Corriere di Como, 31 ottobre 2020
Domenica 1° novembre, alle 18, in streaming dalla pagina Facebook di Villa Bernasconi di Cernobbio, si terrà un incontro dedicato alla lettura, all'illustrazione e una forte testimonianza di cultura come esperienza di crescita in carcere. Eletta Revelli e Katia Trinca Colonel di Bottega Volante, associazione che da anni porta avanti progetti sociali legati alla reclusione, dialogheranno con il disegnatore Davide La Rosa. Verranno raccontate la storia e le curiosità del progetto "I classici dentro e fuori il Bassone" che ha coinvolto, gli scorsi due anni, un gruppo di detenuti della Casa Circondariale di Como insieme a ventisei illustratori professionisti che fanno parte di Slow comix.
"Illustrare i libri classici, un progetto per il Bassone. La lettura e il disegno entrano in carcere" è il titolo dell'incontro durante il quale verranno mostrati alcuni disegni degli illustratori che purtroppo, a causa dell'emergenza sanitaria, non si sono potuti esporre a Villa Olmo in occasione di Parolario e Fiera del libro.
A stimolare detenuti e disegnatori sono state le parole dei grandi autori della letteratura e della filosofia (Voltaire, Platone, Yourcenar, Melville, Woolf), del racconto autobiografico (Primo Levi, Tiziano Terzani, Kapuscinski), del pensiero contemporaneo (Chimamanda Ngozi Adichie, Elvio Fassone, Andrej Longo, Bjorn Larsson, Concita De Gregorio) e molti altri.
Le pagine di quei romanzi hanno fatto nascere emozioni e pensieri trascritti sulla carta da alcuni detenuti e rielaborati dai disegnatori dell'associazione no profit Slowcomix i quali, lasciandosi guidare dalle parole dei detenuti, hanno immaginato e donato la loro copertina per quel classico. Un esempio di come l'interazione di arte e letteratura può donare bellezza anche in un luogo duro e problematico come il carcere.
di Stephanie Barone
primacomo.it, 31 ottobre 2020
È protocollata in Comune a Como dallo scorso 20 febbraio. All'ordine del giorno del consiglio comunale poche settimane dopo. Eppure la mozione, presentata dal consigliere comunale Fulvio Anzaldo (Rapinese Sindaco), che chiede l'istituzione di un Garante dei Diritti delle persone detenute o private della libertà personale del Comune di Como, non è ancora stata discussa in aula.
I problemi del carcere Bassone di Como sono noti, primo tra tutti il sovraffollamento e la carenza di personale tra le fila della Polizia Penitenziaria. A livello nazionale e regionale esiste la figura del Garante che è possibile introdurre anche a livello comunale per essere più puntuali nella gestione dei rapporti con il carcere. Questa figura aiuterebbe a promuovere l'esercizio dei diritti e delle opportunità delle persone private della libertà, a monitorare le condizioni detentive anche attraverso visite nei luoghi della detenzione in città, a segnalare alle autorità competenti il mancato o l'inadeguato rispetto dei diritti a seguito di segnalazioni che giungano al proprio ufficio, organizzare iniziative di sensibilizzazione pubblica sul tema.
"Specialmente in questo momento di grave emergenza sanitaria, dobbiamo mantenere alta l'attenzione sulla questione delle carceri sovraffollate, dove il rischio che scoppino nuovi focolai di coronavirus è indubbiamente alto.
A fronte del rinvio continuo della mozione sul Garante cittadino per i diritti dei detenuti e vista l'attuale situazione - commenta la consigliera del Gruppo Misto Pierangela Torresani - questa domenica era prevista una marcia di solidarietà a staffetta dal carcere di Como passando dalla Diocesi fino al Municipio cittadino per chiedere un voto del consiglio comunale che affronti finalmente la mozione presentata dal consigliere comunale Fulvio Anzaldo (Rapinese Sindaco) con la volontà e l'attenzione politica che merita".
C'è stata l'adesione di Torresani, appunto, e dei consiglieri del gruppo del Partito Democratico, Patrizia Lissi e Stefano Fanetti e di Gianni Rubagotti. Vista la situazione di grave incertezza sanitaria, è stato però deciso di rimandare la marcia propendendo per una scelta di responsabilità. "Il problema del sovraffollamento delle carceri non può essere tuttavia messo in secondo piano e auspichiamo che l'iniziativa possa aver luogo il prima possibile - aggiunge la consigliera comunale - Per questo motivo invitiamo gli altri consiglieri del Comune di Como, indipendentemente dalla propria appartenenza politica, non solo ad aderire alla manifestazione, ma anche e soprattutto a dedicare alla tematica l'attenzione che la stessa merita".
"L'invito è ovviamente esteso anche allo stesso sindaco Landriscina che ci auguriamo possa partecipare alla nostra iniziativa e possa indirizzare il consiglio a interessarsi una volta per tutte al problema - conclude Torresani - Il carcere di Como è una questione sociale che riguarda anche la Provincia e i suoi Comuni, sia in tempi ordinari sia in tempi straordinari come quelli che stiamo vivendo, i cui servizi sociali, tra le altre cose, si devono fare carico di chi torna in libertà senza un percorso di reinserimento sociale completo e strutturato".
di Giuliano Ferrara
Il Foglio, 31 ottobre 2020
Separare gli anziani dai giovani fa accapponare la pelle, ma è ragionevole. È anche fattibile? L'ora di discuterne. Sembra ragionevole la proposta di separazione per fasce d'età fatta da Carlo Favero, Andrea Ichino e Aldo Rustichini.
Partono dal fatto che la mortalità da pandemia non riguarda che marginalmente chi ha meno di trent'anni (19 morti su 36 mila circa) e sensibilmente differisce in meglio per chi ha meno di 50 anni (409 morti). Un fatto è un fatto, gli si può replicare respingendone la lezione, per ragioni di etica costituzionale o per la discutibile realizzabilità di misure che quel fatto pare suggerire, ma non si può rimuovere la sua ingombrante solidità. La faccenda va esaminata, non sarà l'uovo di Colombo eppure ha la vigoria di una evidenza difficilmente confutabile.
Per tempo parlammo qui della grande scrematura dei vecchi come effetto possibile della pandemia allora in diffusione rapida nella prima ondata, discutendone cinicamente con un economista come Francesco Giavazzi. E mille volte si è espresso il compiacimento etico per la scelta di non avallare la scrematura, di mettere a repentaglio la vita ordinaria di società e economia invece che rassegnarsi al quieto convivere con il virus. Se penso che ci sarà un bus riservato a me e a altri ultrasessantenni, mi vengono i brividi.
Lo stesso se penso al docente giovane o adulto che insegna in presenza e a quello più avanti negli anni consegnato alla didattica a distanza. Fa accapponare la pelle anche l'idea della separazione dei giovani dai nuclei famigliari in cui abitano i vecchi, con la disponibilità per la vita quotidiana di safe space, di spazi protetti, negli alberghi e in altri luoghi di accoglienza. Chi ha un'età compatibile con le medie di letalità si incontra nei cinema, nei luoghi di intrattenimento e sportivi, conduce una vita lavorativa ordinaria, e la vita va avanti, l'economia soffre meno, si attenua la logica di blocco eccetera. La dissociazione delle sorti di giovani e vecchi di fronte all'epidemia è concettualmente ributtante. Ma ragionando un po' più a fondo, misure di separazione per fasce d'età possono sembrare ragionevoli, semplicemente ragionevoli.
È anche una proposta fattibile? In teoria sì, in pratica va studiata bene. E quali conseguenze comporterebbe, che so, la distinzione oraria di accesso ai supermercati? Il senso di giustizia e di solidarietà umana è evidentemente contrario a questo modo di vedere le cose, ne è l'opposto. Bisogna però riconoscere che gli standard di libertà e di giustizia e di eguaglianza hanno dovuto essere considerati e governati con flessibilità in una situazione di emergenza sanitaria. E questo in molti campi.
D'altra parte, se si potesse idealmente realizzare la separazione senza misure obbliganti, per razionale impulso della volontà degli individui, con suggerimenti e raccomandazioni e pratiche non costrittive, tutti dovrebbero riconoscere che simili comportamenti sarebbero un modo di aiutare sia gli individui sia la società a affrontare in modo meno convulso, con traumi meno gravi, la pandemia. Sarebbe come mettere una super-mascherina al proprio certificato anagrafico.
Un vantaggio collettivo. I ragazzi, e questa è un'osservazione banale alla portata di tutti, si comportano bene in generale ma non hanno la stessa allarmante visione delle cose dei vecchi. Fanno fronte, capiscono che c'è un problema, ma appunto considerano un problema la diffusione di quella che per loro è una pericolosa forma influenzale, e lo fanno anche con un elemento di distacco che manca a chi è possibile candidato al dolore di cura e di malattia maligna dagli esiti molto più esposti alla letalità come per i vecchi. Alla proposta di separazione devono avere indubbiamente pensato anche autorità sanitarie e politici competenti, spero. Sarebbe il momento di discuterla e di fornire dati utili a capirne il tasso di realismo e di realizzabilità.
di Leonardo Fiorentini* e Marco Perduca**
Il Riformista, 31 ottobre 2020
Gli oli al cannabidiolo non sono più stupefacenti e possono tornare sul mercato. Ma rimangono criticità sul lato terapeutico e per le tabaccherie. Finché il governo non interviene noi attivisti digiuniamo.
Il ministro Speranza ha deciso di sospendere il decreto sul Cbd e avviare un approfondimento scientifico. Salutiamo con sollievo questo ravvedimento, nell'augurio che siano argomenti ed evidenze scientifiche al centro del confronto, e non posizioni ideologiche.
L'inclusione delle preparazioni contenenti cannabidiolo (Cbd), un principio attivo della cannabis, nella tabella dei medicinali contenenti sostanze stupefacenti non ha alcun senso. Non lo pensiamo noi, ma l'Organizzazione Mondiale della Sanità che nelle sue raccomandazioni all'Onu sulla cannabis propone l'esclusione dalle sostanze sotto controllo delle convenzioni delle preparazioni a base di Cbd (che contengano meno dello 0,2% di Thc), in quanto non psicoattive.
All'inizio di dicembre infatti all'Onu di Vienna si voterà su una serie di raccomandazioni che l'Oms ha adottato dopo anni di revisione di letteratura scientifica e confronto con governi, ricercatori, malati e associazioni. Il punto centrale dell'iniziativa è rimuovere la pianta della cannabis dalla quarta tabella, quella che include piante, derivati e composti chimici ritenuti molto pericolosi per la salute pubblica e senza alcun valore terapeutico, con il fine di renderla più facilmente disponibile per motivi medico-scientifici.
A fronte di questo riconoscimento dell'uso terapeutico della cannabis da parte della massima autorità sanitaria mondiale, nell'ultimo mese l'Italia si è caratterizzata per almeno due gravi passi indietro: il decreto di cui abbiamo detto e una grave circolare della Direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico rispetto alle preparazioni a base di cannabis terapeutica. Secondo quanto comunicato il 23 settembre scorso, non sarebbero più consentite resine, oli e capsule decarbossilate, facendoci tornare a decotti e vaporizzazione. Si nega la possibilità (in piena emergenza covid) della spedizione tramite corriere delle preparazioni galeniche utilizzate da molte persone sia per la difficoltà di reperimento dei prodotti nella farmacia vicina a casa sia per le difficoltà di spostamento che caratterizzano molti pazienti. Per ora ancora nessuna risposta alla lettera aperta lanciata un mese fa da Associazione Luca Coscioni, Forum Droghe e tanti altri, e poi sottoscritta da oltre 1750 persone, che chiedeva chiarimenti rispetto alla circolare e l'apertura di un dialogo con il Ministero.
Qualche giorno fa si è aggiunto il Direttore generale delle Dogane e dei Monopoli Marcello Minenna, che ha chiesto ai rappresentanti degli esercizi che vendono, o intendono vendere prodotti da inalazione senza combustione - "svapo" - di autocertificare l'impegno a non commercializzare o detenere foglie, infiorescenze, oli, resine o altri prodotti con sostanze derivate dalla canapa sativa. In mancanza sono passibili di chiusura coatta.
Con buona pace delle centinaia di negozi che già esistono e che, come tutti, soffrono a seguito delle misure anti-covid. Malgrado il permanere di una grave mancanza in tutta la penisola di prodotti a base di cannabis, sia di produzione italiana che d'importazione, il governo e le burocrazie statali si adoperano per complicare ulteriormente la vita a chi ne fa uso terapeutico e a ostacolare un settore economico che negli ultimi tre anni aveva visto un fiorire di attività produttive e di commercio.
Allo stesso tempo, nonostante adesioni pubbliche di decine di parlamentari, alla Camera tutto tace sui vari progetti di legalizzazione della cannabis che negli anni sono stati presentati e che potrebbero essere accorpati alla proposta di legge d'iniziativa popolare consegnata a Montecitorio nel 2016.
I nostri penitenziari restano illegalmente strapieni a causa della legge sulle droghe, con la cannabis che la fa da padrona nelle denunce penali e nelle sanzioni amministrative. Come abbiamo documentato nell'XI Libro bianco, il 34,8% delle persone detenute nelle carceri italiane lo erano per droghe. La media europea è del 18%, quella mondiale del 20%.
Un costo enorme in termini di diritti e di amministrazione della giustizia e che vale, solo per la detenzione, oltre 1 miliardo di euro l'anno! Perché alla vigilia di una decisione alle Nazioni unite che sicuramente comporterà fratture tra ultra-proibizionisti e riduttori dei danni, volersi caratterizzare nel panorama europeo per queste decisioni di retroguardia che ci riportano ai periodi peggiori della gestione della lotta alla droga di giovanardiana memoria? Perché non ascoltare la società Civile, i pazienti e i cittadini? Perché fare l'economia del progresso scientifico?
*Forum Droghe
**Associazione Luca Coscioni
di Leo Lancari
Il Manifesto, 31 ottobre 2020
Il leader della Lega accusa il governo di essere corresponsabile della strage di Nizza. La maggioranza fa quadrato intorno alla ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, finita per la seconda volta in meno di ventiquattro ore nel mirino di Matteo Salvini che accusa lei e il governo di essere i responsabili morali della tragedia di Nizza dal momento che Brahim Aoussaoui, il tunisino che giovedì mattina ha ucciso tre persone nella basilica di Notre Dame, era sbarcato a settembre a Lampedusa. "Sciacallo", "calunniatore della patria" che "specula sui morti" sono i commenti che arrivano da Pd, LeU, Italia Viva e Movimento 5 Stelle. Salvini però non retrocede e torna a chiedere le dimissioni della ministra mentre Fratelli d'Italia chiama Lamorgerse a riferire in parlamento.
È ancora mattino presto quando il leader del Carroccio parte all'attacco: "Record di sbarchi (27.190 nel 2020 contro i 9.533 dello stesso periodo di un anno fa), piazze in rivolta e ora perfino un killer sbarcato a Lampedusa e lasciato tranquillamente scappare in Francia a uccidere e sgozzare" dichiara. "Nel mezzo la cancellazione dei decreti sicurezza per aprire porti e portafogli. Cosa deve succedere ancora? Il Viminale è allo sbando, Lamorgese si dimetta".
È solo il primo di una lunga serie di attacchi che proseguiranno per tutta la giornata ma cominciati in realtà giovedì pomeriggio, quando si è saputo che l'autore della strage di Nizza era sbarcato appena un mese fa sull'isola delle Pelagie. Accuse pesanti, specie quella chiamata di corresponsabilità morale in quanto accaduto in Francia, che provocano la reazione della ministra. Lamorgese non si fa intimidire e contrattacca a sua volta: "Responsabilità da parte nostra non ce n'è", è la prima cosa che ci tiene a chiarire. Aoussaoui "non era stato segnalato dalla Tunisia né risultava segnalato dall'intelligence", aggiunge ricordando che il tunisino "era entrato a Lampedusa tramite un sbarco autonomo il 20 settembre scorso e successivamente è stato destinatario il 9 ottobre di un decreto di respingimento con ordine del questore di abbandonare il territorio.
Come per tutti i migranti che arrivano in Italia, anche per lui era stata adottata la procedura standard che prevede foto segnaletiche, identificazione, impronte digitali e trasferimento a bordo della nave Rhapsody per la quarantena prima di essere avviato verso un centro per i rimpatri.
A un certo punto del suo passaggio nel nostro Paese, Aoussaoui è però sfuggito al controllo delle forze dell'ordine, ma non è l'unico terrorista ad aver fatto perdere le sue tracce. "Casi analoghi", ricorda Lamorgese, sono accaduti anche in passato.
"Come mai l'opposizione si scusata oggi con la Francia, cui manifesto tutta la mia solidarietà - afferma la ministra - e non ha ritenuto di scusarsi in altri casi gravi come gli attentati alla metropolitana di Londra nel 2017 o quello alla Rambla sempre nel 2017?".
L'ultima stoccata la titolare del Viminale la riserva ai provvedimenti anti-immigrazione voluti da Matteo Salvini quando era lui il ministro dell'Interno. "Si parla delle nostre modifiche ai decreti sicurezza - afferma - ma quei decreti anziché creare sicurezza hanno creato insicurezza, perché 20 mila persone sono dovute uscire dall'accoglienza da u giorno all'altro". "Noi - aggiunge invece la ministra - abbiamo cercato di tenere presente le esigenze di sicurezza del paese non disperdendo tutti sul territorio nazionale, facendo dei progetti mirati affinché restassero sotto i radar delle forze di polizia". Controreplica del leghista: "Secondo il ministro dell'Interno è colpa mia. Siete senza vergogna".
"Ancora una volta il leader della Lega non ha saputo sottrarsi alla propaganda e alla strumentalizzazione politica dinanzi ai tragici fatti di Nizza, perdendo un'altra occasione per tacere", è il commento di Carmelo Miceli, responsabile sicurezza del Pd. "Speculare sui morti su cui stanno ancora piangendo le famiglie a Nizza è vergognoso", afferma invece la vicepresidente del Senato, la pentastellata Paola Taverna. "L'ennesima pessima figura che trogloditi da tastiera come Salvini ci fanno fare agli occhi del mondo. È una politica che si nutre di carcasse umane come sciacalli, omettendo, parlando alla pancia della gente con frasi che non hanno alcun senso logico".
di Mohsin Hamid*
La Stampa, 31 ottobre 2020
I fatti francesi ci mettono di fronte a una situazione molto difficile, perché ciò che abbiamo visto è lo scontro fra due convinzioni non facilmente distinguibili. La prima è che la libertà di espressione sia importante, e come scrittore non posso che condividerne completamente il senso e il peso.
Ogni persona dovrebbe essere in condizioni di dire ciò che desidera in qualunque luogo e in qualunque momento. La libertà di espressione è un valore altissimo. Poi però c'è un altro valore, quello di non insultare gli altri, di rispettarne la differenza, di non alimentare il razzismo usando i mezzi di comunicazione. Ciò che accade in Francia è lo scontro tra questi due valori, ed è ovvio che la soluzione non è facile, quando si ha davanti agli occhi l'assassinio di qualcuno nel modo orribile in cui è avvenuto. Tuttavia, se la posizione di un criminale non è né ragionevole né difendibile da nessun punto di vista, quella di chi cerca di difendersi da opinioni articolate che sembrano fare danno a una minoranza o a un gruppo socialmente debole non può considerarsi una posizione innaturale. Ecco dunque che si tratta di uno scontro tra due punti di vista ragionevoli: la libertà di espressione da una parte, la difesa di una minoranza fragile dall'altra. E la sfida è difendere queste due cose insieme, perché solo sostenendo l'una e l'altra proteggiamo l'intera comunità.
Non va dimenticato che il mondo musulmano è formato da persone molto diverse: da Khartoum a Baghdad, le differenze sono tante. Ma questo non significa che esista una incompatibilità con i valori dell'Occidente. Del resto, se guardiamo alla democrazia Usa, possiamo forse dire che tutti i sostenitori di Trump credono nei valori democratici? No, allo stesso tempo sono tanti coloro che invece ci credono, che sono contro il razzismo e l'esclusione dei più deboli.
In ogni sistema democratico, abbiamo persone che non concordano pienamente con i valori liberali, e perciò bisogna persistere nell'esercizio della democrazia. Non credo che i musulmani siano più incompatibili di altre persone con la vita democratica: sono pochi, in proporzione, gli individui coinvolti in atti di violenza. E anziché pensare che ci sia un'incompatibilità di fondo, e procedere a un irrigidimento del sistema securitario, sarebbe meglio pensare che tutti, anche i musulmani, vogliano partecipare alla democrazia. Il compito, semmai, è estendere il sostegno ai più fragili perché siano liberi di esprimersi.
Poi c'è la politica e le regole su cui si basa il suo potere. Una delle manifestazioni di quest'ultimo è convincere un determinato gruppo di persone che ci sia qualcuno a difenderli. Sebbene Erdogan e Macron siano diversi e con una cultura politica agli antipodi, sotto questo profilo sembrano simili: Macron si presenta come difensore dei valori francesi in opposizione alla Turchia, all'Africa o ad altri; e Erdogan fa la stessa cosa. Entrambi, del resto, attraversano una situazione difficile: l'economia turca è in crisi, quella francese è piegata dagli effetti della pandemia.
Ora è il momento di creare opportunità, di stabilire empatia, più che giocare in difesa. È importante per la società europea stabilire un ambiente culturale in cui le diversità possano prosperare, non rinchiudersi nella volontà di ristabilire la purezza di radici individuali. Una ragione di ottimismo c'è, ed è rappresentata dalle nuove generazioni. Recentemente sono stato in Italia, in provincia di Milano, a fare visita alla cugina della madre di mia moglie. Ho visto la piazza animata da ragazzi che sembravano divertirsi, si scambiavano baci e pacche sulle spalle. Guardarli, assistere all'evidenza di una generazione che cresce condividendo il senso di una comunità, mi ha fatto pensare che credere in una vera integrazione è possibile.
*Testo raccolto da Francesca Sforza
di Massimo Nava
Corriere della Sera, 31 ottobre 2020
Le questioni religiose e socioeconomiche si sono mescolate a una progressiva correzione di rotta della politica estera, a partire dalla presidenza Sarkozy. Vent'anni fa, la decisione del presidente Chirac di opporsi all'intervento americano in Iraq aveva suscitato nel mondo arabo musulmano un'ondata di simpatia nei confronti della Francia. Occorre ricordare quel momento per provare a comprendere come questi sentimenti si siano progressivamente tramutati nel loro contrario, con il concorso di ben orchestrate campagne d'odio, l'ultima innescata dal presidente turco Erdogan. La Francia, paladina dei diritti umani, della libertà religiosa, del terzomondismo culturale, è oggi aggredita dall'esterno e disprezzata, addirittura sabotata, all'interno, da strati non proprio marginali della popolazione e da gruppi di giovani musulmani che non si riconoscono nel modello identitario della République, e che costituiscono l'acqua sporca in cui nuotano sicari dell'islamismo radicale e del terrorismo. Un'acqua che è complicato prosciugare, sia per la rete di complicità di cui godono i terroristi, sia perché non si tratta solo di sventare complotti, bensì di stanare cani sciolti, giovani indottrinati che agiscono all'arma bianca, che probabilmente non dispongono di armi ed esplosivi, che sovente nemmeno figurano fra le migliaia di schedati come potenziali terroristi e quindi non identificati né sorvegliati.
Il ribaltamento di sentimenti nei confronti di un Paese che si era fieramente opposto alla narrazione dello scontro di civiltà trova pretesti e concause a partire dalla rivolta delle periferie (2005) che mette in luce la disperante e atavica precarietà di giovani di origine magrebina (ma cittadini francesi) per i quali i principi di uguaglianza e di pari opportunità restano sulla carta. Giovani che contestano la lingua di Molière e i programmi di storia, che fischiano la Marsigliese e allo stadio, contro la Francia, tifano Algeria.
L'establishment, per bocca dell'allora ministro degli interni Sarkozy, li considera feccia, "canaglie" che vivono nell'illegalità di quartieri da ripulire con ogni mezzo. Da giovani delinquenti a giovani islamizzati il passo è breve, poiché laddove non arrivano cultura ed educazione repubblicana, e dove non mette piede la polizia, prosperano scuole coraniche illegali, moschee clandestine, predicatori di dubbia origine e addirittura didattica organizzata per cinquantamila giovani ritirati dalle scuole pubbliche. È il separatismo culturale e religioso cui ha dato battaglia il presidente Macron.
Un secondo passaggio drammatico è stata l'entrata in vigore della legge sulla laicità, nella versione più "radicale" rispetto alla legge del 1905. La proibizione di simboli religiosi nei luoghi pubblici, in nome della neutralità laica della Repubblica, da un lato ha suscitato qualche doloroso imbarazzo negli ambienti cattolici (quando, ad esempio, qualche municipio ha vietato i presepi natalizi) e dall'altro ha provocato profonda irritazione nel mondo musulmano più tradizionalista, sia all'estero, sia in patria, in particolare sulla questione del velo per le donne.
Non saranno mai abbastanza le parole di condanna per i vili attentati di questi anni, ma non si può fare finta che le vignette blasfeme di Charlie Hebdo e il "diritto alla blasfemia" - considerato equivalente a un'espressione di satira e quindi di libertà - non abbiano offerto pretesti alle campagne d'odio, non siano insomma benzina su un materiale facilmente infiammabile.
Le questioni religiose e socioeconomiche si sono poi mescolate a una progressiva correzione di rotta della politica estera, a partire dalla presidenza Sarkozy, che ha ribaltato la dottrina "terzomondista" di Chirac e ha ricucito il rapporto con gli Usa e la Gran Bretagna, fino alla decisione di intervenire in Libia ed eliminare Gheddafi.
Da qui sono cominciati anche gli arruolamenti di molti giovani francesi nelle file dell'Isis, il pendolarismo di terroristi dal Medio Oriente alla Francia, passando per la retrovia del Belgio, la minaccia permanente nelle ex colonie africane nei confronti dei soldati francesi impegnati contro le milizie islamiche. Sul rapporto con la Turchia pesa anche la posizione intransigente contro l'apertura all'Europa e il riconoscimento del genocidio armeno.
In questo quadro, non va taciuta una zona grigia in cui si muovono i rapporti d'affari con i Paesi musulmani, forniture di armi, penetrazione capillare nell'economia e nella società francese degli sceicchi del petrolio, dai sauditi al Qatar, uno Stato sospettato di sponsorizzare estremisti islamici e fratellanza musulmana e, al tempo stesso, grande sponsor del Paris Saint Germain, la squadra del cuore dei giovani delle banlieues.Tutto naturalmente all'ombra dei sacri principi della République.
di Felice Cavallaro
Corriere della Sera, 31 ottobre 2020
Protesta dei familiari davanti a Montecitorio: "Non hanno violato le leggi". Il vescovo paga le bollette della luce, il presidente dell'Assemblea regionale fa arrivare duemila euro a famiglia, sindacati e Federpesca raccolgono altri mille euro a testa, ma i familiari dei 18 pescatori di Mazara del Vallo arrestati due mesi fa dai libici, ancora detenuti in una caserma di Bengasi, non ce la fanno più a sopportare il silenzio calato su un intrigo internazionale sfociato in un processo del quale si ignora tutto.
Disperazione - Sarà per Covid ed emergenze connesse, ma pochi si accorgono della disperazione di Rosetta Ingargiola sfiorando questa donna di 74 anni raccolta in sé, per terra, davanti a Montecitorio, un cartello in mano per protestare e ricordare il figlio Pietro Marrone, 44 anni, comandante di uno dei due pescherecci sequestrati il primo settembre dai libici di Khalifa Haftar, il "maresciallo" in lotta contro un altro pezzo del Paese: "Loro si combattono e mio figlio è da 60 giorni in carcere senza capire perché.
Come non lo capisco io che un figlio di 24 anni ho perso in mare per una tempesta e che adesso, vedova, aspetto solo il ritorno dell'altro". Parla accanto a una bella ragazza tunisina di 24 anni che la conforta, Insaf, lo stesso dolore, la stessa ansia: "Io voglio solo che mio padre torni a casa. Ho il terrore che tutti dimentichino, qui a Roma. Anche premier e ministri". Lo dice in perfetto italiano, ben integrata in Sicilia dove il padre, Jemmali Farat, lavora come secondo motorista da anni per Marco Marrone, l'armatore di uno dei due pescherecci trascinati con la minaccia delle armi nel porto di Bengasi.
Marrone, un ragazzone di trent'anni, sta pure lui in trasferta di protesta a Roma insieme con un'altra ragazza, Maoires, anche lei senza notizie del padre, Maomed Ben Haddata, un marinaio che definisce "un sequestrato". Come fanno Cristina Amabilino per il marito Salvo Bernardo e Rosaria Giacalone per il suo Onofrio, stesso cognome, direttore di macchina del "Medinea".
Palazzi romani - Ecco la pattuglia che con tenda e sacchi a pelo prova a scuotere i Palazzi romani, mentre gli altri familiari rimasti nell'isola assediano il municipio di Mazara con il secondo armatore, Leonardo Gangitano, proprietario dell'"Artemide". Per tutti il dramma è esploso con gli accorati allarmi lanciati via radio dagli equipaggi di altri sette pescherecci di Mazara arrivati quel giorno con i primi due a 60 miglia dalla costa libica. Per pescare il gambero rosso. "Rispettando quindi la norma di non violare le dodici miglia dalla costa di altri Paesi", spiega Marrone. Ma c'è un pezzo di Libia che ha allungato a 74 miglia la linea delle "sue" acque "territoriali". Autonomamente. Rivendicando un diritto da nessuno riconosciuto.
Anche sparando colpi di mitragliatrice. E bloccando "Medinea" e "Artemide" mentre gli altri natanti riuscivano a disperdersi e tornare a Mazara. Dove adesso sono tutti terrorizzati perché qualcuno sussurra che alla violazione di ipotetici confini potrebbe aggiungersi la presunta presenza a bordo di un po' di droga. "Un'accusa infamante, se prendesse corpo", assicurano armatori e familiari temendo una trappola di milizie infide. Di qui l'appello al premier Conte e al ministro Di Maio di scuotere i loro interlocutori dall'altra parte del Mediterraneo.
Servizi all'opera - "Ma il premier ci ha ricevuti solo il 29 settembre in fretta assicurando il possibile. Si parla di "Servizi" all'opera. Ma nulla accade", ripetono per telefono la mamma, le due ragazze e le due mogli a chi è rimasto a Mazara.
"Qui ogni tanto passa un deputato, poi niente", si lamenta Marrone, preoccupato anche da una ipotesi inquietante: "La cosa peggiore è sentir dire che possano diventare merce di scambio per barattarli con quattro libici detenuti in Italia". Un riferimento chiaro ai quattro partiti da Bengasi nel 2015, condannati a 20 e 30 anni di carcere a Catania come assassini e trafficanti.
Ma indicati come vittime di un clamoroso errore "perché si tratta solo di calciatori in cerca di fortuna", sostengono parenti e tifosi in contatto con l'avvocato Cinzia Pecoraro che spera nella Cassazione, negando però ogni negoziato: "Mai dalla Libia si è parlato di ostaggi. Una bufala". A ben altra trattativa si affidano invece tutti. Compresi i due armatori che, "ovviamente mettendo al primo posto le vite umane", sperano anche nella restituzione delle imbarcazioni. "Perché senza non si può lavorare e vivere".
di Gianni Sartori
Ristretti Orizzonti, 31 ottobre 2020
Tra le innumerevoli esecuzioni capitali operate dal regime teocratico iraniano (contro oppositori in genere e contro i curdi in particolare) nel gennaio 2018 aveva suscitato un certo scalpore - almeno a livello mediatico - quella di Hekmat Damir.
Accusato di "terrorismo" in quanto militante dell'organizzazione Pejak, questo curdo di origine turca era stato impiccato a Khoy, un carcere della provincia iraniana dell'Azerbaijan occidentale. Gravemente ferito, paralizzato a entrambe le gambe, era stato portato in barella sul luogo dell'esecuzione e qui, ancora sulla barella, il boia gli aveva infilato il cappio al collo. Poi, come di regola, la gru aveva iniziato a sollevarlo nel vuoto.
Per chi ama le analogie, le coincidenze il macabro evento ricordava l'esecuzione di James Connolly (fondatore dell'Irish Citizen Army) nel 1916. Non potendosi reggere in piedi a causa delle ferite, l'esponente repubblicano irlandese venne legato a una sedia e così giustiziato.
Rilevare che in Iran - da anni - è normale amministrazione ricorrere alla pena di morte contro manifestanti, dissidenti e minoranze è come scoprire l'acqua calda. Caso mai, sembra di capire, tale prassi negli ultimi tempi è andata accentuandosi ulteriormente. Soprattutto ai danni dei curdi.
Per citarne qualcuno di recente, il 13 luglio di quest'anno due curdi - Diaku Rasoulzadeh e Saber Shaikh Abdollah - venivano giustiziati nel carcere di Orumiyeh (sempre nella provincia iraniana dell'Azerbaijan occidentale). Condannati a morti cinque anni prima unicamente sulla base di "confessioni" estorte con la tortura e nonostante l'esistenza di prove concrete della loro innocenza.
In quel momento almeno altri cinque prigionieri curdi erano in attesa dell'esecuzione (come finora è avvenuto per almeno quattro di loro) mentre di un altro curdo, sequestrato tempo prima dalle forze dell'ordine, nel frattempo si scopriva che era stato passato per armi e fatto sparire.
È invece di questi giorni la notizia - divulgata dall'ONG Kurdistan Human Righta Network - delle avvenute esecuzioni di altri quattro curdi. Accusati di omicidio, sono stati giustiziati il 29 ottobre a Orumiyeh. Stando alle informazioni raccolte da Khrn i prigionieri Yasser Cheshmeh Anvar, Ali Malekzadeh e Zinolabedin Hisseinzadeh erano stati condannati a venir giustiziati pubblicamente, ma poi l'esecuzione sarebbe avvenuta tra le mura carcerarie a causa dell'epidemia di Covid19. Il giorno prima Khrn aveva pubblicato un rapporto sul tentativo di suicidio di Ali Malekzadeh che si era tagliato le vene. Un quarto prigioniero - ugualmente giustiziato il 29 ottobre - si chiamava Musa Rahmani.
Ma ora la medesima sorte potrebbe toccare a Heidar Ghorbani, un curdo di 47 anni condannato per "ribellione armata contro lo Stato". Nonostante le innumerevoli irregolarità emerse nel corso del processo e nonostante il tribunale avesse riconosciuto che nel periodo della sua militanza Ghorbani non era armato.
Ma ancora una volta sono state determinanti le discutibili confessioni estorte con la tortura. Il suo avvocato ha chiesto di annullare la condanna e un nuovo, regolare processo. Ma invano, almeno finora. Il 28% delle esecuzioni avvenute in Iran nel 2028 riguardavano membri della minoranza curda. O forse meglio: della comunità minorizzata curda, una comunità che - ricordo - rappresenta solo il 10% della popolazione iraniana.
di Nathalie Tocci
La Stampa, 31 ottobre 2020
"È la Francia che è sotto attacco!" dichiara il presidente Macron in un appello accorato alla nazione. L'attentato a Nizza, a una settimana dalla decapitazione dell'insegnante Samuel Paty, ritrascina la Francia negli abissi dello scontro di civiltà, rischiando di tirare con sé l'Europa.
La cristallizzazione del conflitto in Siria oramai uscito dalla sua fase più acuta, la recrudescenza della guerra in Libia, l'imprevedibilità di Trump, e, infine, la concentrazione globale sulla pandemia, avevano messo a tacere le sirene Huntingtoniane dello scontro di civiltà. Avevamo rimesso nel cassetto quella lente distorta attraverso la quale osservare il mondo, una lente che era stata apparentemente confermata dagli attacchi dell'11 settembre 2001 e messa a fuoco quando le primavere arabe del 2011 entrarono nel loro lungo inverno.
La decapitazione di Paty, la dichiarazione scomposta di Macron sulla crisi dell'Islam, le proteste nel mondo mussulmano, il tentativo cinico del presidente turco Erdogan di cavalcare l'onda dello sdegno mussulmano, e infine l'attacco di Nizza e l'appello di Macron, sembrano riportarci al 2015, quando da Parigi a Bruxelles, Londra a Berlino, l'Europa si avvitava nel vortice del terrorismo.
Ma siamo realmente tornati a quel periodo? Per certi versi non ne siamo mai usciti. Che la radicalizzazione, fino ad arrivare al terrorismo, abbia profonde cause sociali, politiche, economiche e psicologiche in Francia in particolare e in Europa in generale è oggetto di studio da anni. Seppur mai lineare, esiste un nesso che lega da un lato la marginalizzazione di intere comunità, l'alienamento individuale nell'era digitale, la violenza fisica e psicologica di guerre e migrazioni forzate e le logiche della criminalità, e dall'altro i processi di radicalizzazione fino ad arrivare al terrorismo dall'altro. L'Europa è solo all'inizio della più grave crisi economica e sociale dal dopoguerra, una crisi che ha conseguenze profondamente inique.
Sappiamo già che la pandemia ha accelerato le disparità economiche, sociali, geografiche e di genere, un trend destinato a crescere se non contrastato in modo deciso tanto a livello nazionale quanto europeo. Non stupisce dunque se il terrorismo, così come i disordini sociali fomentati da gruppi di estrema destra, trovino terreno fertile nel profondo disagio sociale e economico che stiamo vivendo. Eppure l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno come italiani e come europei è di ricadere nella trappola dello scontro di civiltà, che ci impedisce di vedere e affrontare con lucidità le sfide di portata storica che ci attendono.
La Francia e Macron hanno le proprie logiche e motivazioni. Che la Francia, con la sua interpretazione radicale di laicità, ha una questione aperta e mai risolta con l'Islam è risaputo, così come è noto che Macron, che lentamente si prepara alle presidenziali del 2022, è testa a testa nei sondaggi con chi con tutta certezza sarà la sua sfidante: Marine le Pen. In un contesto in cui l'estrema destra non arretra, il Paese viene colpito da una nuova ondata di terrorismo e si ritrova in cima alla tragica classifica della seconda ondata del Covid19, non sorprende che Macron giochi la carta patriotico-nazionalista, così come nei mesi scorsi ha tentato, a onor del vero con poco successo, di cavalcare l'onda della politica estera, dalla Libia al Mediterraneo orientale. È una tattica razionale, per certi versi anche comprensibile, ma non per questo condivisibile.
Così come non lo è il gioco di Erdogan, anche lui afflitto da problemi interni, che ha usato la politica estera come leva e riscatto nei confronti della propria opinione pubblica. Nel 2019 il partito di Giustizia e Sviluppo di Erdogan perse le elezioni amministrative, finendo con la clamorosa sconfitta a Istanbul. L'economia era già dolorante, quando la pandemia ha colpito il Paese. Attraverso la politica estera, a partire dalla Libia, passando per il Nagorno Karabakh e finendo con lo scontro con la Francia sull'Islam, Erdogan ha riacquistato un consenso interno, ma anche internazionale nel mondo mussulmano di cui non godeva da un decennio.
L'Europa non ha alcun interesse né ad alimentare una lente distorta religioso-culturale che estremizza il dibattito internazionale e da un assist a dinamiche nazionali e nazionaliste, né tantomeno a distrarsi da ciò che concretamente conta: ossia coordinare una risposta europea alla seconda ondata del Covid19 e accelerare il lavoro che assicuri che la ripresa economica dalla pandemia sia verde, digitale e equa. La gravità della crisi è tale che ricadere nel vortice dialettico e politico dello scontro di civiltà è semplicemente un lusso che non possiamo permetterci.










