di Gianni Sartori
Ristretti Orizzonti, 3 novembre 2020
Nel maggio dell'anno scorso, il caso del detenuto basco Inaki Bilbao Goikoetxea (Txikito, originario di Lezama) aveva suscitato un certo scalpore (se pur modesto, compatibilmente con i tempi che corrono). Nel carcere dove è rinchiuso (a Puerto III, una prigione ritenuta tra le più dure della penisola iberica) veniva costretto a portare le manette anche durante le visite.
Esasperato per quello che considerava un trattamento eccessivo, il prigioniero aveva dichiarato che - se le autorità carcerarie perseveravano - da quel momento si sarebbe rifiutato di presentarsi alle visite.
Nato nel 1956, Txikito viene considerato come il prigioniero basco che sta in carcere da più tempo. Ormai da ben 36 anni se pur in due fasi. Avendone scontato solo 12 della sua ultima condanna a oltre 68 anni (per l'uccisione del consigliere comunale del Pse Juan Priede), dovrebbe uscire non prima del 2070. Ha poi accumulato una serie di altre condanne per aver in più occasioni minacciato giudici e magistrati durante i processi.
Secondo le associazioni di sostegno ai prigionieri baschi, le autorità starebbero adottando nei suoi confronti metodi particolarmente duri come ritorsione per le sue posizioni critiche sull'abbandono della lotta armata da parte di Eta.
Dopo aver già condotto una protesta della fame e della comunicazione di 50 giorni, dal 9 settembre al 30 ottobre (e sospesa per non essere sottoposto all'alimentazione forzata), il 2 novembre ha iniziato un nuovo sciopero sia della fame che della sete.
Per rivendicare, stando alla sua dichiarazione «un Paese basco indipendente, socialista, riunificato (in riferimento - presumo - alla separazione tra Hegoalde e Iparralde; rispettivamente: Paese basco «spagnolo» e Paese basco «francese») e bascoparlante».
Talvolta Inaki Bilbao è stato presentato dai media come il «referente dei duri». Ossia dei militanti contrari al processo di soluzione politica adottato da Eta nel 2011 (e per questo espulsi dall'organizzazione). In realtà si ha l'impressione che, non avendo ben colto la portata storica dei cambiamenti sociali e politici degli ultimi anni, sia rimasto in qualche modo imprigionato (e non solo metaforicamente) in una visione del mondo forse ormai improponibile.
Tuttavia va anche segnalato che durante il suo ultimo sciopero della fame nel settembre-ottobre 2020 (ne aveva condotto un altro, durato oltre un mese, nel 2017), molti cittadini baschi avevano espresso vicinanza e solidarietà con la sua protesta. In particolare il 10 ottobre 2020, a Bilbao, quando era stata convocata una manifestazione nazionale. Una conferma che la questione dei prigionieri politici - fondamentale per una definitiva soluzione politica - è tutt'altro che morta e sepolta.
di Francesca Sforza
La Stampa, 3 novembre 2020
In tutto il Continente nel mirino i valori di democrazia e libertà. "Speravo di non dover fare questo discorso", diceva ieri pomeriggio il presidente austriaco Alexander Van der Bellen in un accorato appello alla nazione. Chiedeva agli austriaci di essere all'altezza della situazione: "Mostriamo che appartenere a una comunità non è un'espressione priva di senso", e di prepararsi a sopportare l'arrivo di un nuovo e duro confinamento: coprifuoco notturno, alberghi e ristoranti chiusi, così come i cinema, i musei, le associazioni sportive.
Due ore dopo, l'inferno. Un attacco terroristico diretto al cuore dell'Europa ed entrato dall'Austria dopo aver colpito la Francia, con una consequenzialità che è tanto più raggelante nella misura in cui non ne venisse confermata l'effettiva contiguità. Sì perché sarebbe il segno di qualcosa di più profondo, che attacca le società democratiche nelle loro libertà, ovvero in ciò che vi è di più fragile da difendere con la forza.
La seconda ondata della pandemia ha ridato fiato al processo corrosivo che era già stato sperimentato l'inverno scorso, facendo sollevare uno scontento comprensibile, ma più rabbioso. E la corrosione, a guardar bene, era cominciata anche prima della pandemia, con i tanti appelli all'intolleranza, con le chiamate alla chiusura dei confini - quando ancora non sapevamo veramente cosa significava chiuderli sul serio - e con le politiche che soffiavano sul fuoco delle disuguaglianze. Con il virus la situazione è peggiorata: ci siamo dovuti chiudere per davvero, il distanziamento sociale è diventato un obbligo, ci siamo dovuti fare stranieri gli uni agli altri, per poterci salvaguardare. E oggi, con la seconda ondata - prevista e al tempo stesso sottovalutata, come se il non credere alle evidenze fosse ormai diventata un'abitudine - è tornato lo scontro di civiltà, tanto prepotente da far pensare che in fondo non fosse mai stato superato.
Era lì che covava, proprio come il virus. I modelli di integrazione sperimentati dalle società europee hanno sostanzialmente fallito, e l'errore, di nuovo, è stato pensare che si potessero risolvere entro i confini, non dialogando con i Paesi di origine. Ma la realtà è che lo scontro nella lontana Siria, con tutti i ricaschi avuti nell'intera regione in termine di sofferenze e profughi e campi rifugiati e fili spinati non è stato senza conseguenze.
Così come non lo è stato il mancato dialogo con Erdogan, capace solo di allontanare la Turchia dall'Europa e non di avvicinarcela. E certo che il dialogo è complicato, e che sarebbe bello parlare solo con quelli che ci sono amici e capiscono la nostra lingua, ma la sfida dell'integrazione è affrontare tutta questa scomodità, e renderla abitabile. L'alternativa va in scena a Vienna, così come è andata in scena a Parigi e a Nizza. L'Europa deve trovare il modo di rendere il linguaggio della solidarietà una lingua parlata, così come ha fatto mettendo in atto il "Next Generation Eu", altrimenti a prendere la parola saranno la violenza e l'odio, e la casa europea rischierà di andare in fiamme.
di Eugenia Roccella
Avvenire, 3 novembre 2020
Chiudere gli 'anziani' in casa - non solo gli over settanta, ma forse anche gli ultrasessantenni e persino gli ultracinquantenni - e lasciare che gli altri vivano la vita di sempre, senza più smart working e smart learning, e con i bar, i ristoranti, i cinema, i teatri, e tutte le attività aperte.
Quest'ipotesi, che circola da un po' di tempo, ma finora solo timidamente, è approdata sulle prime pagine dei giornali, grazie a un ponderato studio dell'Ispi, l'Istituto per gli studi di politica internazionale, al quale si è poi aggiunta un'ipotesi analoga, elaborata su 'lavoce.info' da tre studiosi: Favero, Ichino e Rustichini.
Questi ultimi sono i più radicali: orari di accesso ai negozi rigidamente separati per chi ha più o meno di 50 anni, vietati pranzi in famiglia e ogni forma di commistione generazionale. I giovani che abitano con ultracinquantenni potrebbero essere forniti di voucher per ristorante e albergo, al fine di interrompere la 'rischiosa' convivenza, lasciando genitori e nonni alla propria solitudine. Tutto questo, si dice, per tutelare gli 'anziani'.
Ma si intravede dietro lo scopo sbandierato la volontà di alleggerire la sanità pubblica e di tornare alla normalità lavorativa ed economica nel modo più semplice: togliendo di mezzo, come un ostacolo ingombrante e fastidioso, le persone fragili e statisticamente più a rischio. Un po' la ricetta iniziale di Boris Johnson: salutare i "cari vecchietti", e tirare diritto.
Sappiamo com'è finita. E lo stesso premier britannico, già scosso dal contagio subito personalmente e duramente, ha proclamato un mese di parziale lockdown nel Regno Unito. Sono, quelli che viviamo, tempi di insicurezza e di spaesamento. Il Covid-19 non solo fa paura, ma fa saltare certezze accumulate in decenni di benessere e tranquillità.
Dal dopoguerra a oggi il mondo occidentale non ha più attraversato eventi angosciosi come conflitti bellici, carestie e pandemie; ha costruito un welfare rassicurante, e vissuto uno sviluppo economico e tecnologico impetuoso. Le nuove generazioni sono cresciute nella cultura dei diritti individuali, che sembravano destinati ad allargarsi ogni giorno di più. Abbiamo coltivato l'illusione che, sia pure nel disagio prodotto da una lunga crisi economica, il nostro stile di vita, orientato a consumare esperienze ed emozioni oltre che beni concreti, sarebbe durato indefinitamente. Trovarsi improvvisamente chiusi in casa, privati di cinema, ristoranti, teatri, concerti, spettacoli ed eventi di ogni genere, è stata una dura sorpresa, ed è apparso a molti, soprattutto ai giovani, come un insostenibile sacrificio.
Il sociologo Luca Ricolfi lo ha spiegato con chiarezza: "La nostra è una società moderna, che della società moderna possiede il tratto fondamentale: la divinizzazione dell'individuo e dei suoi diritti" a scapito del bene comune; "il rispetto dell'autorità e la capacità di affrontare rinunce sono tratti normali, se non costitutivi, delle società tradizionali, ma sono merce rarissima nelle società moderne".
Se il primo lockdown è stato subìto ma anche accettato, stretti come eravamo nella morsa della paura e con le immagini di morte che ci assediavano, il secondo lo è molto meno. L'estate, e i messaggi sbagliati, ci hanno fatto credere che il virus fosse in via di esaurimento, e che comunque si era trattato di una parentesi che potevamo archiviare. Ora invece si comincia a capire che non è così, che il vaccino non è la soluzione mitica che ci immaginavamo, che dovremo convivere con il contagio ancora a lungo. Le reazioni di rabbia e rifiuto, e non solo di chi è economicamente danneggiato, cominciano a vedersi nelle strade e nelle piazze. A questo si aggiunge un coro di opinionisti che ripete che sono i giovani i più colpiti dalle misure di contenimento sociale, è a loro che si chiedono sacrifici e rinunce. Come se i giovani dovessero essere esentati da qualunque sacrificio e rinuncia, come se dovessero essere protetti dalla consapevolezza che la vita non è sempre facile né priva di problemi e sofferenze.
È anche su questa falsa coscienza che è cresciuta l'emergenza educativa, sull'idea che la vita sia qualcosa da consumare e non da costruire. Tocca a noi insegnare ai nostri figli e nipoti che la vita è anche altro, che i modelli di felicità possibili sono molti, che si può ricavare gioia anche dalla rinuncia, dal bene degli altri, dalla solidarietà, dall'amore oblativo. All'apericena, la birretta con gli amici, il weekend sulla neve, si può rinunciare senza problemi se questo serve al bene di tutti.
Chiudere le persone fragili (o presunte tali) in casa, abbandonarle alla solitudine per vivere e produrre fingendo di "essere sani in un mondo malato", vuol dire illudersi che il mercato possa funzionare comunque e far declinare quelle persone più o meno anziane e giudicate a rischio, togliere loro deliberatamente anche poche e prudenti occasioni di compagnia e condivisione, così preziose per chi non è più giovane. Quando si afferma che muoiono 'solo' gli ultrasettantenni o che, comunque, i vulnerabili sono soprattutto gli ultracinquantenni, magari con più patologie, come se queste constatazioni riducessero il danno, la logica brutale dell'eutanasia ha già vinto. La cura della fragilità, la difesa della vita sono parole vuote se non si traducono in scelte concrete, di vera solidarietà.
di Marco Bova
Il Riformista, 3 novembre 2020
Il figlio del boss mafioso fu arrestato a San Paolo nel 2007 per aver trasportato 50 grammi di coca. Ma dopo 10 anni il pg chiede l'estradizione nonostante la situazione carceraria laggiù sia esplosiva.
Voleva riappropriarsi di una casa dissequestrata. Ma adesso Leonardo Badalamenti, il figlio di "don Tano seduto", rischia di essere estradato nell'inferno delle carceri brasiliane per 50 grammi di cocaina trovati nella sua auto, quasi dieci anni fa. Nonostante l'allarme delle Nazioni Unite e di una sfilza di ong che hanno definito la condizione carceraria in Brasile simile a un "inferno da girone dantesco! "Sono vittima di un complotto", ha detto ai giudici della Corte d'Appello, che da quest'estate stanno valutando la sua estradizione, in virtù di un trattato tra i due paesi che prevede la possibilità di rifiutare la consegna, qualora ci sia il "rischio di essere sottoposto a trattamenti inumani o degradanti".
In questi giorni la procura generale (sostituto pg Carlo Marzella) è tornata a chiedere la sua estradizione, i suoi legali, avvocati Baldassare Lauria e Nino Ganci, invece hanno presentato un'istanza per opporsi alla richiesta. "È affetto da alcune patologie che lo rendono a rischio covid, un eventuale trasferimento in quel paese sarebbe devastante a causa del dilagare dell'epidemia e al già atavico sovraffollamento", dice l'avvocato Lauria. La Corte si è riservata di decidere, anche dopo aver acquisito report e dossier sull'attuale condizione carceraria in Brasile. In Italia la sua fedina penale è del tutto illibata, ma agli inizi di agosto l'erede di sangue del boss Gaetano Badalamenti è stato arrestato "ai fini estradizionali" dagli agenti della Dia, in esecuzione di una condanna a 5 anni e dieci mesi per "traffico di sostanza stupefacente" emessa dal Tribunale di San Paolo. Si tratta di un episodio che risale al marzo 2007, quando venne fermato per aver "trasportato con la sua autovettura un pacco del peso di 55,2 grammi contenente cocaina destinata alla vendita". L'Interpol lo aveva registrato con "tre nomi differenti" e per questo riconosceva il "pericolo di fuga".
Da quest'estate è detenuto al carcere Pagliarelli di Palermo, in regime di alta sorveglianza. Per lungo tempo aveva vissuto in Brasile e i carabinieri del Ros nel 2009 lo arrestarono per associazione mafiosa mentre si trovava nel paese latinoamericano, nel blitz "Mixer-Centopassi" ma presto tornò in libertà e assolto da ogni accusa.
Da quattro anni viveva a casa della madre, a Castellammare del Golfo, dove la mattina del 4 agosto lo hanno trovato gli investigatori dell'Antimafia, senza molte difficoltà. Nei giorni precedenti all'arresto Badalamenti jr era finito al centro di una piccola querelle con il comune di Cinisi. Il 2 luglio, a distanza di tredici anni dal primo sequestro, la corte d'Assise di Palermo aveva dissequestrato un casolare, restituendolo al figlio di "don Tano", che agli inizi di agosto cambiò il lucchetto. Scontrandosi con il sindaco di Cinisi, perché il comune in questi anni ha ristrutturato con dei fondi europei il bene confiscato, che dovrebbe diventare un mercato ortofrutticolo e un centro per la valorizzazione della vacca cinisara. Due giorni dopo fu arrestato.
di Matteo De Bellis*
Il Domani, 3 novembre 2020
Un anno fa, in questi giorni, il governo si trovava a un crocevia: poteva rinnovare il memorandum d'intesa con la Libia, firmato tre anni prima e ormai in scadenza, o metterlo da parte. Appena insediatosi, il governo Conte bis era sotto pressione.
Voleva mantenere l'accordo, la cui attuazione aveva garantito -mediante il rafforzamento delle autorità libiche con motovedette, formazione e assistenza nel coordinamento delle operazioni - un calo impressionante nel numero di rifugiati e migranti sbarcati in Italia.
Ma le prove delle violenze nei confronti di donne, uomini e bambini, sottoposti a detenzione arbitraria, omicidi, torture e stupri nei centri di detenzione in cui venivano rinchiusi a seguito della loro intercettazione in mare e del loro sbarco in Libia, erano ormai troppe per far finta di non vederle. Perciò, se da una parte il governo decise di mantenere il memorandum, dall'altra dovette promettere dei cambiamenti.
"Il governo intende lavorare per modificare in meglio i contenuti del memorandum, con particolare attenzione ai centri e alle condizioni dei migranti", dichiarò alla Camera il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. A un anno di distanza, occorre chiedersi che ne è stato di quell'impegno. Effettivamente, nel febbraio scorso, il governo italiano ha inviato a Tripoli una proposta di modifica del memorandum.
C'erano alcune belle parole, ma era una proposta all'acqua di rose: proponeva soltanto il "progressivo superamento" e parallelo "adeguamento" dei Centri di detenzione, legittimandoli piuttosto che pretendendone l'immediata chiusura, e rimestava la solita promessa di facilitare il lavoro delle agenzie Onu, come se queste potessero fermare gli abusi.
Nei mesi successivi il governo di Tripoli ha però rifiutato la pur timida proposta italiana. E a fronte di tale rifiuto, l'Italia ha fatto spallucce, continuando l'assistenza con la fornitura di nuove motovedette, la proroga delle missioni militari, e lo stalking delle Ong impegnate in mare.
Nei fatti, la strategia di esternalizzazione della frontiera in Libia è stata portata avanti con tale continuità da far pensare che le promesse in materia di diritti umani fossero poco più di un esercizio retorico. La situazione di rifugiati e migranti in Libia non è migliorata. Le persone intercettate in mare dalla Guardia costiera Libica continuano a venire sbarcate in Libia e trasferite nei centri di detenzione.
Centinaia di persone sono state trasferite in centri semi-clandestini, mentre di altre centinaia si sono perse le tracce. Chi è passato dai centri di detenzione continua a raccontare di sevizie e torture. L'intervento della Turchia La situazione si è aggravata a causa del conflitto civile, che per mesi ha visto Tripoli assediata, prima che il governo turco furbescamente intervenisse in sua difesa, scalzando l'Italia nel ruolo di alleato preferito.
Ora il presidente turco Recep Tayyp Erdogan potrebbe usare le partenze dalla Libia come spauracchio - come già fa nell'Egeo - mostrando i limiti di politiche che, fondandosi sulla collaborazione di governi autoritari, espongono chi le pratica a ricatti permanenti. Il Covid-19 ha complicato il quadro, tra l'altro offrendo al governo italiano una scusa per limitare ulteriormente lo sbarco in Italia. Oggi c'è un governo diverso da quello che aveva congegnato la cooperazione con la Libia, ma le differenze stentano a mostrarsi.
L'architetto di quella strategia ne conosceva i rischi: "Nel momento in cui dovesse stabilizzarsi il dato dell'azione di controllo delle acque territoriali libiche da parte della guardia costiera, si pone una questione di grandissimo rilievo, e cioè il tema delle condizioni di vita di coloro che vengono salvati dalla guardia costiera e riportati in Libia", disse nell'agosto 2017 l'allora ministro dell'Interno, Marco Minniti.
"Come voi sapete questo è l'assillo personale mio, ed è l'assillo dell'Italia", concluse. Quell'assillo non si è dimostrato poi così pungente. Se così fosse, vedremmo il governo impegnato nella chiusura dei centri di detenzione e nell'evacuazione di qualche migliaio di rifugiati.
Ma così non è, purtroppo. A un anno dalla promessa di modificare i termini della cooperazione con la Libia, tradita e abbandonata come le persone scaricate aldilà del mare, è tempo che il governo ne dia conto. Possibilmente con i fatti, più che a parole.
di Mario Monti
Corriere della Sera, 3 novembre 2020
Dopoguerra, terrorismo, crisi finanziaria: l'Italia ha superato altri tre momenti difficili perché alcuni leader politici hanno saputo far prevalere l'interesse collettivo. Nella vita di un Paese ci sono momenti in cui la competizione tra le forze politiche, essenziale per la democrazia, deve sapersi autolimitare dando vita ad un impegno unitario per salvare il Paese da gravi minacce. Dopo la Seconda guerra mondiale la politica italiana ha trovato la forza per unirsi, con un soprassalto di responsabilità, di fronte a tre grandi emergenze. In tutti e tre i casi, la politica ha avuto ragione dell'emergenza.
Tra il 1945 e il 1947, il governo Parri e i primi tre governi De Gasperi iniziarono a risollevare il Paese facendo leva sulla coesione tra i protagonisti della Liberazione, pur nettamente divisi sui temi economico-sociali e sulla collocazione internazionale dell'Italia. Nel 1976, Aldo Moro ed Enrico Berlinguer decisero di combattere il terrorismo unendo le forze politiche nel governo Andreotti 3 (governo di solidarietà nazionale). L'avvicinamento tra Dc e Pci in funzione antiterroristica sfociò in un vero e proprio governo di unità nazionale nel marzo 1978 (Andreotti 4), ma venne travolto dal rapimento di Aldo Moro nel giorno stesso del dibattito sulla fiducia. Il travagliato percorso di quegli anni verso la coesione fu comunque un fattore determinante per la sconfitta del terrorismo.
Nel 2011, dopo la Grecia, i mercati finanziari avevano identificato l'Italia come prossima preda degli attacchi speculativi sia per l'elevato debito pubblico, sia per la constatata incapacità della maggioranza di adottare i provvedimenti sui quali il governo (Berlusconi 4) si era impegnato con la Bce per ottenerne il sostegno ai titoli italiani. Di giorno in giorno i mercati assegnavano una probabilità crescente al default della Repubblica italiana, che avrebbe messo a rischio la stessa sopravvivenza dell'euro. Venuta meno la sua maggioranza Berlusconi si dimise. Ma, invece di trincerarsi con sdegno all'opposizione, accolse l'invito del presidente Napolitano a sostenere con il Pdl un governo di unità nazionale insieme con l'avversario di sempre, il Pd di Bersani, e la quasi totalità delle forze in Parlamento.
Dopoguerra, terrorismo, crisi finanziaria. L'Italia ha superato queste tre gravi emergenze senza ricorrere a sospensioni della Costituzione o a misure straordinarie. Le ha superate perché la coscienza del Paese e alcuni leader politici hanno saputo far prevalere l'Interesse Nazionale (quello serio e drammaticamente reale, non quelli strumentali che si sprecano nei tweet).
L'attuale crisi pandemica è stata finora gestita, con alcuni interventi efficaci ed altri inefficaci, senza fare ricorso a nessuna forma di unità nazionale. Eppure, per sua natura, questa crisi richiede misure incomparabilmente più intrusive di quelle che in passato, per essere introdotte, avevano richiesto l'unità nazionale. Limitazioni estreme delle libertà individuali; chiusura d'imperio delle attività economiche; corresponsione dei "ristori", certo necessari, ma a carico di una collettività certo inconsapevole.
Questa emergenza riassume in sé il ricordo sinistro delle tre precedenti. C'è guerra, coprifuoco. C'è terrore, del virus. C'è disastro economico, da chiusure; quello finanziario, da "ristori", seguirà. Finora, senza unità nazionale, la crisi pandemica è stata gestita grazie all'unità della paura. Ma non si potrà andare avanti così, come il direttore di questo giornale Luciano Fontana e Antonio Polito hanno chiaramente spiegato nei giorni scorsi. Ma l'unità nazionale, oggi indispensabile, è oggi possibile? A mio parere è possibile una forma leggera di unità nazionale, che a ben vedere è anche l'unica richiesta dalla situazione attuale.
In questo momento sono frustrati sia il Parlamento sia le opposizioni. La loro frustrazione è giustificata, perché né l'uno né le altre, anche se volessero, avrebbero la possibilità di dare contributi propositivi. Hanno, sì e no, il diritto di mugugno (come i marinai genovesi). Che loius murmurandisia esercitato nelle aule parlamentari o sulle piazze, esso riduce la credibilità del governo e accresce la rabbia nel Paese. In questi giorni le opposizioni hanno dato segnali di disponibilità al dialogo. Anche in questa occasione, il maggiore senso di responsabilità è venuto da Silvio Berlusconi: i suoi voti sono disponibili per aiutare l'Italia, ha detto, non certo per aiutare il governo; ma questo è sufficiente. Giorgia Meloni e perfino Matteo Salvini hanno dato qualche segno di disponibilità. Sarebbe un grave errore se il governo non raccogliesse questi segni, in modo sostanziale. E non ha nulla da temere.
Se tutti noi saremo presto locked-down, il presidente Conte, nel bene e nel male, è locked-in. Nessuno gli toglierà quella poltrona. Elezioni, o anche solo una crisi di governo per cambiarne rapidamente il capo, non sono verosimili per ragioni ben note. E poi, a quale scopo? Io per esempio non vedo nessuno, politico o tecnico, disponibile o meno, che sia chiaramente più adatto di Conte a gestire questa crisi. Né vedo la necessità di creare un nuovo organo - una cabina di regia, una commissione bicamerale - come luogo istituzionale in cui cercare di forgiare un minimo di unità nazionale. Dunque: non c'è da cambiare il direttore d'orchestra, non ci sono da introdurre nuovi strumenti; c'è solo da modificare lo spartito.
In una recente trasmissione televisiva (L'aria che tira, 28 ottobre) ho suggerito che il presidente del Consiglio solleciti l'attivazione, in via permanente, delle Commissioni competenti di Camera e Senato per gli Affari costituzionali e Sanità (in questa fase; più avanti anche quelle per il Bilancio e gli Affari europei, quando si tratterà di utilizzo dei fondi europei), le coinvolga nella fase preparatoria dei provvedimenti, ne raccolga i contributi.
Non dovrà sottostare a veti e dovrà imporre ritmi veloci. Se impiegherà un paio di giorni in più rispetto alla sua attuale modalità di decisione, saranno però giorni risparmiati in termini di aggiustamenti successivi e di disorientamento del Paese. In una fase in cui molti parlamentari sono essi stessi in lock-down, le commissioni presentano, a differenza dell'aula, anche il vantaggio di consentire la sostituzione con colleghi dello stesso gruppo, senza alterare così il peso dei partiti.
Per avviare questa nuova modalità di lavoro, che accrescerà in tutti il senso di responsabilità verso il Paese e metterà la gestione di questa terribile emergenza un po' al riparo dalle manovre politiche di parte, sarebbe sufficiente che il presidente del Consiglio si accordasse con i presidenti di Senato e Camera. Se il presidente del Consiglio e i capi delle opposizioni considerassero seriamente questa prospettiva, si muoverebbero lungo la linea più volte autorevolmente sollecitata dal presidente Mattarella. Quella di affrontare questa drammatica sfida in uno spirito di unità nazionale.
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 3 novembre 2020
Quattrocento testimoni saranno chiamati a deporre con i loro ricordi di quanto accadde nel centro di detenzione detto El Infierno. Le accuse per i 18 imputati vanno dalla privazione illegale della libertà, agli stupri fino all'occultamento dei figli delle recluse poi dati a famiglie fedeli alla giunta militare.
Ne hanno identificati 500 finora ma solo 130, al giugno del 2019, hanno ritrovato i loro nonni e scoperto di chi erano realmente figli. Con loro torna in un'aula del Tribunale di La Plata, in Argentina, uno dei capitoli più truci e vergognosi della dittatura militare, quella che governò con il terrore il Paese sudamericano tra il 1976 e il 1983.
La giurisprudenza argentina la cataloga come Appropriazione di minori, più efficacemente noto come "Piano sistematico": bambini, spesso neonati, figli di coppie di arrestati - torturati nei centri segreti di detenzione, perché sospettati di simpatie con la sinistra, fatti sparire in fosse comuni o lanciati dagli aerei nel Rio de la Plata - affidati ai carnefici e da questi adottati.
Un orrore, tra i tanti commessi dalla giunta guidata dal generale Jorge Rafael Videla e dai suoi successori. Grazie al lavoro instancabile e costante delle Nonne di Plaza de Mayo che si misero subito alla ricerca dei propri figli e nipoti, si riuscì a smascherare una pratica che la giunta militare aveva sempre negato o ammettendo, davanti all'evidenza, solo alcuni casi considerandoli comunque un'eccezione, il gesto illegale di qualche ufficiale che non confermava ciò che i parenti invece denunciavano.
Ci vollero 16 anni, al termine di un braccio di ferro tra i vertici militari messi sotto processo per le atrocità commesse durante la dittatura e i nuovi governi della ritrovata democrazia, per scoprire una realtà che andava oltre l'immaginazione. E ce ne vollero altri tre per mandare alla sbarra i responsabili di questo traffico di piccoli esseri umani e comminare la prime sentenze.
Nonostante gli indulti concessi sulla base delle leggi della Obediencia Debida e del Punto Final, con le quali si riconobbe la tesi che i quadri inferiori delle Forze Armate avevano obbedito agli ordini superiori nella lotta al comunismo e al terrorismo di sinistra, gli autori di queste mattanze e di queste adozioni forzate vennero individuati. E fu grazie alla creazione di un Centro di raccolta del Dna se i bambini allevati da chi aveva torturato e ucciso i loro genitori scoprirono l'amara verità. Uno shock per questi ragazzi diventati adulti e per l'intera Argentina costretta a guardarsi dentro in un viaggio catartico che sembrava un incubo.
Adesso il Tribunale di La Plata apre un capitolo di questa orrenda storia. Riguarda quello che avvenne nei centri di detenzione di Pozo da Banfield, Pozo de Quilmes e Brigada Lanús, noto come El Infierno: tre centri di detenzione dove centinaia di detenuti vennero sottoposti a sevizie e violenze. Ci sono 18 imputati: ufficiali, medici, psicologi, alti dirigenti dell'amministrazione che hanno avuto ruoli diversi nella mattanza e nell'affidamento illegale dei piccoli superstiti.
Quattrocento testimoni saranno chiamati a deporre con i loro ricordi. Moltissimi i sopravvissuti che potranno raccontare quello che videro e ascoltarono. Le accuse vanno dalla privazione illegale della libertà, agli abusi sessuali all'occultamento di bambini nati da recluse e poi prelevati per essere affidati a famiglie fedeli alla giunta militare.
Tra gli imputati c'è Miguel Etchecolatz, 91 anni, già in carcere per una condanna a 4 ergastoli. Era il responsabile della polizia giudiziaria di Buenos Aires. Con lui ci saranno l'ex ministro degli Interni della provincia di Buenos Aires, Jaime Lamont Smart, già condannato in un giudizio separato nel 2012 all'ergastolo per crimini contro l'umanità. Quindi Juan Miguel Wolk, che gestiva il centro di detenzione di Pozo Banfield e Jorge Bergés, medico impiegato nelle sale di tortura.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 3 novembre 2020
Per la morte del reporter, ucciso nel 2014 nel Donbass mentre lavorava con il collega Mironov, il sergente italo-ucraino Markiv è stato condannato a 24 anni dal tribunale di Pavia. Ma il governo di Kiev preme su politica e magistrati per inquinare il processo e scagionare il militare. La storia, purtroppo, è nota: un reporter italiano, Andy Rocchelli, ucciso in Ucraina nel 2014 insieme con un collega, Andrej Mironov, mentre svolgevano il loro lavoro in Dobass. Scattavano fotografie ai civili disperati dal conflitto quando furono colpiti da militari, appostati su una collina. Forse uno scambio di persona, forse chissà. Tra loro - questo per lo meno ha stabilito il tribunale di primo grado di Pavia - il sergente Vitalij Markiv, cittadino ucraino ma anche italiano, condannato a 24 anni per concorso in omicidio.
Oggi si terrà l'ultima udienza di quel processo di Appello, al tribunale di Milano. Un processo che è diventato però qualcosa di diverso. Un qualcosa che attiene più alla politica che alla giustizia. L'avvio del processo è stato preceduto da conferenze stampa organizzate in difesa dell'imputato svolte in luoghi istituzionali italiani - una delle quali nell'estate 2019 ancor prima del deposito delle motivazioni della sentenza, poi il 14 febbraio e il primo settembre 2020, tutte al Senato a Roma, infine l'11 settembre 2020 alla Regione Lombardia a Milano.
Le autorità ucraine, fin dal primo grado, in realtà, stanno facendo pressioni importanti sulla politica italiana. E anche sugli stessi magistrati. Nelle ultime udienze sono successe molte cose, infatti: la Corte ha raccontato di aver ricevuto "in modo un po' irrituale" una mail dal ministero della Giustizia ucraino nella quale per questioni di giurisdizione si fa notare che Markiv è cittadino ucraino. Ma anche italiano, e per questo è processato in Italia. Il ministro degli Interni ucraino, Arsen Avakov, è stato in aula. "Sono qui per proteggere e sostenere Markiv - ha detto - ci sono prove che dicono che è innocente. Di questo caso giudiziario il nostro Presidente ha parlato con Conte e abbiamo avuto dei contatti coi ministri italiani".
Sono state fatte pressioni affinché fosse usato come prova un docu-film realizzato da quattro giornalisti - tre italiani e un'ucraina, - con tanto di ringraziamento nei titoli di coda del Governo ucraino e della Guardia Nazionale. Una testimone ha raccontato di essere a conoscenza delle minacce e di una richiesta di ritrattazione di un'ucraina che avrebbe tradotto le deposizioni di due senatori, nel corso del processo di primo grado. E ancora: il sostituto procuratore generale ha chiesto che fosse trascritta un'intercettazione, sfuggita in primo grado, in cui Markiv avrebbe pronunciato in carcere la frase: "Nel 2014 abbiamo fottuto un reporter...".
Nel mezzo c'è il dolore composto e orgoglioso dei genitori di Andy, Elsa e Rino Rocchelli. Che fin dal principio non si sono arresi e hanno perseguito la verità. Ci sono le minacce ricevute dal loro avvocato, Alessandra Ballerini.
"In questi mesi - dice Articolo 21 - si è messa in moto una campagna a favore di Markiv, per provare a dimostrare la sua estraneità. Legittimo. Non altrettanto l'uso di insulti - tra lo sguaiato e il ridicolo - lanciati contro i legali della famiglia Rocchelli, contro la magistratura e contro la Federazione Nazionale della Stampa che ha voluto essere parte civile per affermare che i giornalisti non vanno mai lasciati soli".
di Filippo Barbera
Il Manifesto, 3 novembre 2020
Peggio dell'epidemia c'è solo la reazione che ne è conseguita in un paese diviso, in una comunità politica priva di consistenza incapace di unirsi perfino davanti a un nemico comune. Trattative estenuanti e discussioni interminabili, videoconferenze e negoziazioni. Senza che Governo e Regioni siano riusciti a trovare un accordo.
La non-decisione sul nuovo Dpcm, rinviata nel fine settimana, è il segno della volontà dei diversi livelli di Governo di non voler pagare il costo politico della scelta. Un costo insostenibile in un ambiente politico iper-conflittuale e privo di coesione istituzionale, dove tutti aspettano che sia l'altro a fare la prima mossa, dichiarando senza se e senza ma: dobbiamo chiudere. In questo modo la situazione non potrà che peggiorare, fino a rendere tanto più drastiche, lunghe e intransigenti le nuove misure che dovranno essere decise e attuate.
Anzi, si potrebbe sostenere, il costo politico sarà tanto minore quanto più il quadro pandemico e il sovraccarico sul sistema sanitario non potranno che indicare un lockdown, più o meno parziale, come unica possibile scelta. Un insieme di misure a livello nazionale generate dall'assenza di qualsiasi spirito unitario. Una scelta che riguarderà tutta la collettività proprio perché questa o, meglio, le forze che la rappresentano, è incapace di pensare e agire in modo organico anche di fronte a una pandemia. Il nemico esterno non è sufficiente per unire una collettività ridotta a un assemblaggio di poteri e livelli di governo che corrono una disperata e solitaria gara. Scaricando il costo delle scelte sull'altro e additandolo come il colpevole delle decisioni prese.
Questo in un'arena politica dove le forze di opposizione sono pronte a utilizzare ogni possibile evento, scivolone, incertezza, per attaccare frontalmente la maggioranza. Il rifiuto di entrare nella "cabina di regia" ne è la prova plastica: la tenuta del Paese è questione che riguarda il Governo, l'opposizione ha solo il compito di approfittare delle conseguenze della scelta, soffiando sul fuoco e cavalcando, se non organizzando, la protesta di piazza.
Debolezza della politica, certo, ma non surrogata dalle forze sociali che, con ben poche eccezioni, si posizionano sullo scacchiere solo per chiedere risorse e salvaguardie per i propri iscritti, ben attente a non concedere nulla a misure che potrebbero intaccare il loro campo di influenza o che le metterebbero di fronte alla necessità di innovare la loro stanca azione. Politica e società miseramente frammentate e divise, incapaci di visione collettiva. Prive di qualsiasi capacità di futuro.
Il sapere esperto, in un ambiente tanto conflittuale e frammentato, non può innocentemente identificarsi con le regole della scienza. Non può essere percepito, semmai ciò fosse veramente possibile, come consigliere esperto in posizione di terzietà rispetto ai contendenti. La voce della scienza è così interpretata come la voce di una delle parti in gioco nel conflitto politico e istituzionale.
Chi ha l'ha capito non attende di essere classificato come pro o contro il Governo, ma sceglie sin da subito da che parte stare. Così anche il campo scientifico, mai veramente immune alla tentazione del posizionamento politico, diventa teatro di scontri, guerre e accuse, che ne sminuiscono l'autorevolezza agli occhi dell'opinione pubblica. I giornali, in questo contesto, nuotano nell'acqua che più gli è familiare: la polemica politica come principale guida e criterio per la costruzione della notizia.
La pandemia Covid-19 è così lo specchio del Paese, fredda superficie che riflette senza filtri la frammentazione della sua classe dirigente, l'inconsistenza dei suoi corpi intermedi, la pochezza dei suoi mezzi di comunicazione di massa. La ricerca del capro espiatorio - i giovani irresponsabili, gli anziani fragili, i dipendenti pubblici che "vogliono il lockdown" perché così lavorano meno, le mamme che vogliono le scuole aperte - è nulla più che la conseguenza della guerra di tutti contro tutti.
Peggio della pandemia è solo la reazione che ne è seguita. Sintomo di una comunità politica priva di consistenza, saltuariamente illuminata da poche voci autorevoli ma isolate, tenuta assieme da organizzazioni della cittadinanza attiva che tentato di soccorrere i più fragili, nobilitata da chi sceglie la via dell'impegno quotidiano, nel pubblico come nel privato, a ridosso dei bisogni di individui e famiglie. Risorse preziose ma non inesauribili che, presto o tardi, si depaupereranno lasciando spazio alla rabbia e al risentimento. Gli imprenditori della paura non aspettano altro.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 3 novembre 2020
Amnesty International, Campaign Against Homophobia, Freemuse, Front Line Defenders, Human Rights Watch e Ilga-Europe hanno chiesto al procuratore generale della Polonia di annullare l'accusa di "offesa ai sentimenti religiosi" per la quale tre attiviste andranno a processo il 4 novembre nella città di Plock.
Elżbieta, Anna e Joanna sono accusate di violazione dell'articolo 196 del codice penale per aver affisso, in vari luoghi pubblici di Plock, dei poster raffiguranti la Vergine Maria e il Bambinello con l'aureola dipinta con i colori dell'arcobaleno, simbolo del movimento Lgbti. Secondo l'atto d'accusa, le tre attiviste hanno "insultato pubblicamente un oggetto di culto religioso mediante una raffigurazione che ha offeso i sentimenti religiosi di altre persone".
Dopo l'arresto della sola Elżbieta, eseguito nel maggio 2019 di ritorno da una serie di conferenze sulla situazione in Polonia organizzate da Amnesty International in Belgio e Olanda, nel luglio 2020 tutte e tre le attiviste sono state incriminate ufficialmente. Se giudicate colpevoli, rischiano fino a due anni di carcere semplicemente per aver esercitato il loro diritto alla libertà di espressione, in questo caso artistica. Il loro caso non è isolato.
Negli ultimi anni molti attivisti e difensori dei diritti umani sono stati ripetutamente perseguitati per aver svolto attività legittime e pacifiche. Elżbieta, insieme ad altre 13 attiviste per i diritti umani, era stata picchiata per aver preso posizione contro l'odio in Polonia durante la Marcia dell'indipendenza del 2018. Insieme ad Anna e Joanna, Elżbieta lotta pacificamente contro l'odio e la discriminazione. Le tre attiviste sono impegnate da anni per una Polonia di giustizia e uguaglianza. Finora, circa 14.000 persone hanno aderito alla campagna internazionale che chiede al procuratore generale della Polonia di annullare le accuse nei loro confronti.
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