di Claudio Paterniti Martello*
patriaindipendente.it, 30 ottobre 2020
Si moltiplicano i casi di Covid nelle carceri italiane; positivi al virus tra i detenuti e tra gli agenti della penitenziaria. Bene il ricorso a misure alternative, ma la nuova ondata pandemica non distragga dal tema antico degli abusi. Tuttavia qualcosa sta cambiando.
Negli ultimi mesi il carcere si è affacciato alle cronache per vari episodi di violenza esercitata da agenti di polizia penitenziaria contro detenuti. Aggressioni degli ultimi nei confronti dei primi emergono d'altra parte periodicamente e testimoniano di un luogo carico di tensioni. Le violenze degli agenti fanno però più clamore, com'è normale che sia, essendo essi custodi della libertà altrui e al contempo esecutori e garanti della legge.
I fatti venuti a galla, in alcuni casi, risalgono ad anni fa. A San Gimignano 5 agenti e 1 medico sono sotto processo per tortura per violenze commesse nel 2018. A Torino sono in corso indagini per presunte torture avvenute nell'istituto di pena cittadino nel recente passato: 13 agenti di polizia penitenziaria sono in custodia cautelare, il direttore e il comandante dell'epoca sono iscritti nel registro degli indagati per favoreggiamento
A Viterbo sono in corso delle indagini per violenze risalenti al 2019. Nell'estate dell'anno scorso, nel carcere di Monza, una persona detenuta sarebbe stata prima pestata e poi posta in isolamento. Avrebbe impugnato il provvedimento che la isolava, permettendo così al giudice di acquisire le registrazioni video e facendo venire alla luce il pestaggio. Alla vista del video, in udienza, ha avuto un crollo emotivo. È stato trasferito in un altro istituto. Anche qui ci sono delle indagini in corso.
Si tratta solo di alcuni degli episodi di violenza recenti per cui Antigone ha presentato uno o più esposti in Procura o si è costituita parte civile nel procedimento penale. Va poi aggiunto il capitolo delle violenze di marzo, esplose con l'arrivo della pandemia, in seguito alla paura per i contagi, alla chiusura dei colloqui e al blocco delle attività e degli ingressi in carcere. Violenze che hanno segnato in maniera inedita e profonda il nostro sistema penitenziario.
A marzo del 2020 Antigone ha ricevuto decine di segnalazioni provenienti dal carcere milanese di Opera e che parlavano di detenuti pestati brutalmente da agenti in tenuta antisommossa. Tra questi c'erano anche anziani e malati. Le presunte violenze del personale di polizia hanno fatto seguito a proteste più che veementi, che hanno infiammato l'istituto assieme ad altri 48 in tutta Italia. Tuttavia non si tratterebbe di violenze volte a sedare le proteste ma di vere e proprie rappresaglie, condotte a luci spente e quando tutti i detenuti erano nelle proprie celle.
Segnalazioni dello stesso segno ci sono giunte da Melfi, nel potentino, dove molti detenuti sarebbero stati denudati, picchiati, insultati, posti in isolamento e in alcuni casi trasferiti nella notte tra il 16 e il 17 marzo, come punizione per le proteste della settimana precedente. Segnalazioni diverse ma riguardanti gravi violenze ci sono giunte da Pavia e da Modena. Oltre che da Santa Maria Capua Vetere, nel casertano, che più delle altre carceri si è imposta sulla scena mediatica. In questo istituto centinaia di agenti sarebbero entrati nel reparto Nilo, in rappresaglia per le proteste del giorno precedente e avrebbero insultato, picchiato con colpi di manganello e calci e pugni in testa e nei testicoli detenuti peraltro messi in ginocchio e in alcuni costretti a radersi i capelli.
In tutti questi casi Antigone ha presentato degli esposti, oltre ad allertare l'amministrazione penitenziaria. A Santa Maria Capua Vetere l'inchiesta in corso vede imputate per tortura oltre 40 persone.
In molti si sono interrogati sulla recente emersione di numerosi casi, chiedendosi se si fosse in presenza di un esacerbarsi della violenza negli istituti di pena o se al contrario episodi del genere (escludendo quelli legati alla pandemia) siano sempre avvenuti, ma che adesso ci siano le condizioni affinché emergano e facciano l'oggetto di procedimenti penali. Chi scrive non ha la risposta. Tuttavia è certo che negli ultimi tempi si siano fatti dei passi avanti sul versante delle norme e di alcune prassi.
Dopo un ritardo quasi trentennale, nel luglio del 2017 il Parlamento ha inserito nel codice penale il reato di tortura, la cui assenza aveva impedito a molti magistrati di perseguire violenze psicologiche e fisiche, spesso finite in prescrizione. In diversi casi erano avvenute in carcere. È successo ad Asti, dove nel 2003 due detenuti erano stati portati in celle prive di vetri, denudati, lasciati lì per giorni e ripetutamente pestati. I fatti sono venuti a galla molti anni dopo e sono andati in prescrizione. Il giudice però, nella sentenza, li ha qualificati come tortura, lamentando l'assenza del reato.
L'arrivo di una legge, sia pur mal fatta, a causa della subalternità della classe politica alle corporazioni più retrive delle forze di polizia, che l'hanno vista come un bastone fra le ruote, ha significato comunque l'arrivo di uno strumento efficace nelle mani delle autorità giudiziarie; e al contempo è stato inviato un messaggio culturale alle forze dell'ordine, volto a scalfire l'omertà e lo spirito di corpo che tante volte hanno impedito di individuare i responsabili di azioni illegali e inumane, che sono pochi e che macchiano la reputazione dei molti garanti dell'ordine e della convivenza civile.
Alla legge sulla tortura va aggiunto il fatto che dal 2016 l'Italia ha un Garante nazionale delle persone private della libertà, il quale visita i luoghi di detenzione, fa raccomandazioni, interloquisce con le amministrazioni e la politica, e in generale porta avanti un'azione preventiva di eventuali violazioni del diritto, diffondendo una cultura e delle prassi maggiormente rispettose dei diritti umani, in linea con un'idea di pena costituzionalmente orientata. Forse anche questo ha contribuito a far sì che molti casi di violenza non finissero nel dimenticatoio.
Anche l'Osservatorio di Antigone, nel suo piccolo, ha contribuito a fare del carcere un luogo meno opaco, in cui dal 1998 è presente lo sguardo della società. C'è da sperare che tutto ciò porti a una maggiore diffusione di una cultura rispettosa del diritto e dei diritti, nel luogo teoricamente deputato a ristabilire una legalità violata.
*Associazione Antigone
di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 30 ottobre 2020
Il rispetto delle condizioni umane della cella non è garantito solo dallo spazio minimo espresso in metri quadri. Il carcere duro non esclude, ma anzi rende indispensabile, di garantire al condannato adeguate condizioni igieniche e di salubrità al di là del numero minimo di metri quadrati a sua disposizione all'interno della cella. Infatti, il criterio puramente spaziale non assicura a chi, sottoposto al regime "41bis", trascorre fino a 22 ore al giorno nella propria camera detentiva. La garanzia che la carcerazione non sia degradante - come dice la Cassazione con la
Cassazione con la sentenza n. 30030 depositata ieri, 29 ottobre 2020.
di Luigi Manconi
La Stampa, 30 ottobre 2020
Dalla politica italiana una colpevole inerzia. Sergio Colaiocco è un sostituto procuratore che non va in tv (ce ne sono, ce ne sono) e di cui non sono note le opzioni politiche e nemmeno la fede calcistica; se ne conosce giusto l'appartenenza a una corrente moderata della magistratura, ma nessuna rivelazione sui suoi gusti culturali né su quelli enologici. È uno di quelli (ce ne sono, ce ne sono) che non rilascia interviste e nemmeno "colloqui riservati" al fine di trasmettere messaggi o di condizionare l'opinione pubblica.
Insomma, è un pm che sembra interamente votato all'attività di pm. Speriamo che si mantenga. Colaiocco, dalla primavera del 2016, prima sotto la guida di Giuseppe Pignatone e ora sotto quella di Michele Prestipino, indaga caparbiamente sulla vicenda di Giulio Regeni, rapito al Cairo il 25 gennaio di quell'anno e ritrovato ucciso, dopo essere stato barbaramente torturato, dieci giorni dopo.
Ieri, la Procura di Roma - dunque, Prestipino e Colaiocco - ha diffuso un comunicato in cui si dice pronta a chiudere in tempi brevi le indagini relative all'assassinio di Giulio Regeni, a quasi due anni dall'iscrizione dei presunti responsabili nel registro degli indagati; e nel giorno in cui gli investigatori del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dell'Arma dei carabinieri e del Servizio centrale operativo (Sco) della polizia di Stato incontravano, al Cairo, i loro omologhi egiziani. Dietro il linguaggio scrupolosamente giudiziario del comunicato, mi è parso di cogliere quella che può definirsi l'ira dei miti, sia pure educatamente espressa e garbatamente trattenuta. L'ira, cioè, di chi, da oltre quattro anni, lavora per accertare la verità su quegli atroci dieci giorni che videro il ricercatore italiano alla mercé dei suoi aguzzini.
Un lavoro investigativo realizzato interamente in ambiente ostile. Per capirci, si immaginino le difficoltà e le fatiche di un'inchiesta svolta in un contesto mafioso; e si moltiplichino per mille le resistenze che lì si incontrerebbero, considerato che le indagini sulla morte di Regeni vengono portate avanti all'interno di un sistema dove la mafiosità è quella degli apparati di sicurezza di un regime dispotico. E quelle indagini sono condotte prevalentemente dall'Italia, da una distanza di migliaia di chilometri e con poteri forzatamente assai limitati.
Ciononostante, grazie alla intelligente attività di Ros e Sco, la Procura di Roma, il 4 dicembre del 2018, iscriveva nel registro degli indagati cinque agenti della National Security egiziana. Poi, nell'aprile dell'anno successivo, inviava una rogatoria all'autorità giudiziaria del Cairo per sollecitare adeguate risposte "sull'elezione di domicilio da parte degli indagati, sulle dichiarazioni rese da uno di questi in Kenya nell'agosto del 2017 e su altre attività finalizzate a mettere a fuoco il ruolo di altri soggetti della National Security".
La richiesta di elezione di domicilio è fondamentale perché, se avvenisse, dimostrerebbe che gli indagati sono a conoscenza dell'indagine a loro carico: e ciò consentirebbe, a un tribunale italiano, in caso di rinvio a giudizio, di poterli processare "in assenza" (attuale formulazione della precedente "contumacia").
Di conseguenza, a quanto è dato di comprendere, il comunicato della Procura ha lo scopo di scongiurare ulteriori dilazioni ed evitare nuovi differimenti, di non consentire ancora alla Procura egiziana di menare il can per l'aia e di prolungare all'infinito una ricerca della verità che rischia di consegnarsi all'oblio. Perché questa è la vera e drammatica posta in gioco.
Ovvero la sorte della memoria di Giulio Regeni e di ciò che essa rappresenta per una parte significativa della società italiana. La sua storia non richiama esclusivamente una preoccupazione umanitaria o un sentimento filantropico. È una questione tutta politica che - sciaguratamente - la classe politica non ha saputo o voluto intendere.
È tutta politica, in primo luogo, perché in discussione è il principio della nostra sovranità nazionale: e non può essere altrimenti dal momento che un cittadino italiano è stato rapito, torturato e ucciso mentre si trovava in un paese considerato alleato (unito all'Italia da un "rapporto speciale" secondo il premier dell'epoca Matteo Renzi); e la mancata cooperazione giudiziaria compromette la capacità dello Stato italiano di tutelare l'incolumità dei connazionali, prerogativa essenziale del potere pubblico; e allo stesso tempo mortifica il suo prestigio internazionale. Ma la vicenda di Giulio Regeni è tutta politica per un'altra ragione ancora.
Perché ci fa toccare con mano quanto il tema dei diritti umani sia destinato a rimanere l'ultimo punto all'ordine del giorno dell'agenda politica. L'Egitto, ma il discorso può valere anche per la Turchia, gode nello scenario internazionale e, in specie, in quello medio-orientale, di uno statuto speciale. Non solo per le ben note relazioni economico-commerciali con l'Italia e l'Europa, bensì per il crescente ruolo geo-strategico che gioca in quell'area del mondo: prima come presidio irrinunciabile di fronte alla minaccia rappresentata dallo Stato islamico; poi come fattore di stabilizzazione, sappiamo quanto precaria, dell'eterna crisi libica. In una simile prospettiva, quanto volete che pesi e che valga il corpo sfigurato di Giulio Regeni e quello prigioniero di Patrick Zaky?
E quanto volete che contino i corpi delle migliaia e migliaia di egiziani che subiscono la medesima sorte? Infine. Forse si tratta di una mia personale ossessione, ma resto convinto che nell'inerzia mostrata dalla politica e dalla diplomazia italiane nei confronti del regime di al-Sisi, si sconti anche una sorta di complesso di inferiorità del nostro paese.
Quando Regeni, in una cella segreta, subiva sevizie e trattamenti inumani e degradanti, l'Italia - che aveva ratificato nel 1988 la Convenzione Onu contro la tortura - attendeva ancora l'introduzione nel proprio ordinamento di una legge in materia. Cosa che sarebbe avvenuta solo nel luglio del 2017, e in una versione assai blanda. Come non pensare che quella inerzia dell'Italia sia dipesa, almeno in parte, dal senso di colpa di chi non aveva tutte le carte in regola, e l'autorità giuridica e morale, per esigere verità e giustizia da un regime torturatore?
di Antonello Racanelli*
Il Dubbio, 30 ottobre 2020
Da pochi giorni si è conclusa un'altra settimana di astensione dal lavoro dei magistrati onorari che giustamente protestano per la loro attuale situazione, anche nella prospettiva dell'entrata in vigore a pieno regime della riforma Orlando del 2017.
In questi stessi giorni proseguono in Senato, in Commissione Giustizia, i lavori per una modifica della legge Orlando. Non entrerò nel merito delle proposte di modifica, ma voglio limitarmi ad evidenziare ancora una volta l'insostituibile ruolo svolto dai magistrati onorari (sono attualmente oltre 5000). Le mie riflessioni si riferiranno esclusivamente ai vice procuratori onorari, settore da me ben conosciuto anche perché attualmente sono il procuratore aggiunto delegato al servizio Vpo della Procura della Repubblica di Roma, ma, ovviamente, le considerazioni possono essere riferite in generale a tutti i magistrati onorari (attualmente nella sola Procura della Repubblica di Roma prestano servizio oltre 70 Vpo).
È un dato ormai noto (anche se non se ne traggono le dovute conseguenze) l'assoluta indispensabilità per il normale funzionamento degli uffici di procura dei Vpo. Il 100 % delle udienze innanzi al giudice di pace vede la presenza come pm d'udienza dei Vpo e le udienze innanzi al tribunale in composizione monocratica vedono la presenza come pm d'udienza dei Vpo per una percentuale superiore al 95% (nella Procura di Roma, ma anche in altri uffici di procura, i Vpo rappresentano l'accusa anche nei giudizi direttissimi monocratici nei confronti delle persone arrestate). La presenza e l'impiego dei Vpo consente ai Pm togati di concentrarsi sulle attività di indagine e di rappresentare l'accusa nelle udienze innanzi al Tribunale in composizione collegiale.
In molti uffici i Vpo svolgono anche altre attività consentite dalla legge (specie con riferimento ai procedimenti trattati dalle Sdas, sezioni definizioni affari semplici). La riforma Orlando sulla magistratura onoraria è stato indubbiamente il tentativo di disegnare un quadro normativo organico. L'intervento normativo in oggetto ha presentato luci ed ombre: vi sono molti aspetti positivi ma anche notevoli criticità. Sicuramente apprezzabile è stato il tentativo di un inquadramento organico della figura del magistrato onorario anche se le profonde differenze che indubbiamente sussistono tra magistrati onorari giudicanti e magistrati onorari requirenti o inquirenti avrebbe forse consentito una sia pure parziale differenziazione normativa.
Le luci o meglio gli aspetti positivi riguardano sicuramente gli aspetti funzionali e cioè i compiti e le funzioni che possono essere svolti dai Vpo. Con l'intervento normativo si è indubbiamente verificato un allargamento anche formale dei compiti loro attribuiti anche se molte delle funzioni, ora normativamente riconosciute, di fatto venivano sostanzialmente già svolte dai vpo, anche se formalmente attribuite ai magistrati togati.
Le principali criticità riguardano essenzialmente lo status dei magistrati onorari ed il loro trattamento retributivo- previdenziale. In assenza di un intervento normativo di modifica della legge Orlando, i problemi già esistenti saranno ancora più gravi dopo l'agosto del 2021 quando entrerà a pieno regime la riforma: le norme transitorie consentono ai Vpo in servizio alla data di entrata in vigore del decreto legislativo del 2017 di continuare ad operare così come hanno sempre fatto finora con l'aggiunta delle nuove funzioni riconosciute. I problemi nasceranno dopo l'agosto 2021 quando entreranno in vigore le limitazioni temporali di attività per i singoli magistrati onorari: se non si interviene seriamente entro quella data si rischia il caos negli uffici di procura.
Dopo la legge Orlando non è stato più possibile delegare i Vpo come Pm per le udienze civili: nonostante numerose richieste provenienti dagli uffici giudiziari e anche dal Csm e indirizzate al ministero in questi anni per sollecitare un'iniziativa legislativa, nulla si è mosso. Altra situazione paradossale che è prevista dalla normativa vigente: i Vpo possono svolgere alcune attività (attività significative in ausilio ai magistrati togati) ma per queste attività non è prevista alcuna retribuzione. Trattasi di situazione che, credo, non meriti commenti: è prevista un'attività lavorativa ma senza compenso: ogni attività consentita dalla legge deve essere retribuita. Peraltro, attualmente, si prevede anche lo svolgimento di un tirocinio senza alcuna retribuzione. Ora, tralasciando altri aspetti di dettaglio, pur significativi, bisogna essere chiari: si considera o no la magistratura onoraria una risorsa fondamentale per l'efficienza del sistema Giustizia?
Al di là delle facili affermazioni di principio, se la risposta è positiva bisogna trarne le dovute conseguenze in tema di disciplina normativa (in punto di tutele assistenziali e previdenziali oltre che di modalità di impiego). Appare opportuno intervenire anche sul sistema disciplinare, prevedendo una gradazione delle sanzioni: non si capisce per quale motivo per il magistrato onorario sia prevista come unica sanzione disciplinare la revoca dall'incarico; opportuno prevedere anche per i magistrati onorari un sistema più adeguato di trasferimenti oltre che riflettere sulla disciplina attuale in materia di incompatibilità. Urge un immediato intervento normativo che modifichi soprattutto le limitazioni temporali previste a regime dalla riforma Orlando: non dimentichiamo che molti dei Vpo attualmente in servizio svolgono quest'attività da molti anni e rappresentano, quindi, anche un patrimonio di esperienza e di professionalità.
*Procuratore aggiunto presso Procura di Roma
di Giulia Merlo
Il Domani, 30 ottobre 2020
La pace nel settore giustizia è durata appena 48 ore. Il tempo per il guardasigilli Alfonso Bonafede di dirsi soddisfatto per l'approvazione, nel decreto legge Ristori, delle nuove previsioni in materia di gestione dei tribunali durante la pandemia.
L'Associazione nazionale magistrati, infatti, ha definito le norme "inadeguate" e attaccato frontalmente proprio il ministero, accusandolo di dimostrare "una visione disattenta e parziale" nel prevedere che le udienze penali istruttorie e finali di discussione continuino a svolgersi in presenza. Eppure il pacchetto confluito nel decreto legge, frutto di un tavolo congiunto con magistrati e avvocati, ha di fatto recepito buona parte delle richieste avanzate in un documento firmato dai penalisti delle camere penali insieme alle procure della Repubblica di Roma, Napoli, Milano, Torino, Palermo, Firenze, Reggio Calabria, Catanzaro, Perugia e Salerno.
Il sindacato delle toghe, invece, ha bocciato in blocco le previsioni sostenendo che, "al ritmo degli attuali contagi tra gli operatori del settore", si rischia "un nuovo blocco totale della giustizia penale" e che i processi si svolgano "in contrasto con l'esigenza primaria di limitare la diffusione del contagio".
La richiesta della magistratura associata al ministero della Giustizia, dunque, è chiara: apportare "correttivi urgenti" al testo, prevedendo un ampliamento dei processi penali suscettibili di trattazione a distanza oppure la sospensione dei termini processuali almeno per alcune categorie di reati, per arrivare a un temporaneo sfoltimento dei ruoli di udienza per potere trattare in sicurezza i residui processi in aula.
In sostanza, modificare in modo sostanziale il testo approvato, sconfessando anche i punti principali del documento congiunto di penalisti e procure. Il nodo da sciogliere è sempre lo stesso, che ha già provocato contrasti tra avvocatura e magistratura: in quali termini e con quali modalità è possibile svolgere le udienze penali da remoto senza comprimere eccessivamente il diritto di difesa.
Le nuove norme redatte da Bonafede puntano a un compromesso proprio su questo e prevedono che le udienze penali si possano svolgere in videoconferenza ma solo con il consenso delle parti, ma che tutte le udienze istruttorie e quelle di discussione finale debbano continuare a essere celebrate in presenza.
Questo punto è stato quello più criticato dall'Anm, secondo cui così la maggior parte delle udienze continueranno a svolgersi nei tribunali: "Il legislatore si è preoccupato delle misure per le indagini preliminari e le udienze in camera di consiglio, pretendendo invece che tutte le altre udienze penali, cioè le attività più a rischio di contagio, continuino a tenersi nei modi ordinari". Invece, secondo i magistrati, anche la lettura delle sentenze di patteggiamento, "le discussioni di non particolare complessità" e "l'ascolto di testimoni, in assenza di contrarietà dei difensori" andrebbero svolte in collegamento da remoto.
Proprio a questa ipotesi di "remotizzazione" del processo penale, invece, si sono sempre opposti i penalisti. "La stroncatura di Anni è allarmante e incomprensibile", ha detto il presidente delle camere penali, Giandomenico Caiazza. "Anche nell'emergenza va posto un limite per consentire il corretto svolgimento della funzione giurisdizionale: il dibattimento non si può celebrare da remoto. Per esaminare un testimone, per esempio, serve la percezione fisica costante, altrimenti è impossibile".
Esistono modi alternativi di rendere sicuro il processo, senza celebrarlo da remoto: "Riduciamo il numero di dibattimenti, distanziamoli come orario, i magistrati accetti no di celebrarli anche nelle ore pomeridiane. Ma non si usi la leva dell'emergenza per stravolgere la natura del processo", ha concluso Caiazza.
La nota dell'Anm contiene anche un risvolto ulteriore: una posizione così fortemente contraria al decreto marca anche una precisa presa di distanza dall'iniziativa delle maggiori procure italiane, che hanno sostenuto insieme ai penalisti l'incompatibilità del dibattimento con il sistema da remoto. Una distanza, quella tra i procuratori sul territorio e l'Anm, che crea una situazione peculiare: se di solito i magistrati si muovono compatti nelle richieste al ministero, sulle norme anti Covid per i tribunali il sindacato si trova a sostenere una posizione opposta rispetto a una parte significativa dei suoi stessi iscritti.
di Franco Colomo
ortobene.net, 30 ottobre 2020
Un recente pronunciamento della Corte di cassazione ha rimesso in discussione i calcoli sullo spazio minimo disponibile per ciascun recluso. Finora quello consentito è stato di 3 metri quadrati. La questione controversa è se questo debba essere computato considerando tutti gli arredi o solo quelli tendenzialmente fissi come i letti.
Nel merito - come conferma il magistrato di Sorveglianza di Nuoro, la dottoressa Carla Venditti - la soluzione adottata "non è chiarissima, sembrerebbero da detrarre solo i letti a castello e non quelli singoli, bisognerà leggere la motivazione della Suprema corte".
La questione non appaia capziosa: come ha giustamente ricordato l'ex detenuto Salvatore Buzzi, in un intervento sul Riformista, le direttive dell'Unione europea sull'allevamento dei maiali stabiliscono che un verro debba disporre di sei metri quadrati estensibili a 10 in caso di accoppiamento. Tanto vale - la provocazione - farsi tutelare dalla protezione animali.
A quale spazio ha diritto allora un uomo, seppur ristretto in carcere? Il tema è quello del sovraffollamento. A Badu e Carros, ad oggi, i detenuti sono 275 su una capienza di 278, così suddivisi: 205 in "Alta sicurezza 3"; 5 in "As2"; 58 in "Media sicurezza", reclusi per reati comuni.
In quest'ultima sezione vige il sistema delle celle aperte - ricorda la dottoressa Venditti - diverso è per chi, come gli "As3", deve restare rinchiuso.
Tutto dipende dunque da quante persone ci sono nella stanza: "fino a quattro non ci sono problemi, c'è anche stata - ricorda il magistrato - una ristrutturazione importante, le cose cambiano se si arriva ad essere in 6 o in 7. Ci sono stati questi casi, al momento - spiega - la situazione cambia molto rapidamente anche in virtù dell'isolamento Covid, bisogna fare una sorta di composizione".
A ciò si deve aggiungere il probabile ritorno del 41bis. "Pare che il ministro abbia firmato anche per Nuoro - afferma il magistrato - ma non ho nessuna comunicazione ufficiale".
A Mamone il problema spazi per ora non si pone, i detenuti sono attualmente 135 su una capienza di 174. Le carenze più importanti riguardano gli organici, per la Polizia penitenziaria in tutti i ruoli. A Nuoro meno 17 unità per ispettore, meno 24 per sovraintendenti, meno 40 per assistenti capo.
Per l'Area educativa i funzionari giuridici pedagogici sono 4 anziché 5. A Mamone la Polizia penitenziaria può contare su 95 unità su una pianta organica di 116, per l'area educativa sulle 7 unità previste sono presenti in 5. "Questo - sottolinea la dottoressa Venditti - non può che riflettersi negativamente sul lavoro di tutti nonostante gli educatori ma anche la Polizia penitenziaria siano preparati e riescano a seguire le persone".
Questo 2020, pesantemente segnato dalla pandemia, ha fatto registrare un alto numero di morti. Secondo il dossier "Morire di carcere" diristretti.it (il sito web di cultura e informazione della Casa di reclusione di Padova) su 117 morti avvenute in carcere fino ad oggi, 46 sono casi di suicidio, lo scorso anno 53 suicidi su 143 morti (67 su 148 nel 2018).
A Nuoro nessun episodio, per fortuna, ma la fase più dura del lockdown ha portato anche qui "tanta paura", ammette il magistrato di Sorveglianza. È capitato di dare permessi e che i detenuti non ne usufruissero per paura del contagio. Lo stesso è accaduto anche a Mamone con alcuni stranieri.
L'unico aspetto positivo è stata la concessione delle videochiamate per tutti, anche per l'"As3" e l'auspicio - anche per la dottoressa Venditti - è si possa concedere questa modalità anche in futuro. Anche in Tribunale si fanno i conti con la carenza di personale, "ci siamo trovati dimezzati, con istanze dei detenuti che si moltiplicavano ma abbiamo dato una risposta ed è importante. La sofferenza c'è stata per tutti, anche io non sono potuta rientrare a casa in Lombardia per 4 mesi".
di Viviana Lanza
Il Riformista, 30 ottobre 2020
Accade quando il sistema non riesce a garantire la tutela dei diritti di chi ha poco o nulla, di chi non ha una casa o non ha un lavoro. Accade quando il territorio non è capace di creare accoglienza e inclusione, la burocrazia funziona sulla carta ma non nella pratica e le carenze sono tali da annullare o ritardare la possibilità di un'alternativa. Il problema è stato ribadito nel corso dell'assemblea nazionale dei garanti che si è tenuta a Napoli, alza il velo su una criticità che pesa sulle vite di tanti reclusi e ora, in tempo di Covid e di emergenza sanitaria, sembra assumere proporzioni ancora più drammatiche.
"Nei mesi del lockdown è stato difficile far uscire migliaia di potenziali beneficiari della detenzione domiciliare perché non avevano un domicilio", hanno denunciato i garanti delle varie regioni d'Italia. Liste di attesa bloccate, carenza di strutture e di case di lavoro, numero di educatori insufficiente rispetto al numero dei reclusi da seguire e detenuti che, pur beneficiando di misure alternative alla detenzione, restano ad affollare le celle, già stracolme fino ai limiti della vivibilità, perché non hanno un domicilio, un avvocato di fiducia che possa seguire la pratica, un lavoro o i soldi per potersi permettere un tetto sulla testa che non sia quello umido del carcere. Eccola la situazione ed ecco perché il carcere finisce per diventare anche un albergo dei poveri, come se nelle celle ci fosse abbastanza spazio per continuare a ospitare anche chi ha raggiunto i requisiti per non doverci più stare dietro le sbarre. È un paradosso, ancora uno, del sistema penitenziario del nostro Paese.
In Campania si contano 79 detenuti in queste condizioni. Ad agosto scorso si era conclusa la procedura per il finanziamento di centri di accoglienza per detenuti e detenute senza fissa dimora, un progetto nato dalla sinergia tra la Regione, l'assessorato alle Politiche sociali, l'Ufficio del garante regionale, il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, l'Ufficio di esecuzione penale esterna e il Dipartimento giustizia minorile e di comunità della Campania. La somma di 300mila euro, concessa dalla Cassa delle ammende del Ministero di Giustizia, era stata destinata a centri di accoglienza per detenuti indigenti, detenute madri con figli e giovani adulti dai 18 ai 25 anni, senza fissa dimora, per un totale di 65 detenuti. Ma a oggi sono poco più di una decina quelli che hanno beneficiato concretamente della possibilità di essere affidati a uno di questi centri di accoglienza e sono così pochi per la difficoltà, segnalata dal garante dei detenuti della Campania Samuele Ciambriello, di avviare le pratiche per questi detenuti che non hanno nulla.
"Serve coinvolgere di più gli educatori e i direttori delle strutture", dice il garante sottolineando la necessità di tenere alta l'attenzione su questo aspetto del sistema che può e deve funzionare meglio e, indirettamente, può rappresentare una soluzione per svuotare carceri che rischiano di scoppiare con la pandemia in atto. Il progetto cui potrebbero accedere i detenuti senza fissa dimora della Campania prevede un alloggio in unità abitative indipendenti o centri di accoglienza in ambito comunitario, un sostegno per le esigenze di prima necessità, un sostegno economico e sociale, in particolare per le detenute madri con figli minorenni. Si tratta di alloggi transitori, ma pur sempre di una possibilità concreta per la tutela di diritti inalienabili e la funzione rieducativa che deve avere la pena. "Soccorrere chi abbia scontato la propria pena assegnandogli un alloggio, significa anche rispondere all'esigenza di sicurezza sempre più presente nelle nostre città - aveva spiegato il garante Ciambriello alla presentazione del progetto - Bisogna evitare che un detenuto, il cui percorso di risocializzazione non si sia ancora compiuto, rischi di ricadere in una recidiva".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 30 ottobre 2020
L'emergenza sanitaria può bloccare anche le procedure di estradizione, se il sistema carcerario del Paese di consegna non offre garanzie sufficienti. Lo afferma la Cassazione con la sentenza n. 30007 della Sesta sezione penale depositata ieri.
La Corte ha così annullato la pronuncia della Corte d'appello conia quale era stata invece dispostala consegna di un cittadino peruviano accusato di rapina pluriaggravata. Tra i motivi del ricorso, la difesa aveva messo in particolare evidenza il fatto che la richiesta fosse stata accolta malgrado dal Perù fossero arrivate, attraverso l'Ambasciata, risposte generiche a una serie di questioni sollevate dalla stessa Corte d'appello sulle condizioni di detenzione cui sarebbe stato sottoposto l'accusato.
Per la Cassazione le argomentazioni della difesa sono condivisibili. Innanzitutto è stata omessa l'indicazione dell'istituto nel quale il cittadino peruviano sarebbe stato recluso e sono state fornite solo osservazioni generiche sulle condizioni di rispetto delle libertà in condizioni peraltro di complessivo forte sovraffollamento. Inoltre, è stato garantito dalle autorità del Perù che il sistema penitenziario ha come obiettivi rieducazione e riabilitazione, senza però dare indicazioni sul numero e la rilevanza di rivolte e sulle loro conseguenze.
E proprio in relazione alle rivolte, a giudizio della Cassazione, avrebbe meritato di essere analizzata e valutata nel dettaglio l'ampia documentazione fornita dalla difesa sull'esistenza di un forte rischio Covid nelle carceri peruviane. Proprio in rapporto al pericolo di un'ampia diffusione dell'epidemia nelle carceri peruviane infatti la sentenza ora annullata avrebbe dovuto esprimersi. Tanto più davanti alle risposte del tutto incomplete fornite dall'Ambasciata del Perù sulle condizioni igienico-sanitarie.
anteprima24.it, 30 ottobre 2020
"Situazione preoccupante, riattivate le norme anti-contagio". Hanno scritto una lettera indirizzata a Giovanni Melillo, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Napoli; Maria Antonietta Troncone, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di S.M.C.V.; Giuseppe Maddalena, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Benevento, Giuseppe Borrelli, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Salerno, Rosario Cantelmo Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Avellino, Adriana Pangia Presidente del Tribunale di sorveglianza di Napoli e a Monica Amirante. presidente del Tribunale di sorveglianza di Salerno. Oggetto: l'Emergenza Covid in Carcere.
A firmarla sono i garanti dei detenuti della Campania: Samuele Ciambriello, garante campano delle persone private della libertà; Pietro Ioia, garante città di Napoli; Carlo Mele, garante provincia di Avellino; Emanuela Belcuore, garante della provincia di Caserta.
"Come Garanti delle persone private della libertà - si legge - vi scriviamo per richiamare la Vostra attenzione sulla particolare situazione in cui versa la popolazione detenuta in un momento di forte fibrillazione dovuto all'emergenza sanitaria da Covid-19 ulteriormente aggravato dall'esplodere delle tensioni sociali. La situazione in Campania si è ulteriormente aggravata. Nelle carceri crescono il sovraffollamento, i contagi tra gli agenti di polizia penitenziaria, il personale sociosanitario e ci sono già una decina di casi tra i detenuti. Gli spazi minimi nelle carceri, limitano fortemente l'applicazione dei protocolli sanitari sia per l'isolamento sanitario che i casi di contagio. Gli stessi ospedali che hanno, come il Cotugno, destinato posti riservati ai detenuti, per l'emergenza sono stati occupati".
"Siamo grati alle Direzioni delle carceri e a quelle sanitarie perché stanno contenendo e limitando il rischio negli istituti, ma questo straordinario lavoro rischia di essere vanificato. Le prossime settimane saranno insidiose, e per questo riteniamo fondamentale la massima collaborazione tra tutti gli attori del mondo penitenziario e in più generale della Giustizia. La peculiarità del momento impone un'accorata richiesta alle Vostre persone, prima come singoli e poi come istituzioni. Tali ragioni, unite alla profonda umanità e alla profondità dei vostri gentili ideali, hanno animato queste poche righe, in ragione del nostro ruolo e della vostra funzione.
In tale ottica non pare oltre misura chiedere che vengano immediatamente riprese e rafforzate le misure inerenti alla gestione penitenziaria già elaborate nella prima fase della pandemia da Covid19., con particolare riferimento ai detenuti anziani e malati, e a quelli che devono scontare pene minime sotto i due anni".
Poi i garanti elencano una serie di proposte rivolte ai procuratori:
• ridurre l'ingresso dei nuovi giunti per la cui gestione potrebbero nuovamente essere adottati i criteri già elaborati dal Procuratore Generale della Corte di Cassazione con documento del 1° aprile 2020.
• il nostro ordinamento prevede un sistema di sanzioni penali calibrato sulla gravità del fatto e la pericolosità dell'autore, pertanto il ricorso alla più afflittiva delle sanzioni penali elaborate dalla dottrina penalistica, mai come in questo momento, deve costituire l'extrema ratio manifestando, invece, una prevalente vocazione verso le misure alternative alla detenzione previste dalle leggi in vigore;
• evitare che i detenuti in regime di semilibertà facciano ingresso presso gli istituti penitenziari anche solo per trascorrere le ore notturne.
"Le leggi non sono delle macchine che una volta messe in moto vanno avanti da sé. Le leggi sono pezzi di carta: se le lasciamo cadere non si muovono. A volte i ritardi delle decisioni sono causa di ansia, angoscia e sofferenza fisica. Ci rimettiamo a ogni Vostra valutazione - concludono - fiduciosi in una serie di decisioni, alcune delle quali già messe in campo all'inizio della Pandemia".
di Simona Musco
Il Dubbio, 30 ottobre 2020
La presidente del Cnf Maria Masi sulle norme anti-Covid per i tribunali: "L'udienza da remoto va ampliata". L'istituzione forense chiede, con Ocf e tributaristi, di non ridurre le liti fiscali a uno scambio di carte: "Così si va contro la Cedu". "Il pacchetto giustizia si giustifica come il tentativo di evitare una nuova paralisi della giustizia. Era ed è la nostra prevalente preoccupazione". A parlare è Maria Masi, presidente facente funzioni del Consiglio nazionale forense.
In occasione dell'incontro con il ministro Alfonso Bonafede alla vigilia dell'approvazione del decreto legge, il Cnf ha ribadito la richiesta di salvaguardare la celebrazione dell'udienza in presenza "in tutte le ipotesi in cui il confronto immediato e contestuale sia necessario per la delicatezza degli interessi in gioco o per le attivita' da svolgere", senza però rinunciare alle forme alternative della celebrazione da remoto o in forma scritta. Una richiesta in parte esaudita, anche se forse sul processo da remoto "si poteva osare di più", spiega Masi al Dubbio.
Per quanto riguarda il civile, ciò che emerge "è l'implementazione delle modalità cartolari rispetto all'udienza in presenza e quella da remoto", giustificata dal feedback positivo ricevuto dagli uffici nelle ultime settimane. "Avremmo preferito che ci fosse una maggiore spinta nei confronti delle modalità da remoto per tutti quei casi in cui è sconsigliabile la modalità di trattazione scritta e non è possibile, per vari motivi, l'udienza in presenza", sottolinea Masi, secondo cui l'avvocatura ha avuto nel corso di questi mesi occasione di metabolizzare solo concettualmente tale modalità, nei fatti poco praticata.
L'aspetto positivo è che, come più volte chiesto dall'avvocatura, sia stato salvaguardato il principio dispositivo, consentendo alle parti - o anche a una sola di essa - di poter chiedere in ogni caso l'udienza in presenza. Il pacchetto tiene anche conto, nel civile, di alcune modalità indicate nelle linee guida in materia di separazione e divorzi emanate dal Cnf nel periodo più nero dell'emergenza, quello che ha visto la Giustizia finire in lockdown assieme a tutto il resto, ovvero la possibilità di utilizzare la modalità cartolare per i procedimenti di separazione consensuale e divorzio congiunto, "nel tentativo di contribuire a rendere più uniformi quelle prassi disomogenee che hanno rappresentato l'elemento negativo di questi mesi", continua Masi. Altro aspetto positivo l'aver assecondato le esigenze della giustizia amministrativa, implementando, così come chiesto dalle associazioni degli avvocati amministrativisti, la trattazione online.
Ma non mancano lacune, come per il processo tributario, nel quale, denuncia Masi - che ieri ha sottoscritto una nota assieme all'Organismo congressuale forense e all'Unione Nazionale delle Camere degli avvocati tributaristi - l'oralità è sparita. "In quel caso l'implementazione cartolare non assolve principi di equilibrio", spiega: nel caso in cui non sia possibile celebrare l'udienza da remoto, infatti, la trattazione si dovrà svolgere mediante la modalità cartolare.
Nella nota Cnf, Ocf e tributaristi ricordano però "che anche nel processo tributario deve essere sempre imprescindibilmente garantito il diritto delle parti di discutere in pubblica udienza, come previsto dalla Cedu, in ossequio al principio del giusto processo e che si debba prevedere il rinvio della causa nel caso in cui non risulti possibile per motivi pratici procedere con il collegamento da remoto". Altrimenti si vanificherebbe il diritto delle parti "di accedere all'unico momento di oralità del processo per la sola carenza di risorse in nome di mal inteso efficientismo".
Tutto questo considerando effettive le richiamate prescrizioni contenute nel dl, ovvero garantendo realmente ai cancellieri l'accesso ad un secondo registro da remoto in modo da ampliare l'attività "smartabile" e rendendo reale la possibilità di lavorare agli atti depositati. Quanto al penale conforta il fatto che l'implementazione del processo telematico abbia subito un'accelerazione spiega Masi -. Ma anche in questo caso bisognerà verificare la sostenibilità del sistema con le risorse attuali, tenuto conto che non abbiamo molto tempo".
Ancora sul penale, spiega la consigliera del Cnf Giovanna Ollà, "la possibilità di mandare atti via pec o con il portale è sicuramente una modalità che fa risparmiare tempo a tutti e distanzia dagli uffici giudiziari e che auspicabilmente dovrà rimanere anche oltre l'emergenza sanitaria". E così probabilmente sarà, considerato che il processo penale telematico fa parte del disegno di riforma del processo. "Tutti gradiamo
il processo in presenza - continua Ollà - ma l'emergenza sanitaria prevede anche dei sacrifici del contraddittorio "dal vivo" che riteniamo, allo stato, accettabili. Il Cnf, già nel primo stop delle attività giudiziarie, aveva comunque preso coscienza della necessità, inevitabile, di svolgere alcune udienze da remoto, tant'è che già a marzo aveva stipulato un protocollo con il Csm per le udienze di convalida e le direttissime che rispettasse le garanzie del difensore e della persona arrestata. È una dolorosa necessità che prevede una parziale deroga del contraddittorio in presenza".
Preoccupa sottolinea infine Masi, la mancanza di una specifica e orientata raccomandazione, per evitare che si ripropongano, ancora una volta, quelle frammentazioni e quei provvedimenti disomogenei che hanno caratterizzato le fasi precedenti. "Sulla base dell'esperienza di questi mesi - sottolinea Masi - è auspicabile una maggiore cura e maggiore condivisione con gli ordini territoriali da parte dei Capi degli uffici giudiziari nel calendarizzare le udienze, e nel garantire più ampio e flessibile accesso al tribunale e alle cancellerie per le attività che, necessariamente, gli avvocati devono svolgere in Tribunale nell'esercizio delle loro funzioni".
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