di Claudia Fanti
Il Manifesto, 1 novembre 2020
Con due voti a uno, i giudici hanno chiuso il procedimento contro i mandanti della strage del 1989 di cui il Tribunale di pace aveva disposto la riapertura. Accolto il ricorso della difesa dei militari, secondo cui si tratterebbe di "un fatto già giudicato". I mandanti del massacro dei sei gesuiti dell'Università centroamericana di San Salvador, della loro cuoca Julia Elba e di sua figlia Celina, avvenuto il 16 novembre del 1989, non pagheranno per il loro crimine.
Il muro di impunità alla cui ombra hanno potuto dormire sonni tranquilli in questi trentuno anni è infatti rimasto in piedi, più forte delle pressioni internazionali, dell'annullamento della legge di amnistia nel 2016, del clamore suscitato dalla condanna in Spagna (lo scorso settembre) di uno dei mandanti della strage, l'ex viceministro della Sicurezza Inocente Orlando Montano. Lui sarà l'unico a pagare, ma solo grazie all'Audiencia Nacional di Madrid, competente per giudicare il caso di assassinii di cittadini spagnoli all'estero (come erano cinque dei sei gesuiti uccisi).
La Corte suprema di giustizia salvadoregna ha invece un'altra volta dato scandalo, ordinando la chiusura del processo contro i mandanti della strage di cui il Tribunale di pace di San Salvador aveva disposto la riapertura nel 2017. Per due voti a uno, i giudici hanno infatti accolto il ricorso, chiaramente inammissibile, della difesa dei militari, secondo cui si tratterebbe di "un fatto già giudicato" estraneo a crimini di lesa umanità.
Una sentenza, definita dall'avvocato delle vittime Arnau Baulena "un'aberrazione giuridica", che pone probabilmente la parola fine a un iter giudiziario iniziato già nel 1991. Quando, cioè, si era svolto un processo contro nove militari viziato da clamorose irregolarità e senza un solo interrogatorio ad accusati e testimoni, terminato con la sola condanna del colonnello Guillermo Alfredo Benavides e del tenente René Mendoza, rimessi in libertà appena 15 mesi più tardi grazie all'amnistia decretata nel 1993 dall'allora presidente Alfredo Cristiani.
di Susanna Marietti
Il Fatto Quotidiano, 31 ottobre 2020
I numeri dei contagi in carcere hanno cominciato a crescere con rapidità. Nella mattina di mercoledì si parlava di circa 150 tra i detenuti e 200 tra i membri del personale. In entrambi i casi ci sarebbe stata una crescita di circa cento unità nell'ultima settimana. Ma questi numeri sono già vecchi. Nel solo carcere di Terni, infatti, si parlava poche ora fa di una ventina di contagi, mentre adesso pare si siano raggiunti i 55. Il fatto che nella prima ondata di Covid-19 le carceri italiane non si siano trasformate in una bomba sanitaria non significa purtroppo che ciò non possa accadere in futuro.
di Gianpaolo Catanzariti*
Il Riformista, 31 ottobre 2020
Il ministro Bonafede ripropone le stesse misure del Cura Italia. Non c'è nessuna attenzione per i detenuti in attesa di giudizio e tantomeno nessun beneficio "salva-Covid" per i condannati in via definitiva.
di Giulia Merlo
Il Domani, 31 ottobre 2020
Per fronteggiare il continuo aumento dei detenuti e degli agenti positivi al Covid (i reclusi contagiati sono 215 e 232 gli agenti, con i maggiori focolai a San Vittore, Bollate e Terni) il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha chiesto a tutti gli istituti di creare delle cosiddette "sezioni Covid".
di Luigi Mastrodonato
Il Domani, 31 ottobre 2020
Il Covid-19 è entrato nelle carceri italiane, di nuovo. A fine ottobre si contano 215 casi di positività tra i detenuti e 232 tra il personale penitenziario, ma i numeri crescono esponenzialmente di giorno in giorno. Una situazione che riporta alla scorsa primavera, quando i casi di contagio rilevati erano stati 287, un dato sottostimato a causa delle difficoltà a effettuare tamponi. il virus causò quattro decessi tra i detenuti, due tra la polizia penitenziaria e due tra i medici degli istituti.
di Errico Novi
Il Dubbio, 31 ottobre 2020
Andrea Giorgis è un costituzionalista, prima ancora che - insieme con Vittorio Ferraresi - il sottosegretario alla Giustizia dell'attuale esecutivo. Comprende dunque il rilievo che la professione forense assume nel nostro sistema democratico. Ben conosce la funzione irrinunciabile degli avvocati quali coprotagonisti della giurisdizione.
Ebbene, il sottosegretario ed esponente del Pd, insieme col guardasigilli Alfonso Bonafede, ha seguito negli ultimi giorni con pazienza lo sviluppo del "pacchetto giustizia", vale a dire di quelle misure del Dl Ristori riservate al processo e alle carceri, e ora non manca di esprimere apprezzamenti per il ruolo svolto dall'avvocatura: "Sono giorni difficili e anche gli effetti economici della pandemia si fanno sentire: molti cittadini, molti lavoratori e tra questi molti professionisti stanno sopportando sacrifici significativi. Il che però non ha fatto venire meno da parte dell'avvocatura un atteggiamento costruttivo e responsabile nell'interlocuzione con il governo".
Si riferisce ad alcune componenti in particolare?
No: tutte le rappresentanze forensi hanno dato un contributo importante, pur esprimendo legittime riserve, anche nelle ultimissime ore, su specifici aspetti del decreto o sulla mancanza di misure ritenute da alcuni necessarie. Il Cnf, l'Ocf, l'Aiga, le rappresentanze associative e specialistiche, come quelle di penalisti e civilisti, hanno svolto un ruolo prezioso. E sono state, mi preme dirlo, disponibili a farsi carico della necessità di individuare delle soluzioni capaci di ridurre il più possibile i rischi di diffusione dei contagi, garantendo al contempo il funzionamento della giustizia e l'esercizio dei fondamentali diritti di azione e di difesa.
E dal suo punto di vista quali sono le misure più rilevanti?
Si sono discusse e alla fine definite importanti innovazioni processuali che consentono di svolgere da remoto alcune attività. Dall'interrogatorio di garanzia a seguito di emissione di misura cautelare, alla partecipazione alle udienze delle persone detenute, alle udienze penali che non richiedono la partecipazione di soggetti diversi da pubblico ministero, parti private e rispettivi difensori, dagli ausiliari del giudice, ufficiali o agenti di polizia giudiziaria, interpreti, consulenti o periti. Non possono invece essere tenute mediante collegamenti da remoto le udienze nelle quali devono essere esaminati testimoni, parti, consulenti o periti, nonché le udienze di discussione e, salvo che le parti vi acconsentano, le udienze preliminari e dibattimentali. È stato inoltre previsto che, in ambito penale, il deposito di memorie, documenti, richieste e istanze presso gli uffici delle Procure e presso i Tribunali avvenga esclusivamente mediante deposito dal portale del processo penale telematico.
Il pacchetto giustizia contiene anche norme sulle carceri...
Sì, insieme a importanti norme processuali, nel testo del decreto legge cosiddetto Ristori sono state inserite anche alcune misure relative ai detenuti che era necessario approvare al più presto per ridurre i rischi di una diffusione dei contagi negli istituti penitenziari. La posta in gioco, è bene ricordare, è la salute di tutti: della polizia penitenziaria, del personale amministrativo, dei detenuti e anche dei cittadini liberi. Perché una diffusione dei contagi, come è evidente, avrebbe ripercussioni sull'intero sistema sanitario e sull'intera collettività.
È strano che si debba far fatica a veicolare un messaggio così semplice...
Mi lasci dire che trovo irresponsabile la polemica sollevata in queste ore da Matteo Salvini e da diversi esponenti della Lega. Le licenze e i permessi straordinari per i detenuti in regime di semilibertà e per quelli ammessi al lavoro esterno non potranno essere concesse ai condannati per delitti di cui all'articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975 numero 354 e per quelli richiamati agli articoli 572 e 612-bis del codice penale, vale a dire per i delitti di mafia, terrorismo e altri di grave allarme sociale, compresi reati di maltrattamento e gli atti persecutori.
D'altra parte, si doveva scegliere tra una eventuale revoca di permessi già concessi e il previsto ulteriore beneficio del mancato rientro in cella dopo il lavoro esterno: certo i detenuti non potevano fare la spola fra dentro e fuori. E optare per la prima soluzione sarebbe stato incomprensibile...
È così, come è vero che le esclusioni previste smentiscono gli scenari apocalittici paventati dalla Lega. Analogamente a quanto stabilito per i permessi, la detenzione domiciliare per i detenuti che devono scontare una pena residua non superiore a diciotto mesi, anche se costituente parte residua di maggior pena, non potrà infatti essere applicata ai soggetti condannati per delitti di cui all'articolo 4-bis della legge 26 luglio 1975 numero 354 e agli articoli 572 e 612-bis del codice penale, vale a dire, di nuovo, quelli di mafia, terrorismo e altri gravi reati.
E ancora, la detenzione domiciliare non potrà essere applicata ai delinquenti abituali, professionali o per tendenza, ai detenuti che sono sottoposti al regime di sorveglianza particolare, ai detenuti che nell'ultimo anno siano stati sanzionati o oggetto di rapporto disciplinare per disordini o sommosse, ai detenuti privi di un domicilio effettivo e idoneo anche in funzione delle esigenze di tutela delle persone offese dal reato.
Né potrà applicarsi nei casi in cui il magistrato di sorveglianza ravvisi gravi motivi ostativi alla concessione della misura. Insomma, disposizioni ragionevoli che non credo mettano a rischio la sicurezza dei cittadini, e che mi auguro trovino una rapida applicazione, nei confronti di tutti i potenziali destinatari, e siano così in grado di contribuire, insieme alle direttive del Dap e dei Provveditorati contenenti significative misure di prevenzione, cura e di gestione dei positivi, a scongiurare una diffusione incontrollabile dei contagi negli istituti penitenziari.
Gli avvocati hanno mostrato spirito collaborativo, ma con le altre professioni chiedono più attenzione anche nelle misure di sostegno alla loro attività...
Ecco, proprio a tal proposito, mi lasci esprimere soddisfazione per il reperimento, grazie anche all'impegno del Mef, delle risorse necessarie al pagamento degli arretrati dei professionisti che hanno prestato gratuito patrocinio e dei consulenti tecnici, pari a circa 92 milioni di euro. Un segnale importante, credo, in un momento così difficile.
di Paola Lo Mele
ansa.it, 31 ottobre 2020
Lettere e interrogatori rubati alla carta. Al lavoro a Rebibbia. "Mi è stato detto con tutta chiarezza che sono considerato un prigioniero politico, sottoposto - come presidente della DC - ad un processo diretto ad accertare le mie trentennali responsabilità...".
La lettera di Aldo Moro recapitata il 29 marzo 1978 a Francesco Cossiga è solo un piccolo frammento delle 550mila pagine che raccontano il sequestro, l'assassinio dello statista, le Brigate Rosse e gli anni di piombo, ma anche tutto il dramma di uomo ridotto in prigionia. Faldoni che contengono reperti, dibattimenti, interrogatori, missive e fotografie dei cinque procedimenti (quattro processi) sull'omicidio del leader democristiano.
A distanza di 42 anni e in piena era Covid, la digitalizzazione di questa enorme, importantissima documentazione si sta svolgendo in un carcere italiano: Rebibbia di Roma. Qui, sette detenuti, alle prese con carte giudiziarie e scanner, lavorano per rendere immateriali e più accessibili queste testimonianze. Lavorano per salvare anche dall'incuria del tempo un pezzo drammatico della Storia d'Italia.
E proprio in questi giorni hanno concluso tutte le operazioni riguardanti il primo procedimento istruttorio del primo processo (il cosiddetto "Moro uno"). Dopo una sospensione di qualche mese a causa dell'epidemia, il progetto è rientrato nel vivo quest'estate. Ad oggi i reclusi, rigorosamente in mascherina, operano in un ambiente videosorvegliato nella casa circondariale e scansionano le carte che compongono i fascicoli nell'ordine preciso in cui le trovano, sotto la costante supervisione di tre archivisti-formatori. A guidare l'equipe formata da Maria Carmela De Marino, Paolo Musio ed Elvira Grantaliano è il professor Michele Di Sivo che nel 2017 ha avviato, insieme a loro, a Eleonora Lattanzi, Enzo Pio Pignatiello e alla restauratrice Alessandra Terrei, lo studio preparatorio della documentazione. Poi, il contenuto delle carte è stato inserito nella banca dati dell'Archivio di Stato di Roma e i faldoni sono stati trasportati dalla Corte di Assise di San Basilio a Rebibbia. In una fase iniziale i detenuti 'scelti' per questa attività, hanno dovuto seguire corsi di formazione ed oggi possono vedere e toccare con mano testimonianze cruciali della storia dell'Italia.
"All'inizio ho posto un'unica condizione nella scelta dei partecipanti: che fossero detenuti non politici - racconta Di Sivo. Visto l'argomento mi sembrava necessario. Per loro si sta rivelando un'esperienza forte, sia per i più anziani che ricordano di aver vissuto quel periodo e addirittura cosa stavano facendo quando arrivò la notizia del ritrovamento del corpo, sia per i più giovani che all'inizio nemmeno sapevano chi fosse Aldo Moro.
Molti ci hanno detto di essere rimasti colpiti dai volantini e comunicati delle Br. Tutti, alla fine, hanno compreso la portata politica enorme di questa vicenda, mostrando istintivamente solidarietà umana allo statista democristiano". Del progetto, promosso dal Ministero della Giustizia e da quello dei Beni Culturali, è molto soddisfatta anche la direttrice del carcere Rosella Santoro: "È una bellissima iniziativa e i detenuti che vi partecipano sono molto bravi".
I tutor che prima venivano tre volte a settimana ora varcano i cancelli di Rebibbia quasi tutti i giorni: bisogna digitalizzare il "Moro bis", poi il dibattimento e, quindi, proseguire con gli altri tre processi. Tempo stimato: almeno due anni ancora. De Marino, una libera professionista in questo lavoro ci sta mettendo cervello e cuore. "Per me è un'esperienza di alto spessore professionale e soprattutto umano", commenta. Definisce i sette reclusi con cui opera "motivati, pieni di tatto e sensibilità.
Si crea un confronto continuo e produttivo - continua -. Si dimostrano propositivi, ciascuno secondo le proprie competenze. Dimostrano profonda gratitudine per questa opportunità di riflettere, crescere e impiegare il loro tempo in modo produttivo. Insomma, si è creato un clima di fiducia. Soprattutto tra i più giovani pensano che bisognerebbe onorare il sacrificio di Aldo Moro. Non escludo, considerato l'interesse dimostrato, che un domani alcuni di loro possano intraprendere studi nel settore dei beni culturali e in particolare degli archivi".
Uno degli esiti di questo lavoro è stata anche la pubblicazione del "Memoriale di Aldo Moro, 1978. Edizione critica" diretto dallo stesso Di Sivo. I detenuti gli hanno chiesto di presentarlo in carcere. "Superata la crisi Covid - assicura lui - manterrò questa promessa".
di Liana Milella
La Repubblica, 31 ottobre 2020
Le cifre confermate dal Garante: 152 positivi su 55mila detenuti. Ma riparte lo scontro tra governo e Lega sulle misure per ridurre il sovraffollamento. Il piano per trasformare l'ex supercarcere di Pianosa in una struttura modello per il reinserimento. Ci risiamo. Giusto mentre muore a Livorno per sospetto Covid un detenuto cardiopatico di 81 anni, sulle carceri riparte lo scontro tra chi - il Guardasigilli Alfonso Bonafede, i sottosegretari Dem Andrea Giorgis e 5S Vittorio Ferraresi, il Garante dei detenuti Mauro Palma - sottoscrive e ritiene necessarie le nuove misure per alleggerire le prigioni e la Lega capitanata sulla giustizia dalla responsabile Giulia Bongiorno.
Da via Arenula considerano del tutto approssimativi i dati sulle possibili scarcerazioni di 5mila persone - "Sono cifre che non è possibile calcolare a priori perché ogni provvedimento è deciso dai magistrati di sorveglianza" - e al contempo lanciano parole d'ordine come "camere di isolamento per i nuovi giunti e per chi avverte e denuncia i primi sintomi di malattia Covid", "sala situazioni per gestire l'emergenza", "tracciamento immediato dei contatti del soggetto positivo", "eventuale temporanea sospensione delle occasioni di incontro tra la popolazione detenuta e le persone provenienti dall'esterno", ma solo come misura estrema qualora la situazione dovesse aggravarsi.
Ma all'opposto c'è chi - Giulia Bongiorno appunto, e con lei tutta la Lega - bolla come un nuovo "svuota carceri" i provvedimenti contenuti nel decreto Ristori, che autorizzano i magistrati di sorveglianza a mettere fuori dalle celle chi ha un residuo di pena fino a 18 mesi, con il braccialetto elettronico, ma solo a patto che non abbia commesso reati gravissimi e gravi.
"Bonafede non ha fatto nulla, non esiste un progetto o una idea. Solo un lungo, ingiustificato letargo" twitta Bongiorno, in pieno accordo con Salvini. Ma da via Arenula replicano con i dati. Confermati anche dal Garante dei detenuti Mauro Palma. Che fotografano una situazione numericamente sotto controllo per il Covid sia tra i detenuti che tra gli agenti della polizia penitenziaria. Che però subito fa dire a chi contesta Bonafede, "e allora, se gli ammalati Covid sono pochi, che bisogno c'è di mettere fuori i detenuti?".
Un atteggiamento contraddittorio, perché da una parte la Lega lamenta l'assenza di iniziative, dall'altra contesta quelle che vengono prese, anche perché nel 2010 la stessa Lega ha votato un provvedimento analogo, senza nemmeno prevedere l'obbligo dei braccialetti. Due mondi si fronteggiano, quello di chi considera il carcere luogo di pena sì, ma non di tortura; e chi invece vorrebbe buttare via la chiave. Magari arrestando anche il Covid.
Ecco i numeri - Partiamo dalle cifre. Aggiornate da via Arenula al 28 ottobre. In carcere c'erano 54.815 detenuti, rispetto a una capienza massima di 50.552 posti, di cui però 3.447 di fatto non risultano disponibili. Con una percentuale di affollamento pari al 116,37%. E vediamo l'andamento della malattia. Sempre al 28 ottobre i detenuti positivi al Covid erano 152, di cui 145 gestiti nelle strutture sanitarie delle stesse carceri e 7 invece ricoverati in strutture sanitarie esterne. Casi di Covid anche tra gli operatori penitenziari: in totale 215, di cui 189 tra gli agenti. In 206 sono in quarantena presso il proprio domicilio, sei sono ricoverati in ospedale e 3 si trovano in isolamento nelle caserme. Ecco il confronto con i dati della scorsa primavera: tra febbraio e agosto ci sono state 568 persone contagiate, di cui 4 decedute (2 agenti e 2 detenuti), che porta fonti di via Arenula - un articolo di Marco Belli sul sito Gnews, il giornale online del ministero della Giustizia - a parlare di un virus che "non ha sfondato, ma è stato contenuto".
Le prossime misure - Ma proprio questi dati spingono la Lega a contestare le misure di Bonafede. A partire dalla cifra del tutto ipotetica che si possa giungere a 5mila scarcerazioni, anche se l'uso della parola "scarcerazioni" è sbagliato in quanto sia le norme del decreto Cura Italia di marzo, sia l'articolo 30 del decreto Ristori parlano solo di detenuti cui vengono concessi i domiciliari, che quindi non vengono "scarcerati": vengono monitorati attraverso il braccialetto elettronico, non possono allontanarsi dal domicilio, continuano quindi a scontare la pena. Ma Jacopo Morrone, salviniano ed ex sottosegretario alla Giustizia, definisce il provvedimento "incomprensibile visto che il rischio contagio è maggiore all'esterno che all'interno" delle prigioni.
Isolamento per i nuovi detenuti - All'interno del carcere, invece, Bonafede, con il capo delle carceri Dino Petralia e il suo vice Roberto Tartaglia, punta innanzitutto a bloccare i possibili contagi. Da qui la decisione di attuare particolari precauzioni per i cosiddetti "nuovi giunti", cioè per chi entra in cella in questi giorni di Covid per la prima volta. Via Arenula prevede un periodo di isolamento preventivo e cautelare in attesa che arrivi l'esito negativo del tampone.
Tracciamento e camere d'isolamento - La scoperta di un detenuto positivo porterà le carceri a seguire un protocollo obbligatorio e già attuato in primavera. Verranno tracciati i suoi possibili contatti all'interno del carcere proprio come avviene all'esterno. Inoltre sarà messo a disposizione un congruo numero di vaccini antinfluenzali da utilizzare sia per il personale dipendente che per l'intera popolazione detenuta, in modo tale da rendere selettiva l'eventuale comparsa di sintomatologie similari. In alcuni istituti inoltre è già in atto la creazione di speciali "camere di isolamento" proprio per far fronte a un eventuale emergenza crescente.
Stop ai contatti con l'esterno - Per ora è solo un'ipotesi, ma proprio com'è avvenuto a febbraio c'è il rischio di un possibile stop a visite e colloqui, che subirebbero sospensioni temporanee, qualora la corsa del virus dovesse diventare dirompente. Una misura che non è contenuta nel decreto Ristori, mentre era stata prevista a febbraio quando poi provocò le rivolte nelle carceri. Il singolo caso positivo porterebbe comunque a ricostruire la sua storia per individuare la filiera dei contatti e per evitare un ulteriore diffusione del contagio.
Le preoccupazioni del Garante - Nell'ufficio di Mauro Palma, il Garante nazionale dei detenuti, la guardia sul Covid non è mai stata abbassata perché, come scrive la newsletter del Garante, "il carcere è uno dei luoghi rispetto al quale l'ansia esterna si tramuta spesso in annunci, voci, a volte gridati, che finiscono per essere moltiplicatori dell'ansia stessa. E certamente i numeri non sono da sottovalutare".
Palma sottolinea come "il tema torna a essere quello della riduzione del numero di presenze attraverso provvedimenti che, pur tenendo fermo il criterio della complessiva sicurezza, siano in grado di far emergere la centralità della tutela della salute di ogni persona". Ma sono proprio quei provvedimenti che la Lega contesta. E cioè la possibilità di ottenere i domiciliari per chi ha un residuo pena sotto i 18 mesi, e comunque con il braccialetto.
Misura da cui sono rigidamente esclusi i condannati per reati gravi. Inoltre gli attuali semi liberi (carcere di notte e lavoro di giorno) resteranno fuori proprio per evitare la circolazione di possibili infezioni. Come dice il Garante nazionale "non ha senso far rientrare in carcere persone che vi trascorrono soltanto la notte o mantenere la detenzione di persone condannate a pene brevi".
La sfida dell'ex supercarcere di Pianosa - È in questo clima che il sottosegretario Dem alla Giustizia Andrea Giorgis lancia la sfida dell'ex super carcere di Pianosa, famoso trent'anni fa per i boss e terroristi detenuti. È lì, e all'Asinara, che furono portati i mafiosi nel 1992 quando scattò il 41bis. Ma dal 1997 quelle celle tre metri per cinque con tre letti in ognuna sono state svuotate. Pianosa è tornata libera. Adesso un protocollo tra il ministero della Giustizia, con la Regione Toscana e il Comune di Campo dell'Elba, la vuole trasformare in nuovo modello di lavoro nelle colonie agricole già gestite dai detenuti, con un investimento europeo da 7 milioni di euro.
Dice Giorgis: "Un carcere che riesce ad offrire a chi ci vive un efficace percorso rieducativo ed emancipante è un carcere che tutela la sicurezza dell'intera collettività, perché quando c'è recupero e reinserimento i tassi di recidiva scendono in maniera significativa, a vantaggio quindi degli stessi detenuti e della sicurezza di tutti i cittadini".
Giorgis spiega ancora che "il progetto intende creare un sistema integrato ed innovativo di sviluppo che favorisca l'inclusione lavorativa e sociale dei detenuti che vivono a Pianosa, promuovendo al contempo lo sviluppo delle attività economiche di quei territori.
I progetti prevedono il potenziamento e il rilancio delle produzioni agricole con l'avvio delle attività connesse alla trasformazione dei prodotti agro-alimentari e all'accoglienza turistica, con l'obiettivo di favorire altresì lo sviluppo economico e la promozione del patrimonio naturalistico dei territori coinvolti".
di Concetto Vecchio
La Repubblica, 31 ottobre 2020
"Bonafede? Ha una visione tutta carcerocentrica che non mi piace". Scandali e sentenze contraddittorie: normale che i cittadini non si fidino dei magistrati. L'ex ministro scrive un libro sulla giustizia. E qui ci racconta anche dei suoi 80 anni. Giovanni Maria Flick ci tiene a mostraci la portantina seicentesca che fa bella mostra nell'ingresso del suo studio, al quinto piano di un palazzo al centro di Roma: "Bella fatica portarla quassù, eh" ridacchia.
Professore, il 7 novembre compie 80 anni. Da piccolo voleva fare l'avvocato?
"No, il capostazione, i treni continuano a piacermi anche adesso".
Perché scelse il diritto?
"Per una ricerca di sicurezza. Allora pensavo che la legge me l'avrebbe data. Pensi all'articolo 25 della Costituzione: "Nessuno può essere punito se non in forza della legge". Invece, col passare degli anni ho capito che il diritto ti crea più dubbi che certezze e la vera saggezza consiste nel saper gestire questi dubbi".
Nel suo ultimo libro, Giustizia in crisi, lei cita Giolitti: "Per gli amici le leggi s'interpretano e per gli altri si applicano".
"È una massima molto italiana, purtroppo".
In che famiglia è cresciuto?
"Cattolica, borghesia piemontese. Ero il quinto di sette figli. Una sorella suora, Elisabetta, madre generale dell'Ordine delle Ausiliatrici del Purgatorio, è morta a febbraio per Covid, a 78 anni. Dopo una vita passata a occuparsi di migranti su richiesta del Papa, l'avevano mandata a Torino a gestire una casa per religiose anziane. Se n'è andata in cinque giorni".
Il Covid la induce a pensare alla morte?
"Parecchio. La pandemia ci sta dando una lezione formidabile sulle nostre fragilità".
A scuola era un primo della classe?
"Solo al liceo. In terza media venni rimandato in latino, matematica e ginnastica. Dai gesuiti ho imparato la logica, dai salesiani la solidarietà".
Quando arriva alla Cattolica?
"Nel 1958. Lì conobbi Romano Prodi, Tiziano Treu e Roberto Ruffilli, che poi venne ucciso dalle Brigate Rosse: grande figura, intelligentissimo".
Com'era il suo amico Prodi da ragazzo?
"Com'è adesso. Un uomo che irrogava fortuna".
Nel senso che aveva culo?
"Esatto". (ride)
Dal 1964 al 1975 è magistrato a Roma. Perché lascia?
"Perché mi sono reso conto che si avanzava tutti allo stesso modo".
Per anzianità.
"Sì, e non mi bastava. Facevo tre lavori contemporaneamente: il magistrato, insegnavo all'università di Messina e nel weekend scrivevo i miei libri. Bisognerebbe stabilire, per l'avanzamento delle carriere, un mix tra capacità, esperienza e voglia di lavorare".
Ha sempre lavorato tanto?
"Dormo poco. Inizio alle sei del mattino. Spesso lavoro anche la domenica. Ormai faccio soprattutto pareri pro veritate. Mi divertono".
Qual è il principale problema della giustizia italiana?
"La crisi della legge, che non proviene più da un'unica fonte. Non è più solo il Parlamento a legiferare, ma ci sono le norme delle Corti europee e i provvedimenti amministrativi come i Dpcm: questa incertezza ha aumentato le difficoltà interpretative dei giudici".
Cosa pensa dei Dpcm?
"Sono troppi e rappresentano l'ennesima prova della svalutazione del Parlamento".
Un altro passo verso la democrazia diretta?
"Quelli che la teorizzano recitano il primo articolo della Costituzione, secondo cui "la sovranità appartiene al popolo", ma dimenticano di aggiungere che il popolo "la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione".
Cosa pensa di Conte?
"Mi sembra più avvocato che premier".
Non ha la stoffa del politico?
"Non è la guida che io mi aspetto in un periodo di emergenza come questo.Tende sempre a mediare. Del resto è stato premier di due maggioranze di segno opposto".
Cosa rivela il caso Palamara?
"La crisi profonda del giudice, che poi è un altro corno della crisi della giustizia. Se un giudice è costretto continuamente a un'opera di supplenza, è inevitabile che finisca per andare alla ricerca del potere".
È legittima la sfiducia degli italiani nella magistratura?
"Direi di sì. Prenda il caso Mps: tre volte la Procura chiede l'assoluzione, o l'archiviazione, e poi il tribunale condanna gli imputati a sei anni di carcere in primo grado".
Bonafede le sembra un buon Guardasigilli?
"Ha una visione tutta carcerocentrica che non mi piace. In due anni cosa ha fatto? Lo Spazza-corrotti. Non è una riforma, ma un semplice inasprimento delle pene. E poi la sua proposta del trojan, come mezzo di ricerca per la prova, di cui i pm fanno un uso disinvolto, che va contro l'articolo 15 della Costituzione secondo cui "la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili".
Cosa rivela il governare con "il salvo intese"?
"È il riconoscere che non si decide".
Che ricordi ha dei suoi anni da ministro?
"Tre bypass. E ho dovuto smettere di fumare la pipa e le sigarette, ne fumavo due pacchetti al giorno".
Pensa di avere lasciato il segno come ministro?
"Qualcosa ho fatto: il giudice unico, le videoconferenze ai processi di mafia, le pagelle ai magistrati, però in buona parte sono rimasti al chiodo anche per l'opposizione delle toghe. Era un governo di grandi personalità: Beniamino Andreatta, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano".
Un magistrato che si dà alla politica può poi tornare a fare il giudice?
"No. E lo ripeto da vent'anni. È assurdo che lo si permetta".
Se si guarda indietro, che percorso è stato il suo?
"C'è un tempo per pensare e un tempo per lavorare, io li ho scambiati: prima ho fatto l'avvocato e il professore, e poi, alla fine della mia carriera, da giudice costituzionale, ho pensato".
Cosa ha capito degli italiani?
"Che amano il cartongesso. Quando Hitler venne a Roma, la stazione Ostiense fu tirata a lucido a colpi di cartongesso. Mi è sempre parso un episodio rivelatore del nostro carattere: molta apparenza e non sempre sostanza".
Non crede al genio italico?
"Alle grandi capacità individuali nel capire i problemi corrisponde uno scarso senso di solidarietà e di coesione".
Nel libro c'è un elogio di sua moglie.
"Simonella è stata una compagna paziente. Siamo fatti l'uno per l'altra".
Perché paziente?
"È difficile sopportarmi. Sono sempre stato molto concentrato sul mio lavoro e un tempo m'incazzavo anche per le piccole cose, poi ho capito che è uno spreco di fiato inutile. Abbiamo tre figlie, tutte ragazze in gamba".
Che tempo ci attende?
"Continuo a pensare a mia sorella, che se ne è andata senza un funerale. Era una donna di valore, si dava meno arie di quante me ne dia io, e forse ha costruito molte più cose di me".
di Gabriele Esposito
Il Riformista, 31 ottobre 2020
Con il decreto Ristori, pubblicato in Gazzetta Ufficiale due giorni fa, vedono il loro ingresso nell'era telematica del processo penale anche le indagini preliminari. Dopo i tentativi di introdurre il processo penale da remoto, ribaditi anche in questo provvedimento e che non trovano e non troveranno il favore dei penalisti in virtù dell'intangibilità del principio dell'oralità, cardine della formazione in contraddittorio della prova nel processo penale (per quanto concerne, dunque, la fase dibattimentale), si può accogliere con discreto apprezzamento quest'ultima novella.
Senza dubbio può essere considerata una rivoluzione la previsione del deposito di taluni atti, memorie difensive, documenti, richieste e istanze mediante i portali telematici delle Procure della Repubblica, così come l'aver conferito valore legale al deposito a mezzo posta elettronica certificata di atti diversi da quelli menzionati. In tal modo, non solo si riduce il rischio di contagio da Covid-19 grazie alla ridotta presenza di persone negli uffici giudiziari, ma si abbassano sensibilmente i costi, in termini di risorse economiche e personali, dei difensori.
La vera novità, però, è costituita dalla possibilità del compimento di taluni atti di indagine da remoto, i quali richiedono la partecipazione della persona sottoposta alle indagini, della persona offesa, del difensore (salvo che questi si opponga quando l'atto richiede la sua presenza), di consulenti o di esperti. Il decreto, quindi, prevede che tali soggetti possano essere ascoltati recandosi presso l'ufficio di polizia giudiziaria più vicino al luogo di residenza, sempre che quest'ultimo sia dotato della strumentazione idonea al compimento dell'atto anche in termini di segretezza di quest'ultimo; il difensore può partecipare telematicamente dal proprio studio oppure può decidere di presenziare dal sito in cui è presente il suo assistito.
Ciò che, dunque, appare teoricamente un vantaggio in termini di contenimento del contagio da Covid-19 (questa è la motivazione ufficiale, anche se le prospettazioni sono di periodo pre-pandemia), non si può non sollevare perplessità sul maggiore impiego di risorse. È noto agli addetti ai lavori, difatti, che nella maggior parte dei casi il pubblico ministero delega il compimento dei citati atti di indagine alla polizia giudiziaria presente nel proprio ufficio o a quella territorialmente competente; quest'ultima, poi, trasmette celermente l'atto alla Procura. Ebbene, se un interrogatorio deve essere svolto da remoto dalla polizia giudiziaria in organico alla Procura, e l'indagato o la persona offesa presenzia da remoto affiancato da altro organo di polizia, appare pacifico che le risorse impegnate saranno raddoppiate (e, quindi, i costi) per il conseguimento del medesimo scopo. Probabilmente, per tale motivo, sarebbe stato più utile prevedere che quanto meno l'interrogatorio della persona sottoposta a indagini fosse svolto presso lo studio del difensore. Questa e altre considerazioni, comunque, potrebbero vedersi concretizzate in sede di conversione del decreto Ristori in un testo legislativo più raffinato e adeguato ai casi concreti.
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