genova24.it, 28 ottobre 2020
Tre poliziotti positivi e 5 in isolamento fiduciario. La Uil-Pa: "Abbiamo scritto al presidente Toti affinché solleciti la Asl". Cresce il contagio nel carcere di Pontedecimo. L'allarme viene lanciato dal segretario della Uil-Pa che in una nota spiega che i detenuti positivi al Covid sono saliti a 6, "mentre per la Polizia Penitenziaria, causa lentezza dei tamponi in attesa oltre ai tre colleghi già positivi, ulteriori 5 poliziotti sono in domiciliazione fiduciaria". "Occorre tamponare tutti", poliziotti e detenuti e dichiarare il coprifuoco, evitare qualsiasi forma di colloqui di presenza, attivare tutte le procedure a distanza anche per udienze in Tribunale". "Ancora una volta un detenuto in isolamento fiduciario è stato tradotto in Tribunale - dice il sindacato - ed era in cella con detenuto positivo al Piano Terra dell'Istituto genovese"
A Pontedecimo ci sono attualmente 149 detenuti 80 Uomini e 69 Donne e circa un centinaio di Poliziotti Penitenziari (tra uomini e donne). "Non riusciamo a capire come mai ad oggi l'Amministrazione Penitenziaria non ha provveduto a sollecitare con urgenza l'Asl di competenza aa un celere intervento e per questo motivo stamani abbiamo scritto al presidente della Regione Liguria Giovanni Toti affinché si adoperi anche su una serie di ulteriori misure che riteniamo indispensabili.
askanews.it, 28 ottobre 2020
Sono 50 i detenuti positivi al Covid-19 nel carcere di Milano San Vittore; 16 i casi censiti a Bollate e uno ad Opera. I poliziotti positivi sono complessivamente 21 nei tre istituti penitenziari della città. A rendere noti i dati è il segretario generale del sindacato polizia penitenziaria S.PP. Aldo Di Giacomo. "I dati sicuramente preoccupano, ma preoccupa di più l'immobilismo da parte dell'amministrazione penitenziaria", ha detto Di Giacomo.
Secondo il segretario generale, "bisognerebbe impedire i colloqui con i familiari e l'accesso di tutte quelle persone non indispensabili per un periodo limitato, garantendo comunque loro la possibilità di avere contatto con i loro familiari detenuti" in streaming.
"I dati forniti dall'amministrazione penitenziaria - ha detto - sembrano sottostimare il problema o comunque non aggiornati in tempo reale, in quanto i dati forniti dalle nostre strutture ci dicono che i numeri dei contagi sono maggiori".
Per Di Giacomo, "le strutture carcerarie milanesi non sono in grado di poter ospitare e curare decine di detenuti infetti. La maggiore preoccupazione deriva da ciò che potrebbe succedere dal propagarsi del virus in carceri come quello di Milano San Vittore dal punto di vista dell'ordine pubblico ossia di eventuali possibili rivolte. Le organizzazioni criminali all'interno delle carceri italiane sono ancora molto forti e pronte a fomentare nuove rivolte".
di Giuseppe Cozzolino
fanpage.it, 28 ottobre 2020
Quattro detenuti positivi nel carcere di Poggioreale, altri sei in isolamento. Venerdì fiaccolata all'esterno del carcere da parte dei parenti dei detenuti, preoccupati per le condizioni dei propri cari all'interno della struttura di reclusione napoletana, dove si trovano oltre duemila persone.
Sono quattro i nuovi casi di coronavirus all'interno del carcere di Poggioreale. Per altri sei detenuti invece si è in attesa di tampone, ma per ora si trovano in isolamento rispetto agli altri reclusi, per evitare che il focolaio possa espandersi. Il coronavirus, insomma, non teme neppure i muri del carcere, ed ha fatto breccia all'interno della struttura detentiva napoletana intitolata a Giuseppe Salvia, il responsabile del reparto di massima sicurezza del carcere stesso che venne ucciso il 14 aprile del 1981 dalla Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, in un agguato sulla Tangenziale di Napoli, nei pressi dell'uscita dell'Arenella.
I quattro casi sono al momento isolati: si tratta di tre persone risultate positive subito dopo l'ingresso in carcere, avvenuto dopo la convalida dell'arresto, mentre il quarto caso riguarda un detenuto nel padiglione Roma che, dopo aver manifestato sintomi comuni all'infezione da Covid-19 come febbre e tosse, è stato sottoposto al test del tampone che ha sciolto ogni dubbio riguardo la sua positività. Sarebbe in ogni caso l'unico dei quattro ad essere paucisintomatico.
La sua positività al coronavirus ha fatto scattare l'allarme e l'isolamento per i sei compagni di cella, a scopo precauzionale e che saranno sottoposti a tampone nelle prossime ore. Intanto, c'è apprensione all'esterno da parte dei parenti dei detenuti: all'interno della struttura risultano al momento 2.173 reclusi più il personale della struttura stessa. Il timore dei parenti per la salute dei propri cari ha fatto sì che per venerdì 30 ottobre gli stessi faranno una fiaccolata proprio per richiedere massima attenzione al problema dei reclusi, alle prese come tutti con il Covid che non conosce barriere, muri o celle.
radiogold.it, 28 ottobre 2020
Ieri sera i detenuti del Carcere Cantiello e Gaeta di Alessandria hanno dato vita a una rumorosa forma di protesta: in molti hanno infatti sbattuto oggetti contro le grate delle celle. "Una manifestazione sintomo di malessere e preoccupazione per l'emergenza coronavirus in atto e le sue inevitabili conseguenze sulla vita carceraria" ha spiegato a Radio Gold la direttrice Elena Lombardi Vallauri "nei giorni scorsi avevamo percepito che tutto ciò sarebbe potuto accadere. Voglio precisare che tutto questo non sta però degenerando né in forme di violenza o in atti di vandalismo".
varesenews.it, 28 ottobre 2020
Tracciamento su tutti i soggetti che hanno avuto contatti coi positivi, sottoposti a tampone. La direttrice: "Seguiti i protocolli ministeriali". Un agente di polizia penitenziaria in servizio al carcere dei Miogni è risultato positivo al tampone SarsCov2, così come un detenuto della struttura: sono in atto tutte le misure di tracciamento e isolamento previste dalle norme. Lo conferma la direttrice della casa circondariale di Varese Carla Santandrea.
L'agente è presso il suo domicilio in quarantena mentre il detenuto, asintomatico, verrà trasferito al carcere milanese di San Vittore dotato di strutture sanitarie adeguate. "È stato eseguito il tracciamento di tutte le persone venute a contatto coi due positivi. Nel caso dei detenuti sono stati posti in isolamento e sottoposti a doppio tampone che ha dato esito positivo solo per un soggetto", ha spiegato la dirigente aggiungendo che "tutte le misure adottate sono state prese in base alle linee guida". In una Circolare del 14 ottobre 2020 il ministero della Giustizia ha reso noto documenti e comportamenti da seguire da parte dell'amministrazione penitenziaria per la gestione di casi Covid all'interno delle carceri, specificando i periodi di isolamento e quarantena a seconda dei casi
redattoresociale.it, 28 ottobre 2020
A lanciare la proposta i consiglieri di Sinistra Progetto Comune Dmitrij Palagi e Antonella Bundu con Massimo Lensi dell'Associazione Progetto Firenze e l'Osservatorio carcere Camera Penale di Firenze.
"L'aumento dei contagi del virus è una condizione che le persone libere possono contrastare con responsabilità e con la piena consapevolezza dei rischi, avendo a disposizione un sistema sanitario che, seppur sotto pressione, riesce a garantire risposte e un'informazione capillare. Nelle istituzioni totali non è così, in particolare negli istituti penitenziari.
In questi luoghi - spiegano i consiglieri di Sinistra Progetto Comune Dmitrij Palagi e Antonella Bundu con Massimo Lensi dell'Associazione Progetto Firenze e l'Osservatorio carcere Camera Penale di Firenze - vigono paura e senso di abbandono. La stessa edilizia penitenziaria, strutturata in celle dove la promiscuità è regola, unita al sovraffollamento cronico degli istituti inducono a temere il peggio. Il distanziamento è utopia e le condizioni igieniche sono pessime.
Nonostante molti istituti stiano predisponendo misure adeguate di isolamento preventivo per i casi sospetti, tutto ciò potrebbe non bastare nel malaugurato caso di una diffusione dei contagi. Occorre quindi alzare rapidamente il livello dell'attenzione e facilitare la rapidità diagnostica, ad esempio promuovendo la vaccinazione anti-influenzale, come si sta facendo fuori dalle carceri"
"Perciò - continuano - pur sperando che si sta già provvedendo, ci sentiamo ugualmente in dovere di rivolgere un pressante appello ai nuovi assessori regionali alla sanità, Simone Bezzini, e alle politiche sul carcere, Serena Spinelli, affinché i 3.247 detenuti negli istituti toscani (dati del 30 settembre scorso) siano inclusi nelle categorie considerate a rischio e sia offerta loro la vaccinazione anti-influenzale, attraverso una campagna interna agli istituti penitenziari da attuare in collaborazione con il Prap (Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria).
E infine: "L'assistenza sanitaria alla popolazione detenuta è di competenza del Servizio sanitario regionale. Riteniamo importante - concludono Palagi, Bundu e Lensi - che la Regione attivi velocemente, anche attraverso una corretta e documentata informazione, una campagna che illustri i comportamenti a rischio e raccomandi l'impiego della vaccinazione anti-influenzale in carcere. Bisogna, però, far presto. Il tempo della burocrazia è molto più lento di quello che l'emergenza sanitaria in atto consente. E oggi il vaccino anti-influenzale può ragionevolmente aiutare a distinguere i sintomi del più pericoloso Covid-19".
cuneocronaca.it, 28 ottobre 2020
Riceviamo dalla Segreteria provinciale Fp-Cgil e pubblichiamo: "Quando si parla di realtà carceraria e del suo sovraffollamento, che riguarda una buona parte degli istituti di pena italiani, si pensa quasi sempre ad un problema di giustizia civile che dovrebbe intervenire per dare risposte allo stato della detenzione nel nostro paese.
Si realizza quanto significhi la convivenza fisicamente ravvicinata, per questioni di mancanza di spazi interpersonali, solo quando sopraggiungono fattori esterni importanti come quello pandemico.
Durante il precedente lockdown già il problema si era posto in modo allarmante, oggi, con l'esplosione della seconda ondata, il mondo carcerario che, sottolineiamo, è composto da carcerati e personale addetto, sta rischiando l'effetto a catena dei contagi a causa dell'impossibilità nel raggiungere il tanto evocato distanziamento fisico. Nel carcere di Saluzzo, per avvicinare lo sguardo alla realtà della nostra provincia, la situazione pare sfuggire di mano di giorno in giorno. Oltre ai carcerati il numero di agenti e personale civile già in stato di positività conclamata è preoccupante, senza tenere conto dei dipendenti che sono attualmente in autoisolamento con sintomi.
È evidente che nel microcosmo carcerario, che rappresenta in piccolo la realtà più estesa e complessa dell'intero paese, sarebbe essenziale, in tempi stringenti e in modo sistematico, un tracciamento dei contatti e relativi tamponi per determinare i contagi esistenti e limitarne i danni. Lo affermiamo da mesi, lo abbiamo nuovamente ribadito a settembre quando, in prospettiva alla seconda ondata che si avvicinava, abbiamo richiesto con insistenza che venissero sottoposti tutti i dipendenti, non solo i carcerati, al test sierologico, ben consapevoli di quanto la costrizione in spazi limitati potesse nuovamente precipitare la popolazione carceraria, tutta, in un girone infernale di contagi e malattia.
La seconda ondata di Covid-19 dovrebbe trovarci, lo auspichiamo fortemente, un poco più preparati. Come Fp-Cgil chiediamo che la sanità pubblica si faccia carico urgentemente di estendere i tamponi a tutto il personale di servizio, permettendo, in questo modo, il monitoraggio e la tutela nei confronti delle rispettive famiglie e, in prospettiva, di tutta la popolazione".
Il Messaggero, 28 ottobre 2020
Omicidio di Mammagialla, il vizio di mente dell'imputato è parziale. La perizia psichiatrica di Giovanni Battista e Simona Traverso sull'assassino di Giovanni Delfino è stata illustrata ieri, davanti alla Corte d'Assise.
Secondo i due psichiatri Sing Khajan, l'indiano 35enne che la notte del 29 marzo 2019 colpì a morte il compagno di cella, non sarebbe totalmente incapace di intendere e volere. Il verdetto dei due professionisti, che hanno accertato che l'imputato è affetto da patologia di natura psichiatrica e lo hanno dichiarato socialmente pericoloso, non escluderebbe però la condanna. La parzialità del vizio mentale potrebbe portare al trentenne solo uno sconto di pena.
I periti durante l'udienza hanno infatti affermato che Sing non sarebbe incompatibile con una Rems (residenza per l'esecuzione della misura di sicurezza). Al momento l'imputato, proprio per i diversi episodi di squilibrio, è rinchiuso in una cella di Mammagialla del reparto detenuti psichiatrici, ed è guardato a vista.
L'omicidio di cui è imputato si è consumato in carcere; vittima il compagno di cella. Futili i motivi: il litigio tra i due sarebbe legato alla scelta del canale televisivo da vedere o da un accendino non trovato. Il 61enne viterbese era in carcere da agosto. Detenuto per un cumulo di piccole pene, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale, avrebbe dovuto scontare un anno e 9 mesi. Alla libertà mancava poco più di un anno, ma la mano di Khajan gli ha tolto la vita. Sul corpo di Delfino è stata eseguita l'autopsia dal professor Massimo Lancia, che ha confermato una morte violenta.
Sing arrivò a Mammagialla dopo aver tentato di uccidere un detenuto nel carcere di Civitavecchia e prima ancora un uomo a Cerveteri. Un comportamento che le autorità carcerarie avrebbero sottovalutato, lasciando il detenuto nel braccio dei comuni senza un'adeguata sorveglianza. Proprio per questo il pm Franco Pacifici ha aperto un altro fascicolo. La prossima udienza, fissata per domani, sarà l'ultima. Alle 10,30 è prevista la discussione con la richiesta di pena da parte dell'accusa. Al termine la sentenza.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 28 ottobre 2020
"Violato l'articolo 34 della Convenzione": nuovo ricorso alla Cedu degli avvocati del detenuto che denunciano il Dap per omissione d'atti di ufficio. Succede raramente che la Corte Europea di Strasburgo (Cedu) emetta un ordine specifico (scaturito dalla procedura 39) nei confronti del governo italiano. Ma quest'ultimo non solo non ha rispettato ciò che la Corte ha richiesto, ma secondo i legali Michele Passione, Claudio Solazzo e Marina Silvia Mori avrebbe anche peggiorato la situazione del detenuto (a rischio suicidario a causa della sua condizione psichica) che vi ha fatto ricorso. Ciò potrebbe comportare la violazione dell'articolo 34 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. La Cedu, come reso pubblico da Il Dubbio, ha intimato lo Stato Italiano di proteggere il detenuto e curarlo in attesa della decisione sull'istanza della detenzione domiciliare.
Traferito nel carcere di Santa Maria Capua Vetere - Un uomo di 38 anni che durante la sua carcerazione in alta sicurezza, ha tentato ben quattro volte il suicidio nel momento del ricorso alla Cedu. Ma nel frattempo ha compiuto altri due tentativi di impiccagione in un ambiente carcerario incompatibile con la sua problematica psichica. Non solo. Invece di mandarlo in una comunità, o almeno in una articolazione psichiatrica, è stato trasferito nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Più precisamente nella famigerata sezione AS, reparto "Tamigi", teatro di recenti presunti abusi da parte degli agenti penitenziari.
Quindi, non solo si è ritornati al punto di partenza, ma c'è stato anche un peggioramento perché - in barba al rispetto della territorialità della pena - si trova recluso in una zona distante dal luogo dei familiari. Sì, perché ciò impedisce il mantenimento dei frequenti rapporti con i propri cari raccomandati dalla relazione sanitaria del carcere di Spoleto (dove era recluso tempo fa) proprio per la loro valenza terapeutica. A ciò si aggiunge il fatto che non effettua più i colloqui giornalieri con lo psichiatra. Altro elemento che costituisce la violazione della decisione assunta dalla Cedu.
Non finisce qui. Il Dap ritarda l'invio della documentazione richiesta al Tribunale di Sorveglianza - Come detto, si è in attesa di una decisione da parte del tribunale di sorveglianza di Bari in merito alla "scarcerazione" del recluso per motivi di salute psichica (di recente la Consulta l'ha equiparata a quella di salute).
Ma cosa è accaduto? Per ben due volte il Tribunale di sorveglianza barese ha dovuto rinviare il procedimento a causa del Dap che ritarda nel mandare la documentazione richiesta. Quale? In particolare non è ancora giunta la nota nella quale la direzione sanitaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere riferisca se il detenuto sia attualmente ristretto in una sezione "ordinaria" o meno e le eventuali ragioni di tale scelta. Oltre a ciò ancora non hanno pervenuto il programma trattamentale approntato nei riguardi del detenuto. Questo ritardo nel mandare la documentazione ha comportato ben due rinvii di una decisione che si attende ormai da oltre un anno.
"Stupisce - scrivono nella memoria gli avvocati Michele Passione e Marina Silvia Mori - che alla immediata comunicazione tra il tribunale di sorveglianza e il Governo non corrisponda una collaborazione altrettanto efficiente tra il Dap (che fornisce documenti al governo) e il Tribunale, nonostante le formali richieste dell'organo giurisdizionale, specie in presenza di una misura provvisoria emessa dalla Corte e temporaneamente connessa alla pronuncia da parte della Sorveglianza".
Per questo motivo l'avvocato Passione del foro di Firenze è passato all'azione depositando una denuncia nei confronti del Dap per omissione d'atti d'ufficio. Contemporaneamente l'avvocata Mori ha richiesto una nuova procedura urgente alla Cedu, per metterla anche al corrente della palese violazione dell'articolo 34 della convenzione. Il caso, grazie a una interlocuzione avviata dagli avvocati, potrebbe approdare in parlamento tramite una interrogazione rivolta al ministro della Giustizia.
di Luca Natile
Gazzetta del Mezzogiorno, 28 ottobre 2020
Paolo Abbrescia si è presentato in carcere per il colloquio quando ha saputo del ricovero del padre in Rianimazione. "Non è possibile, suo padre sta male", si è sentito rispondere e ha depositato una denuncia sui fatti accaduti.
"Mio padre aveva quasi completamente pagato il suo conto alla giustizia. Tempo un anno e mezzo, calcolando le possibili riduzioni derivanti dalla buona condotta ma soprattutto dall'aggravamento delle sue malattie, probabilmente sarebbe uscito dal carcere e avrei potuto riabbracciarlo. È malato da molto, molto tempo.
Sono rimasto da solo a prendermi cura di lui. Ho chiesto due volte negli ultimi mesi, considerato il rapido aggravamento delle sue condizioni, soprattutto a causa dell'Alzheimer e poi in seguito ad un intervento di ernioplastica alla colonna vertebrale, che gli venisse concessa la detenzione domiciliare a casa mia. Ma nessuna delle istanze è stata accolta.
Venerdì 16 sono andato in carcere per il colloquio ma mi hanno detto che non era possibile vederlo e parlargli perché non si sentiva bene. Il giorno dopo mi hanno telefonata dicendomi che le sue condizioni si erano aggravate e che era stato ricoverato in coma al Policlinico. È stato un colpo al cuore. Ora è in Rianimazione, gli hanno messo un tubicino nella gola per farlo respirare. Mi hanno detto che è immobile, quasi fosse un vegetale. Ho paura che non lo vedrò più".
Paolo, 45 anni, non riesce a darsi pace. È il figlio di Francesco Abbrescia, 66 anni, un nome un tempo legato agli ambienti della malavita, considerato vicino al gruppo Fiore. Sta scontando una condanna a 12 anni carcere emessa del Tribunale di Brindisi per reati di droga. "Ha trascorso quasi metà della sua esistenza in carcere mio padre - spiega il figlio - ma non è mai stato un mafioso. Era cambiato, era un uomo solo e malato, due semi paresi facciali quasi gli impedivano di parlare. Aveva perso la lucidità e anche i colloqui in carcere o quelli in videoconferenza erano diventati un supplizio. Sperava di poter tornare a casa. Io lo avrei aiutato a curarsi".
Dopo aver saputo del coma, Paolo Abbrescia si è presentato nell'ufficio denunce della Questura ed ha depositato una denuncia/querela di tre pagine più 10 pagine di allegato in cui ricostruisce la "storia clinica" del genitore, la tempistica e le ragioni delle istanze con le quali, nonostante non il genitore non avesse raggiunto complessivamente la pena per la concessione del beneficio della detenzione domiciliare, ne chiedeva comunque il riconoscimento in quanto il suo stato di salute avrebbe potuto essere incompatibile "con il regime inframurario in carcere".
"Dopo tanti anni che cercavo di portarlo a casa, per le sue malattie che non possono essere guarite ora è in coma. Diabete ad uno stadio molto avanzato, Alzheimer, calcoli renali, ernie. Soffriva. Ritengo ingiusto che sia rimasto in carcere nonostante il suo stato. Non era più lucido al punto che sono stato io a firmare per lui l'autorizzazione ultima perché venisse sottoposto ad un intervento alla colonna vertebrale. Le ultime richieste per i domiciliari le abbiamo presentate quando abbiamo capito che la sua salute stava precipitando ossia il 5 maggio e poi il 19 settembre. Sono state entrambe rigettate. Non ce l'ho con i giudici, e neppure con i medici ma temo che qualche cosa non abbia funzionato nello scambio di informazioni sul suo stato di salute".
- Roma. A Rebibbia picchiano una detenuta, due agenti penitenziari sospesi
- Napoli. Dopo quasi 3 anni ai domiciliari deve andare in carcere per un cavillo
- Siracusa. Un immobile confiscato alla mafia diventerà una sartoria per ex detenuti
- Brindisi. Polemiche sul carcere, interviene il Garante dei detenuti
- Errori e ritardi che ora pesano










