di Alessanda Ziniti
La Repubblica, 27 ottobre 2020
"Ho presentato tutti i documenti ma nessuno mi ha mai chiamato". La macchina della regolarizzazione si muove con estrema lentezza e dei 220.000 che hanno fatto richiesta la maggior parte non ha mai ricevuto alcuna risposta. La denuncia delle associazioni della campagna "Ero straniero". Sono passati quasi tre mesi e Kofi aspetta ancora. Nel frattempo continua a spaccarsi la schiena nei campi del foggiano raccogliendo frutta a 5 euro l'ora. "Ho presentato tutti i documenti per la regolarizzazione insieme con il mio datore di lavoro. Speravo di poter finalmente avere dei documenti e un contratto di lavoro ma non è successo nulla. Nessuno mi ha chiamato e nessuno sa darmi spiegazioni".
Kofi, 33 anni, senegalese per lo Stato italiano è ancora un fantasma. Nonostante sia uno dei 220.000 stranieri e lavoratori irregolari che sono riusciti (o forse sarebbe meglio dire sarebbero) ad approfittare del provvedimento di emersione dal lavoro nero varato nei mesi scorsi dal governo per i settori del lavoro domestico, agricoltura, pesca.
Come lui altre decine di migliaia di stranieri irregolari che hanno presentato tutta la documentazione facendo i salti mortali tra le procedure difficilmente comprensibili soprattutto a loro non hanno mai ricevuto alcuna risposta. E continuano a vivere ai margini nei ghetti da irregolari e a lavorare in nero sfruttati. Ecco la storia di Kofi, raccolta da Oxfam, una delle associazioni del cartello che ha sottoscritto la proposta di iniziativa popolare "Ero straniero" approdata dopo tre anni in commissione alla Camera.
"Sono arrivato in Italia dal Senegal sette anni fa - racconta - mi hanno ospitato prima in un centro di accoglienza in Calabria e da lì a Verona, ma la mia richiesta di asilo è stata sempre respinta. Ho fatto ricorso, mi sono affidato ad un avvocato che mi ha chiesto 1.000 euro assicurandomi che in appello sarebbe stata accettata e che, in ogni caso, mi avrebbe fatto avere il permesso di soggiorno con la sanatoria. Non ho mangiato per mesi per mettere da parte quei soldi e sono stato truffato".
Nel frattempo, dal nord Italia Kofi decide di andare a Napoli dove c'è una forte comunità senegalese e da lì viene indirizzato al ghetto di Borgo Mezzanone. Il lavoro lo trova, bracciante agricolo, sette giorni su sette a cinque euro l'ora. A lui, che al suo paese faceva il muratore, va bene così visto che non ha altra alternativa e che in Italia ormai è un irregolare a tutti gli effetti. I caporali lo costringono pure a guidare il pullmino che all'alba porta gli altri lavoratori come lui nei campi, ma Kofi non ha neanche la patente, viene fermato dai carabinieri e finisce pure in carcere.
"Il mio desiderio era solo quello di non essere più un fantasma, potere avere dei documenti e lavorare e vivere in modo dignitoso - dice - così quando il mio datore di lavoro mi ha detto che c'era la possibilità di regolarizzare tutto e farmi un contratto e avere i documenti non mi è parso vero. Ad agosto abbiamo concluso tutto ma adesso sta finendo ottobre e non è successo nulla. Cosa devo fare?".
"Sono moltissimi i casi come quello di Kofi - dice Giulia Capitani di Oxfam - migliaia di lavoratori che pure ne avrebbero avuto diritto alla fine hanno rinunciato per una serie di ostacoli burocratici insuperabili, come ad esempio la richiesta di un passaporto che con tutta evidenza chi è arrivato in Italia da irregolare fuggendo dal suo paese non ha né ha possibilità di andare a chiedere in ambasciata. E moltissimi sono stati pure truffati da intermediari senza scrupoli".
E' anche per questo che il cartello di associazioni che ha promosso la proposta di legge di iniziativa popolare "Ero straniero" (tra cui anche Centro Astalli, Arci, Asgi, Federazione chiese evangeliche, Action aid), nel terzo anniversario dell'iniziativa torna a chiedere "un atto coraggioso da parte del Parlamento perché approvi una riforma profonda della normativa vigente con l'introduzione di canali di ingresso per lavoro". La proposta di legge, depositata tre anni fa con oltre 90.000 firme, è ora all'esame della commissione affari costituzionali della Camera.
di Emma Bonino
Il Manifesto, 27 ottobre 2020
Ero straniero. Creiamo un nuovo sistema di ingressi per lavoro in Italia, mettiamo in contatto i datori di lavoro italiani con i lavoratori stranieri in base alle esigenze del nostro mondo produttivo, consentiamo a chi è disposto a partire per cercare una vita migliore di farlo in sicurezza e piena legalità.
Il 27 ottobre 2017 ero a Montecitorio, insieme agli altri promotori della campagna Ero straniero, per depositare la proposta di legge di iniziativa popolare di riforma della gestione dell'immigrazione in Italia. Eravamo circondati da scatole piene dei moduli sottoscritti da oltre 90.000 cittadini e dai tantissimi attivisti, militanti, volontari, sindaci che quelle firme una per una avevano raccolto in tutta Italia. Oggi la proposta di legge è all'esame della prima commissione della Camera - ne è relatore Riccardo Magi - e aspetta di essere approvata.
Quella campagna è stata e continua a essere la prova di come organizzazioni e movimenti con storie diverse - radicali, organizzazioni religiose, sindacati, realtà impegnate nell'accoglienza e nel sociale - possano avere la forza di proporre i cambiamenti necessari a garantire al paese più diritti, più legalità e più sicurezza, quei cambiamenti che una politica sempre più ostaggio del consenso non ha avuto il coraggio di fare.
Da quasi vent'anni, dall'approvazione della famigerata Bossi-Fini, abbiamo assistito a una gestione del fenomeno migratorio irrazionale e miope, spesso vittima della propaganda, in difficoltà di fronte all'aumento dei flussi negli anni più recenti, senza che vi sia stato il coraggio, da parte dei diversi governi che si sono succeduti, di cambiare il sistema fallimentare introdotto nel 2002. Tanto che da allora molti di quei governi, alle prese con numeri sempre più alti di persone rimaste senza documenti e costrette al lavoro nero, con sempre maggiore marginalità a livello sociale, non hanno potuto fare altro che ricorrere a sanatorie periodiche.
E con un certo successo, visto che centinaia di migliaia di persone vi hanno ogni volta aderito, rimanendo successivamente a vivere e lavorare dignitosamente nel nostro paese, contribuendo in maniera importante al nostro Pil, versando contributi indispensabili alla tenuta del nostro sistema pensionistico, facendosi carico dei nostri anziani o diventando manodopera indispensabile per tanti comparti produttivi. Ma si è tornati ogni volta, dopo poco tempo, alla situazione di partenza, senza una programmazione efficace degli ingressi per lavoro e senza puntare sull'integrazione.
Negli ultimi mesi qualcosa si sta muovendo: la regolarizzazione straordinaria del maggio scorso, seppur molto limitata e dettata dall'emergenza sanitaria, e il decreto immigrazione da poco pubblicato, pensato per riparare ad alcuni dei danni più pesanti causati dai decreti sicurezza, potrebbero rappresentare i primi passaggi di un disegno più ampio e più coraggioso. Creiamo un nuovo sistema di ingressi per lavoro in Italia, mettiamo in contatto i datori di lavoro italiani con i lavoratori stranieri in base alle esigenze del nostro mondo produttivo, consentiamo a chi è disposto a partire per cercare una vita migliore di farlo in sicurezza e piena legalità.
E investiamo nell'integrazione di chi in Italia già si trova, coinvolgendo i territori e spegnendo il fuoco della paura. Per tutto ciò la palla dovrebbe passare ora al Parlamento che ha a disposizione uno strumento prezioso, la nostra proposta di iniziativa popolare. Non resta che andare avanti coi lavori, discuterla e approvarla. Come in questi tre anni, noi non smetteremo di impegnarci.
di Viola Giannoli
La Repubblica, 27 ottobre 2020
Riparte la discussione alla Camera. Dall'opposizione sollevate pregiudiziali di costituzionalità e presentati 800 emendamenti. Riparte l'accidentato cammino della legge contro omolesbobitransfobia e misoginia.
Stamattina in Aula alla Camera riprende infatti la discussione sulla proposta che porta come primo firmatario il nome del deputato Pd Alessandro Zan. Era stato il presidente della Camera, Roberto Fico, a rassicurare venerdì sulla calendarizzazione del provvedimento dopo l'ennesimo rinvio e le polemiche delle opposizioni e degli ultra-cattolici riaccesesi per le parole del Papa sulle unioni civili.
La proposta di legge, nella sua nuova formulazione, porta però delle novità: anzitutto l'estensione del testo anche ai reati legati alla disabilità della vittima. Ad annunciarle ieri lo stesso Zan: "Come maggioranza abbiamo formulato e presentato sette emendamenti, per mantenere pienamente efficace tutto l'impianto del provvedimento approvato in commissione Giustizia.
Anche in questo passaggio abbiamo lavorato tenendo presente l'obiettivo della proposta di legge: il contrasto alle discriminazioni, all'odio e alle violenze; per questo abbiamo deciso di accogliere la richiesta proveniente da molte associazioni di persone con disabilità di estendere le previsioni degli articoli 604 bis e ter del codice penale anche ai delitti commessi per ragioni legate alla disabilità della vittima".
Quanto agli input arrivati dalla commissione Affari costituzionali e quelli del Comitato per la legislazione, "abbiamo recepito - prosegue il deputato dem - le richieste di modifica definendo in modo più rigoroso le nozioni utilizzate (sesso, genere, identità di genere, orientamento sessuale) e ribadendo esplicitamente che la punibilità scatta quando vi sia 'il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti'. "Inoltre - prosegue Zan - l'emendamento precisa che le opinioni non istigatorie 'restano salve', in quanto già discendenti direttamente dall'articolo 21 della Costituzione. Con questo emendamento smascheriamo anche tutte le fake news costruite ad arte nel corso di questi mesi su presunti intenti 'liberticidi' di questa legge".
I proponenti puntano all'approvazione entro pochi giorni, prima della sezione di bilancio, per poi passare il testo al vaglio del Senato dove i numeri sono più incerti. Ma gli ostacoli ci sono anche alla Camera: Lega e FdI hanno chiesto per il provvedimento le pregiudiziali di costituzionalità, un tentativo di bloccare la legge dichiarandola da subito incostituzionale. E hanno presentato 800 emendamenti. "Sapete di cosa di occupa martedì la Camera? - ha detto sprezzante in diretta streaming Matteo Salvini - Della legge contro la omotransfobia, il ddl Zan. In commissione si parla di legge elettorale, in un'altra commissione di cancellare i decreti sicurezza. Cercheremo di costringere il Parlamento e il governo a occuparsi di vita vera, di virus, di economia, di lavoro...".
Sono oltre 30 anni che l'Italia attende una legge contro l'omofobia. Il ddl Zan è stato approvato il 29 luglio 2020 in commissione Giustizia alla Camera. Il 3 agosto è iniziata la discussione generale in Aula poi interrotta dalla pausa estiva. Ora un altro step. "Se verrà approvato il testo con i nostri emendamenti - conclude Zan - daremo finalmente al Paese una legge avanzata di vasta efficacia contro i crimini d'odio. Il ritardo rispetto agli altri grandi paesi occidentali potrà finalmente essere colmato".
di Pier Luigi Vercesi
Corriere della Sera, 27 ottobre 2020
L'85% dei decessi per il virus ha colpito gli over 70, ma tenerli segregati ha forti implicazioni psicofisiche. Le Rsa hanno attrezzato spazi protetti per le visite, ora però i decreti sono tornati restrittivi. Più costi per le strutture e perdite: lo Stato intervenga. Non escono dai nostri occhi le file di bare collocate in piazzali anonimi, le cerimonie senza il conforto dei parenti, la disperazione dei figli che non riescono ad avere notizie dei loro genitori ospitati nelle residenze per anziani. Non si attenua l'angoscia di chi si sente abbandonato, pur involontariamente, perché un virus sta attentando alla vita di tutti e alla loro in particolare.
Ciò che è accaduto nella scorsa primavera, per qualche mese è parso un incubo dal quale ci si era svegliati. Ora si ripresenta nonostante tutte le precauzioni. E l'angoscia sale con la sensazione che la luce in fondo al tunnel si stia allontanando. Non è bello a dirsi, ma il virus siamo noi: il Covid-19 si trasmette alle persone attraverso altre persone. Tutti possiamo essere contagiati, poi sono le fasce più deboli che corrono i rischi maggiori.
I dati Istat indicano che l'85 per cento dei decessi per coronavirus ha colpito la popolazione con più di 70 anni. Oggi i prototipi delle vittime sono l'uomo di 79 e la donna di 84 anni con due patologie. Allora occorre capire come affrontare il problema: come garantire sicurezza evitando la solitudine? E, più in generale, come organizzare la gestione di una fascia di popolazione sempre più ampia con servizi e politiche adeguate ai bisogni? Negli scorsi mesi, ci si è posti il problema se tenere "segregati" gli anziani non peggiorasse la loro condizione psico-fisica.
Il professor Marco Trabucchi, direttore scientifico del Gruppo di Ricerca Geriatrica di Brescia, non nasconde che, di fronte alla richiusura delle residenze, l'anziano "si trovi malissimo: le persone che non vedono più i loro parenti stanno peggio, non dormono, tendono ad essere agitati, mangiano poco, hanno problemi di digestione e a livello intestinale, sono ansiosi, anche perché l'operatore deve tenere le distanze, porta la mascherina, non sono ammesse le carezze... Ma non c'è alternativa. Non vorrei trovarmi nei panni di chi deve prendere le decisioni: qualsiasi cosa succeda è colpa sua. Sarebbe bello se le comunità attorno alle case di riposo si assumessero la responsabilità collettiva delle scelte, ma non è possibile. Anzi, chi si è accollato il peso delle decisioni non ha avuto la minima testimonianza di solidarietà".
Gli stessi problemi psicologici e di salute si presentano anche negli anziani che restano in casa propria, forse addirittura peggio? "No - spiega Trabucchi -, perché in questo caso, con tutte le precauzioni necessarie, possono vedere persone. Certo, se nessuno si occupa di loro è un dramma. Contrastare la solitudine, però, è più semplice di quanto si immagini. Vuole un'idea? Se un vigile si presentasse, con tutte le precauzioni, a casa di un anziano con un sacchetto di caramelle e dicesse: "Queste gliele manda il sindaco", non ha idea di quali effetti positivi sortirebbe. O ricevere ogni tanto la visita di un sacerdote con una parola di conforto".
Nelle residenze per anziani l'esperienza dei mesi scorsi ha consentito di attrezzare aree dove ricevere i congiunti a distanza attraverso un vetro, anche se i decreti impongono misure sempre più restrittive. "Fino a poche settimane fa - spiega Franco Massi, presidente di Uneba, l'associazione nazionale che riunisce le istituzioni e le iniziative di assistenza sociale - consentivamo le visite nei giardini delle strutture, ora abbiamo attrezzato spazi riscaldati, con percorsi separati, dove i parenti si possano parlare e vedere, intrattenersi senza però avere contatti. Ma qui continuano le restrizioni". Anche perché il 35% degli ospiti delle residenze fatica a familiarizzare con il tablet. In alcune case, proprio per ovviare al problema, una fondazione che fa capo a un grande operatore telefonico e una società del settore tecnologico hanno messo a disposizione gratuitamente grandi schermi per facilitare il dialogo a distanza. I risultati sembrano molto incoraggianti. Nei giorni scorsi, nonostante i sistemi di prevenzione adottati nelle case per anziani, sono scattati allarmi in alcune residenze.
"Non dimentichiamo - precisa Massi - che l'anziano è la vittima, non il trasmettitore del virus. A marzo i decessi erano sul territorio, la maggioranza delle morti dentro le residenze sono avvenute ad aprile. Ciò significa che il virus è stato portato da parenti, operatori o fornitori. Ora tutte le precauzioni sono state prese, il personale è dotato di dispositivi di protezione, fa periodicamente tamponi sierologici, se manifesta un minimo problema di salute rimane a casa, però è impossibile azzerare il rischio, perché chi lavora nelle strutture ha una vita propria, una famiglia, figli che vanno a scuola, contatti esterni".
In molti casi gli anziani necessitano di un'assistenza che non può prescindere dal contatto fisico, seppure protetto: alcuni sono incontinenti, devono essere lavati, hanno piaghe da decubito che vanno medicate. "Nelle residenze abbiamo medici, anche se non specializzati, c'è l'ossigeno, tutto ciò che serve per un pronto intervento. L'anziano che si ammala può essere curato", insiste Massi.
L'avvocato Luca Degani, specializzato in legislazione socio-sanitaria e non profit oltre a essere presidente di Uneba Lombardia, fa però notare che le residenze per anziani sono "destinate alla cronicità, a un servizio integrato e non dovrebbero prendersi carico di malattie infettive in momenti pandemici". In altre parole, qualora si verifichi un caso di Covid-19 in una struttura, il paziente dovrebbe essere immediatamente trasferito in ospedali specializzati, anche per evitare che il focolaio infettivo si propaghi a macchia d'olio.
Cosa che nella primavera scorsa era impossibile ma che oggi dovrebbe essere una prassi. Intanto si pone un altro problema: la sostenibilità delle strutture. Le perdite accumulate dall'inizio dell'anno assommano a 200 milioni di euro. Il contributo pubblico in media (cambia a seconda della regione) è di circa il 40 per cento dei bilanci.
Il 60 per cento è coperto con le rette. "Nonostante ci sia stata la riapertura, i posti a disposizione non sono tutti coperti perché le procedure d'ingresso che abbiamo previsto sono molto lunghe e restrittive: quarantena a casa, doppio tampone, sorveglianza all'interno della struttura - continua Massi - e i costi, anche solo per le mascherine e i guanti, sono aumentati a dismisura. Incidono poi l'aumento del personale e le maggiori spese per i farmaci destinati ai malati che non vengono presi in carico dagli ospedali".
Nella sostanza, per poter continuare la loro attività, le residenze per anziani necessitano di un maggior contributo statale. "Ci si ostina a non considerare il sistema socio-sanitario parte integrante del sistema sanitario nazionale - insiste Massi - ma i numeri parlano chiaro. In Italia ci sono più posti letto nelle Rsa che in ospedale: 215 mila più 40 mila per riabilitazione in questi ultimi, contro 285 mila più 40 mila per le persone con disabilità nelle residenze".
Il Covid-19 ha dunque dimostrato che ospedali e residenze per anziani non possono essere mondi separati, anche per tutelarsi a vicenda. C'è poi un ulteriore tema che purtroppo si continua a sottovalutare: quello del servizio a domicilio, non necessariamente legato al Covid-19, per le persone anziane e disabili. "Mai come in questo momento - sostiene Degani - dovrebbero essere implementati. Eppure lo Stato ha finanziato esclusivamente l'assistenza domiciliare fornita dalle strutture pubbliche, sapendo benissimo che, ad esempio in Lombardia, il 90 per cento dei servizi domiciliari è gestito da enti privati non profit che, non avendo più risorse, non possono fornire il servizio".
Nei mesi di emergenza spesso il volontariato ha sopperito alle carenze organizzative, pur comprensibili, di chi era preposto ad affrontare i problemi della pandemia, ma ora c'è stata un'estate di mezzo, i problemi si conoscono, altre nazioni stanno svolgendo il ruolo di apripista che era spettato all'Italia nella scorsa primavera. Il problema degli anziani è prioritario e non può essere lasciato alla buona volontà di donne e uomini e ragazzi. Nel maggio scorso, la Comunità di Sant'Egidio lanciò, dalle pagine del Corriere della Sera, un appello internazionale a cui hanno aderito migliaia di personalità anche del mondo culturale e politico: "Senza anziani non c'è futuro". Il suo presidente, Marco Impagliazzo, citò il cardinale Carlo Maria Martini: "Sulla dignità della vita offerta agli anziani si misura il profilo etico di ogni società". Anche perché tutti siamo destinati a diventare anziani e pure così si prepara il futuro dei giovani.
di Giampaolo Cadalanu
La Repubblica, 27 ottobre 2020
Il premier chiede ai manifestanti di evitare la violenza, e ordina alla polizia di non usare pallottole vere. Sono seicento le vittime dall'inizio delle contestazioni. E' passato un anno e la rabbia degli iracheni non è ancora sfumata, anche se è forse un po' meno accesa, e fiaccata dalla pandemia. Ieri era il primo anniversario della contestazione contro l'aumento dei prezzi e la corruzione, e centinaia di giovani si sono riversati a piazza Tahrir, nella capitale, cantando e ballando. Le tv proponevano immagini di un manifestante su sedia a rotelle issato a braccia fra la folla, in un'atmosfera a metà fra la festa e la protesta. Molti ragazzi brandivano cartelli con su scritto Vulcano 25 ottobre, a sottolineare che la loro marcia è inarrestabile.
Anche in altre città, fra cui Najaf, Nassiriya e Bassora, la gente è scesa in strada, superando la prudenza legata alla diffusione del coronavirus. A Bagdad una parte dei contestatori ha cercato di sfondare i blocchi delle forze dell'ordine per raggiungere la zona Verde, con i palazzi governativi e le ambasciate. La polizia è intervenuta con gas lacrimogeni e idranti.
Secondo i media locali sono almeno una sessantina i feriti fra poliziotti e civili. Il nucleo della protesta è il centro-sud sciita, che contesta il governo, considerato troppo filo-americano, ma sembra ostile anche verso i gruppi di influenza iraniana. Al centro delle richieste c'è soprattutto quella di giustizia per le vittime della repressione governativa.
In un anno circa 600 persone sono rimaste uccise, mentre i feriti sono circa 300mila: gran parte delle vittime sono manifestanti e attivisti, morti nelle proteste. Il primo ministro Mustafa al Khadimi ha dato ordini rigorosi alle forze dell'ordine, perché si astengano dall'usare proiettili veri, e ha invitato i manifestanti a evitare la violenza. Il portavoce degli Stati maggiori Yahya Rasool ha confermato che le forze impegnate a fermare i cortei non avevano con sé armi da fuoco. Elezioni politiche sono previste per il prossimo giugno.
santegidio.org, 27 ottobre 2020
Un nuovo edificio - vasto e luminoso - destinato a laboratori per l'istruzione professionale (vi si insegneranno alcuni mestieri come il falegname, il sarto e l'idraulico) è stato donato dalla Comunità di Sant'Egidio al carcere malawiano di Mulanjie. L'addestramento e l'avviamento al lavoro, permetterà ai detenuti di lavorare ed avere una fonte di sostentamento, sia durante la detenzione, sia a fine pena, quando sarà necessario reintegrarsi nella società e provvedere alle loro famiglie. La costruzione è parte di un progetto di riabilitazione dei detenuti per il quale Sant'Egidio è impegnata da tempo nelle carceri del paese, lottando per la difesa della dignità di chi è prigioniero e per la garanzia del rispetto dei loro diritti umani.
Sant'Egidio è presente nel carcere di Mulanje da molti anni, tanto che l'amicizia con i prigionieri si è trasformata in un legame di fraternità: all'interno della prigione è nata una Comunità di Sant'Egidio, formata da detenuti e agenti di custodia, che si riuniscono due volte a settimana attorno alla Parola di DIo, per pregare in unità con tutte le comunità nel mondo. Le Comunità di Sant'Egidio del Malawi, da molti anni visitano i detenuti in 14 delle principali carceri del Paese, raggiungendo circa 10.000 reclusi, alleviando la vita di tanti con distribuzioni di cibo e altri beni e creando legami di amicizia con molti di loro. Da alcuni anni inoltre si è attivata una Law Clinic, con la collaborazione di un gruppo di avvocati che aiutano ad avere un processo regolare. Un progetto che ha permesso nell'arco di due anni il rilascio di 50 detenuti.
Inoltre Sant'Egidio - con un progetto totalmente autofinanziato ed erogato gratuitamente - ha realizzato, nelle principali carceri del paese, cisterne per l'acqua potabile, pompe idriche e pozzi per garantire il diritto alla salute e per impedire che la detenzione, si trasformi - come purtroppo ancora accade - in una condanna a morte per malattie e infezioni, causate dall'uso di acqua impura o dalla sua totale assenza. L'insorgenza del Covid 19 lo scorso marzo ha reso ancora più difficile le condizioni dei detenuti, costretti ad un isolamento totale per mesi, in luoghi sovraffollati e con scarsità di cibo. Durante il lockdown, Sant'Egidio non ha fatto mancare la propria vicinanza: non potendo effettuare visite, ha fatto arrivare loro mascherine, disinfettanti, saponi, cibo e tante lettere.
di Chiara Mariani
Corriere della Sera, 27 ottobre 2020
Alcune sono riuscite a fuggire, altre sono state rilasciate dai terroristi che le sequestrarono in Nigeria sei anni fa: oggi sono 119 le giovani donne che vogliono studiare all'università. Delle più sfortunate, oltre 100, non sappiamo più nulla. Nel 2014, la notte del 14 aprile, 276 studentesse della scuola superiore di Chibok, Nigeria, vengono rapite da un'organizzazione terroristica nota come Boko Haram. Le autorità nigeriane erano state avvertite quattro ore prima, un lasso di tempo che, dicono, non permette loro di prevenire il delitto.
Molte delle ragazze sono condotte nei vicini Paesi del Camerun e Ciad, costrette a unirsi in matrimonio con i terroristi e le non musulmane a convertirsi all'Islam. Alcune riescono a liberarsi subito, ma gli abitanti dei villaggi vicini le restituiscono ai rapitori, condannandole alla frusta. Le famiglie delle vittime sono angosciate e furiose contro le autorità.
Un avvocato di Abuja, la capitale della Nigeria, promuove l'hashtag #BringBackOurGirls che in pochi giorni diventa uno dei più twittati: sei milioni di volte. Le ragazze di queste pagine, ritratte dalla francese Bénédicte Kurzen, sono le involontarie protagoniste di quella sciagurata avventura. Si trovano nel campus della American University of Nigeria (a Yola nello Adamawa State) sotto la supervisione della New Foundation School, fondata nel 2014 per permettere loro di completare gli studi. All'inizio sono 11. Nella primavera del 2019 le studentesse scappate o rilasciate che accedono ai corsi sono già 119. Ma le più sfortunate, più di cento, mancano all'appello.
di Rodolfo Casadei
Tempi, 27 ottobre 2020
I curdi vogliono rilasciare i detenuti e solo gli Usa si sono impegnati in un programma di de-radicalizzazione. Una situazione complessa. Resta innescata la bomba dei detenuti dell'Isis nelle prigioni sotto il controllo dell'Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est (Aasne), l'interfaccia civile delle Forze democratiche siriane (Fds) egemonizzate dai curdi delle Ypg (Unità di protezione popolare) anche se un portavoce del Dipartimento di Stato americano ha fatto sapere attraverso la radio Voice of America che gli Usa sono d'accordo con la decisione curda di rilasciare 631 detenuti fiancheggiatori dell'Isis che non avrebbero commesso delitti di sangue e 289 civili dal campo di internamento di al-Hol per familiari dei detenuti.
L'amnistia decisa il 12 ottobre scorso dalle autorità della cosiddetta Rojava riguarda tutti i detenuti nelle strutture penitenziarie della regione autonoma. Essa comporta il rilascio di tutti i carcerati per reati minori, gli ultra75enni e i malati terminali; commuta le condanne all'ergastolo in 20 anni di carcere e dimezza tutte le altre pene detentive.
Sono esclusi dall'amnistia i condannati per spionaggio, tradimento, delitti d'onore, violenze carnali, traffico di droga e gli alti gradi delle organizzazioni terroristiche, come pure i responsabili dell'addestramento e tutti i combattenti che hanno ucciso cittadini siriani. Gli effetti dell'amnistia sui detenuti dell'Isis sono, oltre all'immediato rilascio di 631 di essi, quello imminente di altri 253 che hanno avuto la sentenza dimezzata. Sette giorni prima l'Aasne aveva annunciato il graduale rilascio di 25 mila donne e bambini di nazionalità siriana dal campo di internamento di al-Hol, dove si trovano da un anno e mezzo 68 mila familiari dei detenuti dell'Isis.
Rispedire a casa i jihadisti - La situazione resta esplosiva perché nelle carceri curde si trovano migliaia di terroristi dell'Isis che hanno già tentato più volte evasioni di massa, e perché non ci sono garanzie sul reinserimento sociale sia dei detenuti fin qui rilasciati che dei loro familiari. Le stime sul numero dei combattenti jihadisti sparsi in una dozzina di carceri dell'Aasne variano da fonte a fonte. Le più attendibili parlano di 19 mila prigionieri Isis, 12 mila dei quali siriani; gli iracheni sarebbero 5 mila e gli altri stranieri, appartenenti a 55 diverse nazionalità, 2 mila circa. Le autorità curde hanno fatto presente più volte alla comunità internazionale che non sono in grado di garantire la sicurezza e la vivibilità delle carceri nel lungo periodo, e hanno visto respinte le loro richieste ai paesi di appartenenza dei jihadisti non-siriani di poter rispedire questi ultimi nella patria di origine. Solo gli Usa hanno impegnato una parte dei 200 milioni del loro programma anti-Isis nella Siria nord-orientale per migliorare il sistema carcerario e per il mantenimento delle famiglie dei terroristi nei campi per gli sfollati.
Come reinserirli - Americani e curdi ora rassicurano che esistono programmi di de-radicalizzazione sia nei centri di detenzione che presso le comunità dove i civili rilasciati dal campo di al-Hol rientreranno. Un certo numero di osservatori rimane scettico. Secondo Eva Kahan dell'Institute for the Study of War "molto probabilmente l'Isis ha reclutato aggressivamente all'interno dei centri di internamento a causa dell'incapacità delle Fds di tenere separati gli elementi radicali dal resto della popolazione.
Questi iniziali rilasci forniranno decine o anche centinaia di potenziali combattenti Isis o fiancheggiatori alle cellule sia dormienti che attive di insorti nella media valle dell'Eufrate e potrebbero rappresentare benzina gettata sulle fiamme dell'insurrezione".
Secondo le statistiche disponibili, donne e bambini rappresentano il 94 per cento dei residenti del campo di al-Hol, ma è noto che molte donne hanno avuto e hanno un ruolo di rilievo nel sistema di militanza organizzata dell'Isis e che i "bambini" comprendono tutti i minorenni, e anche in questo caso è tristemente famosa la capacità di condizionamento psicologico di ragazzi e persino bambini da parte dell'Isis al fine di farli entrare nelle file dei suoi combattenti.
Inoltre i 10 mila stranieri non iracheni e non siriani presenti nel campo - che solo in rari casi vengono riaccolti nei paesi d'origine - rappresentano la componente più radicalizzata di tutti gli internati. Secondo Mona Yacoubian dell'Institute of Peace di Washington "molto dipenderà dalle condizioni che ritroveranno nelle loro comunità d'origine, e se queste condizioni saranno favorevoli o no al loro reinserimento. Nella misura in cui gli internati si ritroveranno nel genere di condizioni che hanno alimentato le recriminazioni che spesso hanno potuto condurre all'ingresso nei ranghi dell'Isis, il loro rinvio ai luoghi di origine è motivo di preoccupazione".
Migliaia di combattenti - A insistere per il rilascio dei civili internati nei campi per sfollati (quelli ufficiali sono una dozzina) sono state soprattutto le autorità tribali delle comunità beduine, che in alcuni casi hanno pagato con la vita la loro incapacità di convincere i curdi a fare in fretta, ma resta forte l'interrogativo sulla possibilità di vita normale in comunità che sono state duramente colpite dalla guerra e ora dalla crisi economica, e presso le quali le entrate erano assicurate soprattutto dagli uomini che erano andati a combattere con l'Isis.
D'altra parte ad al-Hol e negli altri campi per sfollati le condizioni di vita sono in graduale peggioramento, con un costante aumento dei tentativi di fuga e dei delitti all'interno delle strutture. Fra agosto e metà ottobre si sono registrati 16 omicidi. E le autorità curde hanno fatto sapere che "l'Aasne non intende pagare somme esorbitanti per procurare a queste persone cibo e altri generi. Inoltre i problemi che dobbiamo affrontare quotidianamente comprendono omicidi, stupri e così via".
L'Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari fa presente che i cinque enti Onu che si occupano dei bisogni del campo di al-Hol hanno finora ricevuto soltanto 19,6 dei 53,2 milioni di dollari di cui hanno bisogno per la gestione delle attività umanitarie quest'anno. In Siria l'Isis non controlla più nessun territorio dal marzo 2019, ma resta attivo con attacchi e attentati nella regione di Der Ezzor. l'Aasna ha annunciato che fra gennaio e febbraio dell'anno prossimo verranno portati in giudizio "migliaia" di combattenti dell'Isis attualmente detenuti.
di Paolo Ganzerli
Il Mattino, 26 ottobre 2020
In occasione della Giornata Europea della Giustizia, l'Ispi fa il punto sullo stato dell'indipendenza della giustizia in Europa: Italia agli ultimi posti dopo Grecia, Cipro e Repubblica Ceca. Il 25 ottobre di ogni anno si celebra l'European Day of Justice (Giornata Europea della Giustizia). Istituito nel 2003 dalla Commissione Europea e dal Consiglio d'Europa, l'evento ha l'obiettivo di informare adeguatamente i cittadini sui loro diritti e sulle modalità di funzionamento della giustizia civile, in modo da contribuire al loro avvicinamento alla giustizia e, quindi, a migliorare l'accesso al servizio giudiziario. In occasione di questa giornata, l'Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) ha fatto il punto sulla situazione dell'indipendenza della giustizia in Europa. E per l'Italia non ci sono buone notizie.
di Michela Allegri
Il Messaggero, 26 ottobre 2020
Le cifre sono da capogiro: dal 1991 al 31 dicembre 2019 ci sono stati 28.893 casi di errore giudiziario in Italia, considerando sia le ingiuste detenzioni, sia le assoluzioni a seguito di un processo di revisione. Quasi mille all'anno. E la spesa per lo Stato, tra risarcimenti e indennizzi, è stata altissima: 823.691.326 euro, circa 28 milioni e 400mila euro ogni dodici mesi.
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