napolivillage.com, 27 ottobre 2020
Sono più di 100 i detenuti affetti da coronavirus e oltre 150 i poliziotti penitenziari nelle carceri italiane. Dati importanti, ma sicuramente sottostimati che dovrebbero indurre l'amministrazione penitenziaria a mettere in atto disposizioni che vadano ad impedire l'aggravarsi dei contagi. A dichiararlo è il segretario generale del sindacato polizia penitenziaria S.PP. Aldo Di Giacomo: "i dati sicuramente preoccupano, ma preoccupa sicuramente di più l'immobilismo da parte dell'amministrazione penitenziaria.
Bisognerebbe impedire i colloqui con i familiari e l'accesso di tutte quelle persone non indispensabili per un periodo limitato ma utile a consentire l'evitarsi del diffondersi del virus all'interno delle carceri; garantendo comunque loro la possibilità di avere contatto con i loro familiari detenuti.
I dati forniti dall'amministrazione penitenziaria sembrano sottostimare il problema o comunque non aggiornati in tempo reale, in quanto i dati forniti dalle nostre strutture ci dicono che i numeri dei contagi sono maggiori. Mancano, inoltre, nella maggior parte degli istituti penitenziari presidi quali mascherine, gel igienizzanti, guanti e tute, che secondo i dati forniti dall'amministrazione le carceri italiane dovrebbero produrre 500 mila mascherine al giorno".
Continua Di Giacomo: "sembra che l'amministrazione penitenziaria ed il ministro si siano già dimenticati della pesantissima situazione vissuta qualche mese fa con devastazioni e 14 morti. Le strutture carcerarie non sono in grado di poter ospitare e curare centinaia di detenuti infetti.
Ci risulta, inoltre, che in molti istituti le infermerie siano in possesso di tamponi rapidi, come quella di Palermo, ma che non vengono fatti per paura di dover mettere in isolamento decine e decine di poliziotti. La maggiore preoccupazione deriva da ciò che potrebbe succedere dal propagarsi del virus in carceri come quello di Napoli Poggioreale, Secondigliano e nelle grandi carceri italiane dal punto di vista dell'ordine pubblico ossia di eventuali possibili rivolte. Le organizzazioni criminali all'interno delle carceri italiane sono ancora molto forti e pronte a fomentare nuove rivolte".
di Fiorenza Sarzanini
Corriere della Sera, 27 ottobre 2020
L'invito dopo gli scontri di Milano, Torino e altre città contro le misure per contenere il Covid è di separare "chi protesta legittimamente da chi invece coglie l'occasione per creare disordine".
Formazioni di destra, centri sociali, tifosi ultrà che approfittano della protesta dei lavoratori e innescano gli scontri: è la tensione sociale che già dalla scorsa primavera la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese e il capo della polizia Franco Gabrielli temevano potesse esplodere.
E che adesso, dopo il Dpcm del governo che chiude numerose attività, si manifesta nelle piazze delle città italiane con lanci di molotov e assalti contro le forze dell'ordine. Una rabbia che si trasforma in violenza e incendia un clima già incandescente. Per questo già da giorni dal Viminale è partita un'allerta forte - ribadita ieri - per prefetti e questori. Un richiamo a vigilare su quelle manifestazioni che "rischiano di degenerare" per l'infiltrazione di gruppi "professionisti dello scontro".
Tre giorni fa, in un'intervista al Corriere, era stata proprio la ministra Lamorgese a garantire che "il governo è impegnato per assicurare risorse adeguate alle famiglie e imprese più esposte in questa grave situazione economica". Aveva assicurato che "la rete delle prefetture è da tempo allertata per intercettare eventuali segnali di malessere e tensioni dovuti alle difficoltà di un intero tessuto economico e sociale". E ieri dal Viminale è partita una nuova direttiva affinché si cerchi di "separare chi protesta in maniera legittima da chi invece coglie l'occasione per creare disordine". È la ricerca del consenso che le formazioni politiche estreme di destra e di sinistra cercano cavalcando il malessere dei cittadini. Era già accaduto a Roma - appena un anno fa - quando Forza Nuova e CasaPound si insinuarono tra la gente che nelle periferie manifestava contro la concessione delle case agli extracomunitari fomentando la rivolta. Accade adesso che la rabbia di negozianti e gestori di bar e ristoranti si scatena contro le chiusure serali decise dal governo.
La scorsa settimana, quando i sindaci chiedevano l'impiego dei reparti mobili solitamente impegnati negli stadi per controllare che nelle strade e piazze della movida i cittadini indossassero la mascherina ed evitassero gli assembramenti, il prefetto Gabrielli ha chiarito che quelle forze servono per essere schierate e spostate sui territori a seconda di singole e non preventivabili esigenze. Considerazione che adesso diventa profetica visto quanto sta accadendo. Nel luglio scorso, di fronte al Parlamento, Lamorgese era stata chiara: "C'è un rischio concreto che la crisi economica legata al Covid produca tensioni sociali in autunno". L'autunno è adesso e con questo il Viminale si trova a fare i conti.
di Carlo Bertini
La Stampa, 27 ottobre 2020
Renzi si smarca e invoca modifiche su teatri, cinema e ristoranti. Zingaretti: "Così non funziona". Ma chiede di coinvolgere le opposizioni. Il Covid dilaga e infetta politicamente anche la maggioranza che sostiene Giuseppe Conte. Il quale è costretto a ricevere gli scontenti, dagli organizzatori delle sagre di paese ai gestori di cinema e ristoranti, per provare a tacitarne le proteste. Ma anche a fare i conti con i suoi "dante causa" politici: che non gli risparmiano colpi sulla ratio di queste misure, come fa Matteo Renzi, subito rintuzzato da Nicola Zingaretti.
Il quale però chiede al premier anche uno scatto, la capacità di fare sintesi e un tavolo bipartisan per coinvolgere le opposizioni. "Non puoi pensare di chiamarli 5 minuti prima e leggergli il Dpcm, così non funziona", dice dopo aver chiuso la Direzione il leader del Pd. Che dà a Conte 30 giorni per far giungere i ristori delle categorie e per decidere i progetti sul Recovery fund e sulle riforme. "Gli italiani sono stanchi, noi dobbiamo raccogliere queste paure", è il suo monito.
Orlando cita Prodi e Bertinotti - Insomma, se la rabbia nelle piazze da Torino a Catania, e l'insofferenza diffusa verso le nuove misure mostrano che la gente sia meno incline alla muta disciplina come in primavera, lo spettacolo di assalto al premier subito dopo le decisioni prese per contenere il contagio è un inedito: e dimostra la maggior debolezza del governo in questa seconda fase. "Con i ministri in piazza non finisce bene...", dice Andrea Orlando rivolto a Renzi, ricordando la fine del governo Prodi, quando Rifondazione comunista di Fausto Bertinotti giocava due parti in commedia, di lotta e di governo.
La fiammata di Renzi - "Chiederò di cambiare il Dpcm", annuncia il leader di Iv. "Vogliamo essere coinvolti nelle decisioni", spiega Ettore Rosato. "Mentre si chiedono sacrifici - scrive Renzi nella sua enews - sarebbe molto utile che il governo ci spiegasse quali sono i dati scientifici e le analisi sui quali si prendono le decisioni: i dati scientifici, non le emozioni di un singolo ministro". Che sarebbe nella fattispecie Dario Franceschini, reo di aver sdoganato queste chiusure per una sorta di paura incontrollata, spiega Renzi nei suoi conversari. "Ho l'impressione che non si sia percepita la gravità della crisi", si irrita ovviamente il ministro della Cultura. Ma Renzi non solo se la prende con lo stop ai cinema e ai teatri accettato da Franceschini malgrado i dati confortanti sui contagi in quei luoghi ("e allora perché non lo stop delle messe?"). Ma pure con lo stop dei ristoranti alle 18, "tecnicamente inspiegabile, tanto che sembra un provvedimento preso senza alcuna base scientifica". Per questo chiederà a Conte di tenerli aperti fino alle 22.
Un tavolo con le opposizioni - "Non si può chiedere all'opposizione solo di sottoscrivere le decisioni prese dalla maggioranza. Serve un punto di equilibrio", chiede a Conte il segretario Dem. "Non è serio stare nel governo e fare l'opposizione, è eticamente intollerabile stare con un piede in due staffe", è l'avvertimento a Renzi; ma anche ai 5stelle, per le veline di questi giorni contro Franceschini e la De Micheli e per le uscite contro corrente di personaggi di governo come il viceministro Sileri.
Si fa interprete del pensiero dei vertici Dem Dario Stefano, quando nota che "Ricciardi, consigliere del Ministro della Salute, afferma che le restrizioni sono insufficienti. Sileri, vice di Speranza, dice non condividere il Dpcm anti Covid e nemmeno la chiusura di bar e ristoranti alle 18. Che giostra è questa?".
Irritazione diffusa tra i Dem, dunque, che porta il viceministro Sileri a chiarire che le misure sono proporzionate, dopo aver detto che ci saranno chiusure delle città o delle regioni se il virus aumenterà la sua carica. La giostra della maggioranza è impazzita, i partiti di governo nel timore di perdere i consensi vogliono condividere con le opposizioni le decisioni. "Così anche Conte si blinderebbe", è il ragionamento di Renzi.
di Antonio Polito
Corriere della Sera, 27 ottobre 2020
Agli italiani ormai appare chiaro che non è stato fatto abbastanza per gestire la nuova ondata, per questo si stanno diffondendo stati d'animo negativi. "Quando un Paese è grande una volta - ha detto il presidente Conte - deve essere grande sempre".
Non è chiaro se quel "deve" equivale a un pronostico o è invece una "raccomandazione", come le altre impropriamente inserite nel testo normativo del Dpcm. Se è una previsione, non pare però fondata su dati di fatto. Prima di tutto perché la storia è purtroppo piena di "seconde volte" andate peggio della prima: dalla seconda ondata di influenza "spagnola" alla Seconda guerra mondiale.
Poi perché il pessimismo della ragione ci ricorda che se una cosa può andare male, se cioè non si è fatto tutto il possibile perché andasse bene, è probabile che andrà male. E infine perché il Paese è stanco di sentirsi chiamato a essere di nuovo "grande", visto che l'altra volta, in primavera, abbiamo pianto 35 mila morti, e tanto bene non ci era davvero andata.
Del resto, fuor di retorica, è stato lo stesso capo del governo, nella stessa conferenza stampa, a dire che cosa provano davvero gli italiani in queste ore: "stanchezza, ansia, rabbia, frustrazione, sofferenza". Per ognuno di questi sentimenti c'è una ragione. Vorrei soffermarmi su "rabbia" e "frustrazione", perché sono due stati d'animo che chiamano in causa l'operato dei poteri pubblici.
La rabbia deriva dalla convinzione che gran parte di ciò che era stato promesso, garantito, programmato, non è stato fatto. Prendiamo i "tracciatori", la prima linea che ormai tutti dichiarano già travolta. Ce ne sono 9.241 in Italia (fonte Sole 24 Ore). Nessuno può essere stato colto alla sprovvista dalla necessità di averne di più. Eppure dopo più di tre mesi sono aumentati di appena 275 unità.
Nell'area metropolitana di Milano, tre milioni di abitanti, ci sono solo 25 medici delle Usca, le "unità speciali" che dovrebbero controllare i positivi nelle loro case invece di intasare gli ospedali: era stato previsto un fabbisogno di 130.
Anche senza studiare le statistiche (ne vengono del resto fornite troppo poche e troppo generiche) gli italiani hanno capito che non si è fatto abbastanza per "gestire" questa seconda ondata. Non danno certo a chi li governa la colpa della diffusione del virus, anzi spesso sembra accadere piuttosto il contrario; ma si rendono conto se devono fare un tampone, se hanno un malato in casa, se sono in auto di notte davanti all'ospedale con un familiare in crisi respiratoria che muore in attesa di un letto (è successo ad Avezzano), che si doveva fare di più e meglio.
Poi c'è la "frustrazione", per tornare all'elenco del presidente Conte. Questo stato d'animo ha almeno due ragioni. La prima è la perdita di reddito che sta subendo una parte importante dell'economia italiana specialmente urbana, quella dei servizi di prossimità, dei ristoranti, dei bar, delle palestre. A differenza del lockdown di primavera, e anzi proprio nel lodevole intento di evitarlo, stavolta il governo ha dovuto scegliere che cosa chiudere e che cosa lasciare aperto. Era dunque forse inevitabile che le "vittime" avvertissero di subire una "ingiustizia".
Anche perché si tratta spesso di aziende familiari che, oltre alle spese fisse, avevano investito nella sicurezza, acquistando sistemi di sanificazione, riordinando gli spazi, allestendo dehors, per ottemperare ai protocolli emanati dal governo. Questo malessere anima la maggior parte delle proteste e rischia di determinare la più pericolosa delle fratture: tra i garantiti e i non garantiti, tra chi ha il "buono pasto" e chi no. Bisogna porvi rimedio il più urgentemente possibile, e non con la pachidermica lentezza burocratica di primavera.
Ma la "frustrazione" ha un'origine forse anche più profonda: e cioè il dubbio che questi sacrifici siano quelli giusti e servano davvero. Siamo infatti al terzo Dpcm in pochi giorni. E dunque - come ha notato Vitalba Azzollini sul Domani - noi non possiamo sapere se le misure precedenti abbiano funzionato, semplicemente perché non è passato abbastanza tempo per verificarlo. Di quanto ha ridotto la circolazione del virus la chiusura dei ristoranti alle 23? Non lo sappiamo. Dunque non sappiamo neanche che effetti produrrà la chiusura alle 18. È lecito pensare che in realtà si tratti solo di una marcia di avvicinamento alla chiusura totale?
Le palestre sono forse un potenziale focolaio di infezione, anche se finora non ne sono tanti segnalati di rilevanti (un vagone di metropolitana affollato lo è sicuramente di più). Ma se sono pericolose, perché non sono state chiuse una settimana fa, quando invece si decise di lasciarle aperte? Queste contraddizioni, e l'accavallarsi di decisioni e annunci tra Governo e Regioni, ci stanno facendo perdere fiducia nella capacità del guidatore di tenere la strada. Che poi non è uno solo, ma un'affollata assemblea di ministri, capi delegazione, governatori, membri del comitato tecnico-scientifico.
Il malessere, o la rabbia, o la frustrazione, hanno dunque una loro ragion d'essere. Il ricorso all'agitazione e alla violenza di gruppi organizzati con una loro agenda criminale o politica (a proposito, perché teatri e cinema chiudono e i centri sociali restano aperti?) era anch'esso prevedibile. E, come il virus, merita di essere combattuto con la forza dello Stato, che deve saper proteggere i cittadini, anche quelli che protestano, dai mestatori di torbidi, piaga antica che ha spesso infettato la nazione dal 1919 a oggi.
Tanto più lo Stato lo potrà fare se saprà distinguere tra la sedizione di piazza, alla quale deve dare una risposta di ordine pubblico, e il malessere giustificato, al quale deve dare una risposta politica e sociale. L'argomento che le cose non vanno meglio in altri Paesi europei (anche se in qualcuno sì), non può infatti bastare a renderci più sereni. L'Italia sa stringersi intorno alle sue istituzioni, ma pretende di più. Il nostro, ha ragione il presidente Conte, è un grande Paese. Merita di essere trattato come tale.
puglialive.net, 27 ottobre 2020
Evento conclusivo del progetto per detenuti "Caffè Ristretto". Istituto Penale per i Minorenni di Bari, via Giulio Petroni 90, 28 ottobre 2020, ore 14. Di Teresa Petruzzelli, con Mariangela Taccogna.
La possibilità di immaginarsi in nuovo spazio, di esplorare nuovi settori della conoscenza, di ripensare o pensare per la prima volta al proprio benessere attraverso l'alimentazione. "Qui e altrove" è il titolo del corto realizzato dai ragazzi del Fornelli - Istituto Penale per i Minorenni di Bari, nell'ambito del progetto Caffè Ristretto di Teresa Petruzzelli e Mariangela Taccogna.
Il corto sarà presentato il 28 ottobre alle ore 14 all'interno del Fornelli come evento conclusivo della settima edizione di Caffè Ristretto dedicata ai temi della natura e del benessere. Ogni ragazzo ha scritto un suo elaborato che ha ispirato il corto accompagnato dalle musiche originali di Mr. Saxtronic. Alla proiezione saranno presenti i ragazzi detenuti, Paola Romano, assessore alle Politiche giovanili e Pubblica Istruzione del Comune di Bari, Nicola Petruzzelli, direttore del carcere, Giulio Piliero dirigente del CiPa 1 di Bari e le responsabili del progetto Teresa Petruzzelli e Mariangela Taccogna.
Caffè Ristretto, il caffè letterario nel carcere di Bari, uno dei primi a livello nazionale, ha inaugurato questa settima edizione a settembre. Nel corso degli incontri otto detenuti sono stati coinvolti per tre giorni a settimana in attività laboratoriali di scrittura creativa, di lettura, incontri informativi e formativi con personaggi del mondo della cultura e dello sport, imprenditori e giornalisti. Tra gli ospiti di questa edizione di Caffè Ristretto ci sono Manlio Epifania della Masseria dei Monelli, Angelo Santoro della cooperativa Semi di vita, Mariella Lippo di Artemisia, Piero Schepisi presidente della cooperativa Unsolomondo, Francesco Giannico dell'associazione Musica e Natura, Sebastiano Loseto di Barproject-Ass Splash, Gianni Macina di In.Con.Tra e Dino Bartoli istruttore federale di Judo.
Il progetto da sempre finanziato e sostenuto dall'Assessorato alle Politiche giovanili del Comune di Bari e dall'Assessorato al Diritto allo studio e alla Formazione della Regione Puglia, con il patrocinio dell'ufficio Garante dei diritti dei detenuti, è ormai un punto di riferimento culturale non solo per i detenuti e i docenti della scuola carceraria, ma per tutta la cittadinanza. Gli ospiti e interlocutori dei laboratori di scrittura e lettura (giornalisti, critici, editori, artisti, scrittori, testate giornalistiche, studenti, politici, associazioni di volontariato e culturali) sono diventati parte attiva del processo relazionale e del dibattito con i detenuti della casa circondariale.
piacenza24.eu, 27 ottobre 2020
All'Ausl oltre 540 mila euro. Promuovere e facilitare l'adozione di stili di vita sani in ogni età della vita, dall'infanzia alla terza età; prevenire patologie croniche (malattie cardiovascolari, tumori, diabete, malattie respiratorie croniche, problemi di salute mentale), anche attraverso un'alimentazione sana e sicura; contrastare fattori di rischio modificabili, quali il fumo, l'abuso di alcol e la sedentarietà. Guardano a questi obiettivi i progetti finanziati dalla Regione con 3,5 milioni di euro. Azioni e interventi previsti dalla specifica legge regionale sulla "promozione della salute e prevenzione primaria" (n. 19 del 2018).
542 mila euro all'Azienda Usl di Piacenza. I fondi saranno mirano a consentire la realizzazione di azioni di prevenzione e contrasto delle dipendenze da alcol e sostanze stupefacenti. Non solo, l'Azienda potrà anche utilizzare tali contributi per progettare interventi finalizzati a migliorare lo stato di salute dei detenuti, intervenendo sulle abitudini alimentari e sul rischio di diffusione delle malattie infettive.
Gli interventi finanziati - La maggior parte delle risorse - 2 milioni di euro - andranno alle Aziende sanitarie dell'Emilia-Romagna; fondi per coprire le spese di realizzazione dei programmi regionali per la promozione della salute, benessere della persona e della comunità e prevenzione primaria, suddivisi in base al numero di residenti per Ausl.
Il 20% delle risorse è destinato ad azioni e interventi in partnership con gli istituti scolastici. Un milione di euro viene poi assegnato alle Aziende Usl in base al numero di residenti di età compresa tra 15 e 64 anni. Si parla interventi socio-sanitari di prevenzione, contrasto delle dipendenze, promozione del benessere psicofisico e della salute mentale delle persone con problematiche d'abuso e dipendenza.
La ripartizione delle risorse - Le risorse sono così ripartite: 754 mila euro all'Azienda Usl della Romagna; 626 mila all' Azienda Usl di Modena; 594 mila euro all'Azienda Usl di Bologna; 542 mila euro all'Azienda Usl di Piacenza; 359 all'Azienda Usl di Reggio Emilia,306 mila euro all'Azienda Usl di Parma; 229 mila euro all'Azienda Usl di Ferrara e 89 mila euro all'Azienda Usl di Imola.
ilnuovoonline.it, 27 ottobre 2020
"Si stanno registrando, ormai da giorni, diverse positività da contagio Covid presso la Casa Circondariale dell'Aquila". A darne rammarica notizia sono Francesco Marrelli Segretario Generale della Camera del Lavoro Cgil L'Aquila e Giuseppe Merola della Fp Cgil Abruzzo Molise che, già in data 20 ottobre, inviarono una "diffida agli Organi sanitari ed istituzionali, affinché venissero effettuate attività di screening a favore dei lavoratori e delle lavoratrici, visto che altrettanto venti sono in isolamento fiduciario".
"Nonostante le rassicurazioni pervenute dall'Assessorato alla Salute della Regione Abruzzo - continuano i sindacalisti - non sono stati avviati ancora protocolli di prevenzione, anzi i lavoratori stanno effettuando, in autotutela, tamponi a pagamento presso centri convenzionati. È del tutto inaccettabile e fuori luogo - chiosano senza mezzi termini Marrelli e Merola - e noi daremo battaglia a questo scempio. Pur apprezzando gli interventi e le interlocuzioni con la Direzione e Comando dell'Istituto Penitenziario aquilano, i nostri lavoratori rivendicano un senso di abbandono da parte delle Autorità Sanitarie locali e noi presenteremo, a mezzo Uffici Legali, un esposto alla Procura della Repubblica".
"In questo periodo storico così preoccupante, vista anche l'escalation delle positività accertate in Abruzzo e nell'intero Paese, i nostri lavoratori e le nostre lavoratrici hanno diritto ad una sacrosanta tutela, considerata anche le già ataviche precarietà oggettive ed ambientali delle carceri - concludono con un forte grido di allarme - e pertanto il Direttore Generale ASL Roberto Testa avvii un impellente intervento accertativo".
La Nazione, 27 ottobre 2020
Nuova udienza, pochi giorni fa, davanti il magistrato di sorveglianza sul caso di Mohamed Fersi, 55 anni, detenuto nel centro clinico del carcere di Pisa. Si tratta di un detenuto - assistito dall'avvocato Roberto Nocent - che ha necessità di un trapianto di cuore e "la detenzione è un freno all'ingresso nelle liste d'attesa".
Il legale rileva come il caso - passato anche da un pronunciamento della Cassazione - sia già stato al centro di ripetuti tentativi davanti la soverglianza alla quale ora si chiede che il 55enne venga portato in una casa di cura. Nel 2009 i medici gli dettero dieci anni di vita. Fersi ha un fine pena al 2024, grazie ad un cumulo alimentato da due condanne definitive per spaccio. L'uomo in carcere nel 2015. A nulla era valso, appunto, neanche il ricorso agli ermellini. La nuova decisione è attesa nei prossimi giorni.
di Cristana Mangani
Il Messaggero, 27 ottobre 2020
C'è un diritto a manifestare che deve fare i conti con qualcosa di più elevato e importante, il diritto alla sicurezza e alla salute. Cesare Mirabelli, ex presidente della Corte Costituzionale, riconosce il valore di entrambi, anche se sottolinea: "Le diversità di opinioni rientrano nella normale logica dei rapporti. Ma non si possono giustificare le proteste, se è a rischio la salute".
Il nuovo Dpcm ammette unicamente riunioni statiche: sit in o piccoli cortei, dove deve essere rispettato il distanziamento previsto dalla legge. "La storia ci insegna - considera ancora il giurista - che in situazioni di disagio si tende a slabbrare il tessuto sociale. Non è una novità, poi, che ci sia chi tenti di infiltrarsi per creare disordini. Già in passato è accaduto e si ripeterà di nuovo".
Come limitare le tensioni? In che modo punire chi soffia sul fuoco della crisi? Far pagare i danni a chi distrugge le città potrebbe essere un buon sistema, "ma difficilmente - sottolinea l'ex presidente della Consulta - si riesce a identificare queste persone.
Meglio sarebbe se gli stessi manifestanti pacifici tenessero fuori dalla loro protesta gli infiltrati, se non gli dessero la possibilità di provocare distruzione e caos. Se riuscissero ad arginarli, anche le loro istanze potrebbero raggiungere più facilmente" i palazzi del potere. Perché la violenza offusca tutto il resto, e anche la sofferenza di chi chiede di lavorare viene puntualmente schiacciata dai raid e dagli estremismi.
Secondo Mirabelli - pur senza critica - una delle cause per questa situazione potrebbe trovarsi nella carenza di dibattito. "Vanno sempre valutate le riserve che vengono espresse - spiega - prima di poterle escludere. Forse se ci fosse stato un maggiore e più chiaro dibattito parlamentare, si sarebbero potute contenere, almeno in parte, le tensioni. Se, a esempio, si fosse istituita una Commissione bicamerale con il compito di controllare gli atti del governo, i temi ora contestati avrebbero potuto essere analizzati più a fondo. E mi illudo - aggiunge il giurista - che questo avrebbe potuto limitare il dissenso". In ogni caso - a suo dire - le violenze, tutte, vanno contrastate: "La violenza non è mai ammessa, va sempre combattuta ed esclusa".
Da esperto di legge, poi, non può non rilevare che in questo scenario qualcosa è mancata: "La pubblica amministrazione avrebbe dovuto essere più pronta a registrare l'emergenza. Penso ai trasporti, assolutamente insufficienti. E penso alla scuola: perché non fare i doppi turni? Sarebbero possibili e certamente non andrebbero a urtare l'organizzazione scolastica".
"Nella prima fase del lockdown - sottolinea ancora - gli italiani si sono comportati in modo veramente responsabile. Di recente una cittadina svizzera ha dichiarato di voler venire in Italia perché qui si sentiva più garantita vista la condotta tenuta dai cittadini e le regole imposte per contenere il virus. Ora, certamente, la situazione è molto più complicata. Sono convinto che vadano bene i bonus e i ristori per chi si sta trovando in difficoltà, ma ritengo soprattutto che le persone stiano manifestando il loro malessere, perché quello che vogliono veramente è soltanto poter vivere del loro lavoro".
di Francesco Ricupero
L'Osservatore Romano, 27 ottobre 2020
Una serie di video per spiegare alla gente cos'è, davvero, il carcere: è l'iniziativa intrapresa, nei giorni scorsi, dalla pastorale carceraria della Conferenza episcopale brasiliana che ha come missione "la ricerca di un mondo senza carceri attraverso l'evangelizzazione e la promozione della dignità umana con la presenza della Chiesa negli istituti penitenziari".
Il mondo carcerario - spiega a "L'Osservatore Romano" padre Gianfranco Graziola, missionario della Consolata, membro del Coordinamento nazionale della pastorale carceraria brasiliana - "è un luogo insalubre per eccellenza e in tutti i sensi, sia dal punto di vista fisico che mentale che sociale. La prima causa di tutto questo è il sovraffollamento, la cui radice è la detenzione di massa e sistematica come soluzione e controllo delle povertà strutturali. Il carcere per lo Stato è diventato il principio base di investimento senza alcun risultato per il bene della collettività".
A fronte di ciò, la pastorale carceraria ha pensato di realizzare dei filmati visibili sul sito web dell'episcopato, sul canale YouTube e sui social. Il primo video spiega l'origine del servizio di pastorale carceraria, in cosa consiste e illustra l'opera di evangelizzazione che svolge con i detenuti, poiché l'assistenza religiosa "è un diritto delle persone che sono private della loro libertà".
In questo primo appuntamento, l'arcivescovo di Belo Horizonte, Walmor Oliveira de Azevedo, presidente dell'episcopato, parla della missione della pastorale carceraria: "Portare nei cuori dei detenuti e delle detenute la forza di trasformare tutte le persone, cioè il Vangelo di Gesù Cristo". Il presule si dice convinto che occorre promuovere ogni azione possibile per sensibilizzare l'opinione pubblica sulle tristi e difficili condizioni nelle quali vivono i detenuti e anche i loro familiari. Da quando è scoppiata la pandemia, infatti, la situazione negli istituti di pena è ulteriormente peggiorata. Solo a giugno nei penitenziari i contagi sono cresciuti dell'800 per cento.
"Il Coordinamento nazionale della pastorale carceraria - sottolinea padre Graziola - si è trovato a reinventare tutto a causa del coronavirus. L'utilizzo delle piattaforme mediatiche ci ha fatto capire che avevamo una grande opportunità di raggiungere più persone nella costruzione del progetto del "mondo senza carceri".
Da qui - spiega il nostro interlocutore - è nata l'idea di produrre una serie di video che parlassero agli agenti pastorali, alla società civile, alle comunità cristiane e alle istituzioni, sia religiose che statali, dei principi che animano lo spirito della pastorale". Quindi, "partendo dalla realtà carceraria brasiliana e avendo come base il principio pastorale dell'evangelizzazione e della promozione umana, tema fondamentale dell'Evangelii nuntiandi, delle Conferenze di Medellín, Puebla, Aparecida e ora del magistero di Papa Francesco, si è pensato a una serie di video-documento il cui tema abbracciasse le grandi linee che alimentano la pastorale carceraria".
Nei mesi scorsi è stato lanciato un sondaggio anonimo, rivolto agli operatori penitenziari, per capire le criticità del sistema. La pastorale brasiliana è molto differente da altre nazioni, poiché non esiste la figura del cappellano penitenziario, ma operano all'interno degli istituti di pena laici e laiche, consacrati e consacrate, religiosi e religiose, sacerdoti e vescovi che visitano le carceri nei ventisette stati del Brasile e nel distretto federale dove si trova la capitale Brasília.
Il primo filmato, dunque, è una sorta di introduzione a quello che è il concetto di pastorale carceraria come presenza cristiana e di Chiesa cattolica "in un mondo disumano come quello delle prigioni - aggiunge Graziola - che vìola e disprezza la vita, dove la punizione, la vendetta, la violenza, la tortura rappresentano l'espressione primaria e barbara di un sistema penale al servizio di un'economia che favorisce la disuguaglianza".
La serie di video, osserva suor Petra Pfaller, coordinatrice nazionale della pastorale carceraria, "affronterà temi fondamentali per la comprensione del sistema detentivo e della nostra missione come strumento di formazione per gli agenti pastorali penitenziari e altre persone interessate". La religiosa anticipa anche i temi dei prossimi video che riguarderanno la mistica e la spiritualità della pastorale carceraria, le difficoltà delle donne detenute e dei loro figli, la salute in carcere, la prevenzione e la lotta alla tortura, le pratiche di giustizia riparativa. Ai video prendono parte non solo i componenti del coordinamento nazionale o esperti, ma anche alcune persone che operano nella pastorale in forme diverse o che condividono il progetto del "mondo senza carceri". Nonostante le molteplici iniziative promosse, quello che preoccupa maggiormente la Chiesa in Brasile è il contagio da coronavirus all'interno degli istituti di pena e sono numerosi gli appelli rivolti alle autorità affinché vengano prese con urgenza decisioni che pongano fine alle indicibili sofferenze.
Padre Graziola punta il dito sui governanti che hanno sottovalutato la gravità della situazione e "ignorato la risoluzione n. 62 del Consiglio nazionale di giustizia che chiedeva ai giudici dei vari stati di concedere gli arresti domiciliari a quelle che sono considerate "categorie a rischio. La proposta - sottolinea il responsabile - prevedeva di anticipare e velocizzare i processi di quanti stavano per concludere la pena o erano in regime di semi libertà in maniera che diminuisse la popolazione carceraria e anche la possibilità di contagio".
Nonostante la richiesta di una moratoria sociale dovuta alla pandemia - spiega il missionario - "la "fabbrica" della prigione di massa non ha mai smesso di funzionare e, quel che è ancora più machiavellico, senza nessuna misura di sicurezza sanitaria, collocando dentro il sistema carcerario persone provenienti dal mondo della strada, mettendole a rischio e infettando gli altri". Il sacerdote denuncia in particolare la carenza totale di igiene, la mancanza di assistenza medica e farmacologica e la scarsa attenzione all'alimentazione.
"Per questa ragione la pastorale carceraria e anche varie altre organizzazioni della società civile affermano con convinzione che il sistema carcerario non serve perché non recupera e non reinserisce nessuno nella società; al contrario è fonte di violenza e scuola del crimine. Siamo consapevoli che la pastorale carceraria rappresenta una piccola goccia nell'oceano di fronte al mostro che è il sistema penitenziario. Come ripeteva spesso il cardinale Paulo Evaristo Arns: "Di speranza in speranza, continuiamo il nostro servizio ecclesiale".
A conferma di ciò, in questo tempo di pandemia, gli agenti pastorali hanno inventato le forme più diverse per continuare a essere vicini ai fratelli e alle sorelle privati della libertà e in modo particolare ai loro familiari, con lettere, gesti di solidarietà concreta, l'invio di pen drive con la registrazione di preghiere, canti, la fornitura di cibo, prodotti per l'igiene e con una presenza costante, presso le direzioni degli istituti penitenziari, di assistenti sociali e difensori civici, "vigilando sulla vita di tanti fratelli e sorelle abbandonati al loro destino e condannati all'oblio".
Per questa ragione - conclude padre Graziola - mi pare pertinente ricordare quello che Papa Francesco scrive nella Laudato si' (139): "Quando parliamo di "ambiente" facciamo riferimento anche a una particolare relazione: quella tra la natura e la società che la abita. Questo ci impedisce di considerare la natura come qualcosa di separato da noi o come una mera cornice della nostra vita. Siamo inclusi in essa, siamo parte di essa e ne siamo compenetrati [...].
È fondamentale cercare soluzioni integrali, che considerino le interazioni dei sistemi naturali tra loro e con i sistemi sociali. Non ci sono due crisi separate, una ambientale e un'altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale. Le direttrici per la soluzione richiedono un approccio integrale per combattere la povertà, per restituire la dignità agli esclusi e nello stesso tempo per prendersi cura della natura".
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