di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 3 novembre 2020
"Nell'isolamento di marzo e aprile sento che ho perso un po' di abilità sociale": è l'osservazione fatta da uno studente durante un incontro in una videoconferenza del progetto di confronto tra le scuole e il carcere "A scuola di libertà". Questa piccola riflessione ci è servita a fare un pensiero profondo sulla vita detentiva: se due mesi di "isolamento" hanno fatto diventare tante persone libere più chiuse, più fredde, in qualche modo più sospettose e distaccate nella loro vita di relazione, immaginarsi quanto indebolisce i legami sociali la galera, e lo fa sempre, ma doppiamente in tempi di coronavirus.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 3 novembre 2020
La Circolare del Dap del 21 marzo revocata avrebbe potuto evitare le ultime vittime. Massimo Giletti, durante il programma "Non è l'Arena", ha celebrato assieme a Luca Telese il risultato che secondo loro avrebbero ottenuto grazie alla campagna sulle "scarcerazioni": nel Decreto Ristori, la misura deflattiva per quanto riguarda il carcere esclude i detenuti che si sono macchiati di reati mafiosi. In realtà, ancora una volta, non hanno approfondito.
di Danilo Paolini
Avvenire, 3 novembre 2020
Senza eccessi, con equilibrio. In quattro parole un concentrato di buoni propositi oppure un programma di lavoro, dipende dalla serietà e dalle reali intenzioni di chi le pronuncia. In questo tempo tornato ansiogeno, quel programma può valere per molte attività umane.
Vale anche per un tema solo apparentemente "fuori contesto", come l'appello a favore di una riforma costituzionale in materia di amnistia e indulto lanciato venerdì dalla "Società della ragione" insieme a molte altre sigle dell'universo carcerario e giudiziario. Non si tratta, ora, di sollecitare un provvedimento di clemenza.
liguria24.it, 3 novembre 2020
"Alle ore 18.00 di ieri, 2 novembre, in tutta Italia erano ben 395 (di cui 20 ricoverati in ospedale e/o in carico al servizio 118) i detenuti e 424 gli operatori positivi al Covid-19 censiti dall'Ufficio Attività Ispettiva e di Controllo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria. Contagi da Coronavirus che nelle carceri sono dunque quasi raddoppiati dal 28 ottobre scorso, quando si contavano 215 detenuti e 232 operatori positivi".
di Luca Fazzo
Il Giornale, 3 novembre 2020
Le carceri sono una prateria per i contagi da Covid. Il carcere come "extrema ratio", da applicare solo quando ogni altra misura è insufficiente: un principio di civiltà che però i vertici della magistratura riscoprono grazie al coronavirus.
di Angela Stella
Il Riformista, 3 novembre 2020
Secondo magistrati e tribunali il provvedimento voluto dal Guardasigilli lederebbe la loro autonomia e il diritto alla salute e alla difesa dei detenuti. Per il Decreto "anti-scarcerazioni" del ministro Bonafede domani sarà il giorno del giudizio: la Consulta infatti dovrà decidere su tre questioni di legittimità costituzionale sollevate in merito al provvedimento voluto dal Guardasigilli per rispondere alle polemiche suscitate dalle scarcerazioni durante l'emergenza sanitaria da covid-19.
I giudici si riuniranno in Camera di consiglio per discutere dei procedimenti sollevati dal Tribunale di Sorveglianza di Sassari, dal magistrato di sorveglianza di Avellino e da quello di Spoleto. Le norme censurate sono due: il decreto legge 10 maggio 2020, n. 29 e il decreto legge 30 aprile 2020, n. 28.
Il relatore per tutti i procedimenti sarà il giudice Francesco Viganò. Facciamo un passo indietro: a causa dell'emergenza Covid, diversi detenuti hanno ottenuto i domiciliari perché le loro condizioni di salute sono risultate incompatibili con la detenzione carceraria. Tra loro anche reclusi dell'alta sicurezza e pochissimi del 41 bis.
Ciò ha suscitato aspre critiche da parte di coloro che, intervenuti soprattutto a Non è l'Arena o su Repubblica, hanno lanciato un grido di allarme perché i boss sarebbero tornati così nel loro territorio a comandare. Il Ministro, sotto attacco e sopraffatto da una narrazione distorta dei fatti, ha subito preso provvedimenti con i decreti su citati.
Ma questi hanno acceso non poche polemiche perché, sotto certi aspetti, vanno a limitare l'autonomia della magistratura di sorveglianza che per emettere una decisione deve, tra l'altro, attendere i pareri della Procure della Repubblica e della Direzione Antimafia. Guardiamo ora i singoli casi all'attenzione della Corte Costituzionale.
Il primo è quello di Pasquale Zagaria, affetto da un tumore alla vescica, a cui il Tribunale di Sorveglianza di Sassari ha concesso la detenzione domiciliare a fine aprile. Attualmente è detenuto presso il carcere milanese di Opera in regime di 41 bis. Il secondo caso è quella di A. A., una detenuta settantaseienne, affetta da una grave infermità fisica, a cui è stata concessa il 20 aprile la detenzione domiciliare umanitaria da parte del magistrato di sorveglianza di Avellino.
Il terzo ed ultimo caso è quello di L.T.M., ristretto nel carcere di Terni, a cui sono stati concessi a fine marzo da parte del magistrato di sorveglianza di Spoleto i domiciliari a causa di un quadro clinico compromesso a seguito di un trapianto d'organo e che sarebbe potuto peggiorare qualora avesse contratto il Covid.
Vediamo le ragioni che hanno spinto magistrati e tribunali a rivolgersi alla Consulta. Secondo il quadro normativo precedente l'entrata in vigore dei decreti in oggetto, i provvedimenti di concessione della detenzione domiciliare - al di là dell'impugnazione sempre possibile - se concessi in via d'urgenza dal magistrato di sorveglianza prevedevano già anche entro poche settimane una rivalutazione dinanzi al Tribunale, se assunti dal Tribunale erano comunque sempre a tempo, per cui si aveva modo di rivalutare sia le condizioni di salute che il comportamento della persona durante la sottoposizione alla misura domiciliare.
Con la nuova normativa è diventato tutto più complesso e veloce: ciò andrebbe a minare autonomia della magistratura di sorveglianza, diritto alla salute del detenuto e diritto alla difesa. Nello specifico: l'obbligo di dover ridiscutere il provvedimento di differimento pena o di concessione di detenzione domiciliare entro quindici giorni, e poi a cadenza mensile o addirittura subito se il Dap comunica la disponibilità di una struttura penitenziaria idonea ad accogliere il detenuto, invaderebbe la sfera di competenza riservata all'autorità giudiziaria e violerebbe il principio di separazione dei poteri.
A ciò si deve aggiungere che il restringimento temporale della valutazione dello stato di salute del detenuto non consente di avere contezza dell'evoluzione del quadro clinico dello stesso, ma solo del quadro epidemiologico.
Infine la norma non contemplerebbe alcuna comunicazione formale dell'apertura del nuovo procedimento di rivalutazione alla difesa, la quale non avrebbe contezza dei risultati istruttori, né facoltà di confrontarsi con i contenuti delle note pervenute e. pur volendo produrre nuove memorie difensive, dovrebbe farlo alla cieca e in pochissimi giorni. Per tutti questi motivi il decreto sarà al vaglio dei giudici costituzionali.
di Angela Pederiva
Il Gazzettino, 3 novembre 2020
L'uomo che nel giro di sei mesi uccise 17 persone, e tentò di ammazzarne un'altra, chiede di uscire a incontrare un bambino disabile. Ma prima il giudice di Sorveglianza di Padova, poi il Tribunale di Venezia e ora la Corte di Cassazione hanno detto no al permesso-premio: Donato Bilancia, il serial killer delle prostitute e dei treni, non potrà recarsi nemmeno scortato all'Opera della Provvidenza Sant'Antonio di Sarmeola, di cui è ospite il ragazzino che da tempo sostiene economicamente.
Con il rigetto del ricorso presentato dal 69enne originario di Potenza, che al carcere Due Palazzi sta scontando 13 ergastoli e 28 anni per i delitti commessi fra Piemonte e Liguria, di fatto vengono confermate le precedenti valutazioni di pericolosità sociale, secondo cui all'epoca l'assassino fu "diabolicamente abile a colpire e a mimetizzarsi per depistare le indagini" e ancora adesso è un detenuto che ha condannato le proprie azioni "solo in maniera formale e meccanica".
Secondo la difesa, rappresentata dagli avvocati Roberto Afeltra e Barbara Cotrufo, ma anche per don Marco Pozza, cappellano del penitenziario, Bilancia non è più la persona che fra il 16 ottobre 1997 e il 21 aprile 1998 si macchiò di una lunga serie di delitti. Come emerge dagli atti processuali, il lucano si dice "convinto di essere colpito da una specie di malattia non controllabile ma limitata nel tempo", dalla quale sarebbe "guarito da sé", al punto da essere pronto per "una progressiva apertura verso l'esterno", essendo i reati commessi riconducibili "a una serie di contingenze che mai potranno ripresentarsi". Di qui la sua richiesta di poter "coltivare interessi affettivi" nei confronti del piccolo portatore di handicap, a cui invia periodicamente una parte della sua pensione, nonché di contattare il difensore del marito di una delle sue vittime, "al fine di comunicare personalmente la disponibilità a forme di riparazione del danno".
Un uomo diverso, dunque, con una nuova vita. La condotta penitenziaria "regolare", l'impegno "particolare" negli studi (diploma in Ragioneria e alcuni esami universitari in Progettazione e gestione del turismo culturale), il lavoro "alle dipendenze dell'amministrazione penitenziaria", i corsi "di francese e di inglese", le attività del laboratorio "musicale e teatrale", il percorso psicoterapeutico "con un professionista", il permesso "di necessità" per recarsi a trovare la madre.
Con il bambino, invece, non ci sarà nessun incontro. Tramite una sentenza depositata nei giorni scorsi, la Cassazione ha ribadito il diniego già espresso dalla Sorveglianza di Padova nell'agosto 2019 e di Venezia nel gennaio 2020. Come riassume la Suprema Corte, non sono stati "acquisiti elementi tranquillizzanti sotto il profilo della pericolosità sociale, avendo l'osservazione della personalità palesato una tendenza alla deresponsabilizzazione per quanto commesso".
I giudici rimarcano che Bilancia, "per pulirsi la coscienza", ha deciso "di aiutare economicamente persone in difficoltà" e ha contattato solo una famiglia delle sue vittime, trovando "sconveniente" approcciare gli altri parenti. Un aggettivo che pesa, nella valutazione dei magistrati, in quanto "espressione utilizzata anche per definire gli omicidi commessi, in una singolare equiparazione dell'azione violenta in danno delle vittime e dell'azione riparatoria verso i loro familiari e, soprattutto, nel contesto di una valutazione legata al piano della propria convenienza, con ciò rilevandosi la distanza da una effettiva revisione critica".
di Tommaso Caldarelli
sanitainformazione.it, 3 novembre 2020
"I focolai più gravi di Covid-19 negli Stati Uniti non avvengono più nelle case di riposo o nelle fabbriche di generi alimentari, ma nelle carceri. Le comunità di detenuti sono particolarmente vulnerabili alle malattie infettive come il Covid-19. A causa di fattori che includono il sovraffollamento, gli spazi confinati, l'alta variabilità della popolazione, la scarsa igiene e lo scarso accesso ai servizi sanitari".
di Frank Cimini
giustiziami.it, 3 novembre 2020
L'attivismo politico impostato su una critica anche dura e radicale a istituzioni pubbliche trattato come associazione sovversiva finalizzata al terrorismo. Se ne discute domani in Cassazione dove sarà esaminata la richiesta degli avvocati di un gruppo di anarchici arrestati a Roma a giugno scorso di annullare le misure cautelari in carcere poi confermate dal tribunale del Riesame.
"Il costante richiamo alla vicinanza ideologica a una determinata area dell'anarchismo diviene l'unico criterio che consente al tribunale di qualificare azioni e finalità delle stesse sotto la nozione di terrorismo tralasciando tutte le altre verifiche che la giurisprudenza costituzionale e quella di legittimità richiede siano svolte con particolare rigore attenzione e cautela" scrive in uno dei ricorsi l'avvocato Ettore Grenci che avverte: "Cosi si verifica esattamente il pericolo da cui ci mette in guardia la Corte Costituzionale ovvero quello di perseguire non il fatto ma il tipo di autore tendenza che è storicamente rappresentata nel concetto di diritto penale del nemico non a caso formatasi proprio sulla criminalizzazione di movimenti e organizzazioni ritenute 'anti-Stato'".
Nel motivare le misure cautelari sia il gip sia il Riesame avevano censurati in modo particolare le manifestazioni con sit-in volantinaggi e altro in relazione alle strutture carcerarie e alle condizioni di detenzione aggravate ulteriormente dalla crisi legata al Covid. Insomma domani in Cassazione si parlerà dell'infinità emergenza italiana e di una sorta di democratura che di fatto mette a rischio il dibattito politico fino a eliminarlo del tutto.
di Mauro Ravarino
Il Manifesto, 3 novembre 2020
La denuncia ad Amnesty. Si respira aria di sofferenza mista a rabbia per l'essere inascoltati, ultimi tra gli ultimi. Siamo come un malato a cui vengono vietate le cure dal proprio medico.
Isolate nel sovraffollamento, distanziate dagli affetti e strette tra gli estranei. Il paradosso della pandemia vissuta in carcere è intriso di sofferenza. E viene raccontato in prima persona nella lettera aperta ad Amnesty International scritta da alcune detenute della Terza sezione femminile della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno di Torino, che chiedono al governo di prendere in esame misure meno afflittive (indulto, libertà anticipata di 75 giorni, misure alternative), "non come un regalo di clemenza, ma come un diritto acquisito". Perché, anche nei casi in cui per le misure alternative ci sarebbero le "carte in regola", si contano - sostengono le firmatarie - "più rigetti che accoglimenti delle nostre istanze".
È il caso di Dana Lauriola, No Tav, in carcere dal 17 settembre alle Vallette, dove deve scontare una pena di due anni di detenzione per un episodio avvenuto nel 2012 durante un'azione dimostrativa pacifica sull'autostrada Torino-Bardonecchia, quando al megafono spiegava le ragioni della manifestazione. Una vicenda su cui si era espresso anche il presidente di Amnesty Riccardo Noury ("Esprimere il proprio dissenso pacificamente non può essere punito con il carcere"), con un appello per la scarcerazione, a cui hanno aderito le detenute di Torino.
Tra le firmatarie della lettera aperta diffusa ieri c'è anche Dana. "Nonostante l'esistenza di leggi che propongano un'alternativa alla carcerazione e quindi una risoluzione sia al problema del sovraffollamento, sia a quello del reinserimento sociale, troppo spesso - scrivono le detenute - non vengono applicate poiché soggette alla discrezionalità del magistrato competente".
Ritengono di scontrarsi "con il muro della severità di alcuni magistrati, che tendono a non applicare le misure alternative sminuendone così l'importanza e sminuendo inoltre i percorsi rieducativi che un detenuto intraprende". In una situazione già complicata si intrecciano gli effetti della pandemia dietro alle sbarre.
"Le regole di distanziamento per evitare il contagio sono impossibili da rispettare, pur volendo, all'interno del carcere a causa del sovraffollamento, delle celle non a norma, delle docce comuni. Ma anche del fatto che, pur essendo un ambiente "chiuso ed isolato", questo vale solo per noi detenuti perché in realtà gli operatori entrano ed escono. Eppure, il rigoroso rispetto dei protocolli sanitari viene imposto quando effettuiamo un colloquio con i nostri familiari. E c'è un semplice calcolo che descrive in modo elementare qual è il nostro diritto all'affettività: 6 ore al mese di colloquio consentite per 12 mesi, pari a 72 ore l'anno, tre giorni. Questo vale per i detenuti comuni. Chi è al 41bis ne ha ancora meno".
I tre giorni "durante questo anno sono stati ridotti e durante il lockdown sostituiti da videochiamate di 25 minuti". Le firmatarie della lettera, "certe di riportare il pensiero dei nostri compagni nei padiglioni maschili e nelle altre carceri", sottolineano: "La gestione della prima ondata qui dentro è stata fallimentare. Il ministero ha applicato misure insignificanti dal punto di vista sanitario, ma improntate solo sul rispetto della "sicurezza".
Si sta creando una bomba sociale. Si respira aria di sofferenza mista a rabbia per l'essere inascoltati, ultimi tra gli ultimi. Siamo come un malato a cui vengono vietate le cure dal proprio medico. Veniamo trattati come numeri di matricola, non come persone, così è controproducente sia per noi, sia per lo Stato stesso, che accoglierà gente più sfiduciata".
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