". Buone notizie anche da un punto di vista trattamentale: "Abbiamo avuto riscontri ottimi, - continua Consoli - giacché abbiamo rilevato una diminuzione dell'utilizzo della terapia farmacologica, in particolare per i detenuti psichiatrici. Chiaramente, vanno considerati anche tutti i benefici che l'attività all'aria aperta comporta". "L'attività non ha al momento un temine di decadenza - conclude Eleonora Consoli -. La nostra intenzione, visti i risultati, è andare avanti quanto più possibile".
di Sarah Martinenghi
La Repubblica, 4 novembre 2020
Allarme del Garante dei detenuti: "C'è stato anche un decesso". Positivi in Piemonte anche 36 agenti di custodia. Sono 29 i detenuti positivi al Covid ad Alessandria, dove sabato si è registrato anche un decesso: si tratta di un italiano di 71 anni che aveva patologie pregresse e dall'istituto penitenziario Don Soria era stato trasferito alla clinica Salus.
Altri detenuti positivi sono al carcere delle Vallette: secondo il garante dei detenuti sarebbero almeno 4, e desta preoccupazione il blocco "A", quello di massima sicurezza, dove ora sono stati sottoposti a tampone anche diversi altri reclusi. Sono stati contagiati dal virus anche una mamma e due bambini che si trovano all'Icam 8 l'istituto a custodia attenuata per le mamme con figli piccoli).
"Quest'ultimo allarmante dato e la morte del detenuto ad Alessandria riportano alla ribalta la necessità di provvedere quanto prima a rendere possibile l'esecuzione penale esterna per tutti quelli che già ne hanno diritto e per tutti coloro che rientrano nelle fasce deboli a rischio (anziani, persone con pluripatologie, diabetici, affetti da problemi polmonari o alle vie respiratorie, ecc.) - è il commento del garante dei detenuti Bruno Mellano - Infine appare urgente ed improrogabile la verifica di soluzioni alternative al carcere almeno per le mamme con bambini".
Crescono anche i numeri dei contagi tra gli agenti di polizia penitenziaria: 36 in totale. Così ripartiti: 9 ad Alessandria Don Soria, 1 Alessandria San Michele, 1 a Ivrea, 2 a Novara, 3 a Saluzzo 10 a Torino, 1 a Vercelli, e 1 ad Asti. Mentre nella Casa di reclusione di Saluzzo sono diventati di 8 gli agenti positivi, mentre per ora i detenuti sono stati risparmiati.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 4 novembre 2020
Sempre più gravi le condizioni del prigioniero politico palestinese in sciopero della fame contro la detenzione amministrativa, senza accuse formali né processo. Anche la Ue chiede il rilascio. "A causa della carenza di sali e fluidi nel suo corpo, Maher ha crisi frequenti, mal di testa acuti, vista e udito deboli, oltre a un forte dolore in tutte le parti del corpo, in particolare al petto". Così lunedì Addameer, storica ong palestinese per la tutela dei prigionieri politici, descriveva le condizioni fisiche di Maher al-Akhras. Detenuto in un carcere israeliano dal 27 luglio scorso, Maher non tocca cibo da allora.
Ieri sono trascorsi 100 giorni dall'inizio dello sciopero della fame del 49enne, sei volte padre, allevatore di Silat al Daher (vicino Jenin), ricoverato da settimane nel centro medico Kaplan della prigione israeliana di Ofer. La situazione sta degenerando, avvertono da tempo i palestinesi, alla cui voce si sono unite negli ultimi giorni anche quelle delle istituzioni internazionali.
Il 23 ottobre scorso il relatore speciale delle Nazioni unite per Israele e Palestina, Michael Lynk, ne ha chiesto l'immediato rilascio per la mancanza di accuse chiare contro di lui, mentre la Ue si è detta preoccupata per l'uso eccessivo della detenzione amministrativa da parte israeliana.
Una settimana fa era stato l'inviato speciale Onu Nickolay Mladenov a riportare al Consiglio di Sicurezza la necessità di fare pressioni su Israele per cessare il ricorso alla misura cautelare. Ieri è intervenuto Osama Saadi, deputato della Knesset israeliana per la Lista araba unita: "Lo sciopero di al-Akhras è diverso dai precedenti. Rifiuta le vitamine, il sale e ogni forma di trattamento medico. È il più lungo sciopero di questo tipo".
Da Israele, al momento, non giungono aperture: lo scorso 25 ottobre la Corte suprema israeliana ha rigettato l'appello presentato dall'avvocato di al-Akhras per un rilascio immediato. O meglio, ha mosso una sorta di controproposta: il congelamento dell'ordine di detenzione amministrativa (che dovrebbe scadere il prossimo 26 novembre) ma non la sua cancellazione.
Il significato lo spiega, ancora, Addameer: "La decisione della Corte non elimina il rischio di un rinnovo dopo la scadenza dei quattro mesi di detenzione amministrazione e dimostra l'intenzione di prolungare la detenzione a ogni costo". Da cui la decisione di Maher di continuare a rifiutare il cibo, per uscire dal circolo vizioso del carcere: dal 1989 al-Akhras è stato arrestato quattro volte e ha speso in detenzione amministrativa quasi cinque anni della sua vita. Stavolta l'accusa è di essere un membro della Jihad Islamica, accusa che lui rigetta.
La richiesta dell'uomo è la stessa dal 27 luglio: la fine della sua detenzione amministrativa e dell'uso strutturale della misura da parte di Israele. Introdotta nel 1967 e ripresa dal sistema legislativo del mandato britannico, la detenzione amministrativa permette il carcere senza processo e senza accuse formali, ordinata dall'esercito sulla base di file segreti in cui si dice convinto dell'insita pericolosità di una persona nei confronti dello Stato di Israele.
Una minaccia teorica che si traduce nel carcere a tempo indeterminato: l'ordine di detenzione amministrativa è rinnovabile senza limiti, per questo il diritto internazionale ne autorizza l'uso solo per tempi brevi e in caso di estrema emergenza. Il caso di Maher non è affatto un'eccezione, dal 1967 - anno di inizio dell'occupazione israeliana di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme est - Israele ha emesso oltre 50mila ordini di detenzione amministrativa.
A oggi sono 350 i detenuti amministrativi palestinesi. Negli ultimi due decenni in media ogni mese 400-500 palestinesi ne sono stati vittima, raggiungendo i picchi nei primi Duemila, durante la Seconda Intifada, con oltre mille casi al mese.
Come non è un'eccezione la protesta, collettiva e individuale. Il movimento dei prigionieri palestinesi, a partire dagli anni Settanta, ha fatto dello sciopero della fame una delle sue armi principali, capace di sottrarre all'occupazione militare il monopolio della violenza e il controllo dei corpi. È da allora che nelle celle inizia una battaglia nuova per il rispetto dei diritti umani e il riconoscimento della prigionia politica.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 4 novembre 2020
Il giornalista e il suo interprete erano morti nel 2014 nella regione del Donbass mentre seguivano il conflitto russo-ucraino. La Corte d'Assise d'Appello di Milano ha assolto Vitaly Markiv, l'ex soldato ucraino condannato in primo grado a Pavia a 24 anni per aver fornito un "contributo materiale determinante" all'omicidio di Andy Rocchelli, il reporter italiano rimasto vittima di un attacco nella regione ucraina del Donbass nel maggio 2014. L'Appello ha annullato la condanna di primo grado e disposto l'immediata scarcerazione per "non aver commesso il fatto".
Il giornalista si trovava con il suo interprete Andrej Mironov, morto nello stesso attacco, lungo il fronte per documentare gli scontri tra i separatisti filo-russi e l'esercito ucraino.
Markiv, 29 anni, italo ucraino, ed ex soldato della guardia nazionale ucraina, era stato arrestato nel 2017 e condannato nel luglio 2019 perché considerato dai giudici pavesi (città d'origine di Rocchelli) la persona che aveva individuato come sospetti i giornalisti e dato il via libera ai colpi di mortaio che li avrebbero uccisi: l'italo-ucraino era al comando della milizia che sparava. Rocchelli, che lavorava per l'agenzia Cesura, con sede a Pianello, aveva un figlio di due anni.
"Vedremo le motivazioni della sentenza e vedremo il da farsi, continuiamo a ritenere corretta la ricostruzione del Tribunale di Pavia e della Procura generale di Milano, a loro e a nostri avvocati va la nostra riconoscenza" ha Elisa Signori, madre di Andrea Rocchelli, dopo la sentenza d'appello.
di Fabrizio Borasi*
Il Dubbio, 4 novembre 2020
La giudiziarizzazione della politica, cioè la crescente ingerenza da parte degli organi giudiziari in decisioni fino a poco tempo pacificamente considerate di competenza di quelli politici (che riguardano argomenti quali i limiti all'immigrazione, la regolamentazione delle scelte di vita famigliari e sentimentali, la disciplina delle prestazioni sociali e delle attività economiche ecc.) è un fatto che interessa tutte le società occidentali. Essa riguarda in ultima analisi il rapporto tra due fondamentali settori della vita pubblica, quello del diritto e quello della politica, e le eventuali "invasioni di campo" di uno ai danni dell'altro.
Al di là delle analogie di forma e di contenuto, il rapporto tra politica e diritto è però molto diverso nei vari Paesi, per cui i conflitti tra la prima e il secondo assumono caratteri differenti a seconda della relazione esistente tra i due "contendenti".
La distinzione fondamentale all'interno della comune famiglia dei Paesi occidentali è quella tra Stati di tradizione anglosassone (Gran Bretagna, Usa) e Stati europei continentali (Italia, Francia, Germania): nei primi diritto e politica sono separati e contrapposti tra loro quanto al contenuto e alle finalità, mentre nei secondi essi sono sì distinti quanto alle modalità di gestione, ma complementari tra loro, essendo entrambi parte dell'unica attività statale.
Nei Paesi anglosassoni il diritto riguarda i rapporti tra i singoli soggetti (compresi ovviamente quelli pubblici), mentre la politica riguarda lo svolgimento delle attività di interesse generale (differenza di contenuto): entrambi seguono una logica possibilista e ammettono applicazioni di parte (semplificando, conservatrici o progressiste), rese evidenti dalla presenza nelle sentenze delle opinioni dissenzienti. In quelli europei continentali invece sia il diritto che la politica si occupano da punti di vista diversi di combinare tra loro la disciplina dei rapporti individuali e gli scopi di interesse generale, solamente che il primo lo fa tramite delle decisioni che seguono una logica escludente, "legittimo/ illegittimo", mentre la seconda lo fa per mezzo di scelte basate su una logica possibilista "opportuno/ inopportuno" (differenza di modalità di gestione).
Solamente la politica ammette diverse possibili applicazioni di parte, mentre le decisioni giuridiche, anche quanto scopertamente partigiane sono pur sempre basate sulla logica escludente. Le leggi (e in primis le costituzioni) nei Paesi anglosassoni sono solo una messa per iscritto dei diritti individuali già esistenti a monte (tale è la Costituzione americana) e possono anche mancare (come accade in Gran Bretagna, Paese senza una Costituzione formale); in quelli europei continentali invece le leggi e, soprattutto le Costituzioni sono la fonte dei diritti individuali che se non sono previsti delle norme in sostanza non esistono.
Tutto ciò ha una precisa origine storica nella diversa evoluzione dei due tipi di Stato a partire dalla comune realtà della monarchia medievale che riconosceva al sovrano due fasci di poteri, quelli di iurisdictio (di amministrare il diritto) e quelli di imperium (di gestire la politica). Mentre nella monarchia britannica a potere limitato, e negli Stati da essa derivati, imperium e iurisdictio sono sempre rimasti separati a partire dalla Magna Charta sino ad oggi, essi si sono uniti in capo al sovrano nelle monarchie assolute continentali e tale unione si è mantenuta per tanti aspetti anche negli attuali stati democratici che da quelle sono derivati.
Così, laddove (oltreatlantico e oltremanica) diritto e politica sono separati, i contrasti e reciproche invasioni di campo, per quanto importanti e capaci di segnare ampi settori della società, non sono mai tali da stravolgere il funzionamento della vita civile che si basa sulla loro separazione. Le decisioni giudiziarie che "cassano" una determinata linea politica contenuta nei programmi di governo o nelle leggi approvate dagli organi parlamentari si limitano infatti a creare delle aree di libertà non toccate, "immuni" dalle conseguenze delle decisioni politiche giudicate (a torto o a ragione) contrarie al diritto, che possono riguardare gruppi più o meno ampi di persone (gli omosessuali legittimati a contrarre matrimonio, i cittadini a cui è riconosciuto il diritto di accogliere gli immigrati irregolari ecc.), ma non vanno mai a intaccare il ruolo delle scelte politiche per quanto riguarda la valutazione dell'interesse generale da perseguire. Nei sistemi anglosassoni, diritto e politica, anche quanto fanno a pugni, alla fine di ogni round ritornano sempre nel loro angolo, e per rimanere alla metafora pugilistica, nel lungo periodo la vittoria dell'uno o dell'altra è sempre solamente "ai punti".
Nel vecchio continente invece, dove anche se distinti tra loro (in maniera più netta in Francia e Germania, in modo più indeterminato in Italia) diritto e politica si completano a vicenda, i loro contrasti portano spesso la parte prevalente a mettere "fuori combattimento" l'avversario e ad occupare stabilmente il terreno di gioco comune, finendo per decidere unicamente secondo la propria logica di funzionamento sia l'interesse generale che la tutela dei diritti individuali riguardo ad ampi settori della vita sociale.
Così la giudiziarizzazione della politica al di qua della Manica, oltre ai problemi sul contenuto specifico delle decisioni, presenta un ulteriore pericolo: quello di sottoporre i cittadini a un potere pubblico simile ad un ircocervo che da un lato si basa su scelte di parte (conservatrice o progressista poco importa) e dall'altro agisce secondo la logica escludente legittimo/ illegittimo che stronca sul nascere ogni discussione (e minaccia di stroncare ogni dissenso) sulle decisioni prese dagli organi giudicanti (o tecnocratici). Una possibilità che deriva dalla diversa cultura civile e dalla diversa storia dei Paesi europei continentali e della quale è giusto tenere conto.
*Saggista, esperto di storia del pensiero giuridico
di Massimo Congiu
dirittiglobali.it, 4 novembre 2020
Il carcere diventa non il luogo del recupero previsto dall'Articolo 27 della Costituzione, ma quello della discarica sociale e della disperazione. Nei giorni scorsi, il numero dei suicidi nelle carceri campane è arrivato a nove. Nove casi (sei nel 2019) che impongono una riflessione profonda su quello che succede nei nostri istituti di pena. Ciò è avvenuto con la morte di Salvatore L., un detenuto di 22 anni che lo scorso martedì 20 ottobre si è impiccato nel carcere di Benevento.
Salvatore era napoletano, e da Brindisi era stato trasferito a Benevento dove era arrivato per un'udienza. Condivideva la cella con un'altra persona. Alle 15.00 del 20 ottobre aveva parlato al telefono con la sua compagna, poi il gesto estremo.
Sullo sfondo di questi episodi possiamo immaginare disperazione, lo stato d'animo di chi sente di non avere via d'uscita. "Non conosciamo il corto circuito che porta a queste tragedie - commentano Samuele Ciambriello e Pietro Ioia, garanti regionale e del comune di Napoli rispettivamente - il carcere è stato rimosso, è diventato una discarica sociale che ospita detenzione sociale". Quel che si sa è che tali episodi, almeno in Campania, riguardano nella maggior parte dei casi, giovani entrati in carcere per reati non gravi, finiti in celle di pochi metri quadrati da condividere con altri detenuti. Poi, chissà, il senso di impotenza, la convinzione crescente di essersi bruciati in modo definitivo prevalgono sulla capacità di elaborare il proprio errore, il proprio vissuto personale, la possibilità di venirne fuori.
"In carcere e di carcere si muore", denunciano i garanti i quali puntano il dito sull'assenza dello Stato negli istituti di pena; una situazione pesante per tutta la popolazione carceraria, per chi è detenuto e per chi ci lavora, come dimostra anche la casistica considerevole riguardante i suicidi tra gli agenti di polizia penitenziaria. Le carceri sono abbandonate a sé stesse, secondo Riccardo Polidoro, responsabile dell'Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali Italiane, quella dello Stato è "un'assenza storica che ha le sue radici nella voluta ignoranza dei cittadini, disinformati e disinteressati. Una volontà politica che travolge i mass media che del carcere non si occupano e, se lo fanno, inducono a far ritenere che problemi non ce ne sono".
Una situazione, questa, resa ancora più complicata dal bieco giustizialismo di certa parte politica che cerca consensi scavando nello stomaco profondo dell'opinione pubblica tirandone fuori paure cui risponde con semplificazioni atroci. Così il carcere diventa non il luogo del recupero previsto dall'Articolo 27 della Costituzione, ma quello della discarica sociale e della disperazione, appunto.
Così, in occasione della Conferenza dei Garanti Territoriali delle persone private della libertà svoltasi a Napoli il 9 e 10 ottobre scorsi, si è parlato della necessità di sensibilizzare l'opinione pubblica rispetto a questo argomento per combattere la disinformazione e attivare un canale comunicativo tra il mondo di fuori e il mondo di dentro.
I nostri istituti di pena soffrono di diversi mali, di carenze strutturali e di personale, di sovraffollamento, realtà quest'ultima sempre menzionata nell'ambito della complessa tematica carceraria. Un problema concreto e riconosciuto dagli addetti pur con la precisazione del Presidente dell'Autorità Garante nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma, secondo il quale le problematiche esistenti in tale ambito sono "più di carattere qualitativo che quantitativo e non prevalentemente di sovraffollamento".
Ciambriello e Ioia chiedono a gran voce che venga fatta chiarezza su questa recente morte a Benevento e sostengono che ci vogliono più figure sociali nelle carceri, più attività trattamentali, più attività di rieducazione senza le quali non si può parlare di una prospettiva di reinserimento sociale. Intanto la casistica nazionale del fenomeno descritto in questa sede è salita a 49 episodi dall'inizio dell'anno con l'ancora più recente suicidio di un detenuto di 35 anni che si è impiccato con una felpa nel carcere romano di Regina Coeli. Questo nuovo tragico avvenimento non fa che confermare l'urgenza di cambiamenti necessari per restituire dignità e speranza a chi sta pagando il suo debito con la giustizia.
- Carcere, paure, chiusure e un futuro che sembra assomigliare tanto al peggio del passato
- Decreto "Scarcerazioni", mafiosi esclusi anche prima
- Amnistia e indulto: una riforma opportuna
- Carceri, contagi da Covid raddoppiati in una settimana
- Il Pg della Cassazione Salvi: "Arrestate soltanto se è necessario"










