intervista di Stefano Caselli
Il Fatto Quotidiano, 28 ottobre 2020
"Sono piazze tragiche, nel senso letterario del termine, perché sono espressione di situazioni nelle quali non si può scegliere tra un bene e un male, tra una soluzione positiva e una negativa. Nelle tragedie, purtroppo, si sceglie sempre tra due mali". Marco Revelli, torinese, sociologo, di piazze ne ha viste tante, ma mai (o quasi) come quelle andate in scena lunedì sera: "Possiamo dire - sospira - di essere definitivamente fuori dal Novecento".
Professor Revelli, cosa ci dicono queste "rivolte"?
Sono manifestazioni abbastanza diverse a seconda delle città, ma emergono due protagonisti: i primi, chiamiamoli esercenti, sono espressione di un'estrema fragilità sociale che ormai colpisce anche categorie apparentemente benestanti e che ha forse un precedente nel movimento dei Forconi del 2013. Non sono state manifestazioni di poveri, semmai di impoveriti, colpiti dalla prima ondata del virus e atterriti dall'idea di precipitare definitivamente con la seconda. Il nostro sistema economico e sociale era già gravemente malato prima, la pandemia ha solo portato in superficie il morbo. Poi ci sono gli altri, i protagonisti dei disordini, per certi versi simili ai Gilet gialli francesi, generalmente provenienti dalle periferie, ragazzotti che normalmente nel weekend fanno lo struscio di fronte alle vetrine degli oggetti del desiderio, scesi in piazza con una logica da riot americani, da una parte per esprimere rabbia, dall'altra per soddisfare desideri, come le immagini dell'assalto all'atelier Gucci dimostrano.
Perché parla di uscita definitiva dal XX secolo?
Siamo di fronte al prodotto di classi sociali in decomposizione, attraversate da un forte risentimento e invidia sociale: la pancia della nostra società è un serbatoio esplosivo di rancore e mancanza di speranza. La logica è da guerra di tutti contro tutti.
Con quale obiettivo?
Ogni protagonista di queste proteste vede solo le proprie ragioni - anche valide per carità - ma la mediazione tra le proprie sofferenze e le sofferenze generali non compare mai. È una caduta di orizzonte.
Sono piazze di destra?
Sono molto esposte a tentativi egemonici di destra, che nel tutti-contro-tutti sguazza molto meglio di chi ragiona in termini di giustizia sociale ed eguaglianza, ma attenzione a liquidare il tutto come fascisteria delinquenziale, sarebbe un inutile esorcismo. Certo, ci sono gli ultras delle curve, ma preoccupiamoci del fatto che queste persone avvertano con chiarezza che esistono momenti di rabbia generalizzata in cui sanno di avere campo libero e molte orecchie pronte ad ascoltarli.
Qual è il nemico numero uno?
Il cosiddetto decisore pubblico, come se chi governa avesse ora a disposizione decisioni in grado di risolverei loro problemi. Ma purtroppo non ce li ha. Siamo in una condizione tragica, e nella tragedia c'è sempre un fatto che si compie rispetto al quale il comportamento degli uomini è destinato alla sconfitta. Si paga per propria colpa e di colpe ne abbiamo tante - alcuni di più, altri di meno -. Il nemico dovrebbe essere il modello di vita e di organizzazione economica che abbiamo costruito negli ultimi 30 anni, ma con il virus alle calcagna sono inutili elucubrazioni.
È possibile un dialogo?
Il dialogo richiederebbe di condurre a ragione le questioni, ma non mi pare sia questo il caso. La decisione politica in situazioni come queste (riaprire per non danneggiare, ma rischiare di aggravare l'epidemia) è destinata a sbagliare sempre e comunque.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 28 ottobre 2020
Lo studio. Smentiti i luoghi comuni sull'invasione che non c'è. Crollano gli sbarchi. Aumentano gli irregolari e le persone espulse dal circuito di accoglienza a causa dei decreti Salvini. Migranti più esposti al Covid-19 per le occupazioni che svolgono, il Dossier: "Rappresentano parte della risposta alla pandemia poiché sono loro a lavorare nei settori più critici".
Chi pensa che sia in corso un'invasione di immigrati neri, maschi e musulmani dovrebbe leggere con attenzione il Dossier statistico immigrazione 2020. Si accorgerebbe che molte sue credenze sono slogan che si infrangono di fronte a fatti e numeri. È la "divaricazione tra realtà e rappresentazione" descritta dal sociologo Maurizio Ambrosini. Nel suo insieme il Dossier rappresenta un materiale composito, denso, capace di affrontare molti aspetti di un fenomeno epocale. Dentro si combinano opinioni qualificate e analisi rigorose dei numeri. L'inquadratura allarga e stringe il campo di volta in volta. Così - oltre a mostrare che l'immigrazione in Italia è europea al 49,6%, femminile al 51,8% e da paesi di tradizione cristiana al 51,8% - il rapporto aiuta a inquadrare nel tempo e nello spazio dinamiche importanti e strumenti giuridici corrispondenti.
Flussi e presenze. Lo scorso anno gli stranieri in Italia erano 5.306.500. In termini assoluti avevano superato i 5 milioni già nel 2018, in relazione al resto della popolazione sono passati dall'8,2% del 2014 all'8,8% del 2019. Dentro il numero complessivo è inserito un dato preoccupante. Riguarda i cittadini di paesi terzi regolarmente soggiornanti sul territorio nazionale. Tra il 2018 e il 2019 sono diminuiti di 101.600 unità, arrivando a 3.615.000. Si tratta in gran parte di un effetto dei decreti sicurezza voluti dall'ex ministro Matteo Salvini che, secondo le stime dell'Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), avrebbero fatto aumentare il numero di clandestini di 120-140.000 unità. Le proiezioni dicono che alla fine di quest'anno sarebbero stati 700mila se non fosse sopraggiunta la sanatoria. La regolarizzazione è stata chiesta da 207.542 lavoratori in nero e 12.986 persone in cerca di occupazione. Meno di un terzo del totale di chi non ha documenti.
Accoglienza e sbarchi. Dal combinato delle disposizioni di decreti Salvini e crollo degli sbarchi emerge un altro dato rilevante: i migranti in accoglienza sono scesi da 183.700 nel 2017 a 84.400 a fine giugno 2020. Circa 100.000 persone sono state espulse dai centri in appena 2 anni e mezzo: molte disperse sul territorio tra le fila degli irregolari. Intanto lo scorso anno circa 260mila persone si sono iscritte dall'estero nel nostro paese. Interessante che nello stesso periodo ne siano sbarcate solo 11.471 (dato del Viminale). Lo scarto, scrive nel dossier Angela Silvestrini dell'Istat, "indica come la modalità di arrivo in Italia via mare sia una modalità residua, sebbene gonfiata mediaticamente e politicamente da chi vorrebbe far credere che chiudendo i porti si possano fermare i flussi migratori".
Cittadinanza. I dati sui "nuovi italiani", poi, mostrano l'inadeguatezza dell'attuale legge che disciplina l'accesso alla cittadinanza. L'anno scorso 227mila persone hanno conquistato il passaporto tricolore. 100mila sono nate e/o vivono all'estero (9mila possono vantare un avo del bel paese, 91mila sono figli di concittadini residenti oltreconfine). 127.001, invece, sono i residenti nello stivale che da stranieri sono diventati italiani. Per loro il percorso a ostacoli è molto più complesso di chi ha un parente italiano, "persino precedente all'Unità".
Covid-19. Nonostante le fake news sui migranti che portano il virus sembrino per il momento arenate, c'è un aspetto importante che il Dossier rileva e va sottolineato: "i migranti, essendo con alta probabilità una fascia giovane, rappresentano parte della risposta alla pandemia poiché sono loro a lavorare nei settori più critici. Ma sono anche più esposti al rischio di contagio, lavorando in settori in cui il lavoro da casa normalmente non è possibile". Su tutti quello della cura, preso in carico principalmente dalle donne.
di Antonella Soldo
Il Manifesto, 28 ottobre 2020
Walter De Benedetto ha 49 anni e da 35 soffre di artrite reumatoide. Ma a definirlo, più della sua malattia, è il suo coraggio, perché Walter ha fatto ciò che nessuno dovrebbe mai essere costretto a fare: rendere pubblica e mostrare la propria sofferenza.
Per farne uno strumento di lotta, per il proprio diritto alle cure e per quello di migliaia di altri pazienti. La sua è una malattia infiammatoria cronica autoimmune che colpisce le articolazioni portando progressivamente a una perdita della mobilità e causando dolori continui e lancinanti. Per lenire i quali, dopo aver tentato varie terapie, Walter ha cominciato ad usare la cannabis. Il suo medico gliela prescriveva, ma come accade per molti pazienti, la burocrazia, la mancanza di informazioni e una disponibilità limitata, hanno causato ripetute interruzioni alla terapia. Nel momento in cui è stato necessario aumentare il dosaggio, il Servizio sanitario pubblico non è stato più in grado di soddisfare il bisogno e Walter ha deciso, come fanno molti, di provvedere da sé avviando una coltivazione nel giardino di casa. Dal suo letto ha cominciato a fare ricerche con il cellulare, per capire quali fossero le genetiche più adatte ai suoi dolori, e ha cominciato a ordinare semi da varie parti del mondo.
Per un certo periodo, con l'aiuto di un amico, ha estratto il thc con il burro, usandolo per fare dei biscotti. Tutto bene, fino a quando, un giorno verso la fine di settembre dello scorso anno, i Carabinieri non suonano alla sua porta e fanno irruzione in casa. Trovate e sequestrate alcune piante di cannabis alte circa 2,5 metri, Walter dichiara immediatamente sua la proprietà della coltivazione, spiegando che era necessaria per integrare la sua terapia antidolorifica a base di cannabis, questo perché la quantità fornitagli dall'ASL non era sufficiente.
Una volta all'interno della sua abitazione le forze dell'ordine si sono trovate di fronte ai suoi problemi motori e si sono rese conto della gravità della situazione. Questo però non è stato sufficiente a risparmiargli l'incriminazione. Così oggi è indagato per violazione dell'articolo 73 del Testo Unico sulle droghe: coltivazione di stupefacenti ai fini di spaccio.
Già un anno fa Walter, con un viaggio "faticoso ma carico di speranza" era arrivato, in ambulanza, dalla sua casa di Arezzo fino a Montecitorio. Dove era stato ricevuto dal presidente della Camera Fico. Il 20 ottobre, alla Camera dei deputati, in una conferenza stampa organizzata da Meglio Legale, Walter è tornato ad appellarsi alle istituzioni con un appello al presidente Mattarella. "La cannabis è illegale nel nostro paese e questo fa sì che ancora oggi rimangono pesanti tabù sul suo utilizzo medico. Per come la vedo io, Presidente, ad essere illegale dovrebbe essere solo il dolore. Ed è un vostro dovere istituzionale confrontarvi con questa mancanza".
Accogliere queste parole dovrebbe essere ragionevole e umano da parte delle istituzioni, ma lo scenario è davvero sconfortante. Solo pochi giorni fa, infatti, con un decreto il Ministro della Salute Speranza ha inserito il cannabidiolo, una molecola del Thc senza effetti psicotropi, all'interno della tabella dei medicinali ricavati da sostanze stupefacenti.
In altre parole, ha inserito una sostanza non stupefacente nel regime delle stupefacenti. Questa decisione ha avuto un impatto su tutto il mercato degli oli, degli estratti di Cbd che in Italia sono prodotti e venduti da numerosissime aziende e utilizzati da migliaia di persone, per scopi terapeutici e non. Un atto antiscientifico e fortemente lesivo degli interessi legittimi di un intero settore. E responsabile di una grande confusione e che fa temere gravi ripercussioni per i pazienti.
testo raccolto da Giusi Fasano
Corriere della Sera, 28 ottobre 2020
Lo sfogo del padre di un 19enne: "Ora studia negli Stati Uniti e mi manca molto. Da certa Italia se n'è andato con il dispiacere nel cuore quando il colore della sua pelle è diventato un problema"
"Intolleranza e razzismo hanno costretto mio figlio a scappare".
Mi chiamo Giovanni, ho 57 anni, vivo a Milano e sono un padre preoccupato. Ho parlato con mio figlio al telefono, ieri. È negli Stati Uniti a studiare e mi manca molto. Un ragazzo fortunato, penseranno tanti di voi, e per molti versi sì, è un ragazzo fortunato. Perché può contare sulla sua famiglia che lo adora, perché non gli è mai mancato niente, perché è intelligente, generoso, disponibile, e perché è stato cresciuto amorevolmente. Per altri versi invece no, non è un ragazzo fortunato. Per esempio perché ogni tanto ha nostalgia dei suoi amici italiani, dei suoi genitori, del suo fratello più piccolo... Dell'Italia, semplicemente.
E allora perché non torna? chiederete voi. Perché mio figlio - che ha 19 anni - qui da noi è stato aggredito da un virus che stava consumando la sua allegria e la sua voglia di vivere. Quel virus si chiama razzismo. Mio figlio è un ragazzo di colore e dall'Italia - da certa Italia, sia chiaro - se n'è andato con il dispiacere nel cuore quando la sua pelle è diventata un problema.
Un copione che si è ripetuto poi anche per suo fratello, che però è troppo piccolo per vivere lontano da casa. E io prego il cielo ogni santo giorno che non torni da scuola o da qualunque altro posto con un'umiliazione da raccontare. Lo so bene, di questi tempi l'attenzione di tutti è per l'altro virus, quello che ruba il respiro. Lo so che nei pensieri della gente non c'è molto spazio per tutto quel che non è covid. Lo capisco. Ma mi permetto di dire che anche in un tempo così segnato da paure e malattia è necessario non abbassare la guardia né la testa davanti all'altro virus, il razzismo.
Lo dico in particolare al mondo della scuola, perché è lì dentro che si formano gli uomini e le donne di domani e poi perché nel caso dei miei figli è dalla scuola che mi sarei aspettato un po' di attenzione e di buonsenso in più. Dire "sporco negro" e "negro di m..", "black immigrant", "nigger" a ripetizione, aver preteso che uno di loro si spostasse dalla panchina o dal posto tal dei tali perché "negro", averlo preso a pugni in testa, avergli detto cose come "il colore della vostra pelle è come la m...": credo che tutto questo non sarebbe tollerabile nemmeno per un adulto strutturato e paziente. Figuriamoci per un ragazzino!
Un giorno la professoressa ha chiamato d'urgenza me e mia moglie: voleva dirci che mio figlio - quello che ora è in America - le aveva confidato di patire tutte quelle vessazioni fino a sentirsi una persona inutile al mondo. "Ho pensato anche al suicidio", le aveva confessato. Per quello lei ci aveva convocati in fretta, spaventata.
Era troppo. Avevamo resistito un bel po' all'idea di spostare lui e suo fratello perché gli psicologi ci avevano detto che non erano loro a dover cambiare scuola, era la scuola a dover cambiare nei loro confronti. Sto parlando di una scuola internazionale prestigiosa, la quale non nega niente ma giura in mille modi di aver fatto il possibile per rimediare e provare a prevenire gli episodi di razzismo subiti dai miei figli. Peccato che non ci sia stata concessa la sola cosa che noi chiedevamo. Non la luna.
A quella scuola avevamo chiesto con insistenza un solo passaggio: discutere di ciò che stava succedendo con tutti i genitori. Far arrivare a loro l'errore dei figli. Non per chiedere punizioni esemplari o per umiliarli, ma perché le famiglie non possono essere estranee a un argomento così importante che riguarda i loro ragazzi. Per dirci di no ci hanno obiettato perfino la questione della privacy. E intanto i miei figli per alcuni dei loro coetanei sono rimasti "sporchi negri", magari senza che le loro famiglie ne sapessero nulla.
"Sporchi negri" dal 2013, quando tutto è cominciato, fino al 2018, quando sono avvenuti gli ultimi episodi contro il minore dei due. Quando il più grande è partito ho provato perfino a non pagare la retta del più piccolo per dar voce alla mia protesta. Risultato: ha dovuto cambiare, oggi frequenta una scuola pubblica e mi sembra felice. Attenzione, però: non ne faccio una questione di pubblico/privato e se con i miei figli qualcuno ha sbagliato lo diranno i magistrati, che devono decidere sia dal punto di vista penale sia civile.
Quello che però oggi mi preoccupa, nel mio Paese adorato, è sapere che ci sono persone - ragazzini o adulti poco importa - che possono fare a pezzi la vita di altre persone per il colore della loro pelle. Ma davvero siamo ancora a questo punto? Io ho conosciuto mia moglie a New York, dove ho vissuto per anni.
Eravamo lì per lavoro, io direttore artistico e fotografo, lei manager del mondo della moda. Lei è nata ai Caraibi e di madrelingua inglese. I nostri figli sono biologici, il primo è nato a new York e ha il doppio passaporto. Sono entrambi bilingue. La scuola privata costava moltissimo.
Tutto questo lo sottolineo per dire che non è una questione di povertà, di ambienti degradati e famiglie disagiate, come si dice. Il razzismo ha radici più profonde, è nella cultura, nell'educazione, nella testa, nell'ignoranza. È un virus potente. Tocca a noi tutti essere vaccino, far sentire la nostra voce, non voltarci dall'altra parte. Proprio come sto facendo io ora, perché ho capito che uscire allo scoperto è un dovere, lo devo prima di tutto ai miei figli.
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 28 ottobre 2020
Rapporto Unama. I Talebani uccidono di più dopo gli accordi con gli Stati uniti. I dati della missione Onu: oltre 2000 i morti da gennaio, meno 30% rispetto al 2019, ma un terzo sono bambinim
Kabul, 25 ottobre, funerali di una delle vittime dell'attacco suicida in una scuola della capitale afghana. I Talebani uccidono di più, i bombardamenti afghani sostituiscono quelli americani e il conflitto cambia geografia. Si potrebbe sintetizzare così il rapporto della missione dell'Onu a Kabul (Unama) sulle vittime civili nei primi 9 mesi del 2020, dall'1 gennaio a fine settembre.
I morti sono 2.117, 3.822 i feriti. Complessivamente, una diminuzione del 30% rispetto allo stesso periodo del 2019. Ma i dati sono ambivalenti e il confronto con l'anno scorso - uno dei più sanguinosi del conflitto - rischia di restituire un'immagine troppo rassicurante. Il 2020 si è aperto con l'accordo, a febbraio, tra Talebani e Usa sul ritiro delle truppe straniere, è proseguito con l'inizio, il 12 settembre, del negoziato tra Talebani e Kabul, ma la violenza continua. E in alcune province - Balkh, Samangan, Jawzjan, Badakhshan, Ghor, Kapisa, Logar, Khost e Bamyan - è perfino aumentata rispetto al passato. Nonostante i colloqui in corso a Doha, il Paese "rimane uno dei posti più letali al mondo in cui essere un civile", come certificato pochi mesi fa anche dal Global Peace Index 2020 dello Institute for Economics & Peace, secondo il quale l'Afghanistan è il Paese meno pacifico al mondo (su 163 esaminati) per il secondo anno consecutivo, seguito da Siria, Iraq, Sud Sudan e Yemen.
Per il rapporto di Unama reso pubblico ieri, tra le vittime civili più di 4 su 10 sono donne o bambini. I bambini costituiscono il 31% di tutti i morti e feriti, le donne il 13%. Nel caso dei bambini la diminuzione è del 47% rispetto al 2019, ma il bombardamento aereo di una settimana fa sulla madrasa del distretto di Baharak, nella provincia di Takhar, e l'uccisione di 13 bambini, mostra quanto il pericolo sia persistente. E come il conflitto stia cambiando. La missione dell'Onu esprime preoccupazione per l'aumento del 70% delle vittime causate dai bombardamenti aerei delle forze afghane, che oggi causano l'8% delle vittime totali. L'aumento va ricondotto all'accordo tra Washington e i Talebani: da marzo, gli americani non bombardano più, o quasi. Per questo aumentano le vittime delle bombe sganciate dagli afghani, ma nel complesso diminuiscono del 34% quelle riconducibili alle forze governative - sono il 28% oggi -, tra le quali Unama annovera anche gli stranieri, quest'anno responsabili del 2% delle vittime (83 morti, 30 feriti). Senza i bombardamenti americani, il bilancio delle vittime appare più "rassicurante".
Le forze anti-governative - Talebani, Provincia del Khorasan (branca locale dello Stato islamico) e "anonimi" - sono responsabili del 58% delle vittime (1,278 morti e 2,172 feriti). Nel caso dello Stato islamico, nel 7% dei casi: la riduzione è del 61% rispetto al 2019. Qui sta un'altra ragione per i numeri "rassicuranti": lo Stato islamico colpisce meno. Ai Talebani va attribuito il 45% delle vittime. E dopo l'accordo con gli americani, uccidono di più rispetto al 2019 (6%), a dispetto dei tre periodi di tregua - una delle quali durata 8 giorni - legati al negoziato. Nel complesso causano il 32% in meno di feriti e morti, perché ci sono meno scontri sul terreno (che causano comunque il 38% delle vittime) e attacchi suicidi. La diminuzione potrebbe essere attribuita anche a un altro fattore, la crescita del 51% degli attentati senza paternità: il 7% del totale, cui corrisponde un aumento degli omicidi mirati.
I ricercatori di Unama non lo dicono, ma a Kabul non sono pochi a pensare che i Talebani stiano facendo piazza pulita di oppositori presunti o reali - dai mullah dissenzienti ai leader tribali poco ossequiosi - senza alzare troppo la voce. Mentre a Doha, dove è in corso il negoziato con i rappresentanti del governo, rifiutano di accettare il cessate il fuoco umanitario.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 27 ottobre 2020
"Siamo dispiaciuti di dover rinviare la Rassegna nazionale di teatro in carcere Destini Incrociati 2020 ma anche attenti a quello che sta succedendo. Peraltro gli iscritti all'evento quest'anno sono stati davvero molti e riteniamo giusto non mettere a rischio la salute di nessuno". Con queste parole Vito Minoia, presidente del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, annuncia la sospensione, a seguito nelle nuove misure anti Covid-19 adottate dal Governo, dell'importante rassegna annuale sul teatro in carcere di cui è direttore.
di Giulia Sorrentino
Libero, 27 ottobre 2020
Un tema caldo, che ancora non ha una risposta, quello del capo del Dap. Un posto fondamentale, un ruolo che in Italia negli ultimi mesi ha fatto discutere e non poco. La domanda è: perché lì non c'è Nino Di Matteo? Magistrato con la M maiuscola, nonché l'uomo più scortato d'Italia.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 27 ottobre 2020
Stefano Anastasìa risponde all'accusa pubblicata dal "Fatto quotidiano" di voler impedire l'occupazione dei carcerati. Secondo Il Fatto di ieri il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa, vorrebbe impedire ai detenuti di svolgere lavori di pubblica utilità. Peccato che non sia andata proprio così.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 ottobre 2020
Nando dalla Chiesa critica il fatto che il Garante si sarebbe rifiutato di accettare che i detenuti possano essere impiegati in lavori di pubblica utilità. Dopo la polemica lessicale sul fatto che a detta sua è assurdo che il Garante sia definito "delle persone private della libertà" invece "dei detenuti", il sociologo Nando dalla Chiesa questa volta si scaglia contro una lettera di Stefano Anastasìa, nella veste di garante della regione Lazio delle persone private della libertà.
Il Fatto Quotidiano, 27 ottobre 2020
"I magistrati italiani - lamenta la giunta uscente dell'associazione delle toghe - continuano a disporre di applicativi inadatti per celebrare udienze a distanza, con reti di connessione inefficaci; mancano le annunciate dotazioni informatiche per lo smart working del personale giudiziario; magistrati, avvocati, personale e utenti continuano a utilizzare aule e spazi inadatti a ospitare le udienze in presenza".
Il virus dilaga anche nei Tribunali come racconta la cronaca ogni giorno ma la macchina-giustizia non si può fermare o almeno non lo può fare totalmente. È in questo contesto che arriva la denuncia dell'Associazione nazionale magistrati che parla di " carenze diffuse" e " rischi cui vengono esposti gli operatori e gli utenti". "Mentre i dirigenti degli uffici giudiziari sono impegnati nella redazione dei progetti organizzativi triennali e per i carichi esigibili, la pandemia avanza nei palazzi di giustizia e le Istituzioni competenti sono a oggi silenti".
"I magistrati italiani - lamenta la giunta uscente dell'Anm- continuano a disporre di applicativi inadatti per celebrare udienze a distanza, con reti di connessione inefficaci; la trattazione scritta è consentita solo fino al 31 dicembre, con un procedimento per di più macchinoso; mancano le annunciate dotazioni informatiche per lo smart working del personale giudiziario; magistrati, avvocati, personale amministrativo e utenti continuano a utilizzare aule e spazi inadatti a ospitare le udienze in presenza". Non solo: "Resta irrisolta la disciplina giuridica delle assenze per quarantena di chi potrebbe efficacemente lavorare da casa".
La conclusione del sindacato delle toghe: "Pare in definitiva che l'esperienza della prima ondata di contagi non sia servita a programmare il futuro immediato e a immaginare misure adatte a un servizio essenziale qual è quello giudiziario". I magistrati italiani "continuano a rendere tale servizio, senza timore di esporsi in prima persona pur di dare risposta alla domanda di giustizia". Ma "non intendono essere identificati come responsabili delle carenze diffuse nonché dei rischi cui vengono esposti gli operatori e gli utenti a causa dell'assenza delle Istituzioni cui la Costituzione affida l'organizzazione del sistema giustizia".
Intanto parte oggi il piano di screening di massa con tamponi rapidi negli uffici giudiziari milanesi, gestito dal personale di Ats e organizzato in collaborazione con Regione Lombardia, e che coinvolgerà tutti i lavoratori, magistrati e non solo, del Palazzo di Giustizia, dove ormai da giorni con l'acuirsi dell'emergenza Covid si contano sempre più casi di contagi. I primi test rapidi saranno effettuati in spazi del Palazzo a partire dal primo pomeriggio e riguarderanno oggi una quarantina di persone, tra pm e personale di sei uffici della Procura e poi nel corso di questa settimana lo screening, su base volontaria, proseguirà coinvolgendo tutti gli altri pm e i lavoratori degli uffici del quarto piano.
Un piano di tamponi che mano a mano dovrebbe arrivare a coprire le migliaia di persone che lavorano nel Palagiustizia. Solo in Procura ce ne sono circa 1000 e la scorsa settimana soltanto tra i pm si sono contati 6 positivi. Altri casi hanno riguardato, però, anche magistrati del Palazzo, personale di polizia giudiziaria e tirocinanti.
Intanto, nelle aule del Palagiustizia e della sezione distaccata di via san Barnaba si è deciso di dare una stretta sulle presenze in aula e di potenziare i processi da remoto laddove ci sia il consenso delle parti. Sta ritornando, infine, ad essere privilegiato lo smart-working. I vertici degli uffici giudiziari stanno muovendosi per evitare sia la diffusione del Covid e sia il blocco dell'attività che ha subito già un notevole rallentamento per l'ondata della scorsa primavera e che ha creato parecchi arretrati.
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