di Liana Milella
La Repubblica, 4 novembre 2020
Dopo Elena Paciotti, potrebbe essere la seconda donna presidente del sindacato dei magistrati. Sabato la votazione. Si può tingere di rosa il vertice dell'Anm? Com'è successo per la Consulta con Marta Cartabia, per l'Avvocatura dello Stato con Gabriella Palmieri, per il vertice del Consiglio nazionale forense con Maria Masi, per la Cassazione, come presidente aggiunto, con Margherita Cassano. È accaduto ormai anche per giudicesse divenute prime donne nelle correnti, Anna Giorgetti, presidente di Autonomia e indipendenza (la corrente di Davigo) e Paola D'Ovidio, segretaria di Magistratura indipendente. Dunque, adesso, con una decisione collegiale, una donna potrebbe diventare anche il simbolo del sindacato delle toghe.
Un nome c'è. È quello di Silvia Albano, 59 anni, giudice civile a Roma. Ha scritto lei il provvedimento sullo scambio di embrioni al Pertini. Si è occupata prima di famiglia, e oggi lavora sui diritti degli immigrati. È di Magistratura democratica, ma iscritta anche ad Area, il gruppo di sinistra che ha vinto le elezioni dell'Anm. Con 381 voti è arrivata seconda dopo il presidente uscente Luca Poniz. Sulla rivista Questione giustizia, l'houseorgan di Md diretto da Nello Rossi, ha appena scritto una lunga riflessione sull'Anm del dopo Palamara, e delle donne ha detto: "Il sapere femminile potrà avere un ruolo fondamentale nel percorso della nuova Anm. Non si tratta solo di valorizzare i ruoli delle donne nell'associazione, ma di valorizzare quel sapere femminile che deriva da una cultura che ha radici millenarie ove le donne, proprio perché escluse dal potere, hanno affinato la capacità di cura delle relazioni, l'ascolto dell'altro, l'accoglienza".
Nella ultracentenaria storia del sindacato dei giudici è accaduto finora una sola volta che una donna riuscisse a scalare il vertice. È riuscito a Elena Paciotti negli anni Novanta. Quando presidente della Repubblica era Oscar Luigi Scalfaro, e tra i due si stabilì un dialogo importante. Comunque stiamo parlando ormai del secolo scorso. Mentre nel frattempo una rivoluzione rosa ha investito la magistratura, visto che le donne ormai hanno superato i maschi. Su 9.787 giudici, sono 4.479 gli uomini e ben 5.308 le donne. Un andamento confermato dalle presenze femminili negli ultimi quattro concorsi, dove le donne appunto vanno sempre ben oltre il 50%. Un quadro numerico che trova la sua conferma nelle recenti elezioni del parlamentino dell'Anm votato a ottobre e di cui la metà esatta, 18 componenti su 36, sono donne. Un dato che chiaramente riflette la composizione attuale della magistratura, dove molte donne hanno anche raggiunto posizioni di vertice negli uffici.
È praticamente certo che sabato 7 novembre - quando si riunirà per la prima volta il nuovo parlamentino dell'Anm - sarà messa sul piatto la soluzione su cui ormai si sta ragionando dall'esito del voto, avvenuto tra il 18 e il 20 ottobre. Una giunta unitaria, che veda assieme la corrente che ha vinto, Area, cui spetterebbe anche il, o la, presidente, assieme alla seconda classificata, Magistratura indipendente, seguite da Unicost e Autonomia e indipendenza.
Gli stessi gruppi che, nel quadriennio 2016-2020, hanno gestito l'Anm con presidenze a rotazione di un anno ciascuna. Tranne l'ultima, per via dell'irrompere sulla scena dell'inchiesta di Perugia su Palamara. Dopo la presidenza di Piercamillo Davigo, ecco quella di Eugenio Albamonte di Area, pm a Roma, seguita un anno dopo da quella di Francesco Minisci di Unicost, anche lui pm a Rona. Poi si arriva al giudice civile di Genova Pasquale Grasso di Mi, oggi in bilico per un posto di consigliere del Csm, che però si dimette dopo neppure un mese criticato dagli altri gruppi che gli contestano di non aver reagito con la necessaria durezza allo scandalo Palamara che ha rischiato di travolgere il Csm ma anche l'Anm, e in cui Unicost e Mi avevano un ruolo di assoluti protagonisti.
Si va così all'ultima giunta, quella presieduta da Luca Poniz, storica toga di Md e pm a Milano, che guida l'Anm fino al voto, poi rinviato da marzo a ottobre per via del Covid. E che vede le dimissioni proprio di Silvia Albano, poiché lei è convinta che la situazione della magistratura richieda un rinnovamento profondo, anche sindacale, per cui è necessario votare subito. Ma alla fine le toghe optano per una consultazione online che slitta a ottobre.
E adesso che succede? Di nuovo tutti assieme, in un unanimismo correntizio che fa veleggiare una barca in cui chi sta sopra a volte si agita così tanto da rischiare di farla affondare? L'ipotesi di una possibile scissione dell'Anm, che pure aveva fatto capolino nel dibattito prima del voto, pare ormai decisamente accantonata. Silvia Albano la considera un'ipotesi del tutto irrealistica, nonché gravemente dannosa: "La dissoluzione dell'Anm sarebbe una tragedia non per i componenti dei suoi organi dirigenti o per chi vuole conquistare posizioni di potere e raccomandazioni. Per quello non serve l'Anm, bastano cordate, lobby, gruppi di potere più o meno occulti, dalle quali non c'è sorteggio o legge elettorale che ci metterebbe al riparo. L'Anm non è un nostro patrimonio, dei gruppi o delle persone che oggi compongono i suoi organi dirigenti, che possiamo permetterci di dissipare, ma è parte del sistema democratico di questo Paese".
Parole forti che però non dovrebbero convincere anche Articolo Centouno, il nuovo gruppo di Andrea Reale, che è riuscito ad aggiudicarsi lo stesso numero di consiglieri davighiani, ben quattro. Drastici nel chiedere il sorteggio per il Csm, Reale e i suoi hanno posto un aut aut, o accettate integralmente il nostro programma oppure restiamo fuori. Tutto lascia pensare che gli altri rispondano con un "no, grazie", anche se questa scelta porterà a un continuo match che potrebbe soltanto giovare a Reale in vista del voto per il Csm nel 2022.
Una "svolta etica"
Albano è per l'unità sì, ma rifiuta gli aut aut. La sua linea è chiara: "La magistratura non può affrontare divisa una crisi che è forse la più grande nella storia repubblicana e rischia di sfociare in un assetto costituzionale molto diverso da quello che aveva delineato una giurisdizione effettivamente indipendente". L'Anm deve esserci, superando l'appannamento della magistratura stessa che il caso Palamara ha prodotto perché - come scrive Albano - "non si può negare che nelle chat ci sia la traccia di un sistema nel quale, a diversi livelli, tutte le componenti erano a vario titolo coinvolte e sono ora chiamate a mettersi profondamente in discussione". Lei è convinta però che "scelte coraggiose" siano possibili, con "una profonda autocritica da parte di tutti e la capacità di mettere in campo un progetto di rifondazione etica dell'associazionismo giudiziario".
Che Albano creda profondamente nel valore della stessa Anm è evidente quando dice: "L'Anm ha alle spalle una storia gloriosa: è stata non solo l'associazione che ha dovuto sciogliersi per il rifiuto di trasformarsi in un sindacato fascista, ma quella che nei tempi più bui e difficili, unitariamente, è riuscita a difendere l'autonomia e l'indipendenza della magistratura e ne ha conquistato l'assetto egualitario che conosciamo, disegnando un modello di ordine giudiziario conforme ai valori costituzionali". Già, proprio quei valori che tanti colleghi in cerca di poltrone sembravano aver del tutto dimenticato.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 4 novembre 2020
La denuncia di Amnesty. Due funzionari di polizia condannati per fatti relativi al G8 di Genova del 2001 sono stati recentemente promossi a vicequestori. La notizia, fatta circolare lunedì da Amnesty International, ha immediatamente sollevato polemiche politiche.
Pietro Troiani e Salvatore Gava parteciparono all'irruzione nella scuola Diaz la sera del 21 luglio. Il primo introdusse due molotov nell'edificio e il secondo ne accertò il "ritrovamento". Per questo furono condannati a 3 anni e 8 mesi e all'interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Il 28 ottobre scorso la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese e il capo della polizia Franco Gabrielli li hanno promossi entrambi a vicequestori.
I fatti della Diaz sono ricordati come la "macelleria messicana". L'espressione fu utilizzata nel 2007 in un'aula di tribunale da Michelangelo Fournier, che partecipò all'irruzione come vicequestore aggiunto del primo reparto mobile di Roma. Quella notte nell'edificio dormivano manifestanti legati al Genoa Social Forum. L'operazione portò all'arresto di 93 persone. Di queste 63 finirono in ospedale. Tra loro c'era anche il giornalista inglese Mark Covell, che ci arrivò in coma.
Il "ritrovamento" delle molotov servì a giustificare l'intervento, che si configurò come una vera e propria mattanza. Per quella vicenda la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia in due diverse occasioni, nel 2015 e 2017, stabilendo che le forze dell'ordine avevano commesso veri e propri atti di tortura. Il regista Daniele Vicari ha ricostruito l'episodio nel film-denuncia "Don't Clean Up This Blood" (2012). "Desta sconcerto che funzionari di polizia condannati per violazioni dei diritti umani restino in servizio e, anzi, vengano promossi a ulteriori incarichi", ha dichiarato Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia.
La decisione ha provocato reazioni tra gli esponenti di diversi partiti politici. "Lamorgese e Gabrielli revochino la promozione - ha detto il senatore del Movimento 5 Stelle Gianluca Ferrara - Chi è stato condannato per reati così gravi dovrebbe essere radiato". Di "insulto allo stato di diritto e alle tante persone che hanno subito la brutale violenza poliziesca" ha parlato Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, partito che prese parte alle proteste.
"Questa incomprensibile promozione non può che minare la fiducia già precaria verso lo Stato", hanno scritto in una nota Massimiliano Iervolino e Giulia Crivellini, dei Radicali italiani. Per il parlamentare di Liberi e Uguali Erasmo Palazzotto: "È grave che siano concesse promozioni e avanzamenti a membri delle forze dell'ordine già condannati per violazione dei diritti umani. Serve introdurre i codici identificativi per le forze dell'ordine". L'esponente di LeU presenterà un'interrogazione parlamentare alla ministra Lamorgese.
di Emilia Urso Anfuso
Libero, 4 novembre 2020
Luca Palamara, 51 anni, è stato presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati nonché membro del Consiglio Superiore della Magistratura. È stato espulso dalla magistratura a seguito dello scandalo che lo ha coinvolto. È al centro di una vicenda complessa scoppiata in seno alla magistratura, e che ha trovato - almeno apparentemente - un solo protagonista, un unico colpevole: Luca Palamara. Eppure, basta scavare un poco tra le pieghe di questa storia per capire Che non ha senso urlare allo scandalo.
In queste ore circola la storia della "manina" che avrebbe passato le carte ai giornali per far saltare le trattative sul nuovo vertice dei pm di Roma. Pare una spy story...
"Non sta a me stabilire se esista o meno una "manina" che avrebbe passato le carte ai giornali con riferimento a fatti e notizie che riguardavano l'indagine nei miei confronti. Ciò che è certo è che anch'io sono interessato a comprendere come e perché determinate informazioni siano state divulgate e diffuse in maniera illecita".
Perché ciò che è considerato normale in politica non lo è all'interno della magistratura?
"In questo momento, e sottolineo in questo momento, è stato più facile identificare nella mia persona l'unico autore degli accordi all'interno delle correnti. Ma ciò è accaduto perché non è mai stato spiegato il meccanismo attraverso il quale le correnti operano all'interno della magistratura stessa. Questo ha creato una sorta di diversità tra ciò che avviene in politica e ciò che avviene in magistratura. Intendo dire che, poiché mai stato reso pubblico il sistema delle nomine all'interno del Csm, quando si è iniziato a parlarne si è gridato allo scandalo. I cittadini conoscono il sistema delle nomine in politica e perciò non lo ritengono scandaloso".
Il Csm sembra non trovare pace anche sulla nomina in sostituzione del dimissionario Mancinetti...
"Non ritengo di essere la persona più indicata a rispondere alla domanda. Posso dire ciò che penso: non si è raggiunto un accordo tra le correnti".
Di recente è entrato a far parte della Commissione sulla riforma della giustizia del Partito Radicale. Una giustizia giusta è possibile?
"Per circa 25 anni ho operato all'interno della magistratura, e ho sempre seguito la linea dell'applicazione imparziale della legge. Avrò modo e occasione, spero, di dimostrare che mi sono sempre battuto per i principi di una giustizia giusta. Per questo motivo, ho ritenuto di voler mettere a disposizione l'esperienza della mia attività per chi si è sempre battuto per questi principi, anche se ho espresso nel corso degli anni diversità d'opinione e d'idee su determinate questioni. Però, poiché ritengo che il tema della giustizia molto importante per la vita dello Stato e dei cittadini, voglio mettere il mio bagaglio personale e professionale a disposizione di tutti".
È stato denominato "Il caso Palamara" ma sarebbe stato più corretto denominarlo "Il caso magistratura". A un certo punto sembrava addirittura che la magistratura fosse composta di un solo elemento: lei. Mi sono fatta l'idea che tutto nasca dalla frattura tra Unicost e Magistratura democratica e la nuova alleanza con Magistratura indipendente. È così?
"La mia storia politica e associativa è caratterizzata da un'alleanza tra la corrente di Unicost e le correnti della sinistra giudiziaria. Quando quest'alleanza si è affievolita, in special modo nell'ultimo periodo, in occasione della nomina del vice presidente Ermini, si è verificato uno scostamento maggiore verso l'area moderata, e sono iniziati a nascere problemi che a un certo punto hanno riguardato direttamente la mia persona".
Mi dica la verità: lei è più potente di quanto voglia far apparire? Perché tutto quest'accanimento contro di lei? Cosa può aver mai ordito che gli altri non potessero?
"L'idea dell'uomo solo al comando non mi è mai piaciuta e non mi sono mai sentito tale. Sono stato semplicemente un magistrato che in una fase della sua vita ha fatto parte di un meccanismo, quello delle correnti, all'interno del quale, interfacciandomi con le altre, ho operato".
La cosa particolare è che lo scandalo non è scoppiato tanto all'interno della magistratura quanto a livello socio-politico. Ha scandalizzato gli italiani...
"Ogni giorno ci sono giudici impegnati nei casi più svariati. Dall'ambito civile, come i divorzi, oppure che decidono di uno sfratto, o sono chiamati a giudicare un ladro o un truffatore. Ai cittadini va spiegato che il fatto che mi ha riguardato è interno alla magistratura, si riferisce alla gestione interna del potere, ma non intacca l'applicazione imparziale della legge. Questa situazione, quindi, non deve incrinare la fiducia che i cittadini ripongono nel sistema giudiziario".
Di recente si sono tenute le elezioni del comitato direttivo centrale: tonfo per Autonomia & Indipendenza, la corrente di Davigo, costretto però dai colleghi a lasciare la carica per decadenza a poche ore dal voto. Fatto fuori pure lui?
"Davigo è stato tra i giudici che mi ha giudicato, e per tale motivo non mi esprimo su questo punto. Posso però dire che nemmeno io mi aspettavo che a distanza di pochi giorni dalla decisione che mi ha riguardato, egli sarebbe decaduto dal Csm. È però certo che la scorsa estate c'erano avvisaglie su quanto sarebbe accaduto".
Il giorno successivo all'esplosione dello scandalo sulle nomine, 5 consiglieri togati su 16 si sono dimessi e il Procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio in pensionamento forzato: un fuggi fuggi generale che potrebbe apparire come un'ammissione di colpe...
"Ognuno risponde dei propri atteggiamenti e comportamenti, io rispondo per me stesso. Non voglio giudicare il comportamento degli altri".
Lei potrebbe tornare a breve a indossare la toga se le Sezioni Unite della Cassazione dovessero ammettere il suo ricorso...
"Non demordo, utilizzerò tutti gli strumenti processuali che l'ordinamento mi mette a disposizione, facendo ricorso all'organo di ultima istanza, perché ho pieno interesse a far emergere tutta la verità su come sono andate le cose. Voglio anche far comprendere perché in quel periodo storico la corrente di sinistra della magistratura era fortemente ostica nei confronti del Procuratore Viola. Per tale motivo il ricorso sarà funzionale in attesa della decisione della sezione disciplinare, per continuare a far valere i miei diritti fino a che mi sarà possibile, passando per le Sezioni Unite e la Corte Europea per i Diritti dell'Uomo, per ristabilire la verità dei fatti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 novembre 2020
Decisiva la sentenza della Consulta sulla retroattività della "spazza-corrotti". Per la prima volta un ergastolano ostativo ha ottenuto la liberazione condizionale nonostante la sua mancata collaborazione con la giustizia. Una concessione che ha tenuto conto degli effetti della storica sentenza numero 32 della Corte costituzionale, quella sulla incostituzionalità degli effetti retroattivi della riforma "spazza-corrotti" voluta dal ministro Bonafede.
Per essere più chiari. L'ergastolano, attualmente difeso dall'avvocato Michele Passione e Gianfranco Giunta, ha avuto una condanna per i delitti commessi nel 1990. Prima del 1992 - o meglio prima del decreto post strage di Capaci sul 4 bis che ha inasprito la formula originaria voluta da Falcone -, l'accesso ai benefici non era subordinata all'obbligo di collaborare con la giustizia. Quindi anche per i condannati ostativi vale il divieto di retroattività sancito dall'articolo 25 della Costituzione. Un concetto ribadito dalla Consulta nel dichiarare appunto incostituzionale la retroattività della legge "spazza-corrotti".
L'avvocato Passione, nell'istanza, ha fatto riferimento proprio a questo. Il magistrato di sorveglianza di Firenze, nel concedere il beneficio, ha preso in considerazione l'evoluzione giurisprudenziale sul tema della retroattività delle norme in materia di esecuzione penale. L'ergastolano ha commesso reati antecedenti alla data in vigore della disposizione che ha introdotto quei paletti (ora messi in discussione dalla recente sentenza della Consulta sul 4 bis) che rende inammissibile la concessione di taluni benefici, compresa la liberazione condizionale.
L'ergastolano è detenuto fin dal 1993 per il duplice omicidio commesso al luglio del lontano 1990. Degno di nota - onde evitare le polemiche strumentalizzando le vittime - è il fatto che il condannato ha inviato una lettera di scuse nel 2018 ai familiari delle due persone uccise: costoro hanno risposto affermando sostanzialmente di accettarle e di non aver alcuna rivendicazione nei suoi confronti comprendendo il "contesto" in cui era avvenuto l'efferato delitto. Un contatto epistolare che il magistrato di sorveglianza stesso, ritiene umanamente significativo.
L'ergastolano, fin dal 2011 ha cominciato a fruire dei permessi premio e dal 2016 il tribunale di Firenze lo ha ammesso alla misura di libertà visto che nel tempo - come si leggono nelle relazioni di sintesi - "ha consolidato atteggiamenti collaborativi ed autocritici nel rapportarsi e nella disamina articolata sulle circostanze correlate alla commissione del reato". Non solo, nelle relazioni risulta verificata "l'assenza di pericolosità sociale, né elementi concreti in ordine al mantenimento di collegamenti con la criminalità organizzata".
D'altronde, lo stesso tribunale di sorveglianza di Firenze che gli ha concesso la liberazione condizionale, ha fatto i dovuti accertamenti. Infatti - scrive il giudice nell'ordinanza - "dalle informazioni dell'organo di polizia e del comitato prefettizio non emergono elementi concreti e specifici dai quali desume la sussistenza di collegamenti attuali con la criminalità organizzata e/ o eversiva".
Il giudice ha anche potuto constatare che la relazione del gruppo di osservazione della casa circondariale "Mario Gozzini", dà conto dell'impegno nell'attività lavorativa, cambiata nel corso del tempo. Tanti sono gli elementi che hanno permesso di ritenere che, sotto il profilo del sicuro ravvedimento, nel caso di specie ricorrono le condizioni per l'accoglimento dell'istanza, "considerata l'irreprensibile condotta, la piena revisione critica del fatto, il buon esito de permessi premio". Resta sullo sfondo che tale ordinanza potrebbe aprire un varco per tutti gli ergastolani che sono stati condannati per delitti commessi prima del 1992. D'altronde ciò è cristallizzato nella sentenza della Consulta che si è dovuta pronunciare sulla riforma Bonafede.
di Titti Beneduce
Corriere del Mezzogiorno, 4 novembre 2020
Il tribunale di sorveglianza incrementerà i permessi. È urgente ridurre il più possibile il numero delle persone detenute in carcere: è questo l'appello che rivolgono ai capi degli uffici giudiziari la Camera penale di Napoli e la Onlus "Il carcere possibile".
Gli avvocati si rivolgono anche "a tutte le forze politiche affinché, in sede di conversione del decreto, vengano ampliate e mutale le condizioni di accesso alla misura della detenzione domiciliare". Il documento è stato elaborato dopo l'incontro di lunedì scorso con il provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria cui erano presenti anche il presidente del Tribunale di sorveglianza di Napoli, il garante regionale per le persone private della libertà personale, i direttori dei tre istituti napoletani di Poggioreale, Secondigliano e Pozzuoli e l'associazione "Antigone".
"Nel corso della riunione - si legge nella nota - si è appreso che negli istituti penitenziari di Napoli si stanno sottoponendo a tampone tutti i detenuti e tutto il personale sanitario e di polizia penitenziaria. Ad oggi sono stati eseguiti già 300 tamponi nel carcere di Poggioreale e nei prossimi giorni verranno eseguiti tamponi, a tappeto anche nell'istituto di Secondigliano.
Dalle verifiche sanitarie effettuate è emerso che il virus ha già varcato le porte del carcere e, pur essendo la situazione ad oggi ancora sotto controllo, in ragione del numero contenuto dei contagiati (circa 20), è ormai indispensabile - ritengono i penalisti - agire con la massima celerità affinché gli istituti possano disporre di spazi da destinare all'isolamento sanitario dei casi sospetti e dei detenuti risultati positivi. Spazi allo stato sostanzialmente assenti, a causa delle gravi condizioni di sovraffollamento in cui si trovano in particolare gli istituti di Poggioreale e Secondigliano".
Qualcosa si muove: il presidente del Tribunale di Sorveglianza, Adriana Pangia, ha riferito che saranno concesse le licenze necessarie a consentire ai detenuti in semilibertà di poter restare a dormire presso le proprie abitazioni fino al 30 novembre, con provvedimento eventualmente prorogabile almeno fino al 31 dicembre. Questa disposizione consentirà di utilizzare, ai fini dell'isolamento, gli spazi detentivi riservati ai semiliberi.
Tuttavia, denunciano Camera penale e Onlus, è ancora troppo poco: "A causa delle numerose condizioni ostative all'accesso alla detenzione domiciliare per coloro che devono espiare pene o residui di pena non superiori a 18 mesi, risulta particolarmente contenuto il numero di detenuti che potranno beneficiare della misura alternativa alla detenzione (ad una prima analisi certamente inferiore a circa 250 detenuti per tutti e tre gli istituti cittadini)".
Si ripresenta poi un vecchio problema legato alla detenzione domiciliare: "Senza contare - si legge ancora nel documento - che la previsione dell'obbligo dell'utilizzo dei braccialetti elettronici per i detenuti con pene da scontare superiori a sei mesi, in quanto da sempre disponibili in numero ampiamente insufficiente, costituirà un' ulteriore condizione di estrema difficoltà di accesso alla misura e produrrà un significativo allungamento dei tempi per la sua concreta applicazione; tempi del tutto incompatibili con l'attuale situazione emergenziale".
di Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 4 novembre 2020
Non si configura il profitto del reato fiscale e manca la provenienza delittuosa Antonio Iorio La restituzione delle somme precedentemente pagate da parte di coloro che hanno ricevuto fatture false non configura il reato di riciclaggio in quanto tali importi non rappresentato il profitto del reato fiscale e quindi non possono considerarsi di provenienza delittuosa.
A fornire questa indicazione è la Cassazione sezione 2 penale con la sentenza 30206/2020 depositata il 3o ottobre. Il giudice per l'udienza preliminare emetteva sentenza di proscioglimento nei confronti di alcune persone imputate di riciclaggio e reimpiego (articoli 648-bis e 648-ter del Codice penale). La contestazione traeva origine da alcuni assegni che un coimputato accusato di avere emesso fatture inesistenti consegnava agli imputati a giustificazione degli importi fittizi. Secondo il giudice tali somme non costituivano il profitto del reato fiscale, che doveva invece essere individuato nel risparmio di imposta.
Pertanto le condotte di "gestione" di tali assegni (riconsegna tramite girata o sostituzione con assegni circolari) non potevano integrare i reati di riciclaggio e reimpiego, dato che tali illeciti avrebbero dovuto avere come oggetto il "profitto" del reato fiscale. La sentenza veniva impugnata dal pubblico ministero che non contesta nel solo risparmio di imposta nel profitto dei reati fiscali, tuttavia riteneva legittimo l'inquadramento giuridico ipotizzato dalla Procura essendo innegabile l'ausilio fornito dagli imputati alla consumazione degli illeciti tributari.
La Cassazione ha ritenuto inammissibile il ricorso. Secondo i giudici è incontestato che il profitto del reato di dichiarazione fraudolenta mediante l'utilizzo di false fatture (articolo 2 del Dlgs 74 del 2000) sia costituito dal risparmio di imposta e, segnatamente dall'utilità che si ricava dalla indicazione di tali fatture nella dichiarazione.
Non costituiscono invece il profitto le somme fittiziamente fatte pervenire per dare parvenza di effettività all'emissione di fatture per operazioni inesistenti. Di conseguenza, non trattandosi di somme di provenienza delittuosa, non è configurabile il reato di riciclaggio La sentenza evidenzia poi che si tratta di un orientamento consolidato anche attraverso la pronuncia (Cassazione 41499/2013) secondo la quale non integra il delitto di riciclaggio l'operazione consistita nel versamento sul proprio conto corrente di un assegno bancario giustificativo del pagamento di una fattura ed il successivo prelievo di una parte della somma versata con la restituzione all'emittente il titolo, funzionale ad ostacolare l'identificazione del delitto di fatture per operazioni inesistenti.
La Corte ha così rilevato la carenza del presupposto per ritenere configurabile il delitto di riciclaggio e cioè la provenienza da delitto del denaro versato sul conto.
Nella specie le condotte contestate non si risolvevano nella manipolazione del profitto a fini di dissimulazione o di reimpiego (articoli 648-bis e 648-ter del Codice penale), essendo piuttosto funzionali a consentire la consumazione del reato previsto dall'articolo 2 del Dlgs 74 del 2000. In astratto, sarebbe stato quindi ipotizzabile un concorso nel reato di dichiarazione fraudolenta da escludere nella vicenda in esame stante il decorso del termine di prescrizione.
atnews.it, 4 novembre 2020
Ad Asti un operatore positivo, focolaio ad Alessandria e contagiati anche 2 bambini e una mamma all'Icam di Torino. Si inseguono voci sui crescenti contagi nel mondo penitenziario. Anche il Garante dei detenuti della Regione Piemonte, per avere un quadro realistico, cerca di raccogliere i dati da varie fonti: una fonte - rilanciata dai social - della Uil-Pa Polizia Penitenziaria riferisce che oggi i positivi sarebbero 395 detenuti e 424 lavoratori (agenti e operatori vari).
I detenuti positivi sarebbero concentrati in 53 dei 189 istituti penitenziario per adulti presenti in Italia, mentre i positivi tra gli operatori sarebbero distribuito un po'ovunque nel Paese. I dati sono confermati dal Garante nazionale che nel suo "Il punto", newsletter bisettimanale registra che "il numero dei positivi è più che raddoppiato" dal 28 ottobre (quando erano circa 150 detenuti e circa 200 operatori) al 3 novembre. In Piemonte (fonte PRAP) al 30.10.20 risultavano positivi 28 agenti/operatori: 9 Alessandria Don Soria, 1 Alessandria San Michele, 1 a Ivrea, 2 a Novara, 3 a Saluzzo 10 a Torino 1 a Vercelli e 1 ad Asti. I detenuti piemontesi positivi secondo i dati di venerdì 30 ottobre erano anche essi 28, la stragrande maggioranza (26) ad Alessandria Don Soria, mentre 2 a Torino.
Alla Casa circondariale di Alessandria Don Soria purtroppo si è registrato un decesso, il secondo in Italia dall'inizio della seconda fase della pandemia (detenuto italiano di 71 anni con patologie pregresse morto sabato scorso presso la Clinica "Salus", dopo una degenza in Ospedale). La situazione alessandrina è alla ribalta delle cronache nazionali ed è stata attenzionata anche dal Garante Nazionale che scrive, nel suo ultimo report: "Più problematiche appaiono quelle dove a partire da un singolo caso si è realizzata una rapida diffusione: è stata riportata anche dalla stampa la situazione della Casa circondariale di Alessandria, dove si è registrato il decesso di una persona e una espansione a più del 14% della complessiva popolazione detenuta (29 casi su 199 persone ristrette)".
I dati sui contagi nella Casa di Reclusione di Saluzzo sono però, nel frattempo, diventati di 8 agenti contagiati, mentre per ora i detenuti sono stati risparmiati. Il Garante Nazionale ricorda come "in questo contesto, gli isolamenti precauzionali, doverosamente attuati per coloro che entrano in carcere, incidono numericamente in maniera consistente - oggi quelli in stanza singola sono ben quasi mille - e anch'essi vanno considerati nel valutare l'efficacia concreta che i provvedimenti adottati potranno avere [...] il dato nazionale di questi giorni nel Paese indica una percentuale di 16,5 positività per ogni cento persone testate".
I dati aggiornati all'ultima ora però aumentano anche i casi di Torino a 4 detenuti dell'Alta Sicurezza, dove continuano ad essere contagiati dal virus anche 1 mamma e 2 bambini minori all'Icam (Istituto a Custodia Attenuata per mamme con bambini).Quest'ultimo allarmante dato e la morte del detenuto ad Alessandria riportano alla ribalta la necessità di provvedere quanto prima a rendere possibile l'esecuzione penale esterna per tutti quelli che già ne hanno diritto e per tutti coloro che rientrano nelle fasce deboli a rischio (anziani, persone con pluripatologie, diabetici, affetti da problemi polmonari o alle vie respiratorie, ecc).
Infine appare urgente ed improrogabile la verifica di soluzioni alternative al carcere almeno per le mamme con bambini, nell'attesa di un intervento mirato per la piena applicazione della legge 62/2011: realizzazione di una rete di Case Famiglia per mamme in esecuzione penale con figli al seguito.
di Angela Stella
Il Riformista, 4 novembre 2020
Il Tribunale di sorveglianza ha concesso la liberazione condizionale: la norma sul requisito della collaborazione non può essere retroattiva. È la prima volta. Ieri il Tribunale di Sorveglianza di Firenze (estensore Claudio Caretto, Presidente Marcello Bortolato) ha emesso una ordinanza in cui si concede per la prima volta la liberazione condizionale ad un ergastolano ostativo non collaborante.
In base alla condanna ricevuta (reato ostativo) l'uomo non avrebbe potuto accedere al beneficio secondo l'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario che richiede l'accertamento della collaborazione. Il detenuto non ha mai collaborato né ha ottenuto dichiarazione di collaborazione impossibile o inesigibile.
Tuttavia il reato è stato commesso prima del 1992, anno in cui veniva introdotto il requisito della collaborazione; le sentenze 32/2020 e 193/2020 della Corte Costituzionale hanno però "statuito - si legge nell'ordinanza - il principio di irretroattività delle norme penali incriminatrici anche in relazione alle norme disciplinanti l'esecuzione penale quando queste abbiano natura giuridica più sostanziale che procedurale", ossia quando incidono sulla pena.
In particolare secondo la sentenza 32/2020 della Consulta, che aveva dichiarato l'incostituzionalità di parte della legge "spazza corrotti", l'applicazione retroattiva di una disciplina che comporta una radicale trasformazione della natura della pena e della sua incidenza sulla libertà personale è incompatibile con il principio di legalità delle pene.
In pratica la collaborazione, per ottenere benefici, si deve richiedere soltanto a chi ha commesso reati dopo il 1992. Il caso da cui è scaturita l'ordinanza è quello di un detenuto condannato alla pena dell'ergastolo per delitti di associazione mafiosa, e duplice omicidio di stampo mafioso. e recluso dal 1993. Ha espiato più di 26 anni di carcere e dal 2011 ha cominciato a fruire di permessi premio, mentre nel 2016 è stato ammesso alla misura della semilibertà.
Il detenuto, come si legge nella richiesta di liberazione condizionale, "si è laureato in architettura e iscritto a Filosofia, lavora con contratto a tempo indeterminato alle dipendenze di una cooperativa, nel 2018 si è messo in contatto con i parenti delle vittime del reato omicidiario". Come ci spiega il suo legale, l'avvocato Michele Passione, "questa decisione è molto importante innanzitutto per i numerosi ergastolani ostativi ante decreto legge del 1992 perché apre la possibilità di accesso alla liberazione condizionale, fatta salva la valutazione nel merito degli stringenti requisiti dell'istituto e del loro comportamento e percorso trattamentale.
Del resto di recente vi è stato un caso di rigetto. Questa decisione è diversa rispetto a quella che la Corte Costituzionale dovrà assumere tra qualche mese in merito alla concessione della liberazione condizionale per coloro i quali dopo il 1992 abbiano riportato condanne all'ergastolo ostativo e non abbiano prestato collaborazione".
Il Dubbio, 4 novembre 2020
La Camera penale scrive al ministro Bonafede: "Tribunale di Sorveglianza in sovraccarico". "Il Tribunale di Sorveglianza di Milano in questo momento più di altri deve poter continuare a funzionare, anzi dovrebbe essere ancora più efficiente di prima", perché "deve farsi carico di tutte le decisioni che s'impongono con urgenza in ragione dell'effetto dirompente che può avere il rischio pandemico" nelle carceri.
I problemi che si stanno verificando alla Sorveglianza sono uno dei temi affrontati dagli avvocati della Camera penale di Milano in una lettera al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Il Tribunale di Sorveglianza milanese, spiegano i penalisti, "ha un enorme carico di attività da gestire. L'arretrato è sempre stato significativo, tant'è che ad esempio l'esecuzione delle pene sospese, per le quali soggetti liberi abbiano chiesto di fruire di misure alternative, sopraggiunge dopo diversi anni".
Oggi, aggiungono, "la situazione rischia di peggiorare ulteriormente". E ancora: "Da quel che abbiamo appreso dal Presidente del Tribunale di Sorveglianza i sistemi informatici di tale Ufficio appaiono non adeguati per affrontare l'emergenza". Appare anche "necessario dotare il Tribunale di Sorveglianza di Milano di ulteriori aule di udienza, adeguatamente attrezzate (anche per le videoconferenze), in modo da consentire la prosecuzione della sua indispensabile attività, in un periodo in cui il rischio di contagio in carcere va scongiurato con ogni strumento".
I legali nella lettera apprezzano il recente decreto che ha portato alla "introduzione dello strumento telematico per il deposito degli atti da parte dei difensori nei processi penali". È indispensabile, però, "che i funzionari di cancelleria e segreteria possano collegarsi ai sistemi" anche "da remoto, perché altrimenti il rischio di paralisi del sistema amministrazione della Giustizia diviene altissimo".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 4 novembre 2020
Il Covid 19, per la prima volta dall'inizio della pandemia, è entrato nel 41bis. Non è accaduto durante la prima ondata, ma ora il coronavirus circola così tanto all'interno dei penitenziari che - secondo fonti interne de Il Dubbio - ha contagiato almeno due reclusi al 41bis del carcere milanese di Opera, ma il numero potrebbe essere maggiore.
Un detenuto che non presenta particolari sintomi è rimasto al carcere duro, mentre l'altro è stato trasferito in ospedale. Dopodiché ci sono decine di detenuti in attesa di tamponi e messi in isolamento precauzionale. I casi precedenti, quelli conclamati, sono stati invece trasferiti nel reparto Covid del carcere di San Vittore. Ricordiamo che l'epidemia ha richiesto l'applicazione di misure particolarmente stringenti anche sulla popolazione detenuta, allo scopo di contenere l'espandersi del contagio in una comunità ad alto rischio quale è quella del carcere.
La Asst Santi Paolo e Carlo, in collaborazione con Regione Lombardia e Amministrazione Penitenziaria, a maggio scorso ha predisposto un reparto attrezzato per la cura del Covid-19 presso l'Istituto di San Vittore, creando a supporto, presso l'Istituto di Bollate, anche un reparto per i casi più leggeri, asintomatici o convalescenti. Secondo l'ultimo aggiornamento, oramai relativo a due giorni fa, risulta che nel reparto attrezzato di San Vittore ci siano circa 82 detenuti in cura, mentre al reparto di Bollate ce ne sono 45. Fondamentale i due reparti attrezzati, in maniera tale che si possa prestare un'assistenza al livello ospedaliero a tutti i pazienti detenuto positivi.
Ma il virus oramai galoppa nei penitenziari e, com'è detto, per la prima volta dall'inizio della pandemia vengono colpiti anche i reclusi al 41bis.
Quindi ha avuto ragione il giudice di sorveglianza di Sassari Riccardo De Vito, quando in un provvedimento lungo otto pagine aveva disposto la detenzione domiciliare per Pasquale Zagaria, malato di tumore, sottolineando tra le altre cose che "sotto questo profilo occorre rilevare che benché il detenuto sia sottoposto a regime differenziato e dunque allocato in cella singola, ben potrebbe essere esposto a contagio in tutti i casi di contatto con personale della polizia penitenziaria e degli staff civili che ogni giorno entrano ed escono dal carcere". A differenza di altri magistrati di sorveglianza che, per motivare il diniego delle istanze, hanno sottolineato il fatto che essere ristretto in regime di 41bis e quindi in celle singole e con tutte le limitazioni del regime differenziato, c'è protezione dal rischio di contagio.
La notizia del contagio al 41bis non è riassicurante, soprattutto per tutti quei detenuti - se pensiamo al carcere di Parma - ultraottantenni e malati che sono già di per sé a rischio vita. Il pensiero non può non andare all'ottantenne Raffaele Cutolo, tumulato nel carcere duro fin dal 1992, con uno stato patologico conclamato. Più volte è stato mandato urgentemente in ospedale, per poi riportarlo al 41bis. Situazione come le sue, non sono però nemmeno una eccezione.
Un problema diffuso e a questo si aggiunge il Covid che è sempre in agguato e può essere letale per chi è anziano e malato. D'altronde, dall'inizio della seconda ondata, sono già due i detenuti morti dopo aver contratto il virus. Parliamo di un ergastolano al carcere di Livorno e di un detenuto comune alla casa circondariale di Alessandria. Entrambi erano anziani e malati.
E le misure adottate dal decreto Ristori non bastano. I contagiati continuano ad aumentare sia tra i detenuti che tra il personale penitenziario. A dirlo è il Garante nazionale delle persone private della libertà tramite il suo bollettino quotidiano. Ha infatti sottolineato che "il contagio, intanto, così come all'esterno, ha un suo ritmo che non è in sincronia con quello della attuazione di ciò che il decreto legge ha previsto".
Per questo il Garante avanzerà in sede di conversione la proposta che sia previsto per il 2020- 2021 un ampliamento della liberazione anticipata, così come fatto in passato, peraltro allora per un periodo di tempo ben più ampio (cinque anni). Proporrà, inoltre, che per pene detentive di una contenuta fascia, divenute definitive nei confronti di persone attualmente in libertà, sia rinviata l'emissione dell'ordine di esecuzione.
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