di Simona Musco
Il Dubbio, 27 ottobre 2020
Il guardasigilli consulta avvocati e Anm: l'ipotesi dei processi in remoto. Salgono i contagi negli uffici giudiziari: protesta dei dipendenti a Roma. Evitare un nuovo blocco dell'attività giudiziaria e, allo stesso tempo, salvaguardare la salute di tutti.
di Isabella Policarpio
money.it, 27 ottobre 2020
I tribunali devono fare i conti con strumenti inadeguati e reti Wi-fi inefficienti. Mancano le dotazioni necessarie per lavorare in sicurezza e sostenere lo smart working. I punti critici secondo Anm.
Il comparto Giustizia è alle prese con un lento ritorno alla normalità dopo lo stop dovuto all'emergenza sanitaria. Tuttavia l'implementazione dello smart working, ribadito nell'ultimo Dpcm 25 ottobre, rischia di rallentare il lavoro di magistrati e cancellerie a causa dell'inadeguatezza degli strumenti a disposizione.
Operatori e utenti nei tribunali, avvocati, magistrati e personale di cancelleria, subiscono "carenze diffuse" e, talvolta, gravi violazioni delle misure di sicurezza anti-Covid: mancata sanificazione degli ambienti e spazi inadeguati a garantire il distanziamento. Queste e altre lamentele in una nota dell'Associazione nazionale magistrati nella quale si evince un'amara conclusione: poco (o nulla) è cambiato dalla prima ondata, restano gravi carenze strutturali e, in alcuni tribunali, il mancato rispetto delle più basilari regole di prevenzione.
La nota - durissima - dell'Anm apre gli occhi sui rischi che si profilano nei prossimi mesi per il settore Giustizia; rischi non soltanto legati alla salute di chi frequenta le aule di tribunale ma anche di una possibile "nuova paralisi" a causa della mancanza di strumenti adeguati per proseguire in smart working. "I magistrati italiani - si legge nel comunicato - continuano a disporre di applicativi inadatti per celebrare udienze a distanza, con reti di connessione inefficaci; la trattazione scritta è consentita solo fino al 31 dicembre, con un procedimento per di più macchinoso".
In poche parole, il personale giudiziario non ha le dotazioni informatiche di base per lavorare da casa e gli spazi messi a disposizione sono inadatti ad ospitare le udienze in presenza nel rispetto del distanziamento interpersonale. Vi è poi un altro nodo cruciale: la disciplina giuridica delle assenze per quaranta/isolamento domiciliare. Dunque, almeno per il momento, sembra che i tribunali italiani non siano affatto pronti ad affrontare la ormai conclamata "seconda ondata" e il rischio è paralizzare l'intero apparato della Giustizia come è avvenuto nei mesi passati. Amare le parole con cui si chiude la nota dell'Anm. "Pare in definitiva che l'esperienza della prima ondata di contagi non sia servita a programmare il futuro immediato e a immaginare misure adatte a un servizio essenziale qual è quello giudiziario".
Parole che vogliono denunciare l'assenza delle Istituzioni nonostante le continue sollecitazioni da parte di avvocati e magistrati, i quali, ogni giorno in prima persona rischiano di essere contagiati durante lo svolgimento del lavoro e delle attività connesse. Stesso atteggiamento condannato anche dai praticanti avvocato che dovranno sostenere l'esame di abilitazione il prossimo dicembre; ad oggi, infatti, non è stata ancora pubblicata la circolare contenente le misure di prevenzione da attuare durante le prove scritte.
di Valeria Valente*
Il Dubbio, 27 ottobre 2020
Sono questi, in commissione Giustizia al Senato, giorni di discussione intensa sulla riforma della magistratura onoraria. Un provvedimento che ha avuto una gestazione lunga in questi anni, dovuta principalmente all'esigenza di ascoltare le associazioni dei magistrati onorari e interloquire poi con Governo e Ministero di Giustizia.
Ora che si è arrivati ad un testo base, su cui nei prossimi giorni saranno votati gli emendamenti, sento l'esigenza, per aver seguito direttamente questo percorso, di chiarire le premesse e gli obiettivi di un intervento che giudico decisamente migliorativo per la categoria.
Serva questo anche per evitare che polemiche strumentali, fomentate da alcune forze politiche in cerca di visibilità, possano annebbiare il dato di realtà. Oggi qualcuno dice fantasiosamente che il Partito democratico volta le spalle alla magistratura onoraria. È vero esattamente il contrario; non è stato così in passato, non lo è oggi.
È stato il Partito democratico, non altri, nel 2017 con il ministro Orlando, dopo anni di proroghe e incertezze subite da tutta la categoria e una procedura d'infrazione aperta in sede europea, ad assumersi la responsabilità di fornire un quadro organico che chiarisse ruolo, tipo di impegno e funzioni dei magistrati onorari. Anche le migliori riforme sul campo possono poi mostrare criticità, e così è stato in questo caso soprattutto in relazione ai magistrati in servizio, problematicità che ora noi vogliamo superare con le misure all'esame del Parlamento.
Questi magistrati, lo ricordo, oggi sono complessivamente oltre 5 mila, più della metà dei togati. A tutti loro, nell'ultimo quarto di secolo, sono state affidate funzioni sempre più ampie e impegnative, facendo di fatto crescere una componente magistratuale semiprofessionale e semi-stabilizzata che gestisce al momento una buona fetta del contenzioso di primo grado presso gli uffici del giudice di pace e nei tribunali, garantendo tra l'altro tempi accettabili e l'aggressione dell'arretrato, che altrimenti sarebbe molto più difficile.
Alla luce di questa condizione, è chiaro che oggi l'apporto della magistratura onoraria sia irrinunciabile; così come nessuno può realisticamente pensare che non lo sarà anche in futuro. Non per questo c'è bisogno però di sovvertire il dettato dell'art. 106 della Costituzione, prevedendo un reclutamento senza concorso, parallelo a quella della magistratura ordinaria. Intendo dire che temporaneità delle funzioni giudiziarie e natura non esclusiva dell'incarico restano due cardini fondamentali del sistema. All'interno di questi paletti, però, è oggi necessario muoversi per calibrare meglio l'impatto della nuova disciplina, soprattutto su giudici di pace, giudici e viceprocuratori onorari già in servizio. Per questo, dal 2018 il Partito Democratico, prima dall'opposizione poi entrando nella maggioranza di Governo, ha sempre sostenuto la necessità di dare maggiori garanzie, anche economiche, ai magistrati onorari che più avrebbero pagato la fase transitoria disegnata dalla riforma Orlando.
Il testo che oggi è all'esame del Senato credo risponda in buona parte a queste esigenze e sia in grado di raggiungere l'obiettivo di non precarizzare ulteriormente un'intera categoria che da oltre vent'anni offre un contributo significativo al nostro servizio giustizia. Va in questo senso la ridefinizione delle incompatibilità e la rimodulazione più equilibrata delle sanzioni disciplinari.
Ma soprattutto, per i magistrati in servizio, si prevede da un lato il prolungamento dell'incarico fino a settant'anni e dall'altro la possibilità di scegliere tra l'attuale regime "a cottimo", oggi in vigore tanto per i giudici di pace quanto per got e vpo e l'indennità fissa, che può arrivare fino a 38 mila euro per chi sceglierà il massimo impiego giornaliero, dando un contributo anche nell'ufficio per il processo o collaborando con il procuratore della Repubblica. Sono poi al vaglio, ma sono fiduciosa che vadano in porto, misure per delineare al meglio il limite massimo delle otto ore giornaliere, anche in presenza di incarico presso l'ufficio del processo o del procuratore. E per allineare l'entrata in vigore del fisso con quella del cottimo, in modo da non penalizzare la scelta tra i due regimi soprattutto da parte dei giudici e dei vice-procuratori onorari.
Sono tutte richieste emerse nel dialogo parlamentare grazie al contributo essenziale delle associazioni e poi definite dopo un lungo confronto insieme al Ministero della Giustizia, con cui alla fine abbiamo trovato le risorse finanziarie necessarie. A dimostrazione che mai abbiamo creduto che si potesse fare una buona riforma a costo zero. Al contrario penso invece che oggi, ancora di più con l'esperienza consegnataci dall'emergenza sanitaria, sarebbe necessario investire in una rapida informatizzazione degli uffici del giudice di pace, che hanno bisogno di essere pienamente integrati nell'organizzazione complessiva della giustizia. Infine, c'è il tema che riguarda le tutele assistenziali (maternità compresa) e previdenziali di questi lavoratori. Nonostante sia per ora rimasto ancora fuori dal disegno di legge in discussione, è un tema che va affrontato e risolto. Bisogna essere consapevoli però che, per fornire un quadro di tutele forte e sostenibile, che resta il nostro obiettivo, servono da un lato un percorso chiaro con l'Inps per verificare la sostenibilità della creazione di una apposita cassa di gestione separata e dall'altro, nell'eventualità che questo fosse possibile, una mole considerevole di risorse ulteriori, che con serietà e impegno si possono trovare solo in una legge di bilancio, ragion per cui per ora il tema è stato escluso. Ma possiamo sin da ora impegnarci ad affrontarlo già nella prossima manovra.
Per concludere, quello che è ora all'esame della commissione, e che dovrà poi approdare in Aula nel più breve tempo possibile, è un provvedimento che, da un lato, conferma l'impostazione della riforma del 2017 e, dall'altro, accoglie molti dei rilievi che allora vennero fatti dal Csm, oltre che dalle associazioni di magistrati onorari. Ciò dimostra che il tempo trascorso non è passato invano. È invece servito a fornire un inquadramento certo a tutta la magistratura onoraria, coerente con il perimetro disegnato dalla Costituzione e capace di riconoscerle il ruolo che essa ha avuto e avrà, migliorando sensibilmente il trattamento nei confronti dei magistrati onorari in servizio soprattutto a garanzia della loro necessaria indipendenza e autonomia.
*Capogruppo Pd Senato Prima Commissione
di Liana Milella
La Repubblica, 27 ottobre 2020
L'avvocato penalista e senatrice della Lega a Repubblica: "Il Guardasigilli ha fatto passare inutilmente otto mesi senza fare nulla per affrontare l'emergenza coronavirus". Va in tribunale, da avvocato penalista qual è da sempre, e si arrabbia. Ecco lo sfogo contro il Guardasigilli Alfonso Bonafede di Giulia Bongiorno, senatrice e responsabile Giustizia della Lega.
Per una volta lei è d'accordo con l'Anm. E questa, dopo anni di contrasti, è già una notizia. I suoi tweet di oggi vanno a braccetto con l'odierna protesta del sindacato delle toghe. Loro scrivono che "la prima ondata di contagi non è servita a programmare e immaginare misure adatte per un revisionista essenziale come quello giudiziario". Lei twitta "cos'ha fatto Bonafede in questi mesi per garantire la sicurezza dei tribunali?".
"Bonafede ha gestito malissimo la prima ondata della pandemia: anziché farci lavorare in sicurezza, ha trovato più facile bloccare quasi tutto. Ammesso che fosse impossibile creare misure nell'immediato, adesso sono passati otto mesi ed è tutto come prima. Dalla scorsa primavera avrebbe potuto e dovuto dedicarsi con tutti i mezzi e le risorse a disposizione per garantire la sicurezza dei tribunali. Non lo ha fatto. E oggi ci troviamo in una situazione surreale: si creano assembramenti per adempimenti che ciascun avvocato potrebbe fare tranquillamente dal proprio studio, le aule e gli spazi sono inadeguati e, in assenza di turni e orari ben definiti, nei corridoi dei tribunali o davanti agli ingressi si creano inaccettabili capannelli di avvocati, testimoni e imputati.
Sia onesta, il suo attacco al Guardasigilli è la sua prima mossa da responsabile Giustizia della Lega?
"Chi segue le vicende politiche sa che quando eravamo al governo ho cercato di collaborare con Bonafede: ho firmato con lui il Codice rosso, una legge che riduce i tempi di intervento in favore delle donne vittime di violenza, ideata da me e da Michelle Hunziker e diventata una delle proposte della Lega. Gli ho anche proposto numerose idee per abbreviare i tempi dei processi senza eliminare le garanzie della difesa, ma sotto questo profilo ha ignorato ogni suggerimento. Ero pronta a sottoporgli proposte anche dai banchi dell'opposizione, purtroppo è inutile: il ministro non c'è, si è inabissato. In questi otto mesi, avvocati, magistrati e personale giudiziario sono stati abbandonati".
La sua affermazione è pesante. Ironicamente, nei tweet, lei si chiede se Bonafede "si augurasse che non sarebbe arrivata la seconda ondata", adesso sostiene che non ha fatto nulla. Dal canto suo l'Anm parla di "istituzioni oggi silenti".
"Si parla di tanti settori, ma non della giustizia. Come mai? Forse perché negli altri settori esiste la possibilità di fare lo scaricabarile e accusare le Regioni. Ma la totale disorganizzazione della giustizia ha come unico responsabile Bonafede".
Lei scrive ancora: "Ci raccomandano di stare distanti e aerare i locali: ma in tribunale spesso ci sono aule piccole e senza finestre". Parla per sua esperienza? È stata in tribunale e ha visto tutto questo?
"Ho discusso di recente nel processo per il drammatico omicidio di corso Francia. Il gup ha cercato disperatamente un'aula grande, ma non l'ha trovata: avremmo voluto spalancare le finestre, ma in molte aule - quando le finestre ci sono - si possono aprire solo spiragli. Giustamente, il giudice ha chiesto di stare fuori ai giovani praticanti che avrebbero dovuto assistere. Ma simili accorgimenti non bastano quando ci sono molte parti, non si possono garantire un distanziamento e una circolazione d'aria adeguati".
Un solo episodio non basta però...
"Pochi giorni fa mi sono ritrovata in un'aula minuscola e senza finestre. È ormai a tutti noto che se in una stanza c'è un positivo, il distanziamento e le mascherine non sono una protezione sufficiente: in assenza di ricambio d'aria, il virus si trasmette comunque. Dunque, se in quell'aula c'era un positivo, è molto probabile che siamo stati contagiati tutti. Dobbiamo solo sperare di non incrociare positivi. A noi che lavoriamo nei palazzi di giustizia si chiede un'implicita accettazione del rischio di ammalarsi: non è più tollerabile".
Ha letto che l'Anm denuncia l'impossibilità di celebrare le udienze a distanza perché mancano reti di connessione efficaci?
"Manca tutto. I dipendenti che fanno smart working non sono collegati con i registri quotidiani di lavoro per il personale amministrativo del settore penale (Tiap e Sicp). Quindi possono svolgere pochissime attività. Gli avvocati vengono rimbalzati da un ufficio all'altro e devono districarsi tra divieti e cancellerie chiuse senza preavviso. Ogni Tribunale, poi, ha regole diverse. Fino all'ultimo momento non sappiamo quando sarà chiamata la causa, come si deposita, come si può parlare con un magistrato, se si può far partecipare all'udienza un praticante, a che ora si farà un determinato adempimento. Con un minimo di attenzione e lungimiranza, questi problemi sarebbero stati evitati".
Lei consiglia al ministro Speranza di scrivere a Bonafede dicendogli che esiste la posta elettronica per spedire gli atti ed evitare spostamenti inutili? Solo una battuta ironica o davvero è dovuta andare in tribunale per fare questo?
"In ogni apparizione tv, il ministro Speranza chiede di evitare spostamenti inutili: eppure, per depositare qualsiasi atto gli avvocati devono spostarsi, ogni giorno, e spesso prendere aerei e treni per raggiungere il tribunale competente. Questi spostamenti non sono forse inutili, oltre che pericolosi? Perché Bonafede non autorizza a mandare gli atti con la posta elettronica certificata?".
L'Anm oggi fa una denuncia pesante: "Non intendiamo essere identificati come responsabili delle carenze diffuse nonché dei rischi cui vengono esposti gli operatori e gli utenti a causa dell'assenza delle istituzioni cui la Costituzione affida l'organizzazione del sistema giustizia". Lei sottoscrive questa analisi?
"Qui non c'è differenza tra avvocati e magistrati: siamo stati abbandonati tutti, e ne siamo tutti consapevoli".
Nel governo gialloverde lei è stata ministro della Pubblica amministrazione, se in questi mesi lo fosse stata della Giustizia cosa avrebbe fatto? Perché con i palazzi di giustizia che ci sono, poco personale, nonché pochi soldi, non è facile inventare soluzioni brillanti che vadano oltre il lockdown pure dei tribunali.
"In otto mesi si sarebbe potuto e dovuto organizzare un sistema per metterci nelle condizioni di lavorare senza correre rischi. Era assolutamente possibile evitare le masse di persone che oggi affollano i tribunali: laddove possibile, con uno smart working effettivo per gli adempimenti degli avvocati o per alcune attività di giudici e cancellieri. In questo modo si sarebbero liberati i palazzi e per le attività che davvero richiedono la presenza si sarebbero potute utilizzare le aule grandi e dotate di finestre... Magari permettendo di accendere i riscaldamenti...".
Ma lei però sa molto bene che la coperta economica della giustizia è molto corta...
"Ripeto, in otto mesi, potevano essere individuate anche fuori dai tribunali aule dove celebrare i processi con molte parti. Ad esempio a Milano in occasione di un processo con numerosi imputati è stata individuata un'aula molto spaziosa in zona fiera. Ma è tutto affidato ad iniziative dei singoli uffici. E nessuno parla delle carceri: cosa sta facendo Bonafede al riguardo? Se il virus dovesse diffondersi di nuovo nelle prigioni, ci sarà di nuovo una direttiva del suo ministero per scarcerare i boss? Bonafede è assente. Sparito".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 27 ottobre 2020
In emergenza è così per tutti i cittadini. Nessuna possibilità di sostituire la misura cautelare per il
disabile iperteso se le patologie non lo rendono più vulnerabile al coronavirus e non sono incompatibili con la detenzione. Niente domiciliari per il detenuto con disabilità e iperteso se le sue patologie non lo rendono più vulnerabile al coronavirus e sono considerate compatibili con la detenzione. Neppure la difficoltà della casa circondariale, che si era espressa a favore dei domiciliari, a fare controlli diagnostici e riabilitativi, è utile per ottenere la misura alternativa: perché in tempi di massima allerta pandemica le stesse criticità hanno riguardato tutti i cittadini, anche se in misura maggiore chi è ristretto per impedire il diffondersi del contagio in un ambiente necessariamente collettivo.
La raccomandazione del Pg della Cassazione - La Cassazione (sentenza 29378) ha respinto il ricorso di un detenuto, sottoposto al carcere preventivo perché indagato per reati di narcotraffico internazionale a favore di una cosca mafiosa. La difesa ha inutilmente invocato la nota del Procuratore generale della Corte di cassazione del 1 aprile 2020, con la quale si raccomandava di ridurre la presenza nelle carceri durante il coronavirus. Né è servito il parere favorevole ai domiciliari della direzione sanitaria del carcere. Per i giudici del riesame, come per la Suprema corte, né la disabilità che costringeva il ricorrente ad avvalersi dell'aiuto di un piantone per svolgere le sue funzioni quotidiane, né le altre patologie, come l'ipertensione, che rendevano certamente più gravoso il carcere, sono sufficienti a fondare la situazione di incompatibilità con il carcere.
Le criticità della massima allerta - Per il Tribunale del riesame neppure il braccialetto elettronico, nel caso di allentamento della misura cautelare, sarebbe stato in grado di assicurare la tutela delle esigenze preventive. Aprire le porte del carcere voleva dire correre il rischio di collocare l'indagato di nuovo sul territorio in cui aveva stretto legami con gli esponenti della criminalità locale, amplificando così il rischio di recidiva.
E non importa se lo stesso Riesame, in occasione di una precedente analoga domanda, aveva raccomandato esami clinici e riabilitazione. Perché le difficoltà riscontrate non erano dovute a carenze strutturali del carcere ma agli effetti di un'emergenza pandemica che, nel corso della massima allerta, hanno riguardato tutti i cittadini.
di Vito Totire* e Maurizio Portaluri**
brindisitime.it, 27 ottobre 2020
Chi non si è sintonizzato giovedì sera, 22 ottobre, su Radiocarcere (trasmissione radiofonica di Radio Radicale, min. 31,50″) ha perso una opportunità di aggiornarsi sullo stato di degrado della situazione in Italia; situazione di degrado a cui Brindisi non sembrerebbe fare eccezione; avevamo richiamato l'attenzione su questo carcere, ancora una volta, il 20.12.2019 recependo una ennesima segnalazione proveniente da persone qui "ristrette".
Una fotografia del carcere di Brindisi è contenuta nel rapporto di Antigone aggiornato al 2019; uno dei dati più lampanti è costituito dalla condizione di sovraffollamento che risultava essere al 171% della capienza dichiarata dall'istituzione; in questa sede non vogliamo né possiamo mettere a fuoco tutti i problemi del carcere di Brindisi; già qualche anno fa, sempre sull'onda di una denuncia dall'interno, abbiamo registrato una reazione istituzionale del tipo "tutto va bene madama la marchesa..." ma forse non era allora e forse non è così neppure oggi. Peraltro a nessuno sfugge una semplice constatazione: se il sovraffollamento era un grave problema nel 2019, le attuali esigenze di prevenzione e di distanziamento potrebbero aver reso la situazione ancora più rischiosa.
Torniamo dunque alla denuncia/sfogo di Radiocarcere di giovedì sera: le persone detenute hanno denunciato di sentirsi trattate "peggio dei maiali"; parole grosse certamente riferite alla questione degli spazi disponibili per persona che - troppo spesso - nelle carceri italiane non rispettano gli standard ritenuti in Europa inaccettabili per gli animali; a prescindere dalla meticolosa conta dei metri e centimetri quadrati disponibili, a prescindere dalla pur importante discussione tra magistrati sul fatto che i metri quadrati per persona debbano essere contati al netto dei mobili (a noi pare chiaro di sì) o meno, dalla denuncia delle persone detenute emerge una situazione oppressiva e intollerabile di costrittività: eccesso di ore di clausura in cella, impraticabilità di spazi esterni per attività sportive, una impraticabilità che ha come surrogato la disponibilità di qualche cyclette negli spazi per la socialità interna, spazi nei quali - dicono le persone detenute - non c'è però neanche protezione contro il fumo passivo.
Da 17 anni ci chiediamo infatti se la legge 3/2003 (protezione contro il fumo passivo) sia stata abrogata nelle carceri e perché nei penitenziari (secondo una rara indagine epidemiologica il 71% delle persone detenute fuma) non esistano salette per fumatori con estrazione attiva dell'aria; forse si aspetta una denuncia penale per danni alla salute da fumo passivo per "scoprire il problema"?
Ma per finire e andare al nocciolo della questione: anni fa intervenimmo perché la persona detenuta denunciante parlando a Radiocarcere denunciava un clima di paura all'interno; in questo caso il vissuto delle persone che sono intervenute alla radio è di essere trattate "peggio dei maiali"; fosse anche "solo" una percezione soggettiva sarebbe comunque la spia di una situazione molto grave: gli studi di psicologia sociale e gli studi comportamentali dimostrano che se la persona detenuta percepisce un trattamento equo, è questo più di ogni altro evento o punizione che modifica positivamente la sua condotta sociale (ammesso che la persona detenuta sia davvero responsabile di quello che le viene addebitato, vista la non trascurabile percentuale di persone ristrette in custodia cautelare o vittime di errori giudiziari).
Vorremmo poi comprendere se e come la Asl di Brindisi sia intenzionata a, anche con interventi ispettivi, a rilevare gli elementi di criticità e a proporre azioni di miglioramento considerato che una qualunque altra struttura ricettiva "civile", nelle condizioni di sovraffollamento di un carcere, sarebbe stata già chiusa; certo è necessaria pure una politica di decarcerizzazione che, al momento, non è nell'agenda del governo in carica; ma la incapacità del ceto politico non deve essere avallata dalle istituzioni sanitarie.
Costrittività e sovraffollamento, secondo gli studi di prossemica, inducono aggressività e conflitti; anche la possibilità di dormire in maniera adeguata è stata studiata rivelando la possibilità di ripercussioni negative sul tono dell'umore e sui comportamenti violenti. Non aderendo al penoso partito del "buttare la chiave" chiediamo "soltanto" il rispetto della Costituzione repubblicana che vieta trattamenti disumani e degradanti e l'abuso dei mezzi di correzione.
Carcere e società sono vasi comunicanti; una condizione di coesione sociale svuota le carceri e viceversa (M. Marmot); il nostro dunque non è un appello "a favore" delle persone ristrette: un trattamento socialmente equo è nell'interesse di tutta la società. Chiediamo a chi vuole sostenere il cambiamento (operatori della prevenzione, lavoratori, volontari) di cooperare e di dare vita a tutte le sinergie possibili.
*Medico psichiatra, portavoce circolo "Chico" Mendes per l'ecologia sociale
*Medico ospedaliero, rivista telematica salutepubblica.net
Il Mattino, 27 ottobre 2020
Chiedono che vengano adottate gli stessi provvedimenti varati a marzo scorso, per scongiurare la diffusione del contagio nelle carceri del distretto. É questa la nota spedita dalla camera penale e dal consiglio dell'ordine degli avvocati di Napoli ai capi degli uffici giudiziari e al presidente del Tribunale di Sorveglianza.
In particolare, si chiede di ridurre il numero dei nuovi ingressi negli istituti penitenziari, eventualmente facendo ricorso ai criteri a suo tempo indicati dal procuratore generale della Corte di cassazione con documento del primo aprile 2020; ed adottando per l'effetto ogni opportuna determinazione incidente sulla esecuzione delle ordinanze di custodia cautelare e degli ordini di carcerazione"; ma anche di "consentire ai detenuti in regime di semilibertà di pernottare presso le loro abitazioni fino alla fine del periodo dell'emergenza sanitaria in atto; di ricorrere con la massima estensione possibile alle misure alternative alla detenzione previste dalle leggi in vigore".
Un documento frutto del lavoro di monitoraggio condotto dai penalisti Sabina Coppola e Sergio Schlitzer, in forza al direttivo guidato da Ermanno Carnevale, condiviso dal presidente del consiglio dell'ordine Antonio Tafuri, per abbattere il rischio contagio nelle carceri napoletane.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 ottobre 2020
La versione del collaboratore di giustizia, ex agente penitenziario e poi diventato mafioso di rango. Concluso ieri il controesame da parte degli avvocati Basilio Milio e Francesco Romito, difensori degli ufficiali Ros Mori e De Donno nel processo di Appello sulla trattativa.
L'intrigo internazionale all'insaputa di Cosa Nostra - Se si dovesse prendere alla lettera la testimonianza del collaboratore di giustizia Pietro Riggio, un ex agente penitenziario che è poi diventato un mafioso di rango, Cosa nostra non è in realtà com'è stata dipinta da Giovanni Falcone. La mafia non solo ha ricoperto un ruolo secondario, ma addirittura è stata presa anche per i fondelli dai poliziotti e servizi segreti perfino internazionali. Il telecomando che ha azionato il tritolo a Capaci non sarebbe stato premuto da Giovanni Brusca. O meglio, quest'ultimo lo ha premuto credendo che l'esplosione sia stata merito suo, mentre invece a premere il pulsante vero sarebbero stati i poliziotti che collaboravano con i servizi. Quindi Brusca, ma addirittura Totò Riina che fino agli ultimi giorni della sua vita (pensiamo alle intercettazioni ambientali al 41 bis) ha miserabilmente osannato le sue gesta relative agli attentati di Capaci e via D'Amelio, sarebbero stati dei poveri ingenui.
Tutto gestito da "zio Toni" - Ma non c'entrano solo i carabinieri e servizi italiani. A organizzare la logistica dell'attentato di Capaci sarebbero stati addirittura i servizi segreti libici composti da una donna misteriosa, il suocero dell'ex poliziotto Giovanni Peluso facente parte del complotto e un certo Nasser, un ex pugile egiziano ma che era al servizio di Gheddafi. Attenzione, sempre secondo Pietro Riggio, tutti loro (poliziotti, carabinieri della Dia e servizi libici) sarebbero stati gestiti da un certo "zio Toni", che di nome fa Antonio Miceli, il quale però era al servizio della Cia. Sono sempre loro, in questo caso specifico la Dia, a chiedere a Riggio di fare una sorta di agente sotto copertura all'interno della mafia. Lo scopo?
Reperire notizie per catturare Bernardo Provenzano. Anzi no. Riggio - come si evince dall'interrogatorio del 2018 davanti al procuratore di Caltanissetta Gabriele Paci e a quello di Firenze - percepisce un "doppio gioco" e dice di aver capito che la Dia in realtà lo usava per non catturare Provenzano. Qualcuno gli fece anche capire che era in pericolo. Ma non si capisce bene il perché. Ed è il procuratore Paci a farglielo presente con domande serrate e precise, visto che troppe cose da lui raccontante non sembrerebbero avere un filo logico.
Dopo un botta e risposta per capire la logica, a pagina 88 del verbale dell'interrogatorio Paci gli chiede testualmente: "Riggio scusi, lei mi deve spiegare il senso di questa frase perché non ha senso: "tu sei un uomo morto, io t'ho salvato perché non hai capito che i carabinieri vogliono acquisire notizie ognuno dai referenti che hanno per non farlo prendere, per non prenderlo'. Allora io veramente non ne esco fuori, noi non ne usciamo fuori. È come dire: "tu stai facendo una cosa inoffensiva, che Provenzano lo sa perché sa che si parla con i carabinieri, gli va bene che li date le notizie. Queste notizie questi non le utilizzano perché non lo vogliono prendere, però io ti ho salvato in vita". Non fila".
La narrazione prosegue, ma - almeno da quello che si evince dal verbale - si fa sempre più fatica a comprenderla. Riggio parla di tutto, dice anche di aver incontrato il poliziotto "faccia di mostro", ovvero quello che poi lo ha riconosciuto come tale dopo aver visto le foto sui giornali. Si ricorda che lui (si faceva chiamare Filippo) era su una Bmw, accompagnato da una misteriosa donna con la mimetica. Riggio si ricorda il numero di targa a distanza di decenni.
Il pm Paci gli chiede come fa a ricordarselo senza aver segnato il numero su un foglietto, e lui risponde che ha una memoria fotografica. Sempre Paci gli fa notare che tante cose che dice (apprese dal poliziotto Peluso, il presunto 007 conosciuto nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere) sono notizie già uscite fuori, compresa la storia della famosa telefonata dell'onorevole Rudy Maira fatta alla mafia per avvisare che Falcone sarebbe atterrato a Capaci.
Da sottolineare che ci fu un processo e fu assolto, quindi innocente. Una storia, quindi, non vera. Riggio però risponde di non aver appreso della telefonata sui giornali, ma solo da Peluso. Quest'ultimo, ricordiamo, sempre secondo il pentito sarebbe il poliziotto al servizio del Sismi che avrebbe non solo azionato il telecomando per l'attentato di Capaci, ma anche organizzato un attentato - fortunatamente mai arrivato a compimento - negli anni 2000 contro il giudice Guarnotta. Il pentito ha parlato pure del caso di Antonello Montante, anche questa notizia già conosciuta.
Riina, Brusca e Co.? Degli ingenui - L'ex poliziotto penitenziario poi passato alla mafia, sembra che conosca tanti segreti. Una narrazione che però - se presa alla lettera - potrebbe far percepire che la mafia sia stata quasi ingenua, come se alla fine fosse tutto organizzato dalle altre "entità". Riggio lo hanno voluto sentire come testimone durante il processo Capaci bis proprio gli avvocati degli imputati mafiosi. E hanno tutte le ragioni per averlo fatto: se la mafia ha ricoperto un ruolo secondario, o addirittura nemmeno ha azionato il telecomando che ha creato la terribile esplosione, la loro posizione si sarebbe dovuta affievolire. Ma fortunatamente non è stato così e il 21 luglio scorso sono stati confermati gli ergastoli per tutti e quattro i boss.
Vale la pena riportare un altro racconto, questa volta si parla di carceri, quando Riggio faceva l'agente di custodia. Dice di aver fatto parte del Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria di cui il segretario era (ed è tuttora) Donato Capece.
Il pentito, sempre nel verbale del 2018, per spiegare i presunti favori che Forza Italia avrebbe fatto alla mafia, aggiunge questo dettaglio: "La segreteria si trova, per capirci, sopra il bar Mandara a Roma, vicino piazzale Clodio, perché qui ho avuto modo di verificare dove la politica si incontrava con le richieste della mafia perché Capece in contatto con dei personaggi politici che allora facevano parte, diciamo dell'entourage di Forza Italia, cominciò a battersi per la chiusura delle carceri di Pianosa e dell'Asinara".
Ora il Sappe, a parere di chi scrive, ha tanti difetti proprio perché cavalca il populismo penale. Che abbia addirittura indirettamente favorito la mafia non è lontanamente immaginabile. Un po' tutti i sindacati, per tutelare la qualità di vita lavorativa dei loro iscritti, hanno chiesto la chiusura di questi famigerati penitenziari.
Carceri delle torture fortunatamente chiuse nel 1998 tramite decreto, ma non per merito di Forza Italia che nemmeno era al governo. Così come il discorso del non rinnovo automatico del 41 bis per circa 300 soggetti, di cui solo una minima parte erano mafiosi. Lo fece Giovanni Conso, ministro della Giustizia del governo di centrosinistra e per rispettare il dettame della Consulta. All'epoca, anno 1993, Forza Italia ancora non era nata. Anche la tesi della trattativa, d'altronde, non la inserisce in quel contesto.
Tanta, troppa confusione sotto il cielo. Ma ci penseranno i giudici a valutare la sua attendibilità. Pietro Riggio, ricordiamo, è sentito come testimone al processo d'appello sulla trattativa Stato mafia. In quell'occasione ha aggiunto qualcosa in più: sarebbe stato Marcello Dell'Utri a dettare alla mafia i luoghi per gli attentati. Un Totò Riina ridotto a fare lo scendiletto dei politici e servizi? Se così fosse, allora è tutta da rifare l'analisi sulla natura della mafia, a partire da ciò che si evince dal libro "Cose di Cosa Nostra" scritto a quattro mani da Marcelle Padovani e Falcone.
In realtà quest'ultimo l'aveva capita molto bene la mafia e i suoi interessi affaristico-politici, per questo era stato trucidato con una quantità impressionante di tritolo tanto da squarciare l'autostrada. Stessa sorte, 57 giorni dopo, a Paolo Borsellino. Nel frattempo ieri si è concluso il controesame a Riggio da parte dell'avvocato Basilio Milio e Francesco Romito, difensori dei Ros nel processo d'Appello Stato-mafia.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 27 ottobre 2020
La trattativa bis? La tesi che aleggia da sei mesi è che Bonafede abbia subito una sorta di "trattativa", cedendo alla mafia nel momento in cui ha promesso e non dato a Di Matteo la guida del Dap. Da una parte la compagnia di giro del programma di La7 che difende il traditore di Davigo, dall'altra i soldati di Davigo e Travaglio che difendono l'ex pm e il ministro della Giustizia. I dialoghi sono esaltanti: "mafioso sei tu", "no, mafioso sei tu".
Altro che il più puro che ti epura. Qui ormai, nel piccolo regno delle manette, si danno del mafioso l'uno con l'altro. Era inevitabile. Parte lancia in resta il giornalista "antimafia" Gaetano Pedullà che scaglia contro Massimo Giletti l'accusa più infamante: "Amico delle cosche!".
Eh sì, perché il conduttore di Non è l'Arena sta dalla parte di Nino Di Matteo, il che agli occhi della corrente davighiana-travagliesca equivale ormai a stare con la mafia. La logica è quella: se non sei con me sei un nemico, e se sei un nemico non puoi essere che un mafioso. E il pubblico ministero della Trattativa è quindi diventato una specie di Totò Riina da quando ha tradito il suo mentore Piercamillo Davigo votando per il suo pensionamento totale, cioè non solo fuoruscita dalla magistratura ma anche dal Csm?
Di Matteo è uno con la memoria lunga. Ha aspettato due anni a tirar fuori dalla gola un nocciolino che non andava né su né giù. E ha dichiarato guerra ad Alfonso Bonafede. Perché Luigino Di Maio nel 2018 gli aveva promesso proprio quel ministero di giustizia che poi darà invece al proprio amico siciliano Fefé. Il quale a sua volta, dopo il giuramento da guardasigilli, prenderà in giro il magistrato più scortato d'Italia offrendogli e poi sottraendogli un bocconcino ancor più succulento.
Quella presidenza del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria che vuol dire un impero di 191 carceri, con un bilancio di due miliardi e settecento milioni di euro, con 36.000 agenti di polizia penitenziaria da governare, oltre a quel reparto speciale di non ottima reputazione che si chiama Gom e che controlla i detenuti per reati di mafia. E vogliamo buttare quei trecentomila euro di stipendio che non hanno mai fatto arrossire nessun grillino e neanche Bonafede, mentre agitava lo scalpo di qualche vecchietto ex parlamentare con un vitalizio da quarantamila euro?
E quella clausola per cui, in caso di interruzione prematura del rapporto, lo stipendio viene garantito fino alla pensione? Naturalmente non era al potere né al denaro che pensava il magistrato più coraggioso d'Italia quando aveva deciso di accettare l'incarico. Lo avrebbe fatto per spirito di servizio. Ma gli fu impedito, perché il ministro gli fece lo sgambetto preferendogli - a lui che aveva creato addirittura il processo Trattativa - l'oscuro Basentini.
E proprio nei giorni in cui dalle carceri speciali i mafiosi più mafiosi di tutti bestemmiavano e imprecavano perché si era sparsa la voce, qualche giornale ne aveva parlato, dell'arrivo di Di Matteo al Dap. Ovvio che Bonafede sia finito sul banco degli imputati. E la piccola compagnia di giro di Non è l'Arena - oltre a Massimo Giletti, Luigi De Magistris, la giornalista Sandra Murri, a volte il pm napoletano Catello Maresca - è compatta al suo fianco, puntata dopo puntata. Una vera campagna elettorale al fianco del consigliere del Csm (per merito di Davigo) che l'ha giurata ("mi difenderò con il coltello tra i denti") a Bonafede e aspetta vendetta. Gli amici del magistrato più scortato d'Italia puntano abbastanza esplicitamente a far dimettere il ministro di giustizia proprio come il suo protetto Basentini, attaccato sul fronte professionale come su quello personale.
In una famosa serata del 4 maggio l'ignaro ministro aveva osato fare una telefonata alla cupa combriccola, aspettandosi quasi dei complimenti perché aveva saputo liberarsi del suo amico capo del Dap dopo tutte le gaffe sulle cosiddette scarcerazioni dei boss. Era invece caduto nella trappola del magistrato più rancoroso d'Italia, il quale gli aveva sputato in faccia il nocciolino custodito in gola per due anni. E intanto le prefiche gli facevano coro.
Il povero Bonafede non avrà più pace, da quella sera, strattonato dall'antimafia e dagli agguati dei cronisti di Giletti. Quel che aleggia da sei mesi a questa parte è che il ministro di giustizia abbia subìto una sorta di Trattativa, cedendo alla mafia. L'occhiuto Di Matteo quando sente quella parola sente addosso un prurito formidabile, una sorta di intolleranza alimentare.
E, quando il coretto della sua compagnia di giro dice "ci vuole chiarezza", oppure "il ministro deve rispondere", e "non doveva permettersi di trattarlo così", è come se sullo sfondo del palcoscenico brillasse la parola "mafia". Lo si legge tra le righe ogni giorno sul Fatto quotidiano. Memorabile l'editoriale dell'8 maggio a firma Marco Lillo, in cui pare quasi che i mafiosi che temevano l'arrivo di Di Matteo fossero poi gli stessi che "brindavano" al decreto "Salva Italia" del ministro per far scontare, in mezzo all'emergenza Covid, a casa gli ultimi diciotto mesi di pena.
Gli stessi che esultavano per la circolare del Dap che chiedeva fossero segnalati i casi di malati nelle carceri. Aleggia intorno alla persona di Bonafede l'insulto più sanguinoso. Ma nel piccolo circo delle manette ce n'è ormai anche per lo stesso Di Matteo, da quando Marco Travaglio ha definito "sorprendente" il suo voto per la cacciata dal Csm di Piercamillo Davigo. Non pensando mai che il magistrato più coraggioso di nocciolini in gola ne avesse due.
Perché l'ex pm di Mani Pulite non si era mai fatto sentire, mentre lui accusava e protestava. Perché mai (figuriamoci, il "dottor Sottile"!) aveva aperto la bocca per sostenere il suo amico. Il quale al Dap forse avrebbe potuto andarci anche nel 2020, una volta estromesso Bansentini. Meglio tardi che mai.
Invece no. Ecco perché l'altra sera Gaetano Pedullà ha gridato a Giletti: "Lei sta facendo un favore alla mafia", aggiungendo che Di Matteo, prima di poter essere difeso, prima di poter stare ancora nella famiglia dei più puri, avrebbe dovuto spiegare il suo voto contro Davigo, la sua seconda vendetta. Poi, come se le due cose fossero collegate, aveva concluso dicendo che "Basentini è una persona di elevatissima caratura".
Tiè, caro Di Matteo, quel posto lì proprio non lo meritavi. E forse, nel metterti contro Davigo, hai ceduto anche tu alla Trattativa. Così ormai sono accusati di essere "mafiosi" un po' tutti, sia quelli che stanno con Di Matteo (il club di Giletti), che quelli che stanno con Bonafede e Davigo, il circolo di Travaglio. Arriveranno altri più puri dei puri e dei più puri?
di Riccardo Lo Verso
livesicilia.it, 27 ottobre 2020
Nove detenuti in questi giorni sono risultati positivi al Covid al carcere Pagliarelli di Palermo. Il virus arriva dall'esterno, ma nella struttura hanno adottato le misure necessarie per evitare che il contagio si diffonda. Alcuni detenuti hanno persino rinunciato ai permessi premio. Tra i positivi al Covid, infatti, ci sono coloro che sono tornati in carcere dopo avere trascorso alcune ore fuori in compagnia dei parenti. Parenti che da asintomatici si sono ritrovati in quarantena.
Al Pagliarelli, intitolato ad Antonio Lorusso, viene applicato un rigido protocollo. Chiunque arrivi da un altro penitenziario o sia stato momentaneamente all'esterno - ad esempio per un permesso o per sottoporsi a una visita medica specialistica - una volta tornato in carcere viene sottoposto al tampone e isolato in apposite celle.
Solo quando si ha la certezza dell'esito negativo del test il detenuto può rientrare nell'abituale circuito carcerario (si tratta di detenuti che non si trovano in regime di alta sicurezza). Altrimenti resta in isolamento oppure viene trasferito in altre strutture dove viene piantonato giorno e notte. Il Covid, dunque, in carcere entra dall'esterno. Stessa cosa è avvenuta nelle scorse settimane per gli agenti della Polizia penitenziaria del Nucleo traduzione che accompagnano i detenuti nei Tribunali per le udienze. Il Nucleo era stato decimato dal Covid, ma l'emergenza via via sta rientrando.
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