di Giuliano Foschini e Anais Ginori
La Repubblica, 2 novembre 2020
Brahim Aoussaoui aveva progettato l'attentato di Nizza in Italia. Aveva deciso di punire la Francia, dopo che Charlie Hebdo aveva ripubblicato le caricature di Maometto, alla vigilia del processo per gli attentati del 2015. Non ha fatto tutto da solo: qualcuno - questa per lo meno è la convinzione dei servizi di intelligence - lo avrebbe guidato a distanza, attraverso un canale Telegram. E certamente in Francia non è arrivato da solo: Aoussaoui - le cui condizioni fisiche sono migliorate nelle ultime ore, ma non è ancora in grado di rispondere alle domande degli inquirenti francesi - era a Nizza con Ahmed Ben Amor, tunisino anche lui di 29 anni. Con il quale aveva fatto la traversata via mare dalla Tunisia. Con lui era arrivato a Lampedusa, con lui era stato trasferito a Bari. E con lui aveva raggiunto Nizza, probabilmente da Roma.
È questa la novità emersa nelle ultime ore, dopo l'ennesimo scambio di informazioni tra la nostra procura antiterrorismo e quella francese. A Grasse, 45 chilometri da Nizza, è stato fermato, insieme con altri due cittadini algerini, Ben Amor, con il quale Aoussaoui era stato visto parlare il giorno prima dell'attacco alla Basilica. Nel frattempo la Polizia italiana, sotto il coordinamento dell'Ucigos, ha ricostruito alcuni passaggi di Aoussaoui in Italia. È arrivato a Lampedusa lo scorso 21 settembre. A bordo di un barchino con 21 persone. Immediatamente la polizia ha cercato di rintracciare le persone che viaggiavano con lui: si tratta di due nuclei familiari e di altre 11 persone. Tutti, dopo l'arrivo in Italia, sono stati caricati sulla nave Rhapsody, per passare i 15 giorni di quarantena. Nave che il 9 ottobre è arrivata a Bari.
Delle undici alcuni sono stati sistemati nei Cpr, i Centri di permanenza per il rimpatrio. È stata una scelta casuale: i primi migranti scesi dalla nave sono stati sistemati nei centri mentre gli altri, tra cui Aoussaoui, sono stati rilasciati con un ordine di espulsione firmato dal questore. Sulla procedura la procura di Bari ha aperto un'indagine conoscitiva che ha certificato la correttezza dei passaggi. La Polizia sta cercando di rintracciare tutte le 21 persone. All'appello mancherebbero in quattro. Uno di loro è appunto Ben Amor, fermato in Francia.
Secondo quanto è stato ricostruito, il ragazzo sarebbe andato direttamente da Bari a Roma. Mentre Aoussaoui da Bari è tornato in Sicilia. Al momento sulle motivazioni del viaggio ci sono punti interrogativi: avrebbe raggiunto il figlio di un amico dei genitori ma alla procura Antiterrorismo non sfugge che proprio tra Palermo e Alcamo, dove l'attentatore è stato, è attiva un'organizzazione che offre supporto logistico ai clandestini.
Da quanto hanno ricostruito Aoussaoui ha raggiunto poi Roma. E da Roma, probabilmente insieme con Ben Amor, ha raggiunto in bus Nizza 36 ore prima dell'attentato. La Polizia italiana sta analizzando i filmati delle telecamere di stazioni ferroviarie e di bus per capire se i due fossero soli. Mentre i tabulati telefonici nelle prossime ore potrebbero dare riscontri importanti.
Non dovrebbero avere, invece, alcun ruolo i due fermati dalla Gendarmerie francese nelle scorse ore: sono stati visti parlare con Aoussaoui prima dell'attentato, ma avrebbero solo scambiato banali informazioni. Un consiglio su un croissant, una bottiglia d'acqua. "Al momento la cosa certa è che Aoussaoui è arrivato in Francia per uccidere", ha detto il Ministro dell'Interno francese Gérard Darmanin.
di Pierluigi Battista
Corriere della Sera, 2 novembre 2020
C'è qualcosa di più profondo, un insieme di fattori culturali e psicologici che ci impedisce di vedere ciò che in realtà si presenta con un'evidenza clamorosa. Ci devono essere ragioni molto solide se tante persone, solitamente attente e intellettualmente oneste, non riescono proprio a dare un nome e una definizione al terrorismo dei decapitatori e degli sgozzatori che stanno insanguinando la Francia "infedele".
Certo, c'è molta paura di pronunciare quella parola che inizia per "I" e che in forma cautelativa qui si evita di scrivere nero su bianco, c'è il terrore che taglia le lingue e cerca di non aizzare i fanatici che in nome di quella indicibile "I" di cui è meglio non svelare le lettere immediatamente successive, uccidono senza pietà, e dunque basta con la satira, da riservare eventualmente alle religioni di questi tempi meno inclini alla vendetta. No, c'è qualcosa di più profondo, un insieme di fattori culturali e psicologici che ci impedisce di vedere ciò che in realtà si presenta con un'evidenza clamorosa.
C'è la legittima e comprensibile resistenza a farsi rigettare nel contesto di una per noi inconcepibile e anacronistica "guerra di religione". C'è il senso di colpa, per così dire europeo e occidentale, per i crimini commessi nel passato e che oggi i "dannati della terra" vogliono farci pagare con gli interessi. C'è una forma di ottusità ideologica che ci impedisce di vedere come la fede religiosa possa avere un qualche ruolo nella modernità secolarizzata.
C'è una profonda stanchezza per alcuni valori, in primis la libertà d'espressione e l'eguaglianza tra donne e uomini che invece, agli occhi di fondamentalismi ostili di matrice religiosa, sono il simbolo della peccaminosità dell'Occidente liberale, meritevoli perciò di una purificatrice condanna a morte. C'è l'ecumenismo relativista che vede in ogni rivendicazione di ("nostra") identità l'anticamera della sopraffazione nei confronti delle minoranze deboli e schiacciate, e che oggi sarebbero animate da un senso di rivalsa, certo criminalmente distorto e tuttavia indotto da motivazioni diverse da quelle del fanatismo religioso.
C'è la scarsa, chiamiamola così, voglia di combattere per la difesa di valori che un tempo consideravamo irrinunciabili, e oggi forse non più. C'è la paralisi culturale del "cui prodest", quella paura di dirsi verità sgradevoli per non regalare argomenti agli avversari da cui l'eccesso di edulcorazione che porta alla vera a propria autocensura. Quindi, certo la paura.
di Sergio Harari
Corriere della Sera, 2 novembre 2020
Il personale sanitario è ridotto all'osso, spossato e decimato dai contagi e dalle quarantene, e gli attuali turni massacranti non potranno prolungarsi in eterno. "Errare humanum est, perseverare autem diabolicum", dice un vecchio aforisma che dovrebbe far molto riflettere in questi giorni. Sono settimane che la curva dei contagi, dei ricoveri e dei morti conosce una crescita costante e che le proiezioni degli epidemiologi parlano chiaro sui futuri scenari.
Così come è ormai evidente da tempo che il tracciamento dei casi si è perso, i numeri sono diventati troppo importanti per poterlo garantire. Eppure si indugia sulle misure da prendere come se non vi fosse nessuna fretta. Come se i drammi vissuti per i colpevoli ritardi di soli pochi mesi fa non ci avessero insegnato nulla. Assistiamo a un continuo rimpallo di competenza tra le diverse istituzioni, mentre i pronto soccorso si affollano e le corsie dei nostri ospedali sono già in evidente crisi.
La seconda ondata della spagnola fu la peggiore, fu quella che registrò più vittime e falcidiò più vite; così probabilmente non sarà con il Covid 19, molto verosimilmente la mortalità sarà inferiore alla scorsa primavera, ma il numero di contagi e la diffusione del virus è ancora maggiore di allora. Anche al netto del diverso numero di tamponi, il virus oggi circola molto di più. Qualsiasi lettore può rendersene conto direttamente: quante persone fra le vostre amicizie avete conosciuto che la scorsa primavera avevano contratto l'infezione? E in queste settimane? Anche se la stragrande maggioranza dei contagiati non necessita di ricovero una piccola percentuale sì, e se il numero dei positivi aumenta, il conto è presto fatto.
Ma non è solo per questo che la seconda ondata rischia di essere ben peggio della prima. Oggi, oltre ai malati di Covid, nei nostri ospedali abbiamo anche tutti quei pazienti con malattie serie ma negativi al virus: oncologici, cardiopatici, e altri ancora. Le nostre risorse però non ci consentono di raddoppiare i reparti, il personale sanitario è ridotto all'osso, spossato e decimato dai moltissimi contagi e dalle necessarie quarantene, mentre gli attuali turni massacranti non potranno prolungarsi in eterno. Medici e infermieri non sono più sostenuti da quel senso di solidarietà nazionale che garantì il morale e l'adrenalina utili a superare certi momenti di stanchezza. Sia la storia passata che quella molto recente ci insegnano che ogni esitazione, ogni ritardo si paga, abbiamo bisogno di fermare la crescita dell'epidemia subito, non è più il tempo del domani.
di Michele Ainis
La Repubblica, 2 novembre 2020
Le parole sincere possono cambiare il mondo, diceva Buddha. Durante questa crisi, possono evitare quantomeno che il mondo cambi in peggio. Invece un altro morbo s'è aggiunto a quello che già circola nell'aria: il virus dell'ipocrisia. Ne è stata infettata la politica, e da lì il contagio si propaga nelle istituzioni, s'allarga alle leggi cui siamo sottoposti.
Giacché i nostri governanti ci trattano come un popolo bambino, e allora ci propinano mezze misure, giustificandole con mezze verità. Esempio: i ristoranti. Stavano per chiuderli, come accadde in primavera. Per non spaventare gli italiani, per non destare troppe proteste nei diretti interessati, per queste o altre recondite ragioni, li hanno lasciati aperti fino alle 18. Ma in favore di chi? A pranzo, con gli uffici deserti causa smart working, non ci va quasi nessuno. Dunque i ristoranti sono stati messi in quarantena senza dirlo.
E nel frattempo molti ristoratori chiudono i battenti, tanto non ne vale più la pena. Decisione loro, mica del governo. L'Italia non ha il cuore di pietra come la Francia o la Germania, che ne hanno appena decretato la serrata. Il nostro governo è più che permissivo, per 13 ore al giorno non pone alcun divieto. Sicché va in scena l'antica strategia dello scaricabarile. Non solo fra le istituzioni e i cittadini, anche fra le stesse istituzioni.
La prima versione del primo Dpcm della seconda serie (sembra Netflix, ma purtroppo non è un film), quello del 18 ottobre, scaricava sui sindaci la responsabilità del lockdown. Ora è la volta del rimpiattino fra Stato e Regioni: chiudi tu, no tu. Nel frattempo l'esecutivo finge di tendere la mano all'opposizione, ma in realtà tende il telefono, informando i suoi leader cinque minuti prima della conferenza stampa del premier. L'opposizione finge disponibilità a collaborare, dopo di che mitraglia ogni provvedimento del governo, forse anche un panettone gratis per Natale.
Questa fiera delle menzogne si ripete pure nelle relazioni fra governo e Parlamento. Dopo le polemiche sull'abuso dei Dpcm, il primo aveva promesso di recepire gli indirizzi del secondo, prima di varare l'ennesimo decreto. L'ha fatto una volta, poi non più. Ne mancava il tempo, questa la giustificazione. Ma ogni Dpcm è per definizione un atto urgente, e l'urgenza o c'è o non c'è, non funziona a intermittenza come le frecce di un'autovettura.
Inoltre gli ultimi Dpcm sono stati preceduti da lunghe riunioni con le delegazioni dei partiti, delle categorie economiche, degli enti locali. Fuori dal Parlamento, non dentro le sue sale. Quindi è mancata la voglia, non il tempo. Viceversa in altri casi la voglia c'è, però difettano gli accordi. È l'apologia del "vorrei ma non posso", consacrata nel Dpcm del 24 ottobre.
Dove s'affaccia una nuova fauna di prescrizioni normative, oltre i diritti e gli obblighi, le facoltà e i divieti: la specie dei consigli. Vi s'incontrano difatti 3 raccomandazioni e 5 "forti raccomandazioni", che spaziano dall'uso delle mascherine dentro casa all'esigenza di limitare i viaggi, di non incontrare estranei, e via raccomandando.
E perché non obbligando? In parte perché sarebbe impossibile piazzare un poliziotto in ogni abitazione, in parte per contrasti fra i partiti. Da qui la formuletta ipocrita, a costo di scivolare verso lo Stato etico, che s'intrufola negli stili di vita individuali.
E se i cittadini disobbediscono alla raccomandazione? Subiranno un rimprovero semplice, oppure un forte rimbrotto, a seconda dei casi. Ma i casi sono dubbi, tanto che una circolare del ministero dell'Interno ha dettato chiarimenti. Ecco infatti il frutto di questa politica bugiarda: l'incertezza. Nessuno sa più che pesci prendere, né noi né tantomeno loro.
di Rachida El Azzouzi*
Il Fatto Quotidian, 2 novembre 2020
Marocco, Algeria e Tunisia. Nei tre Paesi da anni vengono compiute violenze e uccisioni su donne e bambine. Ogni volta si torna a parlare di pena di morte pur di porvi rimedio Ma in realtà è solo ricerca di consenso politico. Si chiamava Chaïma Sadou e aveva 19 anni. È stata trovata morta il 3 ottobre scorso vicino a Boumerdes, in Algeria, in una stazione di servizio abbandonata.
È stata picchiata, violentata e bruciata viva da un uomo contro il quale aveva già sporto denuncia. Rahma Lahmar, 29 anni, è stata trovata morta il 25 settembre in un fossato nella periferia nord di Tunisi. Rientrando a casa dal lavoro ha incrociato un uomo già condannato due volte per tentato omicidio e furto. Infine, Adnane Bouchouf, è stato trovato morto l'11 settembre, sepolto sotto un albero poco lontano da casa sua, in un quartiere popolare di Tangeri, in Marocco. Aveva solo 9 anni ed è stato violentato e ucciso da un vicino.
La violenza contro le donne e i bambini è una piaga profonda in Maghreb. Come già successo in passato, anche dopo questi tre crimini, a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro, si è acceso il dibattito sulla pena di morte. In Marocco la pena capitale è ancora in vigore, ma non è applicata dal 1993. La sua abolizione non fa l'unanimità e il re Mohammed VI evita di prendere posizione. Da parte sua, il presidente tunisino, Kaïs Saïed, non ha mai nascosto di sostenere la pena di morte e si è detto favorevole a ricorrervi nei casi di femminicidio, sollevando l'indignazione dei difensori dei diritti umani.
In Tunisia non ci sono esecuzioni dalla moratoria decisa nel 1991 dal defunto dittatore Ben Ali. In Algeria, la pena di morte, che non è applicata dal 1993, è ampiamente sostenuta dall'opinione pubblica. In un video diventato virale, la madre di Chaïma Sadou implora il presidente Tebboune di far giustiziare l'assassino di sua figlia applicando "el Qissas", la legge del taglione prevista dal diritto musulmano. "La pena capitale non impedirà ai criminali di agire", osserva l'avvocato Nadia Aït Zaï, nota figura del femminismo in Maghreb, che si batte da decenni scontrandosi con una potente corrente patriarcale e conservatrice e con l'apatia della classe politica.
Secondo la docente di diritto della famiglia all'università di Algeri, la legislazione in vigore oggi è troppo debole, malgrado dei passi siano stati fatti con l'articolo 40 della nuova Costituzione, che garantisce maggiore protezione delle donne contro la violenza. Nadia Aït Zaï chiede condanne più dure, fino all'ergastolo, e la creazione di un tribunale speciale: "Le donne non denunciano in modo sistematico per paura di ritrovarsi per strada. Se l'assassino di Chaïma Sadou fosse stato posto sotto sorveglianza dopo la prima denuncia, il crimine si sarebbe potuta evitare". "Non è chiedendo la pena di morte che renderemo giustizia a Chaïma Sadou. Sono le leggi che devono essere cambiate e applicate", si legge sul sito Féminicides Algérie che, in assenza di statistiche ufficiali, si occupa di censire i femminicidi in Algeria.
All'origine del sito, due giovani femministe, Narimene Mouaci Bahi e Wiame Awres: "Le donne assassinate non sono solo numeri, avevano un nome, delle vite, a volte dei bambini - osservano le due giovani -. Non le dimentichiamo". Il sito ha contato almeno 41 femminicidi nel 2020, una sessantina nel 2019, ma i numeri sono di molto inferiori alla realtà. In un clima di repressione, ma sulla scia del #Metoo e della rivolta popolare del movimento Hirak, l'8 ottobre due manifestazioni femministe senza precedenti in omaggio a Chaïma Sadou si sono tenute a Algeri e Orano.
"In Marocco, Tunisia e Algeria, la donna è stata confinata nello spazio privato. In questo modo è stata ostacolata la sua piena partecipazione alla vita pubblica e sono stati limitati i suoi diritti. In questi paesi è la legge musulmana a decidere il posto che le donne devono occupare", spiega ancora l'attivista Nadia Aït Zaï. "Dietro un discorso protettivo, che nasconde l'ipocrisia collettiva, la donna è stata considerata sempre solo come sorella, figlia o moglie, raramente come una persona a pieno titolo - scrive in un editoriale il caporedattore di Liberté
Algérie, Hassan Ouali. Dietro parole affettuose, si cela un desiderio di sottomissione e dominio". Anche la Tunisia, presentata come "laboratorio della democrazia" nel mondo arabo dalla caduta di Ben Ali nel 2011, non è immune a forme estreme di conservatorismo.
Il presidente Kaïs Saïed ha firmato il 13 agosto un grande passo indietro seppellendo l'uguaglianza tra uomo e donna in caso di eredità, riforma portata avanti dal suo predecessore sotto la pressione dei movimenti femministi, e reintroducendo la lettura letterale del Corano. "La questione dell'eredità è centrale perché tocca il potere materiale degli uomini, sottolinea la teologa marocchina Asma Lamrabet, figura di spicco del femminismo musulmano. Mettere in discussione questo principio religioso significa scalfire i fondamenti del patriarcato arabo- musulmano, dunque l'autorità assoluta degli uomini sulle donne". In Tunisia la morte di Rahma Lahmar ha rimesso sul tavolo la questione della pena capitale, in un contesto di crescente insicurezza. Nel 2018 il tasso di criminalità è aumentato del 13% rispetto al 2017. Secondo il sito Inkyfada, nel 2019
In Algeria i femminicidi sono stati 41 nel 2020 In Tunisia nel 2019 3.000 le violenze In Marocco sono 30 mila i bambini violentati ogni anno sono state registrate quasi 3.000 denunce per violenza sessuale e 13.679 per violenza verbale. Durante il lockdown di marzo, sono stati segnalati quasi 4.000 casi di violenze sulle donne, secondo il ministero tunisino della Giustizia. "L'emozione popolare dopo la morte di Rahma Lahmar è stata alimentata dal sostegno del presidente Saïed alla pena di morte e il dibattito ha preso una dimensione a e politica", ha spiegato il sociologo Zouheir Ben Jeannet, docente all'università di Sfax.
Pochi giorni dopo l'omicidio della giovane donna, il 9 ottobre, il tribunale di Tunisi ha condannato a morte un uomo che nel 2018 aveva accoltellato la madre e le sorelle. "La ripresa delle esecuzioni sarebbe un duro colpo per i progressi fatti nel campo dei diritti umani in Tunisia", ha osservato Amna Guellali di Amnesty International.
Molti attivisti temono che il dibattito sulla pena di morte offuschi le vere problematiche sociali, tra cui l'impunità di stupratori e assassini. Nel 2016 quasi 34 femminicidi sono stati censiti dal ministero tunisino della Salute, una cifra molto inferiore alla realtà. In Marocco è lo stupro e omicidio del piccolo Adnane Bouchouf, in un quartiere operaio di Tangeri, a riaprire i dibattiti sulle violenze.
"Queste atrocità non sono fatti di cronaca, ma sintomi delle nostre società maghrebine dove la violenza inflitta a donne e bambini non si riesce a contenere", osserva Houria, attivista femminista di Tangeri. In una lettera aperta, Abdellah Taïa, primo scrittore musulmano marocchino ad assumere pubblicamente la propria omosessualità, punita nel paese dove l'islam è la religione di Stato, sottolinea l'incapacità collettiva ad affrontare il problema in profondità: "Si denuncia, ma non si fanno azioni serie per spalancare il vaso di Pandora.
Tutti i marocchini che conosco hanno subito violenze sessuali da bambini. Ogni giorno ci sono decine di piccoli Adnane". In un'intervista a Jeune Afrique, lo scrittore, che nei sui libri ha raccontato le ripetute violenze da lui stesso subite durante l'infanzia, denuncia le leggi liberticide e retrograde vigenti: "Finché esisteranno leggi ipocrite che proibiscono il sesso al di fuori del matrimonio, punendolo con la prigione, esisteranno violenza e omicidio".
La violenza contro le donne è radicata nelle mentalità, legittimata e socialmente accettata. Da dati ufficiali, i due terzi delle violenze sessuali avvengono nello spazio pubblico in Marocco. In oltre il 90% dei casi si tratta di stupro o tentativi di stupro e le vittime sono principalmente donne di età inferiore ai 30 anni. Fino al gennaio 2014 lo stupratore poteva sfuggire alla prigione sposando la sua vittima se minorenne. La pedofilia è un flagello e un tabù in Marocco. Ong, come la Amdh, l'associazione marocchina per i diritti umani, denunciano da anni condanne troppo clementi nei confronti dei predatori sessuali. L'associazione Touche pas à mon enfant stima a quasi 30.000 i bambini violentati ogni anno.
*Traduzione di Luana De Micco
di Antonella Napoli
articolo21.org, 2 novembre 2020
In Turchia almeno 90 giornalisti sono ancora in carcere altri in libertà vigilata e in attesa di essere giudicati per crimini mai commessi. C'è chi ha raccontato l'anomala scalata al potere di un ministro, chi ha portato avanti inchieste sulla corruzione nelle amministrazioni pubbliche, altri hanno semplicemente espresso critiche sull'operato del governo o raccontato le difficolta del sistema economico turco. Come i 38 giornalisti finiti sul banco degli imputati accusati di diffondere notizie false e che danneggiavano l'economia del Paese in violazione della "legge sui mercati dei capitali.
Kerim Karakaya, Fercan Yalınkılıç, Mustafa Sönmez, Merdan Yanardağ, Sedef Kabaş, Orhan Aydın, e altri 32, redattori e collaboratori di testate turche e internazionali come Bloomberg, Halk TV, Tele1 TV ma anche economisti, editorialisti e volti noti della televisione turca, sono a processo davanti alla Corte del Tribunale İstanbul 3 ripreso la scorsa settimana e rinviato al 20 febbraio del 2021 dopo che il procuratore ha chiesto per tutti la condanna.
In particolare i primi sei giornalisti e l'attore e editorialista del portale di notizie SolHaber,Orhan Aydın, rischiano le pene più pesanti, dai 2 ai 5 anni.
I giornalisti di Bloomberg Yalınkılıç e Karakaya sono accusati per un articolo pubblicato il 10 agosto 2018 in cui si parlava del più grande shock valutario nel paese dal 2001 e di come le autorità e le banche stavano rispondendo all'emergenza.
L'autorità di regolamentazione bancaria turca Bddk aveva presentato una denuncia per la diffusione delle notizie accusando gli autori di tentare di minare la stabilità economica della Turchia.
Gli altri imputati avevano invece commentato la notizia sui social. Il 14 giugno 2019, quasi un anno dopo i fatti contestati, l'ufficio del pubblico ministero ha presentato l'atto d'accusa contro i 38 imputati che è stato accolto dal tribunale penale che ha istruito il processo.
La prima udienza si è svolta il 20 settembre 2019. Durante l'audizione, entrambi i giornalisti di Bloomberg, i principali accusati, hanno rilasciato delle dichiarazioni spontanee rigettando le accuse. Kerimkaya, giornalista di economia con esperienza ventennale e che ha collaborato alla stesura della Legge sul mercato dei capitali, ha sottolineato come l'articolo in cui affermava che il dollaro USA fosse cresciuto del 24% rispetto alla lira turca e che gli organismi di controllo economico turchi si erano riuniti per studiare una strategia di contenimento, raccontasse fatti.
"Le cose che avevo scritto non rappresentavano in alcun modo la condizione preliminare per configurare il reato di "benefici finanziari da speculazioni via stampa" che invece ci viene contestato - ha affermato il giornalista in aula - Io e il collega cofirmatario dell'inchiesta non abbiamo ottenuto alcun vantaggio, né si trattava di speculazioni per influenzare il mercato dei capitali".
Dichiarazione che Yalınkılıç ha condiviso e ribadito nel suo intervento. Nella seconda udienza che si è tenuta il 17 gennaio, il tribunale dopo aver ascoltato gli altri imputati ha rigettato le richieste di assoluzione.
A causa della sospensione di tutti i procedimenti giudiziari dall'inizio di marzo al 15 giugno per la pandemia di Covid-19, il processo è stato ristato al 23 ottobre per le conclusioni dell'accusa.
A febbraio il verdetto. Sentenza che per alcuni è già scritta.
I giornalisti di questo processo, come tutte le decine di altri colleghi arrestati e sottoposti a giudizio, alcuni stanno già scontando le pene, come Ahmet Altan, opinionista televisivo e scrittore di fama internazionale condannato all'ergastolo aggravato, pagano per non aver smesso di fare il proprio mestiere liberamente e per aver criticato apertamente il presidente Recep Tayyip Erdogan e il suo governo.
Come paga con la privazione della libertà, esattamente da tre anni oggi, Osman Kavala.
Il filantropo e imprenditore Kavala è stato arrestato il 1 novembre del 2017 con l'imputazione di "tentato rovesciamento del governo" finanziando le manifestazioni di Gezi Park del 2013, poi quando la Corte europea dei diritti dell'uomo ha ordinato alla Turchia di rilasciarlo per l'infondatezza del processo e la Corte costituzionale lo ha assolto, nei suoi confronti è stata formulata una nuova feroce accusa, quella di aver appoggiato la rete di Fethullah Gulen accusata del fallito colpo di stato del 15 luglio del 2016.
Alla sbarra per i fatti di Gezi Park in tutto ci sono ancora 16 accademici, giornalisti, artisti e imprenditori - alcuni in contumacia - che rischiano l'ergastolo. Un caso su cui hanno espresso grandi preoccupazioni Amnesty International a Human Rights Watch che denunciano come questo processo sia stato istruito senza "uno straccio di prova".
Prima che dai giudici, Kavala era stato accusato da Erdoğan in persona di aver cospirato contro di lui sostenendo economicamente il movimento pacifico che nel 2013 animò una serie di manifestazioni di dissenso contro il governo, iniziate con il sit-in di una cinquantina di persone che si opponevano alla costruzione di un centro commerciale al posto di un parco vicino piazza Taksim, in pieno centro.
Cortei e dimostrazioni vennero repressi con la forza dalle squadre antisommossa della polizia, il bilancio fu di 9 morti e 8163 feriti.
Il rinvio a giudizio con l'accusa di 'tentata eversione dell'ordine costituzionalè di tutti gli imputati è maturato sulla base di un'ordinanza di 657 pagine, in cui compaiono anche i nomi dell'ex direttore di Cumhuriyet, Can Dündar, e del giornalista e opinionista Mehmet Ali Alabora, colpevoli di aver raccontato e commentato l'onda delle proteste.
Leggendo l'atto di accusa è evidente che non esistano prove a sostegno della tesi del procuratore ma teorie senza base giuridica, elemento che solleva dubbi sul rispetto della giustizia turca delle norme internazionali ed europee.
L'inchiesta sul movimento di Gezi Park non è ancora chiusa, altri esponenti della società civile sono sotto indagine. Non perché siano responsabili delle proteste ma semplicemente per aver esercitato il proprio diritto alla libertà di espressione.
Un "clima di paura" teso a scoraggiare lo svolgimento di assemblee pacifiche e a imporre bavagli ai media, imposto dalle autorità in Turchia nel silenzio colpevole di un occidente che disattende, con la propria indifferenza, principi su cui ha bassato la propria struttura democratica.
Oggi più che mai Articolo 21, insieme alla rete delle organizzazioni internazionali dell'Advocacy Turkey Group, continua a chiedere la liberazione di giornalisti, artisti e altre figure del mondo della cultura ancora in carcere in Turchia.
di Iuri Maria Prado
Libero, 2 novembre 2020
Senza prove, il tribunale di Pavia inflisse 24 anni di carcere a un militare ucraino. Sull'accusa di aver ucciso il fotoreporter hanno pesato le motivazioni ideologiche. Un soldato ucraino con cittadinanza anche italiana, Vitaly Markiv, è stato condannato a ventiquattro anni di prigione per l'assassinio, nel 2014, del giornalista Andrea Rocchelli. La difesa, sostenuta dall'avvocato Raffaele Della Valle, già difensore di Enzo Tortora, sostiene che la condanna è stata inflitta senza il conforto di prove appaganti.
La Federazione Nazionale della Stampa, che si è costituita parte civile perché con l'uccisione di Rocchelli sarebbe stato violentato il diritto all'informazione dei cittadini, si è compiaciuta di quella sentenza perché un omicidio è stato punito, e pace se l'obiettivo del processo - di qualsiasi processo - non è ottenere una condanna ma accertare i fatti e le responsabilità che la giustificano.
Rocchelli è rimasto ucciso nel conflitto tra separatisti filo-russi e l'esercito regolare ucraino.
Il fatto è avvenuto nei pressi di una collina dove l'accusa ha collocato Markiv il quale, da mille ottocento metri di distanza, avrebbe identificato Rocchelli e gli altri con lui e, da soldato semplice, avrebbe ordinato il fuoco dei mortai che infine ha ucciso i poveretti. Nessuno ha visto Markiv sparare. Nessuno ha spiegato come potesse discernere da quella distanza che si trattava di quei giornalisti. Nessuno ha chiarito come un militare di basso rango possa assumere la regia di un'operazione con l'uso di armi pesanti.
Ci si è concentrati su altro. E cioè sulla vera o presunta impostazione ideologica di Markiv, un fascista punto e basta. Su fotografie che lo ritraggono in pose spavalde o in altre dove compare qualche simbolo nazista. Ancora, è stato dato notevole rilievo al profilo ultranazionalista di Markiv, e al fatto che la sua vicenda è stata vissuta con partecipazione e solidarietà da parte di ambienti di destra.
Una buona quota di queste circostanze, pur chiaramente irrilevanti per giustificare una condanna per omicidio, è finita nel calderone motivazionale della sentenza pavese che ha chiuso il primo grado del giudizio con quella forte sanzione.
Può compiacersene la burocrazia sindacale della stampa corporata che scambia un'aula di giustizia per un'agenzia di rivendicazione socio-politica, così come il garantismo progressista che fa il suo manifesto sul nazista che ammazza il reporter democratico: ma il diritto sta da un'altra parte, e si spera che il giudizio di appello sappia riconoscerlo.
di Antonella Napoli
articolo21.org, 2 novembre 2020
Una stampa libera è essenziale per una democrazia. Un'informazione vigorosa può denunciare la corruzione, far luce sugli abusi dei diritti umani e fornire al pubblico notizie essenziali durante emergenze e crisi, come quella della pandemia di Covid 19 in corso.
In molti luoghi, i giornalisti rischiano attacchi da parte di regimi autoritari e organizzazioni criminali che cercano di reprimere la libertà di stampa e la libertà di espressione. Dall'inizio del secolo sono stati uccisi più di 1.500 operatori dell'informazione in tutto il mondo e nell'85% dei casi gli assassini sono rimasti impuniti.
I giornalisti di tutto il mondo devono affrontare molestie, minacce, detenzioni arbitrarie e procedimenti penal politicamente motivati. Durante la pandemia, i governi autoritari in Cina, Venezuela, Iran, Egitto ma anche in Europa, su tutti il caso Ungheria, hanno usato il Covid-19 come scusa per intimidire, attaccare e arrestate i reporter scomodi.
Nella Giornata internazionale per porre fine all'impunità per i crimini contro i giornalisti, Articolo 21 insieme alle altre organizzazioni per la difesa del diritto alla libertà di informazione chiede ai governi di intraprendere indagini indipendenti e trasparenti su minacce, attacchi e omicidi quando si verificano; porre fine ad abusi da parte di forze di sicurezza e polizia che maltrattino i giornalisti; e aboliscano le leggi e le pratiche che limitano la loro azione.
In Italia, grazie al segretario di Usigrai Vittorio di Trapani, la Rai ha proiettato sulla facciata della sede di viale Mazzini i nomi degli 80 giornalisti assassinati è ancora in attesa di verità e giustizia.
Mai come quest'anno, alla vigilia della sentenza per il processo per la morte di Andrea Rocchelli e Andrej Mironov, uccisi in Ucraina nel 2014, e dopo l'uccisione di Jamal Khashoggi, fatto a pezzo nel consolato saudita a Istanbul, e.di Daphne Caruana Galizia, fatta saltare in aria nella sua auto a Malta, l'End Impunity Day indetto dall'Onu acquisisce un significato e una rilevanza ancor maggiori.
Daphne, Jamal, Andy e Andrej erano colleghi liberi, coraggiosi ma non sprovveduti. Nonostante questo sono caduti vittime di chi ha voluto porre fine al loro impegno nelle inchieste contro corruzione e violazioni dei diritti umani. Per tutti loro, 77 colleghi assassinati semplicemente per aver fatto il proprio mestiere, giustizia non è ancora compiuta. Per alcuni non lo sarà mai.
Una vera e propria emergenza che dovrebbe mobilitarci tutti a sostenere lo stato di diritto mettendo in campo ogni sforzo comune, a livello globale, per chiedere ai governi di porre fine alle impunità per questi crimini. Per Jamal, Daphne, Andy e tutti gli altri colleghi sacrificati sull'altare del giornalismo libero e indipendente.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 2 novembre 2020
Fondamentalista, capo militare corrotto, figlio di un generalissimo di Kabul: fuggito ai talebani e riparato in Italia, oggi Farhad racconta tutto in un libro e va nelle scuole. "Le bambine continuavano a gridare, a chiamare la loro mamma, ma le loro voci erano coperte dalle ovazioni provenienti dagli spalti. Il primo a lanciare la pietra fu il marito della donna.
Dopo averne soppesate alcune tra le mani, scelse la più grossa dal mucchio. Un silenzio improvviso e irreale invase lo stadio, mentre l'uomo, ad alta voce, augurava l'inferno a sua moglie e le scagliava la pietra contro. La colpì a una spalla e le ossa fecero un rumore secco. La poveretta emise un urlo straziante... Tornato a casa, quella sera, mi infilai a letto senza cenare, le mani premute sugli occhi nel vano tentativo di imprigionare l'orrore. Ma era impossibile".
Quel venerdì sulle tribune, da testimone - Il prima e il dopo, allo stadio di Kabul. Un venerdì del 1997. Prima di quel pomeriggio, Farhad Bitani era stato solo un bimbo ignaro: figlio privilegiato d'un potente generale afghano, quindi ragazzino ridotto alla fame per via del padre caduto in disgrazia, infine adolescente sopravvissuto ai talebani saliti al potere. Quel pomeriggio, Farhad s'era lasciato portare da un amichetto alla pubblica lapidazione di un'adultera (in Afghanistan basta dare un'informazione stradale a un passante, per passare da adultera) e qualcosa cambiò, dopo l'urlo nero di quella madre: mai più, si disse. Mai più sarebbe entrato in quello stadio e un giorno, in qualche modo, sarebbe uscito da quegli incubi.
Per la verità ci volle molto tempo, perché Farhad smettesse davvero d'intrupparsi nella folla eccitata dalle esecuzioni, di passeggiare fra le mani mozzate e appese agli alberi, di restare in quella macelleria. "È stato un cammino lungo dodici anni", racconta oggi nel retro d'un ristorante di Torino, rifugiato politico, due carabinieri discreti che ci monitorano: "Qui in Italia non ho voluto una scorta, perché questa è una vita che mi sono scelto io. La scelta d'aver vissuto nell'ipocrisia e d'avere, adesso, un tremendo bisogno di verità. Soltanto la verità può liberare il mio Paese e rendere puri uomini come me".
Un esempio poco seguito - Di uomini come lui ce ne sono ancora pochi, in Afghanistan. A 34 anni, Farhad è un ex di tutto. Ex capo militare pashtun che s'intascava soldi e potere. Ex fondamentalista per nulla riluttante che sputava sulle donne e sognava d'uccidere tutti i cristiani. Ex d'una vita fanatica che "non potevo non vivere, perché c'era un muro che mi circondava e tutto il resto non era altro che il mondo degli infedeli. Se vivi nel male, non lo capisci.
E credi che quella violenza sia la normalità". Per il giovane e arrogante Farhad era normale bloccare un tizio per strada e prendersi la sua macchina, solo perché era troppo bella. O che i mullah sbattessero la testa agli scolaretti fino a sfigurarli, e solo perché avevano chiesto a che cosa servisse leggere il Corano.
O far finta di niente alle simpatiche festicciole dove gli adulti pedofili mettevano i bambini in mezzo e li facevano ballare - "muovete meglio il culo!" - truccati da femmine. O incappare nei posti di blocco dove le milizie si divertivano col raqs morda, il ballo del morto: fermavano un tizio, accendevano la musica, gli tagliavano la testa e versavano nel corpo l'olio bollente, battendo le mani a ritmo mentre il corpo del decapitato ancora s'agitava per i riflessi nervosi.
Ripudiato e condannato a morte - Il nuovo Farhad è altro. Inseguito da una condanna a morte dei talebani, tornati a contare. Abbandonato da parenti e amici che gli promettono di bere il suo sangue. Scampato a un attentato nelle strade di Kabul. Additato come apostata e spia d'Israele. Col divieto di mettere piede in Afghanistan, Iran, Arabia Saudita, Dubai, ovunque ci sia un'autorità islamica pronta a eseguire la fatwa.
Col padre che quasi non gli rivolge più la parola, da quando Farhad ha rotto il silenzio e narrato la propria vita: L'ultimo lenzuolo bianco, libro potente e sincero, appena ripubblicato da Neri Pozza, tradotto in inglese e in spagnolo, presentato in più di trecento scuole, già riadattato per il teatro e per farci un film. Il percorso di chi ha viaggiato al termine della notte afghana, senza perdersi un solo orrore, senza omettere un solo dettaglio, e alla fine ritrovandosi.
Dall'alcol alla penna, per non dimenticare - "All'inizio è stata durissima. Restavo chiuso in una stanzetta, bevevo fino a stordirmi. Poi ho preso dei fogli e ho cominciato a scrivere tutto il dolore che avevo passato". Le librerie sono piene di titoli sull'Afghanistan, "ma c'è molta robaccia", sostiene Farhad. "Io comunque non sono uno scrittore, sono un testimone. Ci ho messo tre anni, a trovare un editore. Faccio paura, mostro dall'interno quel mondo d'ipocrisia e di falso Islam. Tanti ragazzi s'identificano nella mia storia: capiscono che è possibile cambiare destino, anche il più segnato. Ero un musulmano estremista, ora sono aperto a tutte le religioni. Papa Francesco parla sempre di quest'apertura, il rapporto con Dio passa per l'accettare le differenze. E il problema non è l'Islam, che ci vuole liberi e accoglienti: il problema sono quei musulmani, come i talebani, che non hanno nemmeno letto il Corano".
Futuro Afghanistan, i timori - Tutto è cambiato in Farhad, nulla in Afghanistan. E non promette niente di buono il Trump che vuole ritirare le truppe dalla più lunga guerra mai condotta dagli Usa: "Bombardare i talebani nel 2001 fu giusto, e chi non ha vissuto quelle cose non può capire. Ma andarsene ora, significa ricreare il caos". Noi italiani ci abbiamo speso sette miliardi di euro, laggiù... "E si potevano fare grandi cose, invece di costruire scuole senza insegnanti o elargire borse di studio solo ai figli di afghani potenti". Ma non contano solo i soldi: "A cambiare l'Afghanistan, non son bastati miliardi d'aiuti. E invece sono bastati i piccoli gesti d'accoglienza, la scoperta che si può amare l'altro senza combatterlo, a cambiare me".
Carta d'identità - La vita - Farhad Bitani (Kabul, 1986) ex capitano dell'esercito afghano, è fondatore di GAF, Global Afghan Forum, e vicepresidente di Hands for Adoptions. Ha vissuto la guerra sotto il regime dei mujaheddin e poi dei talebani. Ha compiuto studi in Italia, prima all'Accademia Militare di Modena e poi alla Scuola di Applicazione di Torino. Trasferitosi definitivamente come rifugiato politico in Italia, dedica la sua vita al dialogo interculturale. Il libro - In "L'ultimo lenzuolo bianco" (Neri Pozza), racconta la sua storia: da guerriero islamista a uomo del dialogo per la pace e osservatore privilegiato della storia dell'Afghanistan, un Paese passato dal governo dei mujaheddin a quello dei talebani, fino alla velata democrazia di oggi sotto l'ombrello occidentale.
di Antonella Napoli
La Repubblica, 2 novembre 2020
Le donne e gli uomini scampati alle inondazioni nella stagione delle piogge, la più devastante degli ultimi 100 anni, consapevoli però di una svolta epocale nel loro Paese. Come ogni giorno Miryam Abdelgadir prepara le taniche da riempire con l'acqua potabile del pozzo più vicino alla sua capanna, che dista circa tre chilometri. Si carica sulle spalle l'ultima nata dei suoi cinque figli, che sta ancora allattando, e si incammina lungo la strada sterrata che parte dal campo di Mayo.
Per lei e le donne degli insediamenti nella periferia di Khartoum che accolgono gli sfollati scampati alle inondazioni causate dalla stagione delle piogge, la più devastante degli ultimi 100 anni, la rivolta del pane non ha portato grandi cambiamenti. Ma tutte loro sono consapevoli che abbia favorito una svolta epocale nel Paese. Un deciso cambio di passo che ha convinto anche gli Stati Uniti a riprendere le relazioni con il Sudan, come testimoniano la visita di fine agosto e la telefonata nei giorni scorsi del segretario di Stato Usa Mike Pompeo, che ha chiamato il primo ministro sudanese Abdalla Hamdok per esprimere le condoglianze per le vittime delle alluvioni, oltre 300 morti e 500 mila case distrutte, e annunciare aiuti da parte di Washington.
Il malcontento dell'ala islamista. Ma, soprattutto, ha rinnovato l'impegno a rimuovere le sanzioni con la cancellazione del Sudan dall'elenco dei Paesi fiancheggiatori del terrorismo. Una decisione che passa per il compimento della transizione, ma anche per i rapporti con Israele. Dall'incontro a sorpresa in Uganda nel febbraio di quest'anno tra Benjamin Netanyahu e il generale Abdel Fattah Al Burhan, capo del consiglio sovrano sudanese, la Casa Bianca sta incoraggiando Khartoum a normalizzare le relazioni con il governo israeliano. Non mancano però le frizioni, dovute al malcontento dell'ala islamista, che ancora si annida nei palazzi del potere. Ne è consapevole anche Miryam, che nel 2019 ha partecipato assieme a suo marito alle proteste che hanno determinato la caduta del presidente - dittatore Omar Hassan al Bashir.
"Siamo soddisfatte delle riforme fatte finora". "Ma non vogliamo - aggiunge Miryam - che il governo sia influenzato dai militari. Il cambiamento non si compirà fino in fondo se viene permesso a chi faceva parte del regime precedente di rimanere al potere. Deve essere un consiglio tutto civile a dirigere la transizione". Dopo il golpe e l'istituzione di una Giunta militare, con la firma il 17 agosto dello scorso anno della dichiarazione costituzionale, è nato un governo transitorio guidato da un economista. Una transizione che si è tinta di rosa con l'abrogazione di leggi vessatorie nei confronti delle donne, come gli articoli del codice penale relativi all'abbigliamento e alle libertà personali, norme basate sulla Sharia estremamente restrittive per le sudanesi succubi di un sistema maschilista e patriarcale.
La domanda di democrazia e libertà. "Nonostante le intimidazioni e le vessazioni che fin dalla nascita subivamo - spiega Amira Abdelgadir, avvocato e attivista politica, che durante le rivolte era stata arrestata e tenuta in carcere una settimana per aver partecipato a una manifestazione a Omdurman - siamo scese in piazza in migliaia: almeno il 70% della popolazione femminile. Chiedevamo democrazia e libertà ma anche politiche di tutela e di protezione delle donne. E proprio grazie a questo oggi il governo sta portando avanti un cambiamento radicale nei confronti della condizione femminile, che va dalla cancellazione del divieto di viaggiare senza il permesso di un maschio della famiglia, alla criminalizzazione delle mutilazioni genitali femminili"
La rimozione di usanze arcaiche. Con l'approvazione del testo di legge che Amira stessa ha contribuito a scrivere, il governo sudanese ha trasformato in reato un'usanza arcaica. La nuova norma punisce tanto la pratica clandestina quanto gli interventi effettuati in strutture mediche. "Stiamo cambiando il Sudan, questo nuovo articolo del codice penale contribuirà a sconfiggere una delle pratiche sociali più pericolose, l'infibulazione costituisce una chiara violazione dei diritti delle donne" dice soddisfatto il ministro della Giustizia Nasredeen Abdulbari sottolineando che "l'87% delle bambine sudanesi era vittima della terribile usanza". Oltre agli interventi a favore della popolazione femminile, voluti dal premier Hamdok, sono state approntate altre importanti riforme destinate a cambiare il volto del Paese africano che un anno fa avviava il suo percorso democratico dopo mesi di rivolte e centinaia di vittime.
Soppresso il reato di apostasia. L'esecutivo ha disposto in questi mesi anche la soppressione del reato di apostasia, di sodomia, punibili con la pena di morte, e del consumo di alcol, ma quest'ultimo solo per i non musulmani che rappresentano il 3% della popolazione sudanese. Hamdok, che esaurirà il suo compito con la convocazione delle elezioni previste nel 2022, ha avviato anche un piano di salvataggio economico sostenuto da un iniziale prestito della Banca Mondiale di 2 miliardi di dollari. Uno dei punti chiave del programma, presentato dal Ministero delle Finanze sudanese lo scorso autunno, la cancellazione dei sussidi per il pane e il carburante, tra i fattori scatenanti delle rivolte che avevano portato alla caduta del regime. La decisione ha suscitato nuove proteste, represse con lacrimogeni e arresti.
Il trasferimento diretto delle risorse alle famiglie. Il primo ministro del Sudan, che per anni ha prestato servizio nella Commissione economica delle Nazioni Unite, ha voluto trasformare gli aiuti di Stato in trasferimenti diretti di denaro alle famiglie più povere.
"Risollevare le sorti di un'economia in profonda crisi e con un debito spaventoso si sta rivelando impresa ardua quasi quanto porre fine ai conflitti interni dopo 17 anni di guerra" rivendica il vicepresidente del Consiglio sovrano Mohamed Hamdan Dagalo, conosciuto come 'Hemetti', ex comandante delle Forze di Supporto Rapido, milizie paramilitari prima denominate 'janjaweed', letteralmente 'diavoli a cavallo'.
A lui, che ha guidato per anni la repressione violenta del dissenso in Darfur, classificata dalla Corte penale internazionale come "crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio", è stato affidato il compito di annunciare l'abolizione della legge che aveva istituito in Sudan l'Islam come religione di Stato.
La speranza della fine di un conflitto lungo 17 anni. La scelta è stata resa pubblica durante i negoziati di pace tra il governo sudanese e i ribelli. Un'intesa raggiunta in due fasi. La prima: la firma il 31 agosto a Juba, capitale del Sud Sudan, dell'accordo di pace con i rappresentanti del Sudan Revolutionary Front, alleanza che riunisce 17 gruppi armati delle regioni del Darfur e del Sud Kordofan. La seconda: che coinvolgerà anche il Movimento di liberazione del popolo del Sudan - Nord, che non aveva sottoscritto la prima intesa. Un risultato storico, impensabile fino a qualche mese fa, che pone fine a conflitti durati oltre 17 anni.
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