ternitoday.it, 30 ottobre 2020
Si allarga il focolaio di Covid19 all'interno del carcere di Terni. Secondo gli ultimi dati diffusi dalla task force regionale per l'emergenza, ad oggi i positivi nella casa circondariale di vocabolo Sabbione sono 68 di cui 3 ricoverati in ospedale. Gli altri detenuti sono tutti asintomatici o con sintomi lievi. Il numero dei contagiati è probabilmente destinato a crescere in considerazione del fatto che vanno ancora verificati gli esiti dei primi 60 tamponi.
La situazione del carcere di Terni è la più critica dell'Umbria e una delle più delicate in tutta Italia. I numeri degli altri penitenziari della regione sono infatti assolutamente meno drammatici. Al momento si trovano tutti in una sezione Covid appositamente allestita. Il numero di soggetti infettati dal virus potrebbe salire poiché si attende l'esito dei tamponi processati, agli agenti di polizia penitenziaria. A Spoleto i contagi riguardano 5 agenti penitenziari e 1 operatore sanitario, tutti asintomatici. Nessun detenuto è al momento risultato positivo. Per quanto riguarda il carcere perugino di Capanne, l'unico detenuto positivo è stato trasferito a Pisa. Nell'elenco dei contagi compare anche un agente penitenziario.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 ottobre 2020
Ad aprile era stata rigettata l'istanza di detenzione domiciliare. Nella seconda ondata c'è il primo detenuto morto avente come concausa il Covid 19. È accaduto ieri nel carcere di Livorno ed era un ergastolano ultraottantenne con patologie pregresse.
Durante la prima ondata, i suoi legali, l'avvocata Luisa Renzo e l'avvocato Valerio Vianello Accorretti, avevano chiesto la detenzione domiciliare per motivi di salute visto che era un soggetto ad altissimo rischio di contagio con esito infausto. Sì, perché oltre ad essere anziano, era affetto da ipertensione arteriosa, fibrillazione atriale permanente trattata farmacologicamente, calcolosi e varie cisti epatiche.
A.G., queste le iniziali dell'ergastolano, apparteneva appunto alla categoria, essendo anziano e con tante patologie, più esposta a un rischio elevato perché l'eventuale infezione causa con maggiore frequenza complicanze gravi che possono condurre alla morte. Dopo un ulteriore sollecito, l'istanza era stata rigettata ad aprile. In piena emergenza.
Fu però un caso fortunato che riuscì ad evitare il contagio e quindi l'inevitabile morte. Ma alla seconda ondata così non è stato. Proprio mercoledì l'avvocato del foro di Roma Vianello Accorretti era andato da lui per un colloquio, ma gli agenti gli avevano detto che era in isolamento con la febbre e che il tampone era risultato positivo al Covid. Oggi la tragica notizia della sua morte. Il cuore non ha retto. Eppure gli avvocati, nell'istanza scorsa, hanno scritto un passaggio che oggi appare purtroppo profetico: "Il perdurare dello stato detentivo espone il signor G. ad un elevatissimo rischio di contagio e quindi un serio pericolo di vita in quanto la prescrizione principe ministeriale imposta a tutta la popolazione e con particolare riferimento ai soggetti anziani e con più patologie, è quella della prevenzione mediante isolamento, misura incompatibile con la condivisione dei medesimi spazi con più persone e del sovraffollamento carcerario, come da più parti indicato".
In questo passaggio si fa anche riferimento a quella nota circolare del Dap messa all'indice prima dal l'Espresso e poi dal programma di Giletti. Oggi abbiamo l'ulteriore prova che quella circolare non solo è sacrosanta, ma da riproporla con urgenza.
Soprattutto ora che il contagio ha preso il sopravvento nelle carceri, solo a Terni risultano ad oggi 68 detenuti positivi, e che il governo ha varato dei provvedimenti dove non si prende assolutamente in considerazione i vecchi e malati. Proprio quelli dove il Covid può essere letale.
xquotidianomolise.com, 30 ottobre 2020
Situazione Covid delicata a Larino dove nella giornata di ieri il bollettino diramato dall'Asrem ha evidenziato la presenza di ben 17 positivi nella Casa circondariale di contrada Monte Arcano. Nello specifico, ad essere risultati positivi al Covid sono i detenuti rinchiusi nell'ala di massima sicurezza. "Dalle prime informazioni sembrerebbe essere tutti asintomatici ed in buone condizioni - ha spiegato il segretario del sindacato Spp della Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo.
Apprendiamo la notizia con preoccupazione considerato che il carcere di Larino è tra gli istituti penitenziari più affollati d'Italia. Bisognerebbe impedire i colloqui con i familiari e l'accesso di tutte quelle persone non necessarie consentendo comunque loro la possibilità di comunicare attraverso Skype; un periodo di almeno 15 giorni potrebbe essere utile ad evitare il propagarsi del virus all'interno dell'istituto penitenziario. È indispensabile, inoltre, fare i tamponi a tutta la popolazione detenuta e a tutto il personale penitenziario. Solo adottando il massimo della precauzione si potrà evitare il peggio".
di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 30 ottobre 2020
È stato firmato ieri, in modalità online, utilizzando il sistema della firma digitale, un protocollo fra il Comune di Campo nell'Elba e il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria (DAP) con cui il comune concede, in comodato d'uso gratuito, i terreni necessari all'attuazione del PON Inclusione 2014 - 2020 e, in particolare, a quella del progetto "Modelli sperimentali di intervento per il lavoro intramurario e l'inclusione attiva delle persone in esecuzione penale", presentato dalla Regione Toscana, cofinanziato dal PON Inclusione e gestito dal Ministero della Giustizia. All'interno di queste aree si trovano alcuni fabbricati in cui si svolge l'attività trattamentale dei detenuti.
Il Protocollo, firmato dal sindaco di Campo nell'Elba, Davide Montauti, e dal direttore generale del personale e delle risorse del DAP, Massimo Parisi, è stato presentato dal sottosegretario Andrea Giorgis, nella Sala Livatino di via Arenula. Alla videoconferenza hanno preso parte anche il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, il direttore generale per il coordinamento delle politiche di coesione, Francesco Cottone, il provveditore regionale per la Toscana e l'Umbria, Gianfranco De Gesu, il direttore degli istituti penitenziari di Pianosa e Porto Azzurro, Francesco D'Anselmo, e il presidente del Parco nazionale dell'arcipelago toscano, Giampiero Sammuri.
Per Giorgis "questo progetto, dedicato specificamente al trattamento dei detenuti, non potrebbe essere realizzato se venisse decontestualizzato: Pianosa è un parco che anche attraverso l'opera dei detenuti deve trovare ulteriore valorizzazione e realizzazione". "Si tratta - ha proseguito il sottosegretario - di un importante programma di inclusione sociale che riguarda l'isola e in particolare la colonia agricola e deve segnare l'avvio della realizzazione di un importante percorso".
"Organizzando un trattamento che sia davvero capace di rieducare e restituire al detenuto una vita libera e dignitosa - ha aggiunto Giorgis - si dà piena ed effettiva attuazione all'articolo 27 della Costituzione". Allo stesso tempo, l'investimento che si fa sul trattamento e sulla rieducazione del detenuto, ha concluso il sottosegretario "è un investimento che viene fatto per tutta la collettività: ridurre la recidiva vuol dire garantire la sicurezza dei cittadini liberi". Verranno integrate le competenze dei detenuti attraverso percorsi di qualificazione finalizzati alla gestione della colonia agricola. È previsto dal protocollo il rilancio delle produzioni e l'avvio di attività per la trasformazione dei prodotti agro-alimentari. Questo garantirà l'efficacia del piano e l'effettivo reinserimento socio-lavorativo dei detenuti.
di Giacomo Andreoli
Il Riformista, 30 ottobre 2020
"A Roma, tra Regina Coeli e Rebibbia, ci sono 20 detenuti con problemi mentali, per lo più giovani, che dovrebbero essere trasferiti in strutture apposite, le Rems, invece rimangono in carcere perché non ci sono posti".
L'allarme arriva da Gabriella Stramaccioni, garante dei detenuti della Capitale. Una situazione potenzialmente esplosiva, che vista la delicatezza dei casi in questione e le difficoltà emerse negli ultimi anni nel gestire queste persone da parte degli istituti penitenziari, può portare anche a gesti terribili. Due anni e mezzo fa Valerio Guerrieri, ragazzo borderline con vizi di mente, a soli 22 anni si è impiccato nella sua cella a Regina Coeli. Per questo ora sono a processo sette guardie penitenziarie e una psicologa per omicidio colposo, mentre la direttrice e una dirigente del Dap rischiano un procedimento con accuse che vanno dall'omissione di atti d'ufficio al reato di morte come conseguenza di un altro delitto.
Non solo: con l'esplosione dei focolai di coronavirus nelle carceri, si rischiano ulteriori problemi. Dopo l'ultima decisione del Consiglio dei ministri 5mila detenuti sono stati mandati a casa con il braccialetto elettronico. Per i ragazzi con problemi mentali sarebbe una soluzione a metà: per loro servono strutture adeguate, con le stesse Rems che non sono state impeccabili negli ultimi anni, per usare un eufemismo. "Sono casi problematici - ci spiega Stramaccioni - queste persone dovrebbero essere sorvegliate in una certa maniera.
Sono persone difficili da contenere, da coinvolgere nelle varie attività e la polizia penitenziaria non ha il personale necessario per badare a loro. Tutti hanno un provvedimento per essere curati e contenuti nelle Rems, non in un carcere. Chi dirige gli istituti penitenziari ha provato a parlare con le Asl per trovare un posto, lo ha fatto Silvana Sergi anche con Valerio Guerrieri, ma non c'è nulla da fare. I posti non ci sono: le liste di attesa sono lunghe e queste persone rischiano di entrare nelle Rems tra un anno. Forse troppo tardi: potrebbero peggiorare definitivamente o potrebbero non aver più bisogno di una struttura così, per vari motivi".
Fino a pochi mesi fa tra le persone in questa condizione c'era anche Giacomo Sy, ragazzo bipolare di 25 anni e nipote dell'attore Kim Rossi Stuart. Lo scorso dicembre la madre Loretta Rossi Stuart, insieme a Stramaccioni, ha fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo: dopo dieci mesi di detenzione ad aprile i giudici sovranazionali hanno imposto all'Italia di liberarlo dal carcere e hanno condannato il nostro Paese a pagare una multa. Adesso è stato trasferito nella Rems di Subiaco.
Tra chi invece ancora aspetta c'è un giovane di 35 anni detenuto a Regina Coeli. La mamma, che vuole restare anonima, ci racconta che "il figlio sta male psicologicamente e ha avuto tante vicissitudini complesse, ha una causa civile in corso ed è stato arrestato perché ha dato dei calci ad un portone. Noi faremo ricorso alla Corte europea come ha fatto Loretta per provare a liberarlo e portarlo in una Rems o in una comunità, come consigliano gli psichiatri".
di Solidea Vitali
Il Resto del Carlino, 30 ottobre 2020
Progetto di pet therapy al via, a Villa Fastiggi, con un labrador e un lapinkoira. L'istruttrice: "Aiutano a liberarsi dai pregiudizi". Pet therapy in carcere. Valentina, Antonella, Sara, Irene, Serena, Costanza... in totale saranno dieci le prime detenute nel carcere di Villa Fastiggi a poter entrare in contatto con Lirya, un labrador retriever di sei anni e con Wonder, un esemplare di lapinkoira, meglio noto come il cane di Babbo Natale perché in Lapponia è impiegato nella guardia e nella conduzione delle renne.
Proprio quest'aspetto ha colpito l'interesse delle giovani donne, età media trent'anni. "Un cane così vaporoso, gentile ed esile è un cane da guardia?" È stato il pensiero di tutte ad alta voce. "Già, mai giudicare un libro dalla copertina" osservano Stefano Cucchiari e Stefania Grilli di Abc dog training, istruttori cinofili incaricati dalla Cooperativa Lesignola di Reggio Emilia di tenere gli 8 incontri di pet therapy, prima esperienza del genere in provincia e tra le poche in Italia. "Rebibbia, Pisa, Ancona e sistematicamente da anni a Bollate - spiega Grilli - sono le carceri che nel nostro Paese hanno adottato questa metodologia.
L'obiettivo sarà proprio lavorare sui pregiudizi. "Interagire con Wonder e Liria - continua Grilli - mette le persone davanti al fatto oggettivo che non saranno giudicate. Le emozioni che il rapporto con un animale promuove saranno quindi epurate di ogni filtro sociale o culturale. È questa la prima condizione necessaria per liberare le stesse detenute dal pregiudizio che loro hanno su di sé". Rompere il cosiddetto tetto di vetro. L'auspicio della pet therapy è che "non serva a dare giustificazioni a quanto compiuto - osserva la direttrice del carcere Armanda Rossi - ma di isolare quel momento storico accaduto nella loro vita, individuare le risorse interiori per cambiare".
Ma come riusciranno nell'intento i nostri eroi? "Le emozioni hanno degli odori - spiega Cucchiari. Gli animali avvertono gli stati d'animo di chi li avvicina". È per definizione un confronto franco. "Non si fugge - sorride Grilli - è un'affettività sincera e gratuita quella che si instaura ed è per questo che è molto efficace".
Ieri il primo incontro. "Non impegneremo solo i cani, ma anche altri animali - aggiunge Grilli - come conigli e gatti". Che differenza di interazione c'è? "Molta. Gatto e coniglio si avvicinano solo se sono a loro agio, quando cioé chi hanno davanti è nelle condizioni di poterli accogliere. Tippete, il coniglio, da preda impiega molto prima di fidarsi. Più espansivi sono i cani, invece".
E si è visto. "Ma bisogna conoscere il loro linguaggio e non sbagliare le interpretazioni: gli animali invece tendiamo ad umanizzarli" osservano gli istruttori cinofili. Quando Wonder ha leccato il viso di una detenuta non era un "bacio", ma un modo per tranquillizzare quella persona sconosciuta e disorientata davanti a lei. Un modo per dirle: "vengo in pace" avendone sentito il groviglio interiore.
di Laura Pasotti
redattoresociale.it, 30 ottobre 2020
Dopo 27 anni nell'amministrazione penitenziaria, Giacinto Siciliano si racconta in "Di cuore e di coraggio" (Rizzoli), un libro che ripercorre la sua carriera dal carcere di Busto Arsizio a San Vittore, passando per Monza, Trani, Sulmona e Milano Opera.
Osare. Mettersi in discussione. Non nascondersi dietro le norme che ti dicono cosa fare e cosa non fare. Avere il coraggio di investire sulle persone, sapendo che il risultato può essere positivo o un fallimento. È in questo modo che, dal 1993, Giacinto Siciliano fa il suo lavoro. Un lavoro che prima di lui aveva fatto il padre, Vito, direttore di carcere a Bari, Lecce, Milano e Napoli. Un lavoro che lui era convinto di non voler fare: "Invece, andò diversamente. Forse perché questo lavoro lo avevo nel sangue e anche perché il destino s'impicciò per rimettermi sulla strada che era stata di nonno Giacinto (comandante degli agenti di custodia già ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, ndr) e di papà", scrive Siciliano nel libro "Di cuore e di coraggio" (Rizzoli).
Entrato nell'amministrazione penitenziaria come vicedirettore del carcere di Monza, Siciliano è poi diventato direttore a Busto Arsizio, Trani, Sulmona e Milano Opera, dove è rimasto 10 anni. Dal 2017 dirige San Vittore, lo storico carcere in centro a Milano.
A Opera, il carcere di massima sicurezza con un reparto dedicato al regime del 41bis, Siciliano ha portato un "Rinascimento", come è stato definito, trasformandolo in "una comunità dove c'erano regole da rispettare e da far rispettare". Oggi a San Vittore, casa circondariale in cui i detenuti sono in gran parte condannati per reati di lieve entità e restano per periodi brevi, sta sperimentando percorsi di responsabilità sui temi della bellezza, della cultura e dell'ordine.
Cosa vuol dire avere cuore e coraggio nel fare questo mestiere?
Come tutti i lavori anche questo lo si può fare in modo formale, senza rischiare nulla, oppure ci si può mettere in discussione, avere il coraggio di provare a fare cose diverse. Il cuore è la passione che metti nel tuo lavoro ma anche il tentativo di vedere se la persona che hai davanti, che sia collega o detenuto, ha qualcosa di positivo su cui lavorare per valorizzarla. Il cuore serve per agganciare le persone, gestirle e instaurare relazioni che, nel rispetto dei ruoli e della separazione, possono fare la differenza e portarle ad affidarsi a te o a quello che rappresenti.
Com'è cambiato il carcere in Italia da quando lei ha iniziato a fare questo lavoro?
Si è evoluto e, nel tempo, ha visto ridurre alcune conflittualità. In linea con le disposizioni dell'ordinamento, si è scelto di investire sulle possibilità di cambiamento delle persone, di valorizzare lo spazio e il tempo in carcere, coinvolgendo i detenuti in attività che possano dare loro stimoli su cui lavorare. Una persona chiusa in cella dalla mattina alla sera ha tempo per riflettere, ma se nessuno ci lavora quella riflessione sarà fine a se stessa. Fare attività o progetti non significa non riflettere, anzi un po' tutte le attività di cui parlo nel libro hanno la finalità di costituire elementi di confronto e riflessione mai banali, mai di intrattenimento, ma di stimolo per le persone a confrontarsi tra loro e con gli operatori.
Quando si parla di carcere in tanti invocano un senso di giustizia legato a pene severe, lunghe, parlano di sicurezza, di rinchiudere le persone e buttare via la chiave. Come si può far comprendere l'importanza dei percorsi di cambiamento dei detenuti, anche per la sicurezza della società?
Il punto di partenza è che al reato si deve rispondere. E la risposta deve essere significativa e adeguata a ciò che la persona ha fatto. Il lavoro parte da lì, da cosa ha fatto, dal perché, dalle conseguenze, dal fatto che si renda conto di quali siano queste conseguenze e da cosa si può fare per riparare il danno. E cosa fare? Se tengo una persona in carcere senza lavorarci, quella non cambierà, anzi potrebbe incattivirsi. In questo modo non solo non lavoro per ridurre il rischio di recidiva ma forse lo sto peggiorando. Se in carcere si lavora bene, qualche possibilità che le persone non commettano altri reati c'è e attraverso le testimonianze di operatori, detenuti e anche vittime lo si può far capire alle persone. Bisogna provare a investire su questo, altrimenti la recidiva è automatica: primo perché se la persona non cambia, una volta fuori avrà più difficoltà di quante ne aveva prima e continuerà a sbagliare e poi, perché il reato non è un problema del carcere. Il reato sta prima del carcere e noi assegniamo a questo la pretesa che risolva le problematiche di un contesto sociale, familiare, economico che, in qualche modo, non ha funzionato. Però per quanto il carcere possa fare un ottimo lavoro, quando quella persona esce e torna nel suo contesto se non si è costruito altro, è inevitabile la recidiva.
Nel libro ha scritto che nel suo lavoro deve andare oltre l'apparenza e vedere il buono in ogni persona. Come si può lavorare con detenuti che hanno commesso crimini gravi, dare una seconda possibilità anche ai più pericolosi?
Il nostro obiettivo è tendere alla rieducazione, una parola difficile che può significare tutto e niente. Non sto dicendo che il carcere migliora tutti, cambia tutti e fa i miracoli. La questione di fondo è lavorare con le persone, e non sto parlando del 41bis che è un mondo a parte in cui non ci sono attività. Però a un certo punto le cose possono cambiare, si possono ammorbidire, le persone escono da determinati regimi, il tempo passa, si può lavorare. E si lavora non per dare benefici, se questi ci saranno sarà perché la norma lo prevede, perché le équipe interne e la Magistratura hanno fatto una valutazione. Il concetto è che non bisogna precludersi la possibilità che una persona possa cambiare, se si spera che questa cambi. Nel libro faccio qualche esempio positivo, ma ce ne sono tanti con cui non siamo riusciti a fare nulla, il carcere non è un mondo dove le cose funzionano sempre.
A Opera, ha cambiato il modo di concepire il carcere, come ci è riuscito?
Avevamo un'indicazione in tal senso, un dato non da poco. E poi lavorando, tutti insieme. Il modo di intendere il carcere è un problema di cultura, di cultura del posto, di cultura delle persone che lo rappresentano e di quelle che lo vivono, per cui abbiamo lavorato con operatori, collaboratori, detenuti, sulla responsabilità e sul provare a vivere in modo diverso gli spazi, nel rispetto di regole precise. L'obiettivo, nel libro ne parlo, non deve essere far rispettare le regole perché è un obbligo ma fare in modo che la persona scelga il rispetto delle regole perché capisce che può avere una restituzione in termini positivi di qualità della vita, dignità, orgoglio; perché capisce che se decide di rispettarle, la vita è diversa. È questa scelta a rendere la persona autonoma. L'obiettivo è lavorare perché, una volta fuori dal carcere, quella persona non abbia più bisogno di qualcuno che gli dice cosa fare e cosa non fare, perché ha capito quali sono le regole della convivenza e del rispetto degli altri.
È questo che intende quando parla di carcere utile?
Il carcere utile è quello che aiuta le persone a crescere, svilupparsi, a fare scelte positive. Se questo non succede, il carcere è sempre carcere e avrà avuto l'utilità di tenere le persone dentro e non fuori, ma non è servito a prevenire la recidiva di quelle persone rispetto al futuro. Tolti i pochi ergastolani realmente ostativi e al di là di quelle che sono le decisioni della Corte Costituzionale, la maggior parte dei detenuti a un certo punto esce. Il senso è: o si utilizza il tempo e il luogo del carcere come un posto di cambiamento oppure è inutile, è solo un parcheggio temporaneo da cui la persona uscirà più arrabbiata di prima e potrà dire che è colpa degli altri se fa quello che fa, mentre è una sua scelta, legata al contesto.
A Opera ha organizzato gli Stati generali sul carcere coinvolgendo operatori, detenuti e risorse del territorio. Tra i temi discussi c'era anche l'ergastolo ostativo. Con le sentenze della Corte europea e della Corte costituzionale del 2019, qualcosa è cambiato. Cosa ne pensa?
Si è affermato un principio, quello secondo cui la pena, per avere un senso, deve avere una speranza, una possibilità di uscita, come prevede la Costituzione. La concreta attuazione della sentenza della Corte costituzionale è cosa diversa, complicata. Ma non dice fuori tutti come qualcuno ha sostenuto, dice una cosa diversa. Il concetto è sempre quello: se vuoi provare a fare un tentativo di cambiamento, devi fare in modo che il cambiamento sia riconosciuto. Ma riconoscere il cambiamento vuol dire assumersi delle responsabilità. E questo richiede coraggio, il coraggio di dire no o di dire sì per ciò che è in nostro potere, perché ricordiamoci che noi diamo un parere, la decisione spetta sempre alla Magistratura.
Nel libro si parla anche di suicidi in carcere. Crede che si faccia abbastanza per prevenirli?
Direi di sì. Si sta facendo un lavoro importante, un po' dappertutto. Poi è vero che il carcere non è il posto migliore da questo punto di vista e anche se noi lavoriamo tanto, gli spazi sono quelli che sono, mentre lavorare con persone in stato di depressione o con gravi situazioni che possono portare a gesti particolari, richiede luoghi diversi e altre professionalità. In carcere si lavora tanto e forse siamo anche diventati bravini, ma fare questo tipo di prevenzione non è il nostro mestiere. È difficile fuori, a maggior ragione lo è in un contesto dove il rischio è di trasformare la prevenzione in un rigore finalizzato a che non succeda il fatto. Con il risultato che, per evitare che la persona faccia qualcosa si incrementa la sicurezza ma non la si aiuta e forse si finisce per creare situazioni peggiori, perché più il controllo è opprimente più si va in direzione opposta al superamento del problema. Questo vale anche per gli operatori. Il carcere è un posto dove non è facile vivere e lavorare, dove il contesto in cui ti trovi a operare porta sempre fuori problemi. Dietro al suicidio nel 99% dei casi c'è qualcosa che non riguarda il carcere o quello che vi succede, però sicuramente quel contesto non aiuta. Non aiuta noi e non aiuta i detenuti.
vita.it, 30 ottobre 2020
È un'iniziativa pubblico-privata promossa dal Ministero della Giustizia italiano e da Lendlease, operatore globale del real estate, con lo scopo di favorire il reintegro dei detenuti nella società. L'intenzione è stata di valorizzare la presenza del Carcere di Bollate nelle immediate vicinanze del sito Mind Milano Innovation District, il progetto di riqualificazione dell'area che nel 2015 ha ospitato l'Expo. Programma 2121 è un'iniziativa pubblico-privata promossa dal Ministero della Giustizia italiano e da Lendlease, operatore globale del real estate, con lo scopo di favorire il reintegro dei detenuti nella società.
I positivi risultati dell'esperienza sono stati evidenziati dal policy paper di Filippo Giordano, Professore Associato di Economia Aziendale presso l'Università Lumsa di Roma e docente di Business Ethics e Responsabilità Sociale presso l'Università Bocconi che sarà presentato domani nella tavola rotonda digitale con relatori nazionali e internazionali.
La tavola rotonda sarà introdotta da Bernardo Petralia, Capo Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria - Ministero della Giustizia; Giovanna Di Rosa, Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano - Ministero della Giustizia; Margaret Twomey, Ambasciatore d'Australia in Italia, Andrea Ruckstuhl, Head of Continental Europe, Lendlease. Interverranno tra i relatori Anna Eriksson, Professore di criminologia Monash University; Flavio Mirella, Chief Co-financing and Partnership Section - Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il delitto (Unodc); Paul King, Managing Director Sustainability & Social Impact - Lendlease Europe; Vincenzo Lo Cascio, Responsabile Ufficio Centrale Lavoro detenuti Ministero della Giustizia; Anna Chiara Giorio, Ricercatrice Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro (Anpal); Filippo Addarii, co-Founder & CEO PlusValue.
Il nome del Programma 2121 deriva dall'articolo dell'ordinamento penitenziario che abilita i detenuti al lavoro extra moenia (art. 21) unito al framework temporale della durata di 3 anni (2018-2021), da cui "Programma 2121". Il programma prende le mosse nel 2018 dall'intenzione di valorizzare la presenza del Carcere di Bollate nelle immediate vicinanze del sito Mind Milano Innovation District, il progetto di riqualificazione dell'area che nel 2015 ha ospitato l'Expo universale e gestito dalla società Arexpo.
All'interno del masterplan del sito Mind, a sua volta oggetto di un'iniziativa pubblico-privata del valore complessivo di circa 4 miliardi di euro con lo scopo di realizzare un nuovo distretto scientifico e tecnologico sulle scienze della vita, il consorzio guidato da Lendlease ha scelto di promuovere un progetto ad impatto sociale in seguito evoluto in Programma 2121.
Così facendo il programma ha di fatto trasformato quello che normalmente sarebbe considerato un punto di debolezza del mercato real estate - la prossimità di un carcere - in un punto di forza caratterizzante. La duplice motivazione di contribuire da una parte al miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti e delle loro famiglie, e dall'altra di formare competenze tecniche per risorse umane nel settore delle costruzioni ha rappresentato il punto di partenza del progetto.
Programma 2121 si è qualificato sin dall'inizio come tentativo di sperimentare l'inserimento lavorativo nel settore delle costruzioni (settore privato) che offre molte opportunità di impiego ai carcerati - tanto in termini di numeri quanto per le caratteristiche delle mansioni richieste - con un nuovo modello di partnership che coinvolgesse un'ampia platea di attori pubblici ed aziende.
I fattori principali di successo di Programma 2121, individuati dal policy paper di Giordano, sono rappresentati dalla partnership collaborativa multi-attore innanzi tutto per la presenza di Lendlease, realtà multinazionale globale in grado di portare il raccordo con il mondo del lavoro esterno che rappresenta un fattore fondamentale per le esperienze di reintegro lavorativo.
Programma 2121 si distingue quindi per unire realtà tra loro istituzionalmente e strutturalmente differenti - dalle istituzioni e società pubbliche, Ministero di Giustizia, Dap, Prap, Anpa, Regione Lombardia, Arexpo, Città Metropolitana di Milano, ai privati Lendlease, PlusValue Advisory Ltd, Milano Santa Giulia SpA, Fondazione Fits! e Fondazione Triulza - nel perseguimento di un obiettivo comune per il bene della società, e per il suo approccio, basato sul tirocinio di reinserimento finalizzato all'inclusione sociale, in grado di unire formazione ed esperienza lavorativa in vista di un effettivo e sostenibile reinserimento nel mondo del lavoro.
Il Programma 2121 si propone anche di creare un meccanismo di leva di risparmio governativo generato dall'applicazione del progetto stesso, che riconosca l'iniziativa privata a beneficio del pubblico. Ciò contribuisce a garantire la sostenibilità economico-finanziaria del progetto, la quale rappresenta uno dei tre elementi in grado di garantire la sostenibilità di un programma trattamentale, assieme alla gestione del partenariato e alla corretta progettazione dell'intervento".
Andrea Ruckstuhl, head of Italy and Continental Europe di Lendlease spiega che "siamo è un gruppo globale fortemente impegnato nel raggiungere gli obiettivi dell'agenda globale per il 2030 e ha già portato avanti a livello internazionale iniziative simili di inclusione sociale con successo. Programma 2121 nasce come progetto pilota con l'obiettivo di creare una progettualità condivisa per lo sviluppo di Mind Milano Innovation District che coinvolgesse anche il carcere di Bollate. Da questo presupposto abbiamo iniziato a lavorare ad un modello che potesse essere scalabile sul mercato, e abbiamo voluto inserire una clausola di inclusione sociale nei contratti con la filiera degli appalti. Il modello di Programma 2121 si inserisce nella strategia globale di Lendlease di creare 250 milioni di valore sociale entro il 2025".
Secondo il manager "i risultati estremamente positivi di Programma 2121 potrebbero essere garantiti su una scala più ampia consentendo ai sistemi carcerari di diventare veicoli più efficaci per la prevenzione della criminalità dando a queste iniziative maggiore priorità e più ampia diffusione, con un incremento nell' investimento di tempo e di risorse a esse dedicate in una pianificazione di medio termine. Va ricordato che la società nel suo complesso, beneficia del lavoro penitenziario grazie agli effetti dei programmi lavorativi sul reinserimento dei detenuti e sulla diminuzione del tasso di recidiva".
L'ideale riabilitativo è affermato dalla nostra stessa Costituzione, all'art. 27: "[...] Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato". Le Nazioni Unite, tra le Regole Mandela, ovvero i criteri minimi per il trattamento dei detenuti, affermano che gli obiettivi della reclusione o di altre misure che privano la persona della propria libertà sono principalmente la protezione della società dalla criminalità e la riduzione della recidiva.
E ciò può essere raggiunto solo se il periodo di reclusione è utilizzato per assicurare la reintegrazione degli ex detenuti in società successivamente al rilascio, in modo tale che possano condurre una vita autosufficiente e nel rispetto della legge (Unodc, 2018).
Molteplici ricerche evidenziano, infatti, che il tradizionale modello di carcerazione, caratterizzato da supervisione e sanzioni, comporta modeste riduzioni della recidiva e, in alcuni casi, ha l'effetto contrario, laddove invece gli effetti medi sui tassi di recidiva riportati negli studi che valutano le attività trattamentali sono positivi e relativamente ampi. Non c'è dubbio che per l'ordinamento italiano e per le principali Istituzioni internazionali (UE e ONU) la riabilitazione dei detenuti e il loro eventuale reinserimento nella società debbano costituire un fondamentale obiettivo dei sistemi penali.
Tuttavia, l'orientamento principale della criminologia si è per lungo tempo rivolto verso la pena detentiva, e nella maggior parte dei Paesi il numero di reclusi è aumentato negli ultimi 20 anni, imponendo un enorme onere finanziario ai governi e un grande costo per la coesione sociale. Per quanto riguarda l'Italia, secondo il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) il numero dei detenuti nelle carceri italiane è in continua crescita: al 31 dicembre 2019 nei penitenziari di tutto il paese risultano 60.769 detenuti, mentre al 31 dicembre del 2018 erano 59.655.
Solo negli Stati Uniti, ad esempio, ci sono ad oggi 2,2 milioni di persone detenute, con un aumento del 500% negli ultimi 40 anni, spiegato per la maggior parte da cambiamenti nelle leggi e nelle politiche, non nei tassi di criminalità. Ciò ha portato a un sovraffollamento delle carceri e a un aumento degli oneri fiscali per gli stati, nonostante crescenti evidenze che l'incarcerazione su larga scala non sia un mezzo efficace per raggiungere la sicurezza pubblica.
La molteplicità di studi condotti documentano che questa "corsa all'incarcerazione", mentre ha incrementato considerevolmente il costo sostenuto dalle amministrazioni penitenziarie per ciascun detenuto, non abbia prodotto effetti significativi sulla riduzione o contenimento del crimine e della recidiva.
Il Consiglio d'Europa ha inserito riferimenti a questo nuovo modo di pensare il carcere già nelle European Prison Rules del 2006, affermando l'importanza di una concezione del carcere fondata sull'engagement dei detenuti, da declinarsi attraverso alcuni filoni: quello del trattamento, attraverso attività di vario genere la cui adesione da parte dei detenuti è sempre volontaria, e quello della partecipazione dei reclusi alla vita dell'istituto.
Le persone che entrano in contatto con il sistema di giustizia penale provengono infatti, spesso, da contesti poveri ed emarginati, e lo stigma sociale della criminalizzazione crea spesso un ciclo intergenerazionale di privazione da cui le persone non riescono a uscire. La possibilità di apprendere ed esercitare una professione, offerta ai detenuti da progetti come il Programma 2121, permette potenzialmente di rompere questa catena di povertà e marginalizzazione, contribuendo all'Obiettivo di povertà zero espresso dagli Sdgs.
La mancanza di opportunità di istruzione e formazione, che causa disoccupazione e povertà, costituisce spesso un fattore di reato. Lo sviluppo dell'autostima e la possibilità di guadagnarsi da vivere dopo il rilascio sono requisiti essenziali per una riabilitazione di successo. L'accesso all'istruzione, al lavoro e alla formazione mentre si è in carcere - o mentre si scontano sanzioni non detentive - contribuisce non solo all'Obiettivo 1 (Povertà Zero) ma anche all'Obiettivo 4 degli Sdgs, ovvero fornire istruzione di qualità e opportunità di apprendimento per tutti, e all'Obiettivo 8, ossia la promozione di una crescita economica inclusiva caratterizzata da piena e produttiva occupazione e da un lavoro dignitoso per tutti.
Fornire opportunità di lavoro e formazione ai detenuti è infatti importante per combattere, attraverso attività significative, l'ozio forzato e il senso di apatia e noia tipicamente indotti dalla condizione detentiva, e migliorare al contempo le loro prospettive di lavoro post rilascio, spesso purtroppo scarse. Tuttavia, nonostante il lavoro penitenziario sia riconosciuto quale leva strategica per l'inclusione sociale, al 31 dicembre 2019 su un totale di 60.769 detenuti presenti nelle carceri italiane soltanto il 30% circa era impiegato in attività lavorative, e di questi solo il 13%, 2381 detenuti, per datori terzi rispetto all'amministrazione penitenziaria (Fonte: Ministero della Giustizia).
L'obiettivo di riabilitazione è estremamente complesso, a causa di molteplici fattori (di contesto, legati alla persona, relativi all'esperienza detentiva). In primis, la riabilitazione dei detenuti e il reinserimento coinvolgono diverse aree di intervento: devono infatti essere affrontate problematiche di diverso genere, di carattere educativo, psicologico e sanitario. Il reinserimento, d'altro canto, richiede la rimozione di ostacoli di carattere sociale ed economico, spesso legati al contesto familiare delle persone detenute, ma anche al contesto sociale in cui avviene il reinserimento e queste problematiche vanno affrontate in una prospettiva di lungo periodo. I comportamenti recidivanti, infatti, si manifestano maggiormente nel lungo periodo, e non nei primi mesi successivi al rilascio.
Nella configurazione di un programma di reinserimento, è necessario tenere in considerazione almeno tre elementi, che contribuiscono alla complessità nel progettare interventi in grado di dare una risposta efficace al tema della rieducazione e del reinserimento: la molteplicità di problematiche da affrontare, che richiedono un impegno a 360 gradi sulle necessità post rilascio delle persone detenute; l'esigenza di una progettazione non solo ex ante, ma anche in itinere, in grado di portare a un reinserimento stabile di lungo periodo e di adattarsi alle mutate condizioni ed esigenze del panorama detentivo; la complessità della gestione dei partenariati, che necessita di un presidio costante perché la collaborazione possa portare al massimo livello di sinergie e creazione di valore.
I soggetti firmatari del protocollo di intesa che ha dato origine a Programma 2121, testimoniano il grande interesse manifestato dalle istituzioni pubbliche verso un'iniziativa fortemente supportata dal settore privato, con l'obiettivo di raggiungere una scala di impatto superiore in termini sia di numeri di beneficiari coinvolti, sia di settori industriali interessati, sia di valore generato.
La forte partecipazione pubblica testimonia la determinazione delle istituzioni di allargare il modello dal carcere di Bollate, dove è stato concepito, a tutto il sistema carcerario lombardo, in vista di un'ulteriore estensione all'intero sistema carcerario nazionale sotto il coordinamento del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria anche grazie alla creazione di un nuovo ufficio dedicato all'inserimento lavorativo.
di Massimiliano Minervini
gnewsonline.it, 30 ottobre 2020
Detenuti e falegnami, con un negozio dove esporre i prodotti realizzati, avendo anche la possibilità di proseguire nell'attività una volta terminata la pena. Sono queste le opportunità offerte dalle strutture penitenziarie di Alessandria. Elena Lombardi Vallauri, direttrice di entrambi gli istituti, chiarisce gli aspetti dell'iniziativa: "Il primo punto da rimarcare è quello della realizzazione di una attività professionale da sfruttare anche nel futuro, oltre a un impegno proficuo del tempo durante la permanenza negli istituti".
"La falegnameria - continua la direttrice - nasce negli anni addietro, da una idea dell'associazione ISES ed è poi cresciuta nel tempo. Vi possono lavorare sia coloro che si trovano nella sezione circondariale, ubicata in centro città, sia chi sconta la pena nella sezione reclusione San Michele.
Parallelamente, è stato realizzato un negozio sociale, in ambienti che fanno parte della struttura di reclusione. Al suo interno viene promossa l'attività di artigianato del legno ma anche prodotti degli altri istituti penitenziari italiani, favorendo anche il collegamento fra istituti di pena e produttori della zona e la creazione di nuovi elaborati che impiegano la materia prima trattata dai detenuti".
Al di fuori delle mura del carcere è prevista la possibilità di proseguire l'attività, perché "è stata inaugurata una falegnameria esterna - precisa Lombardi Vallauri - che possa aiutare i detenuti che hanno finito di scontare la pena di proseguire l'attività". Il progetto ha interessato anche celebrità: "Va menzionato l'impegno degli attori di Casa Surace - conclude la direttrice - che hanno sposato la causa e incentivato la produzione di ben 500 mattarelli e 500 spianatoie in legno".
di Silvana Cortignani
tusciaweb.eu, 30 ottobre 2020
I familiari di Giovanni Delfino chiedono un milione e mezzo di euro di risarcimento al ministero della giustizia. È l'altra faccia del processo per omicidio volontario sfociato nella condanna a 14 anni dell'assassino. Nel frattempo è emerso che l'omicida, condannato ieri a 14 anni di cui cinque in Rems perché seminfermo di mente, si sarebbe trovato in cella con la vittima per iniziativa di un ispettore della penitenziaria. Non c'entrerebbero, quindi, né il direttore, né il comandante.
L'avvocato delle sette parti civili spiega: "C'è anche il danno catastrofale, perché la vittima era vigile in ospedale e ha capito che stava morendo". Sono la madre 81enne, la sorella, il fratello, la moglie, il figlio e i due nipotini in tenera età della vittima, il viterbese 61enne massacrato con una decina di sgabellate alla testa la sera del 29 marzo 2019 a Mammagialla dal compagno di cella Khajan Singh.
L'indiano 35enne è stato condannato ieri a 14 anni di carcere, di cui cinque in Rems, grazie allo sconto di pena dovuto al riconoscimento della seminfermità mentale da parte della corte d'assise presieduta dal giudice Gaetano Mautone. Soffrirebbe di una psicosi a sfondo sessuale. "Ce l'ho piccolo, non funziona più, non sono più maschio, non posso fare sesso, sono triste, sempre nervoso, per questo ho dato fuori di testa", ha detto ieri rilasciando spontanee dichiarazioni.
Disponendo cinque anni di ricovero presso la prima struttura sanitaria di accoglienza per gli autori di reato affetti da disturbi mentali e socialmente pericolosi dove si liberi un posto, la corte d'assise ha accolto l'appello dello psichiatra Giovanni Battista Traverso che lunedì, illustrando la sua perizia, ha detto: "L'imputato va curato". Ai familiari, che si sono costituiti parte civile con l'avvocato Carmelo Antonio Pirroni, è stato riconosciuto il diritto a un risarcimento danni da quantificare in altra sede per la perdita del congiunto. Intanto è in piedi una causa civile per ottenere ristoro dal ministero della giustizia, cui fa capo l'amministrazione penitenziaria. La richiesta già avanzata al ministero della giustizia tiene nel frattempo conto anche della sofferenza spirituale patita da Delfino che, quando è arrivato a Belcolle, era vigile e si è quindi reso conto che stava sopraggiungendo la fine. È il cosiddetto "danno catastrofale".
"La vittima ha capito che stava morendo" - La richiesta è di un milione e mezzo di euro, comprensivi anche del cosiddetto "danno catastrofale", che tiene conto della "sofferenza patita dalla vittima nella cosciente percezione della propria fine". Delfino, infatti, nonostante le percosse subite, avrebbe chiaramente avvertito l'avvicinarsi della propria morte, come confermato anche dall'esame obiettivo effettuato nella cartella clinica di pronto soccorso dell'ospedale di Belcolle alla data di ingresso, dove si narra di un paziente vigile.
"Tra i danni non patrimoniali risarcibili alla vittima e trasmissibili agli eredi - spiega l'avvocato Pirroni - oltre al danno morale soggettivo dovuto allo stato di sofferenza spirituale patito dalla vittima nell'avvicinarsi della fine, c'è poi anche il danno biologico terminale, ovvero la lesione del bene salute come danno conseguenza, consistente nei postumi invalidanti che hamo caratterizzato la durata concreta del periodo di vita del povero Giovanni Delfino, nella fase tra la lesione e la morte".
"Delfino soccorso solo dopo un paio d'ore" - "Non si può inoltre sottacere - sottolinea il legale - anche l'ulteriore negligenza dell'amministrazione penitenziaria laddove, attesa la grandissima sorveglianza cui doveva essere sottoposto Singh, a prescindere dalla collocazione, le guardie carcerarie siano intervenute presso la cella di detenzione comune solo dopo un paio di ore circa dall'aggressione, nonostante il trambusto, le urla di Singh ed i richiami degli altri detenuti di celle vicine". "È ovvio - ribadisce Pirroni - che un controllo a vista del detenuto Singh, come quello prescritto dai rappresentanti dell'equipe multidisciplinare, avrebbe scongiurato l'aggressione ai danni di Delfino e la successiva morte dello stesso. Non si può quindi ragionevolmente affermare, nella specie, che l'amministrazione penitenziaria abbia adottato tutte le misure idonee a evitare l'evento".
"Singh in quella cella per iniziativa di un ispettore" - Come è noto, oltre a chiedere i danni al ministero della giustizia, la famiglia Delfino ha anche denunciato i vertici di Mammagialla, l'allora direttore e il comandante della polizia penitenziaria. Il fascicolo è nelle mani del pubblico ministero Franco Pacifici, che sarebbe prossimo a chiudere le indagini. Durante l'udienza di ieri del processo al killer del 61enne, nel frattempo, è trapelato qualcosa in merito a delle presunte responsabilità. "È emerso che il direttore e il comandante della polizia penitenziaria si erano adeguati alle disposizioni della commissione multidisciplinare relative alla grandissima sorveglianza in camera di pernottamento da solo di Singh. L'omicida si sarebbe trovato in cella con la vittima per iniziativa di un ispettore", ha rivelato l'avvocato Pirroni, chiedendo durante la discussione la non imputabilità dell'assassino per totale vizio di mente.
"Il carcere non è stato in grado di tutelare i detenuti" - Noti a tutti i precedenti di Singh. Il 14 febbraio 2019 è stato arrestato a Cerveteri per il tentato omicidio del coinquilino omosessuale. Due giorni dopo, nel, carcere di Civitavecchia, ha tentato di uccidere il compagno di cella, salvato da un agente prontamente intervenuto che a sua volta è stato preso per il collo. Motivo per cui è stato sottoposto a Tso, trattamento sanitario obbligatorio.
Pochi giorni prima di uccidere Delfino, mentre era già stato trasferito a Mammagialla, il 35enne aveva fracassato uno sgabello perché l'addetto alle pulizie non aveva risposto a una sua chiamata. Mentre era in cella d'isolamento, sottoposto a regime di massima sorveglianza, avrebbe ripetuto episodi di insubordinazione per i quali è stato punito con il divieto di attività ricreative e sportive.
"Quindi in maniera del tutto improvvisa è stato inserito nella cella di Delfino, senza che l'equipe medica venisse infornata della cosa e nonostante il diktat rigido della stessa equipe", ribadisce l'avvocato Pirroni. "È emerso, nel caso specifico, che il carcere, quel carcere, non è stato in grado di tutelare i detenuti, né Delfino, né il suo assassino, a sua volta vittima di una gestione inaccettabile", ha detto durante la discussione.
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