Il Tempo, 29 ottobre 2020
Rems in apprensione, a Subiaco, per 8 casi di positività al test sierologico effettuato all'interno della struttura che ha preso il posto dei vecchi Ospedali Psichiatrici Giudiziari (Opg). Cinque vigilanti, 2 infermieri e un internato sono infatti risultati positivi al test sierologico e sono in attesa degli esiti del tampone molecolare.
Per scongiurare l'eventuale avvio di un possibile focolaio all'interno della Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza, che ospita 20 persone in un'ala dell'ospedale sublacense, "il paziente è stato isolato in una stanza destinata a queste emergenze e gli operatori sanitari sono stati rimandati a casa in isolamento. In entrambi i casi, sarà necessario attendere i risultati dei tamponi per valutare la situazione. Probabilmente questo richiederà alcuni giorni.
In ogni caso, mi è stato garantito - spiega il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa - che all'interno della Rems vengono seguiti tutti i protocolli e le disposizioni della Asl in materia di prevenzione del contagio da Covid-19. Il test sierologico è un esame puramente epidemiologico e non fornisce alcuna informazione sullo stato di salute attuale della persona che lo fa, evidenziando infatti solo la presenza di anticorpi al virus".
ansa.it, 29 ottobre 2020
Dopo che l'autopsia ha accertato la causa della morte di Orgest Turia, il 28enne arrestato a Merano e trovato senza vita nel Centro per il rimpatrio di Gradisca d'Isonzo (Gorizia), e cioè un'overdose di metadone, si indaga per capire come il giovane sia entrato in possesso della sostanza, oltretutto in quantità tale da provocare la morte. L'avvocato Nicola Nettis, incaricato dalla famiglia, solleva perplessità: "Il ragazzo è stato trasferito dal carcere di Bolzano, alla Questura e poi direttamente al centro per il rimpatrio".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 29 ottobre 2020
Pm e Gip disarmati, la burocrazia fa danni pure col Covid. "Problema gravissimo di cui si deve fare carico il legislatore, normativa illogica, burocrazia irragionevole": così l'avvocato napoletano Paolo Cerruti descrive al Dubbio la situazione in cui è coinvolto un suo cliente.
La storia inizia nel 2018 quando Nunzio (useremo un nome di fantasia) all'età di 23 anni viene arrestato a Ercolano per rapina insieme con un suo amico: lui guidava l'auto mentre l'altro scippava la borsetta a due badanti. Il ragazzo, al tempo studente incensurato che lavorava anche per sostenere la famiglia, fu identificato e arrestato a nove mesi dai fatti.
"In quel periodo - ci dice l'avvocato - la sua condotta è stata impeccabile. Inoltre il pm e il gip concordarono nel dare al ragazzo la misura degli arresti domiciliari perché capirono che Nunzio non era un delinquente abituale e si era subito ravveduto per l'errore".
Inizia poi il processo, che il giovane vive mentre si trova appunto ai domiciliari: "Faccio in modo che il danno venga subito risarcito alle donne da parte del mio cliente", prosegue l'avvocato. Il tempo passa e Nunzio trascorre 2 anni e 8 mesi in espiazione domiciliare, con l'autorizzazione a potersi recare ogni giorno al lavoro. Il 30 settembre scorso arriva la condanna definitiva per rapina e anche per simulazione di reato, perché aveva falsamente denunciato il furto della propria vettura, usata nell'occasione, per sviare le indagini: 4 anni.
Incredibilmente, quando mancano in teoria solo 8 mesi per il termine di espiazione della pena, Nunzio viene portato al carcere di Poggioreale: "Durante il tempo trascorso ai domiciliari Nunzio non ha violato alcuna prescrizione e per ogni anno di detenzione gli sarebbero dovuti essere sottratti, come prevede la legge, 3 mesi per la liberazione anticipata. Se così fosse stato gli sarebbero rimasti da scontare solo 7 mesi e 15 giorni. Purtroppo però l'ottusità della norma non ha consentito ancora alla polizia giudiziaria di inviare gli atti sulla buona condotta del mio cliente al giudice di sorveglianza e quindi non gli sono stati riconosciuti quei mesi di benefici.
Trovo assurdo che da un mese si trovi in carcere, in cella con 6 persone e col pericolo della diffusione del Covid in un istituto difficile e fatiscente come quello di Poggioreale. Tengo a dire che non c'è alcuna colpa dei magistrati, i quali stanno solo rispettando la legge, ma della burocrazia, che sta impedendo a Nunzio di poter tornare a casa. La norma va cambiata".
Il riferimento è alla previsione per cui prima della notifica dell'ordine di esecuzione non si può chiedere la liberazione anticipata al magistrato di sorveglianza, poiché ancora non è effettivamente iniziata la fase dell'esecuzione penale. Ora l'avvocato Cerruti ha presentato immediatamente istanza al giudice di sorveglianza per chiedere l'affidamento in prova per due motivi, sostanzialmente, come leggiamo nella richiesta: "Evitare che l'intelligente scelta di politica criminale adottata dal Pm titolare delle indagini e dal Gip che emise la misura, finalizzata a impedire la criminalizzazione di un giovanissimo e incensurato lavoratore, venga vanificata con una ingiusta e lunga detenzione inframuraria, sia pure solo per il tempo strettamente necessario a ottenere i benefici penitenziari", e perché "un illogico protrarsi della detenzione inframuraria costituirebbe un grave pregiudizio per la sua attività lavorativa e per la vita familiare non potendo crescere suo figlio".
Il problema ora è la lungaggine burocratica, ci dice allarmato Cerruti: "Il Covid ha rallentato una situazione già complicata per i Palazzi di giustizia a Napoli. Proprio due giorni fa una circolare del presidente del Tribunale di Sorveglianza Adriana Pangia ha prolungato fino al 31 gennaio 2021 le misure per scaglionare accessi negli uffici e udienze. Io non riesco a ricevere le risposte dagli uffici né telefonando né inviando mail. È assurdo. Si parla tanto di rieducazione, di incentivare le misure alternative e poi accadono queste cose".
di Giulio Cavalli
Il Riformista, 29 ottobre 2020
Sono due gli agenti della Casa circondariale di Rebibbia sospesi dal loro incarico, una sovrintendente e un assistente capo coordinatore in servizio all'istituto che ora sono accusati di falso ideologico e abuso di autorità. La presunta vittima è una detenuta con problemi psichiatrici.
I fatti risalgono alla notte dello scorso 21 luglio: la donna è stata trascinata con forza perché aveva rotto un termosifone, dopo avere chiesto una sigaretta e avendo ottenuto un rifiuto, e per questo sarebbe stata portata in un'altra stanza priva di telecamere di sorveglianza.
Il tutto sarete avvenuto con la presenza di ben 5 agenti donne e un agente di sesso maschile che avrebbero poi redatto un verbale di servizio in cui era riportata una presunta aggressione da parte della detenuta nei confronti degli agenti che in realtà non sarebbe mai accaduta.
"Non risulta che la detenuta stesse tenendo un comportamento aggressivo che abbia reso necessario l'intervento di un agente di sesso maschile, né dai filmati risultano situazioni che rendessero necessario l'uso della forza per lo spostamento della detenuta, come sostenuto dagli indagati nell'interrogatorio" scrive nell'ordinanza la gip Mara Mattioli, che descrive anche i fatti successivi: "Il trascinamento di peso della detenuta, nuda e sull'acqua fredda, non è stato posto in essere per salvaguardare l'incolumità della stessa (avendo la detenuta già da un po' cessato le intemperanze) apparendo invece chiaramente motivato da stizza e rabbia per i danni causati dalla donna".
Nel video agli atti anzi la donna detenuta è evidentemente in imbarazzo proprio per la presenza di un uomo e cerca di coprirsi le parti intime. Scrive la gip: "L'agente entra nella stanza n.3 e ne esce tenendo ferma la nuca della detenuta che in quel momento appare collaborativa ed è completamente nuda, la accompagna all'interno della stanza n.1 resa nuovamente agibile".
Una circostanza che per l'eccezionale presenza di personale di sesso maschile non autorizzato doveva diversamente essere riportato agli atti. "Inoltre la telecamera esterna alle ore 2.01 del 22/7/2020 riprende nuovamente l'agente entrare nella stanza n. 1 ove è rimasta la detenuta ed uscirne circa 24 secondi dopo. Di questo accesso non vi è traccia nei verbali né dai filmati si capisce sulla base di quale necessità un agente di sesso maschile sia intervenuto da solo presso la cella della detenuta (peraltro ancora completamente nuda)".
Secondo quanto riportato dalla vittima nel suo interrogatorio sarebbe rimasta sola con l'agente uomo nella stanza mentre era minacciata di non rivelare quei fatti a nessuno altrimenti le violenze si sarebbero ripetute. Da qui la condanna di falso ideologico e di abuso di autorità che hanno portato anche alla sospensione del servizio: "personalità del tutto spregiudicate" che avrebbero potuto reiterare le violenze e che avrebbero potuto inquinare le prove. Secondo fonti interne al carcere, infatti, gli accusati non era la prima volta che eccedevano in violenze e risulterebbero diverse segnalazioni e condanne disciplinari nel loro curriculum.
Per il Garante dei detenuti del Lazio Stefano Anastasia "pur rimanendo ovviamente garantisti la loro sospensione è un segnale importante perché in molti casi di abusi, quando non vengono coperti con omertà, il personale resta normalmente in servizio e in molti casi restano in servizio nello stesso istituto se non addirittura nelle stesse sezioni".
Per questo, dice Anastasia, "l'intervento del Dap è particolarmente apprezzabile perché è risultato abbastanza urgente, mentre spesso si aspetta l'esito del procedimento penale, quindi molti anni dopo, prima di intervenire e allontanare gli eventuali colpevoli".
Mentre ora le indagini faranno il suo corso e accerteranno eventuali responsabilità però resta da registrare un dato, che è sempre lo stesso: nelle carceri italiani continuano a consumarsi violenze che difficilmente riescono a rompere il muro di omertà che si crea tra agenti penitenziari.
In questo caso i video delle telecamere di sorveglianza hanno potuto almeno appurare che non ci sia stata nessuna presumibile aggressione, motivazione molto spesso usata per proteggere la facciata di eventuali violenze, ma solo il lavoro delle indagini ha permesso di scoprire che il verbale redatto sull'accaduto non corrispondesse alla realtà dei fatti.
Poi c'è la questione, la solita annosa di cui spesso scriviamo anche sule pagine di questo giornale, di detenuti che non sono nelle condizioni psichiche di poter sicuramente stare in una cella: la donna vittima della violenza nel carcere di Rebibbia è descritta da tutti, anche dagli inquirenti, come una persona con gravi disturbi psichici.
Ma siamo davvero sicuri che una situazione del genere non sia anche creata dalla mancanza di misure alternative al carcere che dovrebbero permettere a lei di scontare la propria pena con un metodo alternativo che comprenda anche le giuste cure (oltre alla propria dignità) e che non debba mettere operatori penitenziari (anche senza le giuste competenze) in condizioni così difficili?
Il 4% dei detenuti è affetto da disturbi psichici contro l'1% della popolazione generale. La depressione colpisce il 10% dei reclusi mentre il 65% convive con disturbi della personalità. Un detenuto su 4 assume regolarmente psicofarmaci. Tutto questo mentre una sentenza della Corte di Cassazione dello scorso agosto mette nero su bianco che è ora possibile concedere, alla persona affetta da gravi problematiche psichiatriche, la misura della detenzione domiciliare.
lavocetorino.it, 29 ottobre 2020
Il pg Saluzzo ha firmato il provvedimento di avocazione di tre delle quattro inchieste per le quali la procura di Ivrea aveva chiesto l'archiviazione. Indagini carenti della procura di Ivrea, l'inchiesta sui presunti pestaggi nel carcere eporediese passa alla procura di Torino. Il procuratore generale Francesco Saluzzo ha firmato il provvedimento di avocazione di tre delle quattro inchieste per le quali la procura di Ivrea aveva chiesto l'archiviazione. Nei guai alcuni agenti della polizia penitenziaria che avrebbero picchiato e vessato diversi detenuti.
Gli episodi sarebbero avvenuti nel 2016 nella cella "acquario" del carcere, dove vengono isolati i detenuti considerati irrequieti. La decisione della procura di Torino accoglie il ricorso presentato dall'associazione Antigone e dal garante dei detenuti eporediese, che si erano opposti alle archiviazioni decise dalla procura di Ivrea.
di Vanessa Vidano
La Sentinella del Canavese, 29 ottobre 2020
Scade venerdì 6 novembre alle ore 12 il bando del Comune di Ivrea per la programmazione di interventi per fronteggiare l'emergenza epidemiologica Covid-19 in ambito penitenziario che permetterà agli enti del terzo settore di ospitare, per 6 mesi, 5 detenuti dell'istituto penitenziario di Ivrea che, in possesso dei requisiti per godere della pena alternativa e che non abbiano un residuo di pena superiore ai 18 mesi, non possono uscire dal carcere perché privi di un posto in cui risiedere per la durata della pena alternativa.
L'azione - figlia del decreto del 18 marzo 2020 che permetteva ai detenuti di uscire in determinate condizioni per far fronte al sovrappopolamento carcerario e alle ripercussioni della pandemia di Coronavirus - arriva solo ora a distanza di mesi per alcune lungaggini burocratiche che, non fosse per l'infausto ritorno del virus, avrebbe rischiato di rendere vana l'azione.
L'ente finanziatore è il fondo di Cassa delle ammende, ente pubblico istituito nel 2017 e che ha lo scopo di finanziare programmi di reinserimento e accompagnamento in ambito carcerario. I fondi sono prima passati dallo Stato alle Regioni, che a loro volta li hanno dati ai Comuni sedi di istituti penitenziari. Il pocket money previsto è di 20 euro al giorno a detenuto - per tutta la durata dei 6 mesi - che copriranno le spese di vitto e alloggio e gli eventuali progetti di inserimento sociale e lavorativo.
"Verranno scelti detenuti a fine pena - spiega la garante dei detenuti Paola Perinetto - di modo che alla fine dei 6 mesi possano tornare a godere del regime di libertà. Un altro fondo simile che i garanti hanno seguito da vicino è stato quello del Uepe (Ufficio per esecuzione pena esterna, ndr) che ha finanziato progetti di pene alternative per 29 detenuti in Piemonte.
Il fondo è stato elargito direttamente senza il passaggio attraverso la Regione, cosa che ha velocizzato di molto i tempi, ed è già esaurito". Al bando per l'accoglienza di 5 detenuti per 6 mesi sono invitati a partecipare gli enti del terzo settore, vale a dire organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, imprese sociali, iscritti da almeno un anno ai registri regionali di riferimento; gli enti riconosciuti dalle confessioni religiose con cui lo stato ha stipulato degli accordi; gli enti di patronato riconosciuti dalla legge. Gli enti candidati, in forma singola o con un'associazione temporanea di scopo, devono avere ciascuno almeno una sede nell'area pertinenziale di Ivrea.
recensione di Paolo Borgna
Avvenire, 29 ottobre 2020
Tutti i luoghi comuni sui permessi premio e sulle possibilità di recarsi a lavorare da detenuti sono smentiti dai numeri: il libro-inchiesta di Bortolato e Vigna. Il modo migliore per smontare un luogo comune è di affrontare i fatti concreti che lo alimentano.
Non eludere i dati reali che lo hanno fatto nascere, ingenerando la diffusa opinione che singoli episodi siano l'unica quotidiana realtà. Ma prendere quei dati reali per le corna, dandovi una diversa spiegazione. È il metodo seguito da Marcello Bortolato (presidente del tribunale di sorveglianza di Firenze) ed Edoardo Vigna (giornalista del Corriere della sera) nel loro "Vendetta pubblica. Il carcere in Italia" (Laterza, pagine 176, euro 14).
Il libro parte da due fatti di cronaca. L'ergastolano per quattro omicidi che, per la prima volta in permesso premio dopo 44 anni di carcere, aggredisce con un taglierino, nel sotterraneo di un ospedale milanese, un signore di 86 anni. Un altro condannato, in permesso, che tenta di sgozzare la compagna che lo vuole lasciare dopo aver saputo che era stato condannato per avere, tredici anni prima, ucciso la sua fidanzata all'epoca ventunenne. Come spiegare ai cittadini che i permessi premio sono uno strumento irrinunciabile per governare il pianeta carcere?
Come spiegare che non ci può essere "pena senza un orizzonte", non solo perché lo dice Papa Francesco ma perché lo dicono cuore e intelligenza di chiunque abbia avuto a che fare col carcere? Come spiegare al padre di una ragazza ammazzata che, mentre sua figlia non potrà mai più vedere un Natale, il suo assassino, tra qualche anno, a certe condizioni, potrà trascorrerlo in casa con i suoi cari? C'è un solo modo per tentare di spiegare, far parlare i numeri. Ricordare ad esempio che, contro l'1,08 per cento di casi in cui il detenuto che ha ricevuto un permesso commette un reato oppure non rientra in carcere, sta un 98,92 per cento dei casi in cui va tutto bene.
Ma quel 98,92 per cento, ovviamente, non finirà mai nei titoli dei giornali. Eppure, ciascuno di quelle migliaia di permessi di soggiorno conclusi col ritorno in carcere del condannato è una pietra che pavimenta la strada per restituire alla società, al termine della pena, un cittadino migliore di quando era entrato in carcere. Per diminuire il rischio che, una volta completamente libero, il condannato torni a delinquere. Perché, nella quasi totalità dei casi, i permessi sono usati non per andare al mare ma per visitare la famiglia, per cominciare la ricerca di un lavoro, per riannodare i rapporti col mondo esterno.
E tutto ciò serve a garantire all'intera comunità più sicurezza. A rendere un po' meno utopica la promessa dell'art. 27 della Costituzione, secondo cui le pene devono tendere alla rieducazione del condannato (e non è un caso che questo articolo non parli di "pena", bensì di "pene": perché già i Costituenti - molti dei quali avevano conosciuto la galera nel ventennio fascista - avevano chiara l'idea che il carcere non può essere l'unica sanzione inflitta in caso di condanna). Non sono solo fiori. Non siamo così ingenui da non sapere che il carcere, con la sua "violenza minima strettamente necessaria" diretta a impedire che ciascuno si faccia giustizia da solo (Luigi Ferrajoli), ha anche una funzione di deterrenza e di difesa sociale.
Ma ognuna di queste funzioni deve essere letta, interpretata, lumeggiata dall'articolo 27. Con questa luce sul fondo, Bortolato e Vigna raccontano il carcere e la sua vita quotidiana. Non quello descritto come un grand hotel da chi sta fuori. Perché, ricordano gli autori, se nel 1949 il protagonista di Riso amaro diceva "Il carcere l'ha inventato qualcuno che non c'è mai stato", oggi possiamo dire che solo chi non ha mai messo piede dentro le mura di una prigione può pensare che "dentro si vive meglio che fuori".
Il carcere delle pagine di Bortolato e Vigna è quello reale: con le sue celle triple e i tre metri quadri per detenuto, le ore d'aria, la "socialità", le celle aperte sui corridoi ma più spesso chiuse (per rendere più facile la sorveglianza), i difficili tentativi di "sorveglianza dinamica", i regolamenti, lo studio, i lavori, le diverse mansioni affidate ai detenuti, i suicidi, i colloqui, i rapporti col personale, i rumori, la televisione in ogni cella sempre accesa (ma chi decide il canale?).
Il tutto, raccontato con linguaggio chiaro che, pur non rinunciando ad affrontare i complessi aspetti tecnici della materia, rende la lettura godibile anche da parte di un pubblico non specialistico. Con la stessa chiarezza gli Autori spiegano, sfatando altrettanti luoghi comuni, tutte le famose "misure alternative" al carcere: quali sono, quando e come si possono applicare, a cosa mirano, quali difficoltà incontrano. E anche qui, numeri e percentuali parlano da soli. Ne ricordiamo una: su dieci detenuti, in Italia, sette tornano a delinquere.
Ma questa recidiva crolla (fino all'uno per cento!) per quei condannati che stando in carcere hanno potuto lavorare. Basterebbe questo dato per confermare l'assunto centrale del libro: creare condizioni di vita più dignitosa per i detenuti e aprire il carcere alla società non significa soltanto essere più umani. Vuol dire anche creare più sicurezza per tutti i cittadini. A riprova del fatto che l'umanità può essere momentaneamente sconfitta, può essere irrisa, umiliata, apparire ingenua e velleitaria di fronte al male. Ma, alla fine, vince.
di Antonio Carioti
Corriere della Sera, 29 ottobre 2020
"Ho scelto la vita. La mia ultima testimonianza pubblica sulla Shoah" di Liliana Segre (prefazione di Ferruccio de Bortoli, a cura di Alessia Rastelli, pp. 64) è edito dal "Corriere della Sera", con il sostegno e la partecipazione di Esselunga e sarà in edicola gratis con il quotidiano venerdì 30 ottobre. La senatrice sopravvissuta ad Auschwitz parla alle nuove generazioni. E a tutti noi. In un volume il discorso che conclude le sue testimonianze sulla Shoah.
Tutto cominciò nel settembre del 1938 per Liliana Segre, quando era ancora una bambina che si apprestava a frequentare la terza elementare. Lo racconta la senatrice a vita nella testimonianza resa a Rondine (Arezzo) il 9 ottobre scorso e pubblicata nel volume Ho scelto la vita, a cura di Alessia Rastelli, in edicola venerdì 30 ottobre con il "Corriere della Sera". Le dissero il papà e i nonni: "Tu non puoi più andare a scuola". All'improvviso era "diventata invisibile": una reietta da escludere, costretta a lasciare le compagne, senza alcuna colpa se non quella di essere ebrea. Possiamo solo immaginare che trauma sia stato per lei e per migliaia di altri bambini nelle stesse condizioni.
Erano gli effetti più assurdi e crudeli del decreto "per la difesa della razza nella scuola fascista", primo passo della legislazione antisemita introdotta da Benito Mussolini per cementare l'alleanza con il Terzo Reich di Adolf Hitler, l'Asse costituito nel 1936 che avrebbe portato il nostro Paese alla guerra e alla rovina.
Bisogna però chiarire un punto. L'Italia non adottò le leggi razziali perché la Germania lo avesse chiesto. Non esiste alcun documento che dimostri pressioni di Berlino su Roma in quella direzione. Semplicemente il dittatore fascista non voleva essere da meno del suo omologo tedesco, anzi ambiva a rivaleggiare con lui per diventare il punto di riferimento dei vari movimenti di stampo fascista attivi in Europa, animati in genere da una feroce ostilità antiebraica.
Per tornare al decreto che colpì la piccola Liliana, conviene forse andare a rileggere che cosa scriveva nel suo diario all'epoca Giuseppe Bottai, che nel 1938 era ministro dell'Educazione nazionale. Il 2 settembre presenta il provvedimento antisemita in Consiglio dei ministri e confessa di provare "una tal qual commozione" per la sorte degli insegnanti e degli alunni che verranno espulsi. Si rende conto che sta perpetrando un abuso, eppure procede disciplinatamente.
Quando poi gli vengono riferite le critiche di un altro gerarca, Italo Balbo, contrario alle leggi razziali, Bottai replica "che in un regime come il nostro le direttive del Capo si accettano o non si accettano; che per non accettarle occorrono motivi di irresistibile resistenza morale; che a tanto non arrivano le riserve secondo me possibili sul "metodo" della lotta antisemita".
Qui misuriamo l'effetto corruttore dei sistemi totalitari, la narcosi della coscienza che provocano negli individui in nome dell'obbedienza assoluta a capi ritenuti infallibili. In un clima del genere coloro che non sono affetti dal fanatismo ideologico finiscono tuttavia per abbandonarsi alla passività, per scivolare nel male denunciato con gran forza da Liliana Segre in tutti i suoi interventi pubblici: l'indifferenza.
Quanti, anche all'interno del regime, pensavano che le leggi razziali fossero un sopruso, ma si rimisero alla volontà del Duce? E quanti le accettarono, anche sulla base di antichi pregiudizi? Del resto la Chiesa cattolica presentava gli ebrei come "perfidi", per non parlare dell'accusa assurda, ma ripetuta tanto a lungo, di "deicidio" per la crocifissione di Gesù.
Si slittò così gradualmente sul piano inclinato che durante l'occupazione nazista portò a trasformare gli ebrei italiani, come scrive Ferruccio de Bortoli nella prefazione del volume, "da persone in oggetti di scarto". Esseri privati della loro individualità, da eliminare come insetti nocivi o, se abili al lavoro, da sfruttare fino allo sfinimento come bestie da soma. Un intero popolo da estirpare sistematicamente, con procedure mutuate dall'industria moderna.
La logica del lager era profondamente disumanizzante. Metteva i deportati gli uni contro gli altri, li induceva a chiudersi nella loro disperazione, distruggeva ogni forma di solidarietà. "Noi non volevamo sentire, non volevamo sapere. Giorno dopo giorno diventavamo più egoiste", racconta Liliana Segre di sé stessa e delle sue compagne di sventura.
Eppure la senatrice a vita, che aveva 13 anni quando fu deportata il 30 gennaio 1944, riuscì a conservare la voglia di vivere e il senso di umanità fino all'ultimo. Anche durante la "marcia della morte", quando venne condotta via da Auschwitz mentre i sovietici si avvicinavano, seppe rinunciare alla tentazione della vendetta, all'impulso di rendere a uno dei suoi aguzzini quello che aveva subito. "Il capo dell'ultimo lager in cui ero stata - racconta Liliana Segre nella sua testimonianza - gettò a terra la pistola. Avrei potuto raccoglierla e ucciderlo. Ma non lo feci. E da quel momento sono diventata quella donna libera e quella donna di pace che sono anche adesso".
Scegliere la vita e la pace, tuttavia, non significa perdonare. Ci sono orrori sui quali non si può passare un colpo di spugna, che continuano a pesare su tutti coloro che si macchiarono di complicità con il genocidio degli ebrei. Furono i nazisti ad attuare le deportazioni e lo sterminio, ma quel crimine spaventoso - non bisogna dimenticarlo - grava anche su una parte del nostro Paese. La Repubblica sociale fascista fondata da Mussolini, riportato in auge dai tedeschi dopo l'armistizio dell'Italia con gli Alleati e la tragedia dell'8 settembre 1943, dichiarò subito che gli ebrei erano da considerare stranieri e nemici, poi ne decretò l'internamento, premessa della successiva destinazione verso i lager della morte. Alla Shoah parteciparono anche nostri connazionali, sul piano politico e su quello più direttamente operativo. Non siamo un Paese solo di Giusti, anche se ci fu chi rischiò la vita per salvare gli ebrei.
Liliana Segre, nelle pagine del libro edito dal "Corriere della Sera", ci ricorda che cosa avvenne, a quale livello di abiezione possano giungere gli esseri umani quando bollano come nemici i propri simili non per quello che hanno fatto, ma per l'etnia, la religione, il colore della pelle, le idee. Al tempo stesso invita a non coltivare l'odio, pur senza mai rinunciare alla ricerca della giustizia e al dovere della memoria. Una lezione purtroppo attuale anche oggi. Perché la storia non si ripete mai allo stesso modo, ma ripropone spesso, davvero troppo spesso, orrori analoghi.
di Fabio Martini
La Stampa, 29 ottobre 2020
Telefonata fra Sassoli e Von der Leyen, oggi la proposta potrebbe essere discussa dai leader Ue. Serve ancora una mattinata di consultazioni, non è detto che arrivi in porto, ma l'ipotesi è suggestiva, clamorosa, per certi versi storica: arrivare ad un lockdown europeo. Con un'intesa, non necessariamente, tra tutti e 27 dell'Unione, ma con una ragionevole maggioranza dei Paesi, che potrebbero adottare un provvedimento di chiusura, sia pure valutando misure adattate alle diverse realtà nazionali.
Se ne è parlato ieri sera in una telefonata tra il presidente del Parlamento europeo David Sassoli e la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen. Il primo ha suggerito l'ipotesi e la seconda, dopo averci ragionato assieme, ha apprezzato e ha assicurato di pensarci, valutando la possibilità di farla propria e presentarla oggi al Consiglio europeo straordinario, convocato nel tardo pomeriggio in videoconferenza. Non è ancora una presa in "carico" ma c'è l'idea di parlarne questa mattina in via preliminare con alcuni capi di governo. Si consumerà dunque una mattinata di consultazioni e anche se la proposta potrebbe cadere, senza essere portata al Consiglio, ieri sera era un'ipotesi in piedi, che persuadeva la presidente della Commissione.
Una proposta che in partenza sconta già l'impossibilità di trovare l'unanimità dei 27, un Paese come la Svezia, da mesi ormai, si è attestato sulla linea radicale della non-chiusura, scartando ogni ipotesi anche soft di lockdown e dunque, si valuta a Bruxelles, non aderirà mai ad un accordo così vincolante. E lo stesso atteggiamento di chiusura potrebbe essere assunto da altri Paesi.
Ma l'ipotesi accarezzata da Von der Leyen e Sassoli non è quella di un voto, di un impegno vincolante per tutti, ma invece di una proposta della Commissione aperta all'adesione degli Stati membri. Anche se dovesse essere presentata nella formula più soft, Von der Leyen vuole prima parlarne con i Paesi-guida dell'Unione e questa mattina - prima del vertice - chiederà cosa ne pensino la Cancelliera Angela Merkel, il presidente francese Emmanuel Macron e naturalmente anche i leader dei Paesi che finora hanno maggiormente resistito ad ogni restrizione delle libertà personali.
Nelle ultime 48 ore, Germania, Francia e Olanda hanno ceduto all'idea di misure più drastiche, i prossimi Paesi destinati a "cedere" sono Spagna e Belgio: tutti questi Paesi assieme all'Italia e agli altri che hanno già adottato chiusure parziali - si ragiona a Bruxelles - potrebbero sentirsi "alleggeriti" da un lockdown su vasta scala. E nell'eventualità che la proposta arrivi al tavolo dei 27 e sia accettata, si immaginava come suggestiva l'ipotesi che, sia pure per un limitato periodo di tempo, in buona parte dei Paesi dell'Ue possano avere libertà di circolazione soltanto gli studenti, che lontani da qualsiasi assembramento, vedrebbero diminuire le possibilità di essere contagiosi.
La presidente della Commissione, in vista del vertice straordinario di oggi, ha sostenuto che la situazione della pandemia di coronavirus è "molto seria" e "occorre intensificare la nostra risposta nell'Unione europea", invitando tutti gli Stati membri a collaborare strettamente nella lotta al Covid-19 che in Europa in questo momento corre veloce. Per potenziare il tracciamento e intensificare l'accesso ai test rapidi con risultato in 15 minuti, anche se meno affidabili, Bruxelles ha stanziato 100 milioni di euro. Serve agire tutti insieme". E sempre con l'idea di un'azione comune e ben coordinata ha proposto: "I test antigenici rapidi stanno arrivando sul mercato. Questo può avere un ruolo significativo ma noi proporremo un approccio comunitario alla loro approvazione e utilizzo".
di Andrea Galli
Corriere della Sera, 29 ottobre 2020
Guerriglia urbana, l'analisi nel vertice in Prefettura: esponenziale crescita dell'aggressività da parte della fascia dei 14-16 anni. L'incontro è su Internet, sono le chat a lanciare la chiamata a raccolta.
In un quadro mutevole, dunque ancor più minaccioso, il vertice in Prefettura sull'ordine pubblico ha cristallizzato il seguente scenario. Lo ha fatto dopo le violenze di lunedì e prima dell'annunciata manifestazione di giovedì, per la quale il questore Sergio Bracco ha diffidato i promotori ufficiali (il movimento imprese italiane) dall'organizzare l'evento stesso, alle 17 in via Clerici, a Bresso. C'è un punto di partenza obbligatorio, analizzando sempre l'ultima guerriglia e l'attuale periodo storico. La manifestazione era stata di fatto "promossa" da commercianti, baristi e camerieri, i quali poi non sono riusciti a gestire la situazione.
La dissociazione della categoria, si sente ripetere dagli operatori della sicurezza, è il minimo che si potesse fare. Offensivo pensare che basti. E non venga accolto come giustificazione un primo dato oggettivo: i promotori non hanno firmato nessun atto distruttivo. L'incapacità di governare la piazza è un secondo dato oggettivo (e loro erano pur sempre lì, a riempire lo spazio e impegnare agenti). Ma allora chi dirigeva? Non i neofascisti associati agli ultrà. I primi, in particolare, si sono isolati già nelle iniziali fasi. C'erano anche militanti anarchici, "riconducibili all'area di via Gola", ugualmente, in linea generale, "distanti".
Questa frammentazione dello schieramento (proprio mai s'erano visti movimenti antitetici, abituati a fronteggiarsi, stare invece a fianco) risponde a trame nazionali, come spiega un investigatore di via Moscova. La contemporaneità dei disordini in più città, che ha risposto a un coordinamento, ha generato un'estrema difficoltà nel modulare in anticipo gli spostamenti dei reparti mobili come ausilio mirato in una zona d'Italia anziché un'altra. La medesima frammentazione introduce un'ulteriore criticità: la mancanza di un interlocutore, o più interlocutori, con i quali dialogare nella contrapposizione delle parti, esasperata nell'offensiva contro carabinieri e poliziotti, i primi obiettivi dei violenti.
Ed eccoci arrivati a loro. In Questura invitano a osservare l'esponenziale crescita dell'aggressività, che spesso sfocia in episodi di baby gang, da parte della fascia dei 14-16 anni, successiva al lockdown. Giovani rabbiosi, anzi per esplicitare meglio "incazzati contro il mondo", che non hanno nel mirino le recenti misure del Governo. Forse le ignorano pure.
Questa rabbia, in relazione alla provenienza geografica, a cominciare dalla periferia settentrionale (i gruppi più numerosi sono partiti dal quadrante viale Monza-via Padova-Lambrate) richiama il disagio delle seconde e terze generazioni di figli di migranti. Tema ampio, enorme, una tema con puntualità alla ribalta di Milano, e drammaticamente soggetto a manipolazioni dei politici, un tema che di per sé fa capire come sia rischioso demandare tutto alle forze dell'ordine evitando un'analisi su cosa è stato fatto nei decenni dai governanti locali.
Non si deve poi dimenticare l'"apporto" numerico dall'hinterland, in una composizione urbanistica e sociale, dice un investigatore, che non limita il malessere agli estremi lembi milanesi, ma interseca l'intera città metropolitana. Sono ragazzi che (forse) non hanno un preciso spazio fisico, dove per esempio provare a cogliere il fermento come potevano essere, cinquant'anni fa, agli esordi del terrorismo, la Statale e la Siemens. L'incontro è su Internet; sono le chat a lanciare la chiamata a raccolta, convocare in tempo zero decine di giovani, comunicare ritrovi, fomentare, suggerire piani. Una "improvvisazione strutturata", che spaventa i non addetti ai lavori; in queste ore istituzioni società di vigilanza hanno chiesto con insistenza: proteggeteci, interpretando carabinieri e poliziotti come un servizio ad personam.
Ma non esiste un'agenda del futuro. E non si può essere ovunque a difendere ogni Palazzo, ogni strada commerciale. Proprio perché i ragazzi sono imprevedibili, se non forse con un'insistita attività di prevenzione capace di cogliere i famosi segnali sul territorio che interrogano per prime famiglie e scuola. A settembre, a Milano il capo della polizia Franco Gabrielli aveva presieduto una riunione "interna". Aveva illustrato le criticità di mesi complicati e s'era richiamato allo sforzo instancabile di "leggere" la città e la provincia, di interpretarla ancor prima di "starci" fisicamente, di adattare le azioni a seconda dell'interlocutore, della sua provenienza, delle sue istanze, di cosa si porta dietro e dentro.
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